Sull’ultimo vertice dei Brics

Creato: 16 Novembre 2023 Ultima modifica: 17 Novembre 2023
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 624

Per evitare che il pianeta diventi "il grande cimitero dell’umanità"
non basta abbattere la dittatura del dollaro,
occorre farla finita con il capitalismo

"Quando un paese dotato di un esercito potente
e grandi riserve di oro cominciava a dedicarsi
alla costruzione di imperi di facili fortune
con cui alimentare il proprio benessere domestico,
esso segnava inevitabilmente l’inizio
del proprio declino" (Ron Paul - Sen. Usa )¹

È ancora presto per capire se il vertice dei paesi Brics ( Brasile, Russia, Cina e Sudafrica) che si è tenuto a Johannesburg dal 22 al 24 agosto scorso passerà alla storia come la data simbolo della fine del cosiddetto secolo americano, ma non c’è dubbio che sia destinato ad imprimere un forte accelerazione al declino dell’impero a stelle e strisce. I Brics, infatti, si prefiggono di incoraggiare l’uso: «...delle valute nazionali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i Brics e con i loro partner commerciali»² in sostituzione del dollaro, cioè del pilastro portante di tutta l’impalcatura dell’impero americano; tanto più che dal primo gennaio 2024 entreranno a farvi parte anche l’Arabia Saudita, l’Egitto, l’Etiopia, l’Iran e probabilmente anche l’Argentina.³

«Gli Undici, ora noti come Brics+ - ci informa Martine Bulard - controlleranno più del 54% della produzione mondiale di petrolio. Questo conferisce loro un certo peso. Nel campo dei metalli rari, ormai divenuti essenziali, i maggiori giacimenti mondiali si trovano in Brasile, in Russia e in Sudafrica, mentre la Cina detiene già due terzi della produzione globale di terre rare. Allo stesso modo, l’Argentina è uno dei maggiori produttori mondiali di grano, soia e carne bovina. Con i cereali russi, lo zafferano e i pistacchi iraniani, il caffè e il sesamo etiopi, le arance e le cipolle egiziane, i Brics+, osserva il ricercatore Sébastien Abis, rappresentano attualmente il 23% delle vendite agricole globali (in termini di valore), rispetto al 16% di inizio secolo».

Se poi al prossimo vertice che si terrà a Kazan, in Russia, sotto la direzione di Putin, saranno accolti anche gli altri 16 paesi che ne hanno fatto richiesta (l’Algeria, Indonesia, Bangladesh, Kazakistan, Venezuela, Nigeria, Vietnam e Bahrain ecc.) l’organizzazione rappresenterà quasi metà della popolazione mondiale. E, poiché: «Si trovano naturalmente connessi con la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) fondata nel 2001 da Cina e Russia… [della quale n.d.r.] fanno parte anche tre membri fondatori del vecchio BRIC – Cina, India, Russia – nonché il neoentrante Iran [e]… il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tagikistan ed il Pakistan», tutti insieme rappresentano anche la quasi totalità della produzione mondiale di petrolio e più di un terzo di quella di gas naturale. Proprio quel petrolio e quel gas i cui mercati che, essendo i loro prezzi quotati in dollari, ne assorbono la gran parte di tutti di quelli che emette la Federal Reserve e grazie ai quali gli Usa possono finanziare buona parte del loro colossale debito di bilancio e commerciale a un costo prossimo allo zero.

Un “privilegio esorbitante”, tanto esorbitante da rendere sempre più vantaggioso importare merci dall’estero anziché produrle in patria. La produzione manifatturiera americana ammonta ormai a circa il 16 per cento di quella mondiale e per la maggior parte fa capo al cosiddetto complesso militare-industriale e a quello energetico; quest’ultimo soprattutto grazie alla produzione di petrolio e gas di scisto e poca altra roba; per il resto è solo finanza e servizi.

Ma, per quanto possa apparire paradossale, è proprio da questa contraddizione tutta interna al processo di accumulazione del capitale statunitense che si origina la fuga dal dollaro. Facciamo l’esempio di un paese che esporta petrolio sul mercato internazionale e riceve in cambio dollari. Qualora avesse bisogno di acquistare trivelle per i suoi pozzi petroliferi quei dollari sarebbero del tutto “inesigibili” perché gli Usa non producono trivelle ma solo titoli finanziari derivati dal dollaro ( Treasury bond, azioni societarie, obbligazioni ecc. ecc.). Se ha proprio bisogno delle trivelle dovrà rivolgersi alla Cina. Allora non sarà più “funzionale” accordarsi con la Cina per regolare il loro interscambio con le rispettive monete nazionali che accumulare titoli del debito pubblico e privato degli Stati Uniti? Un debito, peraltro che sa solo il cielo se e quando potrà essere ripagato con una corrispondente quota di ricchezza reale.


Il macigno del debito Usa

Oggi il passivo netto accumulato dagli Usa verso l’estero ammonta a circa 18 mila mld di dollari per la gran parte sotto forma di buoni del tesoro americani in mano a diversi paesi, fra cui più di uno come Cina, Arabia Saudita e, seppure per una piccola parte, la Russia tutti facenti parte dei Brics. 

Per maggiori dettagli sul debito pubblico Usa diamo la parola all’ex membro del Council of Economic adviser della Casa Bianca e consulente della Federal Reserve e del FMI, l’economista Nouriel Roubini: «… Negli Stati Uniti - scrive - il pacchetto di aiuti di 1900 miliardi per il Covid-19 approvato nel 2021, oltre alle poderose misure di stimolo varate durante la presidenza Trump, ha aggiunto 4500 miliardi di debito al debito pubblico del 2019…Dopodiché l’amministrazione Biden ha programmato altri 3000 o 4000 miliardi in infrastrutture e spesa sociale che saranno solo in parte finanziati da un aumento delle tasse… La somma del debito pubblico e privato negli Usa durante l’attuale ripresa in tempo di pace ha superato il record segnato durante la Grande depressione e il picco dopo l’accumulazione avvenuta durante la Seconda guerra mondiale… È una tendenza spaventosa e senza precedenti».

