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In queste ultime settimane l’Iran è stato teatro di un’ondata di proteste che sta mettendo a dura prova la tenuta della Repubblica Islamica degli Ayatollah. Le prime manifestazioni di piazza sono iniziate il 28 dicembre 2025 nella città di Mashhad, una metropoli di ben sei milioni di abitanti che si trova nel nord est del dell’Iran, quasi ai confini con il Turkmenistan, per poi estendersi a valanga in tutto il resto del paese, compresa la capitale Teheran. Nei principali centri urbani del paese i manifestanti hanno invaso strade e piazze, per protestare contro una situazione economica e sociale sempre più drammatica. Non una sola città è rimasta esclusa da questa ondata di manifestazioni. La repressione statale, guidata dai famigerati Guardiani della Rivoluzione è stata feroce, tanto che dalle poche informazioni che sono filtrate dal paese, isolato dal resto del mondo anche a causa dell’oscuramento di Internet, si parla di parecchie migliaia di morti tra i manifestanti. Col pretesto di difendere i manifestanti dalla violenza statale, Trump sta minacciando di attaccare militarmente l’Iran, un paese strategico per gli equilibri mediorientali e che da decenni è nel mirino degli Stati Uniti.
L’ondata di proteste che ha incendiato il paese, unitamente alle minacce degli americani di attaccarlo militarmente, fa dell’Iran una sorta di cartina di tornasole utile sia per la comprensione della crisi economica che investe il capitalismo da decenni sia per dipanare le contraddittorie dinamiche di scontro tra le grandi potenze imperialistiche su scala globale. Infatti, possiamo comprendere le ragioni economiche e sociali che hanno spinto milioni di iraniani a scendere in piazza, sfidando la violentissima repressione dei preti al potere, solo se consideriamo il contesto internazionale in cui è inserito l’Iran, un paese cardine nello scontro imperialistico in atto tra gli Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro.
La cattura di Maduro e sua moglie non risolve la questione venezuelana, anzi per molti versi le incognite che gravano sul futuro del paese sono più pesanti di prima.
Neanche il tempo di brindare per l’inizio del nuovo anno e scambiarsi i soliti auguri per un 2026 finalmente di pace, salute e serenità, che tali auspici sono stati drammaticamente ed inesorabilmente smentiti dalla dura realtà del capitalismo. Mai come in questa fase storica è strettissimo il legale tra capitale e guerra, tanto che i due termini stanno diventando quasi dei sinonimi.
All’alba del tre gennaio decine di aerei ed elicotteri, centinaia di uomini della Delta Force americane hanno prelevato dalla propria residenza di Caracas il presidente venezuelano Maduro e sua moglie Cilia Flores per condurli in carcere a New York. Dopo mesi di minacce, il presidente Trump, senza la preventiva autorizzazione del Congresso, ha dato il proprio consenso per arrestare il suo omologo venezuelano e sua moglie per farli processare da un tribunale di New York con l’accusa di narcotraffico. Non saremo certamente noi a difendere Maduro e i suoi accoliti per le repressioni e lo sfruttamento selvaggio a cui sottopone il proletariato venezuelano, ma l’accusa di essere a capo di un’organizzazione criminale che inonda gli Stati Uniti di sostanze stupefacenti è la solita foglia di fico che serve a poco per nascondere i reali motivi di questa ennesima operazione militare statunitense. Il Venezuela, a detta dei principali esperti di narcotraffico, rappresenta una piccolissima percentuale sia nella produzione che nello spaccio di sostanze stupefacenti, altri sono i paesi del Sudamerica, in primis la Colombia, che fanno della produzione di cocaina ed altre droghe una delle principali voci della propria economia.
Dal punto di vista capitalistico anche la vita in sé ha valore solo e in quanto strumento di produzione e/o mezzo di estrazione del plusvalore
Basta dice la morte ai tiranni, ho mangiato a sazietà, così il poeta palestinese Marwan Mahhoul nella sua bellissima poesia New Gaza¹. Purtroppo - aggiungiamo noi - non è così per sua maestà il capitale per il quale, invece, la permanenza della guerra, con il suo carico di morte e distruzioni, è divenuta già da diverso tempo una sua condizione esistenziale.
