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Le provocazioni di Trump sono il sintomo della crisi dell’America, la Cina ne prende atto e risponde senza clamore ma con i fatti
L’aggressività a trecento sessanta gradi dell’imperialismo americano fa passare piccoli e indifesi i suoi concorrenti. In realtà, al di là delle apparenze, al declino del capitalismo statunitense corrisponde l’avanzata di altre potenze in ascesa e della Cina in particolare. Le dinamiche che caratterizzano il movimento dei due maggiori capitalismi del pianeta si presentano con caratteristiche differenti nella forma ma identiche nella sostanza, cioè nell’obiettivo di sostenere il proprio processo di accumulazione del capitale con ogni mezzo, o meglio con gli strumenti che ognuno ha a disposizione nell’attuale contesto storico.
Se gli Stati Uniti d’America rappresentano il capitalismo maturo emblema del mondo occidentale, dall’altra parte la veloce e dirompente ascesa della Cina simboleggia un capitalismo il cui processo di accumulazione originario ha avuto luogo tardivamente e in tempi più recenti. La conseguenza di questi fattori determinanti sono la causa di quanto è sotto gli occhi di tutti: l’involuzione della prima potenza imperialista le cui contraddizioni sono venute a maturazione nel corso del suo lungo periodo di supremazia e di gestazione della crisi; di contro, l’emergente forza del Celeste Impero che punta a contenderne la supremazia. Ma che comunque, come è insito nel capitalismo, non mancherà in futuro di manifestare le stesse contraddizioni di crisi, che peraltro già ora si avvertono.
Tra i vari aspetti contraddittori che evidenziano il processo di accumulazione capitalistico su scala allargata, condizione necessaria per il normale funzionamento del sistema, vi è la piaga della caduta del saggio medio del profitto che colpisce il capitalismo maturo, dal momento che l’alta composizione organica del capitale fa sentire i suoi effetti negativi. Quando, malgrado l’incremento dello sfruttamento, il plusvalore estorto ai lavoratori non è più sufficiente a remunerare il capitale monetario investito dall’impresa. Tutto ciò ha comportato a partire dagli anni settanta il decentramento produttivo e la finanziarizzazione dell’economia americana. Al contempo la Cina è diventata la fabbrica del mondo e ha contribuito a sostenere il capitalismo mondiale nella sua lunga parabola discendente. Attenuando, con alti e bassi, l’irreversibile crisi sistemica dell’economia capitalista. Oggi, lo stesso processo di sostituzione della forza lavoro con le macchine corre veloce, soprattutto in Cina, primo paese al mondo per applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi con il maggior numero di fabbriche completamente automatizzate. Pertanto la stessa strada regressiva, i cui effetti non tarderanno a palesarsi in un tempo a venire, sta percorrendo l’imperialismo cinese.
L’enorme debito pubblico Usa
La deindustrializzazione degli Usa e il sopravvento della finanza ha prodotto la concentrazione della ricchezza in poche mani e aumentato enormemente la precarietà e la povertà. Il privilegio di avere la principale borsa globale a New York e il dollaro, la moneta più utilizzata negli scambi internazionali e la maggiore valuta di riserva delle banche centrali, ha permesso alla borghesia parassitaria americana di ricavare una enorme rendita e di produrre capitale fittizio a dismisura. Metodi, oltre al decentramento produttivo, attraverso i quali rastrellare plusvalore dallo sfruttamento del proletariato in ogni angolo del pianeta.
Di contro, tutto questo ha reso gli Stati Uniti il paese più indebitato al mondo con un debito pubblico a gennaio 2026 di 38.500 miliardi di dollari, pari a circa il 124% del PIL, e interessi annui da sborsare di oltre 1.000 miliardi di dollari. Mentre nel 2025 il disavanzo commerciale si è chiuso con un rosso da record di circa 1.100 miliardi di dollari. A dimostrazione che i dazi di Trump non hanno avuto effetti positivi per l’economia, rimarcando la debolezza e la poca competitività dell’industria statunitense sul mercato internazionale, a parte alcuni settori dell’alta tecnologia.
Rispetto allo strapotere del passato, quando l’imperialismo americano era l’unica e incontrastata super potenza, le crepe apertasi nel frattempo al proprio sistema di dominio ne hanno accentuato l’aggressività.
