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La battaglia politica apertasi, in Italia, in vista dell’appuntamento referendario di fine marzo ‘26, oltre il merito dei quesiti, pone immediatamente quelle questioni ideologiche sullo Stato e sulla dialettica dei suoi poteri che non possono essere tralasciate dalla nostra critica. Lo Stato al servizio del cittadino ed espressione della volontà del popolo rappresentano una doppia menzogna da un punto di vista materialistico e classista; popolo e cittadino non hanno alcun significato sociale fuori da quel collocamento di classe tanto osteggiato della narratizione interclassista, a destra come a sinistra, che è anche base teorica che fa il salto di qualità nella prospettiva dello Stato come regolatore del conflitto sociale o, come diremmo noi nel declinare la seconda menzogna, come arbitro della lotta di classe. Ha gioco facile, a questo punto, indugiare sulla tutela di una “giusta” dialettica tra i poteri.
Per la critica rivoluzionaria ed anticapitalista, lo Stato (in tutte le sue parti costituenti) è strumento di esercizio del potere della classe dominante sulla classe dominata, sul proletariato in epoca borghese, persino quando lo stesso Stato recepisce le auspicabili conquiste sociali della classe dominata entro l’alveo dell’accumulazione capitalistica (se non come ulteriore slancio). La repubblica non è stata da meno rispetto al fascismo da cui peraltro ha ereditato assetti di potere. Il contenzioso tra repubblica e fascismo si ripropone oggi con l’annosa polarizzazione politica che il Referendum - tra l’altro - fa esplodere con la netta contrapposizione Sì/No.
La genesi del fascismo come argine alla lotta del proletariato degli anni ‘20 del secolo scorso - e alla costituzione del Partito Comunista d’Italia – deve tenerci lontano da facili allarmismi ma non estranei alla critica della cosiddetta deriva autoritaria dell’esecutivo. Se oggi, a detta dei sostenitori del No, il governo vorrebbe assoggettare la magistratura, è da tempo che il governo si sostituisce al parlamento come potere legislativo. È evidente che quella “giusta” dialettica tra i poteri viene ricomposta e sottoposta a coercizioni. La crisi del modo di produzione capitalistico che inevitabilmente è anche la crisi dei bilanci statali che proietta il governo oltre i suoi confini illuministici. La crisi del capitalismo è inasprimento della battaglia nello stesso seno della classe dominante e la magistratura, con o senza referendum, non si è mai tirata indietro ai momenti decisivi di una lotta di potere. Ma la crisi economica è anche crisi di consenso e lo scollamento sociale, oggi manifesto del rifiuto individualistico, rappresenta, allo stesso tempo, uno dei prodotti più genuini della società borghese e un problema di tenuta sociale: poter contare su una magistratura pronta ad intervenire contro le insubordinazioni è di stretta necessità per il governo.
Il proletariato, tuttora tempestato da menzogne sullo Stato, chiamato al voto contro i propri interessi storico-sociali e arruolato in un esercito di individualisti che, a ragione, non crede più nel futuro prospettato, non si rende ancora fautore di una storica alternativa. Chiamiamo all’astensione non per arruolarci, a nostra volta, nell’esercito di cui sopra, per il quale la politica è ormai inutile, ma per affermare il disfattismo rivoluzionario, verso le disposizioni della borghesia, e la preparazione di una autonomia politica di classe. La crisi del modo di produzione capitalistico travolge e stravolge l’assetto statuale e non è la prima volta; lo stravolgimento significa anche possibilità di superamento laddove lo stravolgimento è manifesto di contraddizioni. Ma la magistratura non difenderà mai, con o senza fermo preventivo, i rivoluzionari nell’esercizio delle loro volontà contro lo Stato capitalista e cercherà in ogni modo di contrastare la lotta del proletariato per il comunismo.