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Peter Thiel a Roma, tra Anticristo e razionalità strumentale
Tra Intelligenza Artificiale e Anticristo
Peter Thiel è cofondatore di Palantir Technologies, primo finanziatore esterno di Facebook, tra i principali esponenti del trumpismo.: «presidente ombra degli Stati Uniti», secondo alcune voci¹. Il suo arrivo a Roma, nel cuore della cristianità latina, con il nuovo Papa ritenuto non meno «woke»² di Bergoglio, per tenere un ciclo di conferenze private sull’Anticristo, non poteva non attirare l’attenzione dei media e della politica. Conferenze tenute a porte chiuse, con il divieto di registrarle e persino di prendere appunti. A promuovere l’iniziativa figura l’associazione culturale Vincenzo Gioberti di Brescia, grottescamente dedita alla «restaurazione del Cattolicesimo come fulcro dell’identità nazionale», da «accompagnare al rinvigorimento dei territori, cuore pulsante della storia, della geografia e della cultura italiane, [...] ripensando l’Italia come una vera federazione di genti caratterizzate da un’unità spirituale», sì da smarcarsi «definitivamente da vicende e riferimenti ormai consegnati al passato – il Risorgimento, il Fascismo, la guerra civile», per aiutare «il Paese che conosciamo oggi a proiettarsi verso il futuro e ad essere più consapevole della sua diversità interna e, dunque, della sua forza a livello globale»³. L’evento segue altri seminari su tali questioni, organizzati da realtà della destra cristiana e nazionalista in vari Paesi.
Può far sorridere o destare un senso di inquietudine leggere i motivi dell’organizzazione dell’evento, nel Comunicato stampa del direttivo dell’associazione:
La battaglia politica apertasi, in Italia, in vista dell’appuntamento referendario di fine marzo ‘26, oltre il merito dei quesiti, pone immediatamente quelle questioni ideologiche sullo Stato e sulla dialettica dei suoi poteri che non possono essere tralasciate dalla nostra critica. Lo Stato al servizio del cittadino ed espressione della volontà del popolo rappresentano una doppia menzogna da un punto di vista materialistico e classista; popolo e cittadino non hanno alcun significato sociale fuori da quel collocamento di classe tanto osteggiato dalla narrazione interclassista, a destra come a sinistra, che è anche base teorica che fa il salto di qualità nella prospettiva dello Stato come regolatore del conflitto sociale o, come diremmo noi nel declinare la seconda menzogna, come arbitro della lotta di classe. Ha gioco facile, a questo punto, indugiare sulla tutela di una “giusta” dialettica tra i poteri.
A discapito del proletariato costretto a farsi bestiame da sfruttare 24 ore su 24, quando non mera carne da cannoni
E così dopo il Venezuela è toccato all’Iran. Trump ha giustificato questa ennesima aggressione come necessaria per evitare che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare e di missili a lungo raggio con cui, poi, avrebbe potuto attaccare Israele e perfino gli Stati Uniti. Insomma, un’azione di difesa preventiva, necessaria anche per liberare il popolo iraniano dalla soffocante dittatura degli ayatollah. Intanto se ne fa strage. Solo nel primo giorno di guerra sono state diverse centinaia le vittime civili dei bombardamenti di cui circa 200 studentesse di una scuola primaria. In realtà, soltanto chi ha fatto della sottomissione al più forte e alla logica del profitto la ragione del proprio impegno civile e politico poteva credere al racconto trumpiano, visto che soltanto pochi giorni prima dell’attacco anche la Cia aveva escluso che l’Iran potesse dotarsi a breve termine sia dell’arma nucleare sia di missili a lungo raggio.
Mentono perché devono occultare che la società capitalistica è giunta ormai a uno stadio in cui, per dirla con Onorato Damen: “non ha più nulla da dire sotto il profilo economico, di sviluppo sociale e culturale” e che ormai la guerra costituisce una sua condizione esistenziale al pari dello sfruttamento della forza-lavoro.
Vale per tutto il sistema capitalistico e in particolare per gli Stati Uniti che ne rappresentano la punta più avanzata.
Le provocazioni di Trump sono il sintomo della crisi dell’America, la Cina ne prende atto e risponde senza clamore ma con i fatti
L’aggressività a trecento sessanta gradi dell’imperialismo americano fa passare piccoli e indifesi i suoi concorrenti. In realtà, al di là delle apparenze, al declino del capitalismo statunitense corrisponde l’avanzata di altre potenze in ascesa e della Cina in particolare. Le dinamiche che caratterizzano il movimento dei due maggiori capitalismi del pianeta si presentano con caratteristiche differenti nella forma ma identiche nella sostanza, cioè nell’obiettivo di sostenere il proprio processo di accumulazione del capitale con ogni mezzo, o meglio con gli strumenti che ognuno ha a disposizione nell’attuale contesto storico.
Se gli Stati Uniti d’America rappresentano il capitalismo maturo emblema del mondo occidentale, dall’altra parte la veloce e dirompente ascesa della Cina simboleggia un capitalismo il cui processo di accumulazione originario ha avuto luogo tardivamente e in tempi più recenti. La conseguenza di questi fattori determinanti sono la causa di quanto è sotto gli occhi di tutti: l’involuzione della prima potenza imperialista le cui contraddizioni sono venute a maturazione nel corso del suo lungo periodo di supremazia e di gestazione della crisi; di contro, l’emergente forza del Celeste Impero che punta a contenderne la supremazia. Ma che comunque, come è insito nel capitalismo, non mancherà in futuro di manifestare le stesse contraddizioni di crisi, che peraltro già ora si avvertono.
Ogni scusa è buona per ridurre lo spazio della vita collettiva e prevenire una più generale presa di coscienza della necessità di andare oltre il capitalismo
Dopo i fatti di Torino - con la compiacenza, bisogna pur dirlo del tanto osannato Mattarella -, è stato varato l’ennesimo decreto-sicurezza che, fra le altre cose, prevede, nell’imminenza di qualsiasi manifestazione pubblica anche se regolarmente autorizzata, il fermo di polizia per coloro che le forze dell’ordine sospettano di poter essere potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico. Poiché in palese contraddizione con l’art. 21 della costituzione che sancisce la libertà di ”manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, su pressione del presidente della repubblica nel decreto è stato inserito l’obbligo, per le forze dell’ordine che dispongono il fermo, di informare il pubblico ministero che, nel caso ritenga il provvedimento ingiustificato, può disporre il rilascio della persona fermata. Ora, però, sia perché il decreto non specifica i criteri in base ai quali una persona possa ritenersi potenzialmente pericolosa sia per il sovraccarico di lavoro delle procure, è del tutto evidente che di fatto è impossibile che l’eventuale revoca possa aver luogo prima che scadano le 12 ore di fermo.