Caratteristica che contraddistingue il declino di tutti i grandi imperi della storia.
L’amministrazione Trump e le turbolenze che ne segnano l’azione sono il sintomo di un disagio profondo che attraversa la società e l’economia di quel paese. Al contrario del pacifismo sbandierato dall’inquilino della Casa Bianca, l’opzione militare, o quantomeno la minaccia armata, contro chiunque non è allineato ai suoi voleri rappresenta un rischio costante per la Cina e per i suoi alleati BRICS, l’alleanza geopolitica ed economica dei paesi emergenti che ormai rappresenta quasi il 50% della popolazione e del PIL mondiale.
La preoccupazione dell’élite americana è quella di vedere intaccata la rendita e il signoraggio del dollaro. Cosa che causerebbe un terremoto per la finanza pubblica e la collocazione dei titoli di debito sul mercato internazionale. Tuttavia è ancora solida l’egemonia del dollaro: le transazioni globali avvengono per 88% - 89% tramite il biglietto verde; mentre come valuta di riserva costituisce il 56% - 59% del totale, malgrado il sensibile calo rispetto alle vette di oltre il 70% raggiunte nei primi anni 2000.
Nondimeno la concorrenza è agguerrita e se nessuno pensa di scalzare il dollaro certamente avere delle alternative è diventata una irrinunciabile necessità.
L’ascesa della Cina spaventa gli Usa
I numeri della crescita dell’economia cinese negli ultimi decenni sono impressionanti, mai era avvenuta una cosa del genere nella storia del capitalismo. Anche se i dati ufficiali vanno presi con le pinze per la metodologia di calcolo, comunque il PIL della Cina lo scorso anno è stato di circa 20.000 miliardi di dollari con una crescita del 5% su base annua, sebbene molto inferiore rispetto al passato sempre considerevole e inimmaginabile per le economie occidentali; contro gli oltre 30.000 miliardi di dollari degli Usa con un tasso di crescita del 2%. Viene da dire ancora una bella differenza malgrado tutto. Però se conteggiati i dati più realisticamente attraverso il criterio della parità del potere d’acquisto (PPA), ovvero compensando in dollari internazionali i livelli dei prezzi tra i vari paesi, secondo il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale il PIL della Cina supera i 41.000 miliardi di dollari, ben oltre quello americano (fonte: worldometer.com).
Inoltre, considerando l’economia reale e non l’aspetto finanziario che caratterizza l’economia statunitense, quindi la produzione della ricchezza di merci e servizi vediamo un ribaltamento rispetto al passato. Nel 1970 la produzione industriale degli Stati Uniti era la più grande del mondo e rappresentava circa il 25-30% del totale globale. Meno del secondo dopoguerra quando la loro percentuale raggiungeva il 50%, ma va considerato che le economie dei paesi che parteciparono al conflitto furono distrutte mentre quella americana rimase intatta. Oggi la produzione manifatturiera Usa costituisce il 15-16% del totale.
La Cina, viceversa, nel 1970 era una economia prevalentemente agricola e la sua quota nella produzione manifatturiera globale era intorno al 3-4%. Attualmente tale rapporto supera il 30% e si stima che sia in costante crescita. A conferma del ruolo dominante dell’industria cinese è l’enorme surplus commerciale che ha raggiunto il record storico di 1.189 miliardi di dollari nel 2025. L’economia della Repubblica Popolare Cinese è diventata una delle più tecnologiche e sviluppate al mondo, se non la più avanzata in assoluto, all’avanguardia in tutti i campi: dalla ricerca e sviluppo, alla produzione industriale in tutti i settori, alla robotica, nell’ingegneria aerospaziale ecc.
Risultati strabilianti ottenuti non attraverso la favola del libero mercato, fandonia non valida nemmeno nei paesi occidentali raccontata dagli economisti borghesi, ma nel caso del celeste imperialismo per l’intervento e il rigido controllo delle leve del potere e dell’economia del partito-stato. Le principali istituzioni finanziarie sono di proprietà statale, dalla banca centrale alle quattro maggiori banche commerciali, tra le più grandi al mondo, come allo stato appartengono una parte significativa dei colossi industriali e commerciali. In sostanza il fantomatico Partito Comunista Cinese, a tutti gli effetti partito capitalista e nazionalista, non vincolato da risultati da raggiungere nel breve periodo, ha potuto fissare obiettivi di sviluppo rapidi in tempi relativamente dilatati, facendosi campione dei successi del capitale nazionale e allo stesso tempo mettendo in campo misure feroci di sfruttamento e repressione del proprio proletariato.
