Grazie alla guerra imperialista la grande finanza ingrassa e i lavoratori impoveriscono sempre più

Creato: 18 Maggio 2026 Ultima modifica: 18 Maggio 2026
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 50

Ma non c’entra la follia di Trump. Questo è il capitalismo

È talmente contraddittorio l’agire di Trump che ormai anche fra molti dei suoi fedelissimi serpeggia il dubbio che non sia del tutto sano di mente. Da quando, insieme a Netanyahu ha scatenato la guerra contro l’Iran non si contano gli annunci che affermano una cosa e subito dopo il suo contrario. Ha prima minacciato l’impiego dell’arma nucleare se i pasdaran non avessero rimosso il blocco dello stretto di Hormuz, salvo poi, a ultimatum scaduto, ordinare a sua volta il blocco navale di tutti i porti iraniani rafforzando così di fatto il blocco che diceva di voler rimuovere. Per non dire poi di certe sue autorappresentazioni, come quella di Cristo in persona, che definire deliranti sarebbe un eufemismo.
Nondimeno, a ben vedere vale anche per lui quel che diceva di Amleto il lord ciambellano Polonio: «Pazzia, senz’altro: non però sprovvista di metodo»¹.
Per gli Stati Uniti, come già in altra occasione abbiamo avuto modo di argomentare, è di vitale importanza che il prezzo del petrolio non scenda sotto i 70 dollari al barile²: al di sotto di questa soglia, infatti, non solo le imprese del petrolio americane che impiegano la tecnica del fracking vanno fuori mercato ma, svalutandosi vieppiù il dollaro, diventa altissimo il rischio che il doppio debito di bilancio e commerciale risulti insostenibile.

Ebbene, da quando è iniziata l’aggressione all’Iran il prezzo del petrolio raramente è sceso sotto i 100 dollari al barile, facendo registrare alle imprese del petrolio e delle armi e ai grandi fondi di investimento che le controllano profitti stratosferici. Come ci informa N. Borza: «Le stime preliminari sui bilanci al 31 marzo scorso delle 1325 maggiori società quotate a Wall Street, in Europa e in Giappone parlano di un record di 740 miliardi di utili trimestrali, 125 in più di quelli alla stessa data dell’anno scorso.»³
Insomma, il “pazzo”, poco importa se vero o presunto, con quest’ennesima guerra ha rallentato il declino del dollaro e, almeno per qualche tempo, allontanato lo spettro del default che incombe sull’enorme debito americano.
Nello stesso tempo, facendo parte egli stesso e molti membri del suo governo di quel famoso 2% che controlla l’80% del patrimonio azionario mondiale, ha a sua volta accresciuto di diversi miliardi di dollari il suo patrimonio e quello del suo entourage. Grazie al continuo flusso di annunci e successive smentite sull’andamento del conflitto, ha consentito ad alcuni broker, evidentemente preventivamente informati, di condurre operazioni di insider trading per diversi miliardi di dollari realizzando plusvalenze altrettanto miliardarie tanto che, come apprendiamo da L. Paondolfi: «Secondo AbcNews, Dipartimento di giustizia e la Commodity Futures Trading Commission starebbero analizzando operazioni sospette per oltre 2,6 miliardi di dollari di transazioni effettuate pochi minuti prima degli annunci presidenziali su guerra, tregue e rinvii militari…».
Secondo alcune stime, solo fino al 30 marzo scorso, speculando sulle variazioni del prezzo del petrolio e dell’indice della borsa S&P 500 determinate dagli annunci di Trump, sarebbero state realizzate plusvalenze per 1,5 miliardi di dollari. Poiché, mentre scriviamo, è trascorso un altro mese e mezzo e gli annunci continuano senza sosta, è molto probabile che quei 1,5 miliardi di plusvalenze siano come minimo raddoppiati a tutto discapito di coloro che capitalisti non sono e vivono di salari, pensioni e stipendi erosi dall’inflazione causata dall’aumento dei prezzi del petrolio e di tutte le materie prime provenienti dai paesi del Golfo.
Ovviamente Trump ha smentito che nel comportamento della Casa Bianca ci siano state irregolarità, ma poco importa. Quel che conta è che per la fabbrica della finanza la guerra è divenuta, ancor più che la produzione di merci per il capitale industriale, la principale fonte di appropriazione del plusvalore estorto alla classe lavoratrice. Trattandosi però di appropriazione parassitaria, non genera neppure una briciola di ricchezza supplementare e così una quantità sempre più grande di questa si sposta dal mondo del lavoro verso il capitale finanziario e più specificatamente verso quello fittizio nell’accezione marxiana del termine.
Di conseguenza, come previsto da Marx: «Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo… cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento.»
Certo, è molto probabile che Trump non abbia tutte le rotelle a posto, ma il processo origina non dalla sua eventuale follia ma è il frutto dello sviluppo delle contraddizioni proprie del processo di accumulazione del capitale.
Insomma, è il sistema capitalistico che, giunto al capolinea della storia, con la sua permanenza può generare solo il totale imbarbarimento dell’intera società, se non la sua completa distruzione. Quindi: o lui con tutti i suoi Trump, o noi, la stragrande maggioranza dell’umanità. Come direbbero i latini: Tertium non datur.

 

[1] W. Shakespeare – Amleto – Atto secondo – seconda Scena - Teatro – Vol. II - Ed. Einaudi - pag 773.

[2] Cfr: G. Paolucci – E dopo il Venezuela e l’Iran? Ancora guerra e soltanto guerra - https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/internazionale/58-asia/631-e-dopo-il-venezuela-e-l-iran-ancora-guerra-e-soltanto-guerra

[3] N. Borza – Guerra, utili per 740 miliardi - Il Fatto quotidiano del 10 maggio 2026.

[4] L. Pandolfi - Insider di Governo - Il Manifesto dell’8 maggio 2026.

[5] K. Marx - Il Capitale - Libro I – Sezione VII – Cap. 24 – pag.937 - Vol. I - Ed. Einaudi.