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Il Venezuela conteso dai predoni dell'imperialismo

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Creato: 12 Gennaio 2026 Ultima modifica: 12 Gennaio 2026
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 61

La cattura di Maduro e sua moglie non risolve la questione venezuelana, anzi per molti versi le incognite che gravano sul futuro del paese sono più pesanti di prima.

Neanche il tempo di brindare per l’inizio del nuovo anno e scambiarsi i soliti auguri per un 2026 finalmente di pace, salute e serenità, che tali auspici sono stati drammaticamente ed inesorabilmente smentiti dalla dura realtà del capitalismo. Mai come in questa fase storica è strettissimo il legale tra capitale e guerra, tanto che i due termini stanno diventando quasi dei sinonimi.

All’alba del tre gennaio decine di aerei ed elicotteri, centinaia di uomini della Delta Force americane hanno prelevato dalla propria residenza di Caracas il presidente venezuelano Maduro e sua moglie Cilia Flores per condurli in carcere a New York. Dopo mesi di minacce, il presidente Trump, senza la preventiva autorizzazione del Congresso, ha dato il proprio consenso per arrestare il suo omologo venezuelano e sua moglie per farli processare da un tribunale di New York con l’accusa di narcotraffico. Non saremo certamente noi a difendere Maduro e i suoi accoliti per le repressioni e lo sfruttamento selvaggio a cui sottopone il proletariato venezuelano, ma l’accusa di essere a capo di un’organizzazione criminale che inonda gli Stati Uniti di sostanze stupefacenti è la solita foglia di fico che serve a poco per nascondere i reali motivi di questa ennesima operazione militare statunitense. Il Venezuela, a detta dei principali esperti di narcotraffico, rappresenta una piccolissima percentuale sia nella produzione che nello spaccio di sostanze stupefacenti, altri sono i paesi del Sudamerica, in primis la Colombia, che fanno della produzione di cocaina ed altre droghe una delle principali voci della propria economia.

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Guerra e Capitalismo: un binomio inscindibile

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Creato: 01 Dicembre 2025 Ultima modifica: 01 Dicembre 2025
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 879

Dal punto di vista capitalistico anche la vita in sé ha valore solo e in quanto strumento di produzione e/o mezzo di estrazione del plusvalore

 

Basta dice la morte ai tiranni, ho mangiato a sazietà, così il poeta palestinese Marwan Mahhoul nella sua bellissima poesia New Gaza¹. Purtroppo - aggiungiamo noi - non è così per sua maestà il capitale per il quale, invece, la permanenza della guerra, con il suo carico di morte e distruzioni, è divenuta già da diverso tempo una sua condizione esistenziale.

Infatti, da quando la “fabbrica della finanza” ha preso il sopravvento su quella dell’industria, una parte crescente del capitale finanziario anziché essere trasformato in capitale industriale per la produzione delle merci, funge da base di partenza per la produzione di altro capitale finanziario sotto forma di capitale fittizio. Non genera plusvalore non contribuendo in alcun modo alla sua estorsione mediante la produzione di merci ma lo stesso se ne appropria. Se ne appropria tramite la speculazione finanziaria, il controllo monopolistico dei mercati delle materie prime, degli interessi che genera quando è dato in prestito e così via, ma sempre per via del tutto parassitaria.

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Necessità del comunismo

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Creato: 12 Settembre 2025 Ultima modifica: 12 Settembre 2025
Scritto da Redazione Visite: 1098
Pubblicato il Quaderno N. 3, Settembre 2025, Necessità del comunismo epub 9645778 file 16168674

Prefazione a cura di Carmelo Germanà

Nuovamente l’umanità si trova ad un bivio tra la possibilità di andare incontro ad un disastro di portata inimmaginabile oppure di cambiare il corso degli eventi in modo radicale. Già nel passato tale dilemma si è posto e il risultato fu la catastrofe della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. La rivoluzione russa del 1917 tentò per la prima volta l’assalto al cielo da parte della classe operaia per indirizzare l’umanità verso una società di giustizia e uguaglianza abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma ciò si infranse ben presto contro lo scoglio dell’isolamento e dell’ostilità delle principali potenze imperialiste mondiali. Lo stalinismo al potere decretò il definitivo tramonto del sogno rivoluzionario e l’affermarsi di un capitalismo di Stato totalitario e antiproletario.

