L'opera-vita di Antonio Gramsci

Creato: 06 Febbraio 2026 Ultima modifica: 07 Febbraio 2026
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 42

di Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini

978880626587HIGPubblicato da Einaudi nel dicembre 2025 il corposo volume dei due studiosi francesi ha l’indubbio merito di ripercorrere l’intera vicenda umana ed intellettuale di Antonio Gramsci senza mai scadere nell’agiografia, come purtroppo è accaduto anche nel recente passato ad altri studiosi. E già questo non è una cosa da poco se consideriamo che Gramsci è stato più volte oggetto di operazioni agiografiche. In tale senso è emblematica la vergognosa mistificazione togliattiana dei Quaderni, oggetto di tagli e censure funzionali alla linea politica dell’immediato secondo dopoguerra, fino alle più recenti pubblicazioni ad essi dedicate nelle quali l’opera di Gramsci è servita per giustificare le scelte politiche del partito “comunista” e le capriole di molti intellettuali.
Il volume, di oltre 500 pagine, è suddiviso in tre parti nelle quali l’opera vita di Gramsci viene analizzata cronologicamente in tre macro-periodi. La prima parte, “Formazione di un intellettuale socialista”, copre un arco temporale di otto anni, dal 1911, che segna l’arrivo di Gramsci a Torino, fino al 1919. La seconda parte del libro è dedicata al “Militante rivoluzionario” ed analizza le vicende gramsciane nel periodo che va dall’esperienza dell’Ordine Nuovo del 1919 e dell’occupazione delle fabbriche torinesi fino al suo arresto avvenuto nell’autunno del 1926. Infine, la terza ed ultima parte, quella più corposa che occupa la metà dell’intero volume, è dedicata al “Prigioniero”. Si occupa degli ultimi 11 anni della vita di Gramsci fino alla sua morte avvenuta nell’aprile del 1937 e ripercorre le drammatiche vicende carcerarie e lo sforzo intellettuale che si concretizza nel laboratorio scritto dei “Quaderni”.