Ma come si diceva precedentemente tutto ciò che luccica non è oro, le contraddizioni capitalistiche cominciano a farsi sentire anche in Cina: sovrapproduzione industriale, inattività degli impianti utilizzati appena sopra il 74%, guerra dei prezzi tra le aziende e conseguente calo dei profitti, insufficienza della domanda interna, sono solamente alcuni aspetti delle incrinature del sistema. Di conseguenza il debito pubblico e privato sono aumentati enormemente, in quanto lo stato è stato costretto a intervenire pesantemente per stimolare e sostenere finanziariamente le imprese e i consumi. Esattamente ciò che qualsiasi stato capitalista mette in atto per supportare l’economia in difficoltà. Di socialismo e tanto meno di comunismo non c’è la benché minima traccia.
Il nemico numero uno è la Cina
Gli investimenti cinesi in tutti i continenti sono notevoli, soprattutto in Africa, e sono vincenti sul piano dell’interscambio economico. Gli Stati Uniti non possono competere su questo piano e hanno sempre dimostrato di essere una potenza imperialista predatoria e violenta. Contrariamente Pechino, non avendo un passato coloniale, non usa la forza nelle relazioni che instaura con gli altri paesi, non si intromette nei loro affari interni, consapevole di prevalere nelle interazioni commerciali esportando merce e servizi infrastrutturali. Questo in realtà è imperialismo, in forma più morbida e non aggressiva, che certamente contribuisce allo sviluppo dei territori più arretrati, ma si tratta sempre di esportazione di capitale, di sfruttamento delle risorse e della manodopera locale, di prestiti con i relativi interessi e altro ancora stabilendo un rapporto di dipendenza delle controparti.
Ma ciò che preoccupa maggiormente Washington è che a tutto questo si accompagna la volontà della Cina di ridimensionare il ruolo del dollaro per incrementare quello dello yuan, rendendolo più vantaggioso e appetibile. Nell’Africa subsahariana il peso del debito ha raggiunto la cifra record di 90 miliardi di dollari nel 2026, costituito dai cosiddetti “costi di servizio”, vale a dire la somma del rimborso del capitale e degli interessi. Siccome oltre il 70% del debito africano è denominato in dollari, Pechino sta giocando le proprie carte monetarie rendendo disponibile la convertibilità del debito in yuan per chi lo desidera. Per esempio: “Il Kenya, hub economico dell’Africa orientale, ha appena annunciato un risparmio di 167 milioni di dollari dopo la conversione da dollaro a yuan dell’ultima rata semestrale di tre prestiti da 5 miliardi di dollari contratti con la Cina per la costruzione di una linea ferroviaria: Nairobi ha rimborsato alla banca cinese Exim bank l’equivalente di 290,7 milioni di dollari contro i 457,4 milioni versati nello stesso periodo dell’anno scorso”.¹
Sempre in questa direzione va la recente dichiarazione del presidente cinese contro la dittatura del dollaro affermando che anche il suo paese ha i requisiti economici e demografici per svolgere un ruolo di primo piano nello scenario internazionale: “Secondo il Financial Times Xi avrebbe dato ordine di trasformare il Renminbi in una moneta di riserva mondiale e da usare per gli scambi internazionali. Una notizia di portata storica che pone le premesse per la sostituzione del dollaro statunitense”.²
Le minacce di Washington e la reazione di Pechino
La crisi del debito e del quadro socioeconomico spinge il governo americano e dei principali paesi capitalisti verso il militarismo. Prima il conflitto commerciale di Trump con il mondo, poi il rapimento del presidente venezuelano Maduro e le minacce alla Groenlandia, a Cuba, al Messico, all’Iran e così via, indicano lo stato di fibrillazione dell’imperialismo yankee, il capofila di un capitalismo in dissesto, marcio e guerrafondaio. Un clima bellicista che vede contrapposti i vari imperialismi, in particolare quello cinese che certamente non potrà sempre fare buon viso a cattivo gioco. Ne è una dimostrazione la cattura di Maduro lo scorso 3 gennaio, sebbene sottotraccia e senza fare rumore, i media praticamente non ne hanno parlato, Pechino, oltre alla condanna diplomatica, si è mossa con fermezza attuando contromisure alla provocazione statunitense diretta chiaramente contro gli interessi cinesi e dei BRICS fautori di un mondo multipolare.
