Abbiamo 112 visitatori e nessun utente online
Col solito atteggiamento criminale il governo israeliano ha rotto la tregua del 19 gennaio e ripreso a bombardare la popolazione palestinese causando centinaia di morti. Naturalmente i media e la propaganda atlantista, come sempre, hanno tiepidamente evidenziato le responsabilità di Netanyahu e del suo padrino statunitense, per dare risalto alle accuse rivolte contro Hamas. Trump e tutte le amministrazioni americane prima di lui hanno sempre difeso incondizionatamente Tel Aviv, una pedina fondamentale in Medio Oriente, da foraggiare con dollari e armi per i propri fini. A maggior ragione oggi, visti i tempi difficili per l’imperialismo americano in declino.
Dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 fino a prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 il conflitto ha prodotto 35.000 vittime palestinesi. Il 7 ottobre dopo pochissimo tempo dall’inizio del genocidio messo in atto dal governo israeliano, perpetrato sotto gli occhi di tutti e con la complicità delle cosiddette democrazie occidentali, le cose sono andate ancora peggio rispetto all’esodo forzato del 1948: “Dopo un mese e mezzo dal suo inizio questo conflitto è già la più mortale e distruttiva delle pur numerose tragedie della storia del popolo palestinese. Con 14.854 morti a Gaza al 22 novembre, cui vanno aggiunti più di 200 morti in Cisgiordania nello stesso periodo, si supera la soglia dei 15.000 morti, da confrontare con i 13.000 stimati per l’intera Nakba, la «Catastrofe» del 1948. Anche il fatto che almeno il 40 per cento delle vittime di Gaza siano bambini non ha precedenti. E l’esodo di 1,7 milioni di civili all’interno della Striscia di Gaza supera di gran lunga le maree umane della Nakba e dei suoi circa 750.000 profughi.”¹
Introduzione a cura della Redazione
Scegliamo di ripubblicare il testo de I capitali contro il capitale, articolo di G. Paolucci apparso su Prometeo n.9 del 1995, a distanza di 30 anni poiché, già dal titolo, si avverte la necessità di ri-approdare ad una concettualizzazione del modo di produzione capitalistico a partire delle sue più radicali contraddizioni: “in realtà il capitalismo è sempre uguale a se stesso e non sta facendo altro che riorganizzarsi in chiave di auto conservazione secondo le linee di sviluppo dettate dalla legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto”. Vecchio e nuovo allo stesso tempo; continuità della legge generale e novità “delle influenze antagonistiche, che contrastano o neutralizzano l’azione della legge generale”.
La novità tecnologica, quale propulsore di produttività della forza-lavoro, funziona da antagonista finché riesce ad allargare anche la base produttiva ma nel momento in cui agisce perlopiù come alterazione, a favore della quota costante, della composizione organica del Capitale, con una base produttiva allargata, conferma la legge generale aggravandone ulteriormente le crisi che ne derivano.
Mentre parlano di volere la pace in Ucraina, il capitalismo prepara il terreno a nuove guerre di ben altra portata.
Siamo nel quarto anno della sanguinosa guerra imperialista in Ucraina, che ha prodotto milioni di sfollati fuori dai confini nazionali per sfuggire alla furia del conflitto, centinaia di migliaia di morti e feriti e che ha di fatto trasformato il paese in un cumulo di macerie. Secondo gli ultimi dati forniti da varie organizzazioni internazionali la popolazione ucraina si è ridotta in questi anni di conflitto di oltre 10 milioni di persone, scappate nei paesi occidentali limitrofi per sottrarsi alla violenza di una guerra che, come tutte le guerre degli ultimi due secoli, è una guerra che trae le proprie origini dalle profonde contraddizioni in cui si dimena il capitalismo a livello mondiale. Vi è un unico responsabile nel conflitto ucraino ed è il capitalismo che pur di imporre la legge del profitto scatena guerre sull’intero pianeta ed impone a miliardi di proletari condizioni di vita e di lavoro sempre più disumane. Come abbiamo scritto nel nostro quaderno “Alle radici della guerra in Ucraina” il conflitto iniziato il 24 febbraio 2022 è soltanto un capitolo della guerra imperialista permanente che ormai da decenni imperversa ai quattro angoli del mondo¹.
É certo, però, che nulla sarà più come prima. Dietro l’angolo
si annuncia una fase di grande instabilità
politica economica e finanziaria
Entrambi i presidenti degli Usa, l’uscente Biden nel suo ultimo discorso e Trump in quello di insediamento alla Casa Bianca, hanno descritto lo stato dell’economia statunitense come il migliore dei mondi possibili. Trump ha addirittura previsto per l’America una nuova “età dell’oro”. Intanto sbraita contro tutti e tutto e come il lupo della favola di Esopo che, standosene a monte, imputa all’agnello che beve a valle di insudiciare l’acqua del torrente a cui anch’egli si abbevera, accusa il resto del mondo di arricchirsi a spese dell’America esportandovi i suoi surplus commerciali, quando in realtà è il contrario: è l’America che, potendo pagare le sue importazioni con dollari che di fatto si configurano come delle “cambiali senza scadenza”, ne trae il maggior vantaggio.
Ma il vero problema dell’economia americana è il dollaro
Secondo i sondaggi, fra Kamala Harris e Donal Trump doveva essere un testa a testa fino all’ultimo voto; invece è finita con la vittoria netta del tycoon.
Oltre alla presidenza, ha conquistato anche la maggioranza di camera e senato potendo così concentrare nelle sue mani un enorme potere. Ha vinto basando tutta la sua campagna elettorale sulla promessa di riportare gli Usa agli antichi splendori. Make America great again (Fare l’America di nuovo grande) ha ripetuto ossessivamente per tutta la campagna elettorale. Come? Espellendo gli immigrati illegali perché “rubano” il lavoro agli americani; tagliando il budget federale di due trilioni di dollari in due anni, a cominciare da quello relativo alla spesa sociale; imponendo pesanti dazi su tutte le importazioni ivi comprese quelle dai paesi dell’Unione europea e cinesi in modo particolare. E, dulcis in fundo, riducendo ulteriormente le imposte sui profitti in coerenza con il dettato neoliberista secondo cui la maggiore ricchezza accumulata dai più ricchi sgocciola verso gli strati inferiori della società generando così benessere per tutti. Gli hanno creduto, nonostante negli ultimi decenni sia accaduto esattamente il contrario: i ricchi sono diventati sempre più ricchi e la classe lavoratrice sempre più povera.