A discapito del proletariato costretto a farsi bestiame da sfruttare 24 ore su 24, quando non mera carne da cannoni
E così dopo il Venezuela è toccato all’Iran. Trump ha giustificato questa ennesima aggressione come necessaria per evitare che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare e di missili a lungo raggio con cui, poi, avrebbe potuto attaccare Israele e perfino gli Stati Uniti. Insomma, un’azione di difesa preventiva, necessaria anche per liberare il popolo iraniano dalla soffocante dittatura degli ayatollah. Intanto se ne fa strage. Solo nel primo giorno di guerra sono state diverse centinaia le vittime civili dei bombardamenti di cui circa 200 studentesse di una scuola primaria. In realtà, soltanto chi ha fatto della sottomissione al più forte e alla logica del profitto la ragione del proprio impegno civile e politico poteva credere al racconto trumpiano, visto che soltanto pochi giorni prima dell’attacco anche la Cia aveva escluso che l’Iran potesse dotarsi a breve termine sia dell’arma nucleare sia di missili a lungo raggio.
Mentono perché devono occultare che la società capitalistica è giunta ormai a uno stadio in cui, per dirla con Onorato Damen: “non ha più nulla da dire sotto il profilo economico, di sviluppo sociale e culturale” e che ormai la guerra costituisce una sua condizione esistenziale al pari dello sfruttamento della forza-lavoro.
Vale per tutto il sistema capitalistico e in particolare per gli Stati Uniti che ne rappresentano la punta più avanzata.
Disponendo del dollaro come mezzo di riserva e di pagamento internazionale, sin dai primi anni ’70 del secolo scorso, per la borghesia statunitense è risultato molto più conveniente importare merci e capitali dall’estero che produrli in patria. E così, hanno accumulato verso l’estero un debito che ormai sfiora i 40 mila miliardi di dollari. Di fatto, è ormai del tutto inesigibile, tanto più che già da diversi anni la platea dei compratori del biglietto verde, sotto forma di titoli del debito pubblico, è andata via via assottigliandosi sempre più.
Da qui la guerra, non per un qualche nobile ideale, ma per costringere le pecorelle smarrite, quali i paesi del gruppo dei Brics, a ritornare all’ovile e che altre possano prenderle a esempio rendendo inevitabile il default americano.¹
Ecco, quindi, prima l’attacco al Venezuela e ora la guerra contro l’Iran, fra l’altro entrambi facenti parte dei Brics, e certo non per esportarvi la democrazia, liberare i prigionieri politici, abolire l’obbligo per le donne di indossare il velo, ma solo per impadronirsi delle loro ricchezze energetiche e minerarie, soprattutto del loro petrolio.
Essendo il prezzo del petrolio quotato in dollari, accade, infatti, che se il suo prezzo sale, anche il dollaro si rivaluta e viceversa. Il controllo delle sue fonti di produzione e delle sue vie commerciali è quindi funzionale a stabilizzare il valore del dollaro ed evitare che scenda al di sotto di una determinata soglia.
Allo stato attuale delle cose, occorre che il prezzo del petrolio non scenda sotto i 70 dollari al barile. Al di sotto di questa soglia, il dollaro si svaluta in misura tale da rendere del tutto insostenibile il finanziamento del debito pubblico e commerciale americano. Settanta dollari, poi, costituiscono anche la soglia al di sotto della quale per le imprese americane del settore, che hanno costi di estrazione mediamente doppi di quelli di tutti gli altri produttori, la produzione di petrolio e gas risulta antieconomica e devono chiudere i battenti.
Non è un caso che Maduro è stato arrestato e l’industria petrolifera venezuelana posta sotto sequestro proprio quando il prezzo del petrolio si era attestato sotto quella soglia con la tendenza a scendere sotto i 50 dollari al barile.²
E l’attacco all’Iran è scattato quando, dopo aver raggiunto il picco di 72 dollari al barile il prezzo si era di nuovo attestato attorno ai 60 dollari.
L’Iran produce 3,3 milioni di barili al giorno, il 3% della produzione mondiale. Il 90% di tutte le sue esportazioni sono dirette in Cina, il più temuto e più potente concorrente dell’impero americano. Oltre al petrolio possiede anche ingenti risorse minerarie, fra cui l’uranio. Affaccia sullo stretto di Hormuz da dove transita ogni giorno un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas liquefatto e, come il Venezuela, fa parte del blocco dei Brics. Insomma, per gli Usa e la loro appendice israeliana in Medio Oriente, prenderne il controllo sarebbe stato come per gli antichi alchimisti scoprire la pietra filosofale con cui avrebbero potuto trasformare la carta in oro.
Forse per la crisi interna che attraversa l’Iran³, Trump e i suoi strateghi devono aver pensato che sarebbe bastato ammazzare il suo gruppo dirigente perché il paese cadesse ai loro piedi; infatti, subito dopo aver avuto la conferma della morte di Khamenei e dei suoi più stretti collaboratori, Trump cantava già vittoria.