Le informazioni fornite da Kurt Grötsch, un analista tedesco con intensi rapporti con la Cina, sono molto interessanti. Tutti i paesi che non avessero riconosciuto alcun governo fantoccio imposto dagli Stati Uniti al Venezuela avrebbero ottenuto condizioni commerciali preferenziali con la Cina. In particolare tra le misure adottate risalta la seguente: “Il 5 gennaio il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese ha annunciato l’espansione della sua capacità operativa per assorbire qualsiasi transazione globale che cercasse di aggirare il sistema SWIFT, controllato da Washington… La risposta è stata immediata e massiccia: nelle prime 48 ore di operatività, sono state elaborate transazioni per un valore di 89 miliardi di dollari. Le banche centrali di 34 paesi hanno aperto conti operativi nel sistema cinese, a simboleggiare un’accelerazione della de-dollarizzazione di una delle più importanti fonti di finanziamento statunitensi”.³
Un’altra risposta significativa è stata della Banca Popolare Cinese che ha sospeso temporaneamente i pagamenti in dollari con le principali società della difesa statunitense, congelando di fatto gli scambi. La China National Petroleum Corporation, la più grande compagnia petrolifera statale al mondo, ha comunicato di volere revocare i contratti di fornitura di petrolio con le raffinerie americane per un valore di circa 47 miliardi di dollari all’anno. Le navi cargo cinesi della China Ocean Shipping Company, che controlla circa il 40% della capacità di trasporto globale, boicotteranno i porti americani che approvvigionano le grandi piattaforme di e-commerce americane. Il governo cinese, che controlla il 60% della produzione mondiale di terre rare, ha reso noto restrizioni temporanee sulle esportazioni verso tutti i paesi che hanno sostenuto il rapimento del presidente venezuelano. Altre misure ancora sono state adottate dal governo cinese, senza grandi clamori e in tempi rapidi, per fare capire che la Cina vuole difendere i propri interessi.
Altro nodo strategico di tensioni tra l’imperialismo americano e cinese è l’Iran. Se il Venezuela è importante per Pechino per gli investimenti realizzati e per il petrolio, ancora più rilevante strategicamente è la Repubblica Islamica e l’area mediorientale. La minaccia di Trump di attaccare Teheran apre scenari inquietanti: “L’Iran connette Asia occidentale, Medio Oriente ed Europa; controlla l’accesso al Golfo Persico e allo Stretto di Hormuz; ospita infrastrutture integrabili nella Belt & Road Initiative. Traduzione brutale: è un nodo che la Cina non può permettersi di perdere né di vedere incrinato... Un colpo all’Iran sarebbe per la Cina uno schiaffo con effetti a catena sulla propria credibilità globale”.⁴ l’Iran è il secondo fornitore di petrolio della Cina, accanto a Russia, Arabia Saudita e Iraq. Il Medio Oriente è una zona del mondo strategica per tutti e conseguentemente più instabile, dove lo scontro interimperialistico è per intensità ai massimi livelli.
I tifosi di oggi del “socialismo” in salsa cinese e i nostalgici di ieri
La borghesia internazionale e tutti i suoi giullari profondono tempo e denaro per denigrare il comunismo. Ne hanno decretato la morte con la caduta del cosiddetto “socialismo reale” quasi quarant’anni fa. Eppure insistono con la propaganda per mettere in guardia la classe subalterna, mentre aumenta ovunque la povertà e la moltitudine dei diseredati, dal non farsi traviare: il defunto comunismo è stato un male assoluto e non può esistere altro che il vigente sistema, il capitalismo non è perfetto ma comunque è il migliore dei mondi possibile. Evidentemente hanno una tremenda paura che il putrescente capitalismo possa risvegliare il suo potenziale affossatore: il comunismo. Per i borghesi la stessa Cina, in fondo, è un finto comunismo, prospera il capitale e le disuguaglianze sono altrettanto grandi, se non ancora più gigantesche, rispetto al tradizionale capitalismo occidentale.