Infatti, da quando la “fabbrica della finanza” ha preso il sopravvento su quella dell’industria, una parte crescente del capitale finanziario anziché essere trasformato in capitale industriale per la produzione delle merci, funge da base di partenza per la produzione di altro capitale finanziario sotto forma di capitale fittizio. Non genera plusvalore non contribuendo in alcun modo alla sua estorsione mediante la produzione di merci ma lo stesso se ne appropria. Se ne appropria tramite la speculazione finanziaria, il controllo monopolistico dei mercati delle materie prime, degli interessi che genera quando è dato in prestito e così via, ma sempre per via del tutto parassitaria.
| Pubblicato il Quaderno N. 3, Settembre 2025, Necessità del comunismo | ![]() |
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Prefazione a cura di Carmelo Germanà
Nuovamente l’umanità si trova ad un bivio tra la possibilità di andare incontro ad un disastro di portata inimmaginabile oppure di cambiare il corso degli eventi in modo radicale. Già nel passato tale dilemma si è posto e il risultato fu la catastrofe della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. La rivoluzione russa del 1917 tentò per la prima volta l’assalto al cielo da parte della classe operaia per indirizzare l’umanità verso una società di giustizia e uguaglianza abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma ciò si infranse ben presto contro lo scoglio dell’isolamento e dell’ostilità delle principali potenze imperialiste mondiali. Lo stalinismo al potere decretò il definitivo tramonto del sogno rivoluzionario e l’affermarsi di un capitalismo di Stato totalitario e antiproletario.
Oggi, la guerra permanente a pezzetti in corso da decenni, rischia di trasformarsi nuovamente in guerra generalizzata, con l’aggravante di rendere potenzialmente impraticabile la vita sul pianeta dato l’immenso sviluppo tecnologico indirizzato in gran parte al servizio delle armi e della guerra. La catastrofe è la prospettiva a cui il capitalismo ancora una volta ci sta conducendo. E’ nel DNA del capitale e del suo processo di accumulazione schiacciare, come un rullo compressore, qualunque ostacolo si trovi sul proprio cammino pur di sopravvivere alla propria irreversibile decadenza. Che si tratti di uomini o della natura non importa: ciò che conta per questo criminale sistema è il profitto, il Dio denaro, scopo e fine di ogni cosa.
Il 16 giugno 2025 è venuto a mancare il nostro compagno Umberto Paolucci.
Umberto era nato il 2 dicembre 1943, nel cuore della Seconda guerra mondiale, in una Foggia devastata dai bombardamenti delle forze anglo-americane. Ha trascorso la sua infanzia in Puglia e come molti bambini dell’epoca ha passato molte ore della giornata a giocare tra le macerie della città distrutta. Quando il padre, macchinista delle ferrovie dello stato, è stato trasferito in Calabria, la famiglia lo ha seguito andando a vivere a Catanzaro Lido a pochi passi da quel mare Ionio che vedrà Umberto diventare uomo e militante comunista. Meglio sarebbe dire prima comunista e poi uomo, si perché Umberto è diventato comunista prima ancora di essere un adulto. Nonostante il trasferimento in Calabria, Umberto non ha mai perso il legame con la sua terra natia, fatto di ricordi e di continui ritorni verso i luoghi felici della sua infanzia.
Nei primi anni Sessanta la città di Catanzaro era diventata un piccolo laboratorio politico ed in questo contesto che Umberto ed altri giovani catanzaresi si avvicinano al marxismo rivoluzionario. Un approccio agli ideali del comunismo, quello di Umberto, sempre improntato allo studio dei classici del marxismo e alla continua ricerca della conferma di quelle teorie nel contraddittorio operare del capitalismo. Se possiamo sintetizzare l’essere comunista di Umberto in due parole, queste sarebbero: istintivamente e consapevolmente sempre dalla parte dei proletari e contro ogni forma di sfruttamento degli uomini da parte di altri uomini. Il percorso di formazione e orientamento politico si completa nella seconda metà degli anni Sessanta del 900 quando Umberto aderisce al Partito Comunista Internazionalista – Battaglia Comunista.