Un libro colto che rinnova gli studi su Gramsci offrendo una lettura interpretativa che in alcuni spunti si discosta e anche di molto dalla solita vulgata. Ci riferiamo soprattutto alla prima parte del volume, quella dedicata alla formazione intellettuale di Gramsci e in particolare al quinto capitolo del libro intitolato “Gramsci, filosofo idealista?”. A differenza della tradizionale vulgata dominante in Italia ed anche all’estero, per Descendre e Zancarini le radici culturali del pensiero gramsciano affondano in correnti filosofiche e culturali molto distanti dal marxismo. Ma citiamo direttamente i nostri due autori: “Queste dichiarazioni devono essere prese alla lettera: testimoniano una adesione filosofica piena e completa non solo all’eredità hegeliana, ma al neoidealismo italiano rappresentato da Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Lungi dal basarsi su Marx – il grande assente nel suo pensiero almeno fino alla fine del 1917 – il giovane Gramsci attinge il fondamento teorico della sua critica interna al socialismo nei testi di autori che, in seguito, figureranno tra i principali avversari. Anche quando Marx diventa il primo riferimento di Gramsci lo è soprattutto, per un certo periodo, in quanto autore “storicista” e … “idealista”¹. Dopo aver colto in maniera precisa le radici filosofiche e culturali del giovane sardo, gli autori del libro colgono, a nostro parere, nel segno quando affrontano la spinosa questione della Rivoluzione russa e dell’analisi che ne fa Gramsci. In maniera precisa i due autori scrivono: “Alla radicalizzazione bolscevica corrisponde una radicalizzazione idealistica della sua interpretazione. La provocazione consiste innanzitutto nell’affermare che “la rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti”. Oltre a voler giustificare la scelta di non commentare in dettaglio eventi sui quali gli europei sono, in realtà, poco informati – se l’ideologia conta più dei fatti, “in fondo, poco ci importa sapere più di quanto sappiamo”, argomento in perfetta contraddizione con il rigore filologico e storico che Gramsci rivendica abitualmente -, quest’affermazione è una petizione di principio idealistica. Doppiamente idealistica: da un lato, perché attribuisce alle idee un grado di realtà superiore a quello dei fatti; dall’altro, perché l’ideologia in questione è quella di un Marx idealista che avrebbe soppiantato il Marx materialista. La rivoluzione bolscevica è la vittoria, nei fatti delle idee del primo Marx – che sono anche quelle dei proletari rivoluzionari- sulle idee dell’autore del Capitale – che invece sono quelle dei riformisti borghesi”².
Correttamente per gli autori del libro l’interpretazione gramsciana della Rivoluzione russa deriva dalla sua concezione idealistica della storia, che sostituisce allo scontro di classe tra borghesia e proletariato, determinato dai loro interessi inconciliabili, un’analisi in cui le dinamiche sociali sono determinate dall’etereo mondo delle idee. Poche righe più in basso Descendre e Zancarini, nel rafforzare le loro tesi scrivono che nel famoso articolo di Gramsci La Rivoluzione contro il Capitale “Riecheggia qui la costruzione effettuata da Croce e Gentile di una grande tradizione italiana, che trova le sue radici in Vico e, passando attraverso Cuoco, De Sanctis, Spaventa e Labriola, giunge fino a loro.”³ Sempre i due autori scrivono che il primo a cogliere le radici idealistiche nel pensiero di Gramsci sia stato A. Bordiga “Sul versante opposto del campo socialista, Amadeo Bordiga contesta il ricorso a valori idealistici per spiegare una Rivoluzione russa che, ai suoi occhi, era perfettamente compatibile con il metodo del materialismo storico.” Come non condividere le critiche di Bordiga.
La seconda parte del libro è dedicata a quel periodo della vita di Gramsci politicamente più intensa e felice da un punto di vista privato. E il periodo in cui conosce Giulia Schucht da cui avrà due bambini, mentre da un punto di vista politico vede il proprio ruolo crescere prima nel movimento socialista torinese e successivamente nel partito comunista fino a diventarne segretario generale. In questa seconda parte del libro sono affrontate le intricate vicende torinesi dell’occupazioni delle fabbriche e del ruolo svolto dal Gruppo dell’Ordine Nuovo, i cui maggiori esponenti erano Gramsci, Tasca, Terracini e Togliatti, nonché il contributo offerto da Gramsci e degli ordinovisti nel processo di formazione del Partito Comunista d’Italia.