Eppure, avrebbe dovuto sapere che l’Iran era ed è completamente diverso dal Venezuela. Che, come scrive il generale F. Mini: «Il modello di potere iraniano non è una piramide, ma una serie di strutture parallelepipede con compiti complementari, ma in grado di agire in maniera indipendente e, in caso di decapitazione, perfino in modo automatico, senza attendere ordini e battendo obiettivi preselezionati»⁴ e quindi che non sarebbe bastato eliminare Khamenei per considerare la partita già bella e vinta. E, infatti, dopo una settimana dall’inizio della guerra, il potere si è ricompattato attorno alla figura del figlio di Khamenei e i pasdaran, ancora mentre scriviamo, continuano a rispondere colpo su colpo agli attacchi americani e israeliani. Certo l’Iran non può vincere la guerra, ma disponendo di un apparato militare di tutto rispetto è in grado di resistere nel tempo e di colpire lo stesso Israele, tutti i paesi che ospitano le basi militari americane in Medio Oriente. E poi controlla lo stretto di Hormuz, forse l’arma più potente nelle sue mani, così potente che ai pasdaran è bastato annunciare che lo avrebbero bloccato perché il prezzo del petrolio crescesse in due giorni del 30% e quello del gas del 40% e, dopo una settimana dall’inizio della guerra, più del 50% . Quanto basta, se dovessero rimanere su questi livelli anche solo per un mese soltanto, per mettere in ginocchio l’intera economia mondiale a cominciare da quella delle petromonarchie che si affacciano sul Golfo Persico, visto che l’unica fonte della loro ricchezza è l’esportazione attraverso lo Stretto di Hormuz del gas e del petrolio. E poi di quella europea per la sua enorme dipendenza energetica dalle importazioni provenienti dal Medio Oriente. Senza di esse l’intera sua industria manifatturiera nel volgere di qualche settimana chiuderebbe i battenti.
Insomma, nel caso la guerra dovesse prolungarsi anche solo per qualche mese, per tutti costoro sarebbe un’autentica debacle, politica, economica e sociale.
Poi, per quanto possa apparire paradossale, anche per gli Usa, come società nel suo complesso, non sarebbero tutte rose e fiori. Infatti, contrariamente a tutte le aspettative, le pecorelle smarrite, spaventate dalla possibile debacle dell’economia di mezzo mondo, anziché fare ritorno all’ovile se ne sono allontanate ancor di più e sono molto più numerose di prima come si deduce dal fatto che le quotazioni del dollaro, nonostante la guerra in corso, sono rimaste sostanzialmente invariate e sempre al di sotto della parità con l’euro, il suo maggior concorrente.
Di contro, il debito americano, a causa degli altissimi costi del conflitto, continua a crescere ancora più velocemente di prima. Solo, ci informa ancora il generale Mini: «I due gruppi portaerei schierati a debita distanza costano 13 milioni di dollari al giorno soltanto per stare in moto, senza contare i costi delle munizioni, dei velivoli e dei loro rifornimenti… Nelle prime 100 ore della guerra contro l’Iran sono stati lanciati 180 missili intercettori del costo di 2,4 milioni di dollari ciascuno, 90 missili Patriot e 40 intercettori Thaad dal costo singolo variabile tra i 3,7 ai 12 milioni di dollari. I sistemi automatici d’intercettazione sono scattati per droni del costo di 30 mila dollari. Per intercettare un missile da 250 mila dollari sono stati impiegati missili da 12 milioni».⁵ E così mentre lo Stato per far fronte ai costi astronomici della guerra è costretto a tagliare pesantemente la spesa sociale, quell’esigua minoranza di ultramiliardari che controlla il sistema finanziario, economico e politico e di cui Trump e la sua cricca sono parte integrante, grazie alla guerra, realizza profitti da capogiro. Per loro la guerra è il più grande affare che possano fare, poco importa se semina miseria, morte e distruzione. Il conto non è a loro carico, ma del proletariato, la maggioranza della società, che per soddisfare la loro fame di profitto deve essere sfruttato fino allo stremo e all’occorrenza impiegato come carne da cannone⁶. È per evitare tutto questo che la rivoluzione comunista non è solo auspicabile, ma assolutamente necessaria e inderogabile.
[1] Vedi anche: L’America contro tutto e tutti - https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/internazionale/56-americhe/627-l-america-contro-tutti-e-piu-di-tutti-contro-l-europa.
[2] Cfr: L. Procopio – Il Venezuela conteso dai predoni dell’imperialismo- https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/internazionale/56-americhe/625-il-venezuela-conteso-dai-predoni-dell-imperialismo.
[3] Cfr: L. Procopio – Sulle rivolte in Iran- https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/internazionale/58-asia/626-sulle-rivolte-in-iran
[4] F. Mini- Usa e Israele nei guai. E sono già pentiti – Il Fatto quotidiano dell’11.03.2026.
[5] Ib.
[6] https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/politicasocieta/624-guerra-e-capitalismo-un-binomio-inscindibile.