Che è esattamente quanto, già nel 2014, sosteneva il consigliere economico del Cremlino Sergeij Glazijev per consigliare ai detentori di dollari e dei loro derivati di liberarsene il prima possibile. Scriveva: «Il collasso del sistema finanziario statunitense [che ne conseguirebbe n.d.r.] infliggerebbe indubbiamente gravi perdite. Ma le perdite subite…risulterebbero comunque molto più lievi rispetto a quelle causate dalla strategia geopolitica portata avanti da Washington dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. E le ripercussione negative tanto meno pesanti quanto più rapidamente si verificherà il collasso del mercato obbligazionario Usa. L’implosione della piramide finanziaria costruita sul dollaro fornirebbe inoltre l’opportunità di riformare il sistema finanziario internazionale su basi di giustizia e rispetto degli interessi di tutti».


Un semplice calcolo

D’altra parte, il calcolo è molto semplice: se da un lato cresce senza sosta il debito e dall’altro diminuisce la capacità di generare una proporzionale quantità di ricchezza reale necessaria per ripagarlo, è evidente che alla lunga il default è ineluttabile per cui chi può fugge dal dollaro il più lontano possibile. Non solo i Brics ma anche molti paesi africani. Ci informa ancora Halevi: «Il problema del dollaro è sentito ben oltre il gruppo dei BRICS. Una spiegazione molto chiara di ciò è contenuta in una serie di interventi di William Ruto, Presidente del Kenya, paese che non è nel novero dei candidati ai BRICS. Nel suo discorso di giugno, durante la visita ufficiale nell’ex colonia francese confinante di Gibuti, Ruto ha affermato che non si capisce perché il commercio tra il Kenya e Gibuti debba effettuarsi in dollari. "Usiamo pure i dollari per gli scambi con gli Stati Uniti ma non tra di noi", ha affermato William Ruto, sottolineando di aver richiesto alla Afreximbank, cui partecipano cinquanta Stati del continente, di regolare le transazioni interafricane tramite le monete locali».


Peggio del 1929

L’idea è che scappando dal dollaro si potrà dar vita a un nuovo "sistema finanziario internazionale su base di giustizia e rispetto degli interessi di tutti" e limitare le perdite derivanti dal crollo di quello attuale. In realtà quello che si annuncia è qualcosa di più del solo fallimento del sistema finanziario internazionale a guida Usa. Per l’insanabilità e la profondità delle contraddizioni che vi sono in esso incistate - che poi sono quelle proprie del processo di accumulazione del capitale - quella che si annuncia sarà una crisi senza precedenti nella storia del capitalismo moderno, per molti versi più devastante di quella del 1929. Allora scrive ancora Roubini: «Per quanto il cielo fosse cupo, sotto certi aspetti essenziali eravamo più sani… con le file lunghe interi isolati per ottenere una scodella. Perché? L’economia globale vacillò ma non crollo… Le nazioni industriali avevano poco debito e tanto spazio per crescere ancora.»¹⁰ Oggi: «Vorrei che non fosse così ma la Madre di tutte le catastrofi debitorie sembra inevitabile, o attraverso l’inflazione o per un default vero e proprio. Scegliete il vostro veleno… Stiamo sfrecciando incontro al disastro su binari ben lubrificati... Chiunque si illuda che un collasso di queste dimensioni danneggerà soltanto debitori e creditori, chi presta e chi prende in prestito… dovrebbe ricordarsi di quanto rischio ci sia oggi al mondo, non solo rischio economico e finanziario ma anche geopolitico… Il default e le armi di distruzioni di massa sono pericolosi compagni di letto»¹¹.

Ora, se si pensa che la crisi del 1929 fu comunque superata definitivamente soltanto grazie alle immani distruzioni provocate dalla Seconda guerra mondiale, altro che "nuovo sistema finanziario internazionale"! Qui si prospetta un ulteriore salto della guerra imperialista permanente verso lo scontro diretto fra le diverse potenze imperialistiche con il rischio tutt’altro che infondato che il pianeta che ci ospita - come già avvertiva Kant - diventi "il grande cimitero dell’umanità".

Per evitare che accada, non basta abbattere la dittatura del dollaro, occorre farla finita con questo infame modo di produzione ormai divenuto sotto ogni profilo criminale e criminogeno.

 

[1] Dal discorso al Congresso 15 febbraio 2006 il senatore repubblicano Ron Paul: Cit. tratta da: Paolo Conti e Elido Fazi - Euroil – Fazi editore – pag. 41

[2] Cit. tratta da: Martine Bulard – Quando il sud si afferma – Le Monde Diplomatique- ott. 2023.

[3] Quest’ultima solo nel caso non dovesse vincere alle prossime elezioni politiche nessuno dei due candidati della destra, entrambi contrari all’ingresso del paese nei Brics – n.d.r.

[4] M. Bulard - art. cit.

[5] J. Halevi - I brics all’attacco di Bretton Woods

[6] Cfr: G.P. – Sul declino degli Usa e l’inasprirsi della guerra imperialista permanente

[7] Nouriel Roubini – La grande catastrofe – Ed Feltrinelli 2023 -pag 74.

[8] S. Glaijev- Argumenti Nedeli- 10 giugno 2014- Cit. tratta da: G. Gabellini – Krisis- Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense. Ed. Mimesis – pag.351.

[9] Art. cit.- nota n.5.

[10] Op. cit. pag. 52

[11] Ib. pag. 49 e 50