Oggi, la guerra permanente a pezzetti in corso da decenni, rischia di trasformarsi nuovamente in guerra generalizzata, con l’aggravante di rendere potenzialmente impraticabile la vita sul pianeta dato l’immenso sviluppo tecnologico indirizzato in gran parte al servizio delle armi e della guerra. La catastrofe è la prospettiva a cui il capitalismo ancora una volta ci sta conducendo. E’ nel DNA del capitale e del suo processo di accumulazione schiacciare, come un rullo compressore, qualunque ostacolo si trovi sul proprio cammino pur di sopravvivere alla propria irreversibile decadenza. Che si tratti di uomini o della natura non importa: ciò che conta per questo criminale sistema è il profitto, il Dio denaro, scopo e fine di ogni cosa.

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È morto il nostro compagno Umberto Paolucci

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Creato: 22 Giugno 2025 Ultima modifica: 22 Giugno 2025
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 853

Il 16 giugno 2025 è venuto a mancare il nostro compagno Umberto Paolucci.

Umberto era nato il 2 dicembre 1943, nel cuore della Seconda guerra mondiale, in una Foggia devastata dai bombardamenti delle forze anglo-americane. Ha trascorso la sua infanzia in Puglia e come molti bambini dell’epoca ha passato molte ore della giornata a giocare tra le macerie della città distrutta. Quando il padre, macchinista delle ferrovie dello stato, è stato trasferito in Calabria, la famiglia lo ha seguito andando a vivere a Catanzaro Lido a pochi passi da quel mare Ionio che vedrà Umberto diventare uomo e militante comunista. Meglio sarebbe dire prima comunista e poi uomo, si perché Umberto è diventato comunista prima ancora di essere un adulto. Nonostante il trasferimento in Calabria, Umberto non ha mai perso il legame con la sua terra natia, fatto di ricordi e di continui ritorni verso i luoghi felici della sua infanzia.

Nei primi anni Sessanta la città di Catanzaro era diventata un piccolo laboratorio politico ed in questo contesto che Umberto ed altri giovani catanzaresi si avvicinano al marxismo rivoluzionario. Un approccio agli ideali del comunismo, quello di Umberto, sempre improntato allo studio dei classici del marxismo e alla continua ricerca della conferma di quelle teorie nel contraddittorio operare del capitalismo. Se possiamo sintetizzare l’essere comunista di Umberto in due parole, queste sarebbero: istintivamente e consapevolmente sempre dalla parte dei proletari e contro ogni forma di sfruttamento degli uomini da parte di altri uomini. Il percorso di formazione e orientamento politico si completa nella seconda metà degli anni Sessanta del 900 quando Umberto aderisce al Partito Comunista Internazionalista – Battaglia Comunista.

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Cose nuove, cose vecchie

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Creato: 09 Giugno 2025 Ultima modifica: 09 Giugno 2025
Scritto da Redazione Visite: 1193

erwEra il 1891 quando l’allora pontefice Leone XIII pubblicò l’enciclica Rerum novarum (Delle cose nuove). Una prima formulazione teorica e sistematica, elaborata dal cattolicesimo, anche per dare una risposta (di senso conservativo) alle problematiche sollevate dal movimento operaio che, già nei decenni precedenti, stava trovando risposte teoriche ed organizzative nella prospettiva comunista di Marx ed Engels e mostrava la capacità di rendersi come potenza tra le potenze, di ordine internazionale.

Robert Francis Prevost, il nuovo pontefice, già dalla scelta del nome e con le sue prime dichiarazioni, palesa la volontà di collocarsi nel solco aperto dal suo predecessore. Le cose nuove al cospetto di entrambi i pontefici sono cose diverse tra loro ma trovano ragioni proprie in una cosa ormai vecchia, nel modo di produzione capitalistico. I portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell'industria¹, come lì ebbe a definire Leone XIII, sono aggettivabili oggi allo stesso modo. La prosperità del modo di produzione significa anche trasformare costantemente i metodi dell’industria finché la costante trasformazione non contraddice le condizioni proprie della prosperità.

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