Molto interessante è quella parte del libro in cui si parla dell’esperienza dei Consigli di fabbrica e delle Commissioni interne, organismi di lotta economica di cui si dota la classe operaia in quel contesto e che in maniera “idealistica”, nell’elaborazione gramsciana, si trasformano in una sorta di contro-potere proletario all’interno del capitalismo. Quel che a nostro parere manca in questa importante sezione del libro è un seppur breve cenno al dibattito che si è avuto in quegli anni all’interno del partito socialista prima e del partito comunista dopo su questo particolare aspetto dell’elaborazione gramsciana. Infatti, in quegli anni molto dura è stata la critica di Bordiga, che fa notare a Gramsci come fosse metodologicamente scorretto porre sullo stesso piano organismi di lotta economica come i consigli di fabbrica o le commissioni interne con i Soviet, organismi del nuovo potere proletario che si era affermato in Russia nel 1917 in seguito alla Rivoluzione d’ottobre.
Dove dissentiamo dagli autori del libro è sul loro giudizio relativo al ruolo avuto da Gramsci nel processo di bolscevizzazione del partito comunista d’Italia nel corso del 1924/25. Un cambiamento radicale nella struttura organizzativa del partito imposto da Mosca e che ha di fatto subordinato tutti i partiti comunisti europei agli interessi dello Stato russo. Senza riprendere la discussione sul tema della bolscevizzazione dei partiti comunisti, giusto per dare contezza di un diverso approccio al problema rispetto a quanto sostenuto dai due autori del libro, i quali sostengono che Gramsci non abbia svolto un ruolo di primo piano nella vicenda, ricordiamo invece come sia stato proprio Gramsci a portare a termine la bolscevizzazione del partito e la sua totale subordinazione a Mosca. Per Descendre e Zancarini il ruolo di Gramsci non è quello del bolscevizzatore, ma “Occorre convincere il partito della giustezza di tale linea. Per il partito italiano e per Gramsci, ciò significa insistere sull’organizzazione dei comunisti in cellule di fabbrica e di villaggio, sull’educazione marxista-leninista dei militanti, sulla lotta contro l’estrema sinistra di Bordiga e dei suoi. Pur essendo chiaramente nella linea, Gramsci opera comunque alcune “traduzioni” in italiano che lasciano trasparire piccole differenze.” In sostanza cosa ci dicono i due autori francesi se non che il cambiamento del partito operato da Gramsci è il frutto del suo pensiero e non perché imposto da Mosca. In realtà la bolscevizzazione è subita dal partito italiano, politicamente ed organizzativamente ancora in mano alla sinistra fino al convegno di Como del 1924, ed è proprio Gramsci l’uomo che consente ai russi di azzerare qualsiasi forma di dissenso all’interno dei partiti della terza internazionale.
L’ultima parte del libro è dedicato al periodo trascorso da Gramsci in carcere fino alla sua morte avvenuta nel 1937. È la parte più corposa del libro in cui si analizza in maniera dettagliata quell’officina culturale che sono i Quaderni dal carcere scritti da Gramsci durante la sua lunga prigionia. A fianco a questa disamina vi è quella relativa alle sempre più precarie condizioni di salute di Gramsci, alle lettere inviate alla cognata Tatiana e all’economista Pietro Sraffa, le due persone con le quali scambia in questo periodo una lunga ed assidua corrispondenza grazie alla quale è oggi possibile conoscere lo stato di salute ed emotivo del comunista sardo. Il lavoro svolto in questa ultima parte dai due autori del libro è veramente notevole sia per la quantità delle notizie che vi appaiono che per la qualità della ricostruzione del pensiero gramsciano. Senza entrare nel merito sulla lunga disamina che compiono Descendre e Zancarini circa le principali categorie gramsciane dei Quaderni, condividiamo quando scrivono che: “La scrittura carceraria di Gramsci è necessariamente prudente ed esopica. Essa richiede sempre l’interpretazione del lettore, ed è questa una delle ragioni della sua ricchezza. Tale interpretazione deve tuttavia restare il più possibile aderente alla lettera e non deve mai sollecitare i testi, “cioè far dire ai testi più di quanto i testi realmente dicono”, come lo stesso Gramsci ricorda. Per questo sottolineiamo come la nostra sia una interpretazione, espressa in forma interrogativa, che ci appare nondimeno probabile e convincente.”