Il paradosso è che mentre la classe dominante qualifica il celeste imperialismo per quello che realmente è, cioè capitalismo a tutti gli effetti, tanti intellettuali di sinistra e sedicenti marxisti, parlano di “socialismo con caratteristiche cinesi”, una definizione ridicola e fuorviante. In Cina come nell’ex blocco sovietico il lavoro è ed è sempre stato subordinato al capitale, ovvero lavoro salariato. Finché esisterà il lavoro salariato mai e poi mai si potrà parlare di comunismo ma soltanto di capitalismo, indipendentemente che si tratti di capitalismo “liberista” o di stato. Pechino è il maggiore sponsor del pianeta del libero mercato e della globalizzazione capitalista, spacciare per comunismo questa menzogna significa spargere confusione e remare a favore del capitale.
Una posizione diversa ma altrettanto pericolosa viene espressa da coloro che invece rimpiangono il passato: è il caso del professore Ernesto Screpanti. Egli ci spiega che in Cina dagli anni ottanta si sviluppa il capitalismo perché i lavoratori sono supersfruttati, le aziende pubbliche ristrutturano e licenziano, il settore privato è maggioritario rispetto a quello statale, l’esportazione di capitale all’estero presuppone un espansionismo imperialista. Sostanzialmente il Pcc dopo le riforme di Deng Xiaoping è stato l’artefice dell’accumulazione capitalista. A tale deriva egli contrappone la linea di Mao Zedong indirizzata verso il socialismo, interrotta dalla morte del Grande Timoniere, dalla sconfitta della Rivoluzione Culturale e dall’arresto della “banda dei quattro”. Secondo Screpanti l’economia stava già marciando speditamente: “Il decollo industriale cinese era cominciato già negli anni ’50. Spesso si ignora il fatto che la Cina ha assistito a una ‘costante ed elevata crescita in tutto il periodo post-rivoluzionario’ (Marchetti, 2020), non solo dopo le riforme di Deng. Il tasso di crescita medio annuo del PIL per gli anni ’50, ’60, e ’70, è stato stimato da diversi ricercatori su cifre che si collocano tra il 6% e il 10%…Certo, Il tasso di crescita medio annuo è stato elevatissimo nel periodo 1980-2005. Secondo il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale si è collocato tra il 9,7% e il 10,1%. Certo, elevatissimo, ma non molto più elevato di quello prevalente nei precedenti trent’anni. Perciò si può dire che in sostanza le novità apportate dalle riforme della fine degli anni ’70 si riducono a due: un lieve aumento del tasso di crescita fino alla grande crisi del 2007-9 e una drastica ristrutturazione capitalistica”.⁵
Come dire che lo sviluppo economico poteva procedere restando all’interno del perimetro socialista, senza sfasciare tutto e intraprendere la strada del capitalismo. Ecco, contrabbandare il modello staliniano della collettivizzazione e dell’industrializzazione forzata portato avanti da Mao per socialismo, quando invece si trattava di capitalismo di stato, contribuisce a portare acqua al mulino della controrivoluzione.
Il comunismo finora non è mai stato realizzato sulla faccia della terra, bisogna partire da questa considerazione per rafforzare la possibilità e la necessità di superare il capitalismo. Portare come esempi di alternativa a questo sistema i tanti presunti socialismi realizzati sino a oggi significa ostacolare una possibile ripresa verso la realizzazione di un reale programma anticapitalista.
[1] Alberto Magnani “In Africa il debito innesca la fuga dal dollaro allo yuan” - Il Sole 24 Ore del 7 Febbraio 2026
[2] https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-xi_varca_il_rubicon_e_e_sfida_il_dollaro/29296_65082/
[3] https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32150-redazione-contropiano-venezuela-la-reazione-cinese.html
[4] Giuliano Noci “Anche in Iran l’obiettivo di Trump è l’economia Cinese” - Il Sole 24 Ore del 15 gennaio 2026
[5] https://www.sinistrainrete.info/estero/32242-ernesto-screpanti-sul-modello-economico-e-sociale-cinese.html