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di Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini
Pubblicato da Einaudi nel dicembre 2025 il corposo volume dei due studiosi francesi ha l’indubbio merito di ripercorrere l’intera vicenda umana ed intellettuale di Antonio Gramsci senza mai scadere nell’agiografia, come purtroppo è accaduto anche nel recente passato ad altri studiosi. E già questo non è una cosa da poco se consideriamo che Gramsci è stato più volte oggetto di operazioni agiografiche. In tale senso è emblematica la vergognosa mistificazione togliattiana dei Quaderni, oggetto di tagli e censure funzionali alla linea politica dell’immediato secondo dopoguerra, fino alle più recenti pubblicazioni ad essi dedicate nelle quali l’opera di Gramsci è servita per giustificare le scelte politiche del partito “comunista” e le capriole di molti intellettuali.
Il volume, di oltre 500 pagine, è suddiviso in tre parti nelle quali l’opera vita di Gramsci viene analizzata cronologicamente in tre macro-periodi. La prima parte, “Formazione di un intellettuale socialista”, copre un arco temporale di otto anni, dal 1911, che segna l’arrivo di Gramsci a Torino, fino al 1919. La seconda parte del libro è dedicata al “Militante rivoluzionario” ed analizza le vicende gramsciane nel periodo che va dall’esperienza dell’Ordine Nuovo del 1919 e dell’occupazione delle fabbriche torinesi fino al suo arresto avvenuto nell’autunno del 1926. Infine, la terza ed ultima parte, quella più corposa che occupa la metà dell’intero volume, è dedicata al “Prigioniero”. Si occupa degli ultimi 11 anni della vita di Gramsci fino alla sua morte avvenuta nell’aprile del 1937 e ripercorre le drammatiche vicende carcerarie e lo sforzo intellettuale che si concretizza nel laboratorio scritto dei “Quaderni”.
Nel mirino c’è la Ue e l’euro non la Groenlandia
È presto per capire cosa accadrà in Venezuela dopo la cattura da parte degli Usa del presidente Maduro con l’accusa di essere un narcotrafficante. In realtà, l’obiettivo vero era l’assunzione del controllo politico del Paese, per sottrarlo all’influenza russa e cinese sulle sue enormi risorse energetiche e minerarie, in particolare del petrolio¹. In verità, secondo Trump non c’è angolo del mondo di una qualche importanza economica e geostrategica che, come per una sorta di diritto divino, non appartenga agli Usa.
L’enormità della pretesa è tale per cui, secondo non pochi tra gli stessi analisti filo-atlantisti (con l’eccezione della Presidente del Consiglio italiana, che la riconosce perfino legittima), l’origine di questa nuova crociata sarebbe da ricercarsi nella psiche alquanto disturbata di Trump. Ma, a ben vedere, se di follia si tratta, bisogna riconoscere che non è comunque priva di una sua intrinseca razionalità. Non bisogna dimenticare, infatti, che si tratta di un capitalista e, in quanto tale, non può neanche immaginare che possa esistere qualcosa che non debba essere messa a profitto e monetizzabile.
In queste ultime settimane l’Iran è stato teatro di un’ondata di proteste che sta mettendo a dura prova la tenuta della Repubblica Islamica degli Ayatollah. Le prime manifestazioni di piazza sono iniziate il 28 dicembre 2025 nella città di Mashhad, una metropoli di ben sei milioni di abitanti che si trova nel nord est del dell’Iran, quasi ai confini con il Turkmenistan, per poi estendersi a valanga in tutto il resto del paese, compresa la capitale Teheran. Nei principali centri urbani del paese i manifestanti hanno invaso strade e piazze, per protestare contro una situazione economica e sociale sempre più drammatica. Non una sola città è rimasta esclusa da questa ondata di manifestazioni. La repressione statale, guidata dai famigerati Guardiani della Rivoluzione è stata feroce, tanto che dalle poche informazioni che sono filtrate dal paese, isolato dal resto del mondo anche a causa dell’oscuramento di Internet, si parla di parecchie migliaia di morti tra i manifestanti. Col pretesto di difendere i manifestanti dalla violenza statale, Trump sta minacciando di attaccare militarmente l’Iran, un paese strategico per gli equilibri mediorientali e che da decenni è nel mirino degli Stati Uniti.