Nella lunga disamina dei Quaderni, gli autori del libro dedicano la parte centrale al Ritorno a Marx operato da Gramsci durante il periodo carcerario. Per Descendre e Zancarini il ritorno a Marx consente a Gramsci di andare oltre la sua formazione idealistica di gentiliana e crociana memoria per sviluppare in maniera originale molti aspetti presenti nel pensiero del “Moro”. Ci sarebbe pertanto un giovane Gramsci idealista e un Gramsci più maturo che, ritornando a Marx, approda ad una lettura finalmente materialistica della storia. Per i due autori tale prospettiva materialistica viene aperta da Gramsci attraverso l’elaborazione della filosofia della prassi, in cui finalmente teoria e pratica non confliggono tra di loro ma divengono due facce della stessa medaglia dell’agire rivoluzionario. Non condividiamo tali conclusioni e facciamo nostra quanto scriveva Onorato Damen, subito dopo la pubblicazione della prima edizione dei Quaderni dal carcere nel 1949: “Donde si origina per Gramsci la filosofia della prassi? Forse dall’apparizione del proletariato come classe e dal suo divenire di forza rivoluzionaria in contrasto con la classe del capitale che lo ha originato e potenziato nell’ambito del proprio sviluppo? Forse dall’aver visto i termini di questa realtà storica in Marx ed Engels che hanno elaborato i principi di questa teoria che veniva a costituire lo strumento più preciso e più valido non solo del pensiero e della conoscenza umana ma della stessa conquista rivoluzionaria? Non faceva del resto Engels, erede della filosofia classica tedesca, proprio il movimento operaio tedesco? Ma ben altro è il suo processo formativo. Secondo Gramsci la filosofia della prassi è nata …. da tutto un passato culturale i cui termini più noti e salienti sono la Rinascenza e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è la base di tutta la concezione moderna della vita”. Alla lettura del testo di Onorato Damen rimandiamo per una disamina più dettagliata dell’idealismo, dei suoi apparentamenti con l’idealismo soggettivistico e per un giudizio filosofico e politico finale del gramscismo.¹⁰
Pur avendo apprezzato molto il lavoro dei due studiosi francesi non condividiamo quanto sostengono nella loro ultima pagina dove scrivono: “Gramsci comprende che il marxismo, ridefinito come filosofia della praxis, ha bisogno di nuovi concetti, e si adopera per inventarli. Egemonia, guerra di posizione, rivoluzione passiva, subalterni: hanno tutti un’origine più antica, radicata nella storia reale. Ma tutti, in quanto concetti indissolubilmente strategici, storici e filosofici, sono davvero reinventati da Gramsci e oggi rimangono utilissimi per pensare il nostro mondo grande e terribile, sfuggendo alla vecchia cantilena dei benpensanti per cui ogni lotta contro l’ingiustizia sociale è condannata a finire nel terrore sanguinario.”¹¹ A differenza di Descendre e Zancarini noi pensiamo che oggi il contributo che Gramsci potrebbe dare per comprendere il mondo moderno è quasi inesistente. Il capitalismo di oggi, le sue esasperate forme di appropriazione parassitaria attraverso la produzione di capitale fittizio, le mutazioni nella composizione di classe del proletariato e la quasi scomparsa del mondo contadino sono tutte delle novità alle quali Gramsci può aiutarci poco o nulla. Da comunisti rivoluzionari pensiamo che sia sempre ed ancora Marx colui che abbia approntato gli strumenti teorici migliori per comprendere il capitalismo del ventunesimo secolo, mentre l’idealista Gramsci, con tutto il rispetto per la sua vicenda umana e per il suo altissimo spessore culturale, rappresenta un residuo di un pensiero che nulla può ormai dare per la comprensione e la trasformazione di questo mondo che rischia ogni giorno di più di scaraventare l’intera umanità nella più totale barbarie se non condurla alla sua autodistruzione.

[1] Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini -L’opera-vita di Antonio Gramsci edizioni Einaudi Pagina 75.

[2] Ib. pagina 91 e 92.

[3] Ib.

[4] Ib.93 e 94

[5] Si possono leggere le vicende della bolscevizzazione del partito comunista d’Italia in numerosi libri dedicati all’argomento, Ci piace rinviare però il lettore al libro di Giorgio Galli Storia del PCI, il primo apparso in Italia dedicato alla storia del partito fondato a Livorno nel 1921 e pubblicato negli anni da diverse case editrici.

[6] Roman Descendre e Jean Claud Zaccarini - Op.cit.- pagina 213.

[7] Ib. pagina 213 nota 20.

[8] Ib. pagina 443

[9] Onorato Damen – Premarxismo filosofico in Gramsci - disponibile al seguente link https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/onorato-damen-scritti/raccoltascritti/56-gramsci-tra-marxismo

[10] Il libro di Onorato Damen dedicato a Gramsci, che raccoglie tutti gli scritti dedicati al comunista sardo, sono disponibili al seguente link https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/onorato-damen-scritti/raccoltascritti/56-gramsci-tra-marxismo

[11] Romain Descendre e Jean-Claud Zancarini – op. cit. – pag. 496