La democrazia borghese e la libertà di disinformazione: il caso di Julian Assange

Creato: 22 Dicembre 2023 Ultima modifica: 22 Dicembre 2023
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Immaginate un mondo al contrario, un mondo nel quale chi commette atrocità e crimini di guerra è a piede libero, e chi, invece, quelle atrocità e quei crimini li denuncia è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza come se il criminale fosse lui stesso. Ebbene, questo mondo al contrario è, in verità, lo stesso mondo borghese-capitalistico in cui noi tutti viviamo, o “sopravviviamo”, il mondo nel quale gli assassini del video Collateral Murder¹ sono a piede libero, e chi quel video l’ha reso noto è privato della sua libertà da circa un decennio e ora rischia fino a 175 anni di carcere se verrà estradato negli Stati Uniti. Questo è il caso di Julian Assange.

Assange è un giornalista australiano che nel 2006 fonda il sito WikiLeaks, una piattaforma cui è possibile inviare in modo completamente anonimo e sicuro, grazie a un potente sistema di criptografia, documenti ufficiali segreti, censurati o altrimenti limitati, riguardanti guerra, spionaggio e corruzione. Il sito riceve materiale soprattutto dai cosiddetti whistleblower, ovvero persone che lavorano presso agenzie governative o private e che, venute in possesso di documenti su abusi, corruzione, tortura, decidono di denunciare questi crimini. Per garantire la veridicità del materiale WikiLeaks ne assicura, prima della pubblicazione, un’analisi scrupolosa grazie ai contatti con più di 100.000 grandi organizzazioni mediatiche del mondo che finora hanno permesso una perfetta autenticazione dei documenti e una resistenza a tutti i tentativi di censura²: «WikiLeaks è una gigantesca libreria dei documenti più perseguitati al mondo. Diamo asilo a questi documenti, li analizziamo, li promuoviamo e ne otteniamo di più»³, ha dichiarato Assange in un’intervista al Der Spiegel.

I problemi legali per l’attivista australiano cominciano nel 2010 quando, poco dopo la pubblicazione su WikiLeaks di documenti top secret riguardanti crimini di guerra commessi dalle forze armate statunitensi nelle guerre in Afghanistan e in Iraq, la macchina della propaganda occidentale incomincia ad allestire una campagna diffamatoria ai danni di Assange. A partire dalle accuse infondate di stupro di due ragazze svedesi, il fondatore di WikiLeaks è coinvolto in una battaglia legale che lo costringe, nel 2012, al rifugio politico nell’ambasciata ecuadoriana a Londra per evitare l’estradizione in Svezia. Nel frattempo, l’indagine per le accuse di stupro, in parte cadute in prescrizione, continua ad essere lasciata aperta alla fase preliminare: Assange non viene mai interrogato e continua così a vivere in un limbo fino a quando nel 2016 non intervengono le Nazioni Unite che stabiliscono che Svezia e Gran Bretagna hanno assoggettato il giornalista a una 'detenzione arbitraria' e che dovrebbe essere rilasciato. I due Paesi “democratici” ignorano completamente tale decisione, così come le loro rispettive stampe.

Non una riga sull’ipocrisia dei propri governi che, insieme agli altri governi delle “democrazie” occidentali, dichiarano di combattere le pratiche dei Paesi autoritari che ledono la dignità dell’uomo per poi macchiarsi essi stessi di tali pratiche com’è quella della detenzione arbitraria di un individuo. Tutt’altro, la propaganda occidentale continua imperterrita con la sua “libertà di disinformare” contribuendo a distruggere la reputazione di Assange: nel 2016 viene accusato di aver concorso alla vittoria delle elezioni presidenziali di Donald Trump in seguito alla pubblicazione su WikiLeaks di materiale riservato su John Podesta, capo della campagna elettorale di Hilary Clinton. Da allora è nata una campagna che ha cercato di presentare Assange come alleato di Trump, ma non una prova è emersa circa questa “alleanza”, ed anzi lo stesso presidente americano ha fornito la migliore delle controprove: alla fine del suo mandato ha graziato gli autori del massacro di civili nel 2007 a Baghdad (denunciato da WikiLeaks), ma si è assicurato che Assange rimanesse nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove è rinchiuso dal 2019 in seguito alla revoca dell’asilo politico dall’Ecuador cui è immediatamente seguito l’arrestato dall’autorità inglesi in relazione a una richiesta di estradizione degli Stati Uniti stessi. L’accusa? Presunti “crimini informatici” per i quali rischia di rimanere in carcere per il resto dei suoi giorni.

Assange ha tentato più volte il suicidio da quando è stato rinchiuso a Belmarsh, e il rischio è che la sua salute, fortemente minata sia a livello fisico che psicologico, possa crollare prima della sentenza definitiva che deciderà della sua estradizione o meno, e, dunque, della sua vita stessa. Questo è il prezzo per aver messo a nudo terribili verità come i crimini di guerra in Afghanistan e in Iraq o le torture praticate su persone arrestate anche per sbaglio nel caso Guantanamo, così come verità meno terribili come i continui casi di corruzione legati a interessi politici ed economici da cui quelle stesse guerre scaturiscono. Questo è il prezzo della libertà di informazione nella “democrazia della disinformazione” in cui uccidere è regola, denunciare è crimine: “colpirne uno per educarne cento” questo è il monito che l’imperialismo occidentale -esattamente come i suo avversari con i loro critici- con il caso Assange ha mandato a chiunque voglia macchiarsi del “crimine” di dire la verità; di non allinearsi alla propaganda della disinformazione borghese buona solo a nascondere le atrocità della guerra imperialista permanente divenuta ormai, insieme al crescente sfruttamento del proletariato mondiale, la condizione fondamentale per la conservazione di questo sistema capitalistico, altrimenti degno solo di finire nella peggiore, e in alcun modo riciclabile, spazzatura della storia.

[1] WikiLeaks' Collateral Murder: U.S. Soldier Ethan McCord

[2] What is WikiLeaks

[3] https://www.spiegel.de/international/world/spiegel-interview-with-wikileaks-head-julian-assange-a-1044399.html/a>

[4] Tutte le tappe del caso Assange, in «Adnkronos», 11 aprile 2019

[5] S. Maurizi, Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks, Chiarelettere, 2021.