L’ondata di proteste che ha incendiato il paese, unitamente alle minacce degli americani di attaccarlo militarmente, fa dell’Iran una sorta di cartina di tornasole utile sia per la comprensione della crisi economica che investe il capitalismo da decenni sia per dipanare le contraddittorie dinamiche di scontro tra le grandi potenze imperialistiche su scala globale. Infatti, possiamo comprendere le ragioni economiche e sociali che hanno spinto milioni di iraniani a scendere in piazza, sfidando la violentissima repressione dei preti al potere, solo se consideriamo il contesto internazionale in cui è inserito l’Iran, un paese cardine nello scontro imperialistico in atto tra gli Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro.
La cattura di Maduro e sua moglie non risolve la questione venezuelana, anzi per molti versi le incognite che gravano sul futuro del paese sono più pesanti di prima.
Neanche il tempo di brindare per l’inizio del nuovo anno e scambiarsi i soliti auguri per un 2026 finalmente di pace, salute e serenità, che tali auspici sono stati drammaticamente ed inesorabilmente smentiti dalla dura realtà del capitalismo. Mai come in questa fase storica è strettissimo il legale tra capitale e guerra, tanto che i due termini stanno diventando quasi dei sinonimi.
All’alba del tre gennaio decine di aerei ed elicotteri, centinaia di uomini della Delta Force americane hanno prelevato dalla propria residenza di Caracas il presidente venezuelano Maduro e sua moglie Cilia Flores per condurli in carcere a New York. Dopo mesi di minacce, il presidente Trump, senza la preventiva autorizzazione del Congresso, ha dato il proprio consenso per arrestare il suo omologo venezuelano e sua moglie per farli processare da un tribunale di New York con l’accusa di narcotraffico. Non saremo certamente noi a difendere Maduro e i suoi accoliti per le repressioni e lo sfruttamento selvaggio a cui sottopone il proletariato venezuelano, ma l’accusa di essere a capo di un’organizzazione criminale che inonda gli Stati Uniti di sostanze stupefacenti è la solita foglia di fico che serve a poco per nascondere i reali motivi di questa ennesima operazione militare statunitense. Il Venezuela, a detta dei principali esperti di narcotraffico, rappresenta una piccolissima percentuale sia nella produzione che nello spaccio di sostanze stupefacenti, altri sono i paesi del Sudamerica, in primis la Colombia, che fanno della produzione di cocaina ed altre droghe una delle principali voci della propria economia.
Dal punto di vista capitalistico anche la vita in sé ha valore solo e in quanto strumento di produzione e/o mezzo di estrazione del plusvalore
Basta dice la morte ai tiranni, ho mangiato a sazietà, così il poeta palestinese Marwan Mahhoul nella sua bellissima poesia New Gaza¹. Purtroppo - aggiungiamo noi - non è così per sua maestà il capitale per il quale, invece, la permanenza della guerra, con il suo carico di morte e distruzioni, è divenuta già da diverso tempo una sua condizione esistenziale.
Infatti, da quando la “fabbrica della finanza” ha preso il sopravvento su quella dell’industria, una parte crescente del capitale finanziario anziché essere trasformato in capitale industriale per la produzione delle merci, funge da base di partenza per la produzione di altro capitale finanziario sotto forma di capitale fittizio. Non genera plusvalore non contribuendo in alcun modo alla sua estorsione mediante la produzione di merci ma lo stesso se ne appropria. Se ne appropria tramite la speculazione finanziaria, il controllo monopolistico dei mercati delle materie prime, degli interessi che genera quando è dato in prestito e così via, ma sempre per via del tutto parassitaria.