L’America contro tutti e più di tutti contro l’Europa

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Categoria: Americhe
Creato: 31 Gennaio 2026 Ultima modifica: 31 Gennaio 2026
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 49

Nel mirino c’è la Ue e l’euro non la Groenlandia

È presto per capire cosa accadrà in Venezuela dopo la cattura da parte degli Usa del presidente Maduro con l’accusa di essere un narcotrafficante. In realtà, l’obiettivo vero era l’assunzione del controllo politico del Paese, per sottrarlo all’influenza russa e cinese sulle sue enormi risorse energetiche e minerarie, in particolare del petrolio¹. In verità, secondo Trump non c’è angolo del mondo di una qualche importanza economica e geostrategica che, come per una sorta di diritto divino, non appartenga agli Usa.

L’enormità della pretesa è tale per cui, secondo non pochi tra gli stessi analisti filo-atlantisti (con l’eccezione della Presidente del Consiglio italiana, che la riconosce perfino legittima), l’origine di questa nuova crociata sarebbe da ricercarsi nella psiche alquanto disturbata di Trump. Ma, a ben vedere, se di follia si tratta, bisogna riconoscere che non è comunque priva di una sua intrinseca razionalità. Non bisogna dimenticare, infatti, che si tratta di un capitalista e, in quanto tale, non può neanche immaginare che possa esistere qualcosa che non debba essere messa a profitto e monetizzabile.

Il fallimento della politica dei dazi
In campagna elettorale Trump aveva promesso che avrebbe fatto di nuovo grande l’America, imponendo dazi su tutte le importazioni da qualunque parte del mondo provenissero, convinto che, così facendo, si sarebbe ridotto l’enorme deficit della bilancia commerciale americana e del bilancio pubblico, e favorito il rientro in patria di una gran parte dell’industria manifatturiera delocalizzata in giro per il mondo.

A un anno di distanza nulla di tutto ciò si realizzato. L’industria manifatturiera è rimasta dove era e quel che è peggio è che, nonostante le accresciute esportazioni di gas liquefatto verso l’Europa, la bilancia commerciale è rimasta in forte passivo e il debito pubblico, che nel gennaio dello scorso anno ammontava a circa 23 mila miliardi di dollari, ha continuato a crescere. Ci informa il prof. Volpi: «Dal gennaio a metà aprile (2025 n.d.r.,) il debito Usa è passato dal 103% al 123% con un deficit che è sostanzialmente raddoppiato al 6,3%.del pil»². Oggi: «… il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1200 miliardi di dollari l’anno».³

Se poi agli interessi sul debito si aggiungono i miliardi necessari per il rimborso dei titoli in scadenza (circa 9.000 miliardi di dollari) risulta evidente che di folle nella strategia di Trump c’è ben poco. In gioco c’è la sorte dell’intero sistema economico finanziario del suo Paese, ora sull’orlo del collasso. L’imperativo è fermare il declino del dollaro, costi quel che costi.

Un boss mafioso alla Casa Bianca
Trump si trova di fatto nella stessa posizione di un boss mafioso che vede crescere di giorno in giorno il numero di coloro che si rifiutano di pagargli la tangente sui loro commerci, e non ha altro mezzo per costringerli a farlo che l’esercizio della forza.

Nel caso specifico, poiché la tangente deriva dalla funzione che svolge il dollaro in quanto mezzo di pagamento e di riserva internazionale, e dal fatto che gran parte delle transazioni internazionali di molte materie prime, e in particolare del petrolio, sono quotate in dollari, assumere il controllo della maggior parte delle loro fonti di produzione e delle loro vie di trasporto consentirebbe la formazione del loro prezzo in misura maggiore di quello che si formerebbe come risultante della sola legge della domanda e dell’offerta sul libero mercato. Crescerebbe questo prezzo e di conseguenza anche il dollaro si apprezzerebbe più del suo effettivo valore. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo già da diversi anni, almeno per due ordini di ragioni: in primis perché è calata la domanda mondiale di petrolio, a causa del crescente utilizzo di energia da fonti rinnovabili e, in secondo luogo, perché la tangente è divenuta così onerosa che ormai sono davvero tanti i Paesi che si sono sottratti alla dittatura del dollaro e altrettanti che si accingono a farlo. Lo hanno fatto i Paesi aderenti al gruppo dei BRICS, e stanno per farlo molti altri Paesi asiatici e africani. Perfino l’Arabia Saudita, benché da sempre stretta alleata degli USA, ha stipulato accordi per regolare le sue transazioni commerciali con la Cina non più mediante il dollaro, ma per mezzo delle rispettive valute nazionali.

E così, nonostante la guerra in Ucraina e il blocco delle esportazioni russe verso l’Europa, il prezzo del petrolio è gradualmente sceso, fino ad attestarsi attorno ai 50 dollari al barile, trascinando con sé anche le quotazioni del dollaro.

Dopo l’attacco al Venezuela, esso è risalito fino a sfiorare i 70 dollari al barile, per tornare a scendere, e il dollaro a svalutarsi, dopo pochi giorni, nonostante il successo dell’operazione.

Il fatto è che il Venezuela, benché possegga più del 20% di tutte le riserve petrolifere del mondo, produce circa 1,1 milioni di barili al giorno, una quantità troppo esigua per poter determinare l’inversione di una tendenza ormai ben definita. Peraltro, lo stato dei pozzi è tale per cui è impensabile un incremento significativo della produzione a breve-medio termine. Secondo i calcoli dell’agenzia Rystad Energy ripresi da L. Pandoli ne il Manifesto del 9 gennaio u.s.: «Per tornare a circa 2 milioni di barili al giorno servirebbero 110 miliardi di dollari di investimenti, visto lo stato degli impianti; per risalire a 3 milioni, oltre 180 miliardi e più di dieci anni. Nei prossimi quindici anni sarebbero necessari 53 miliardi solo per evitare il calo e restare intorno a 1,1 milioni di barili al giorno».

Insomma, data l’entità del debito americano, per evitarne il default – perché di questo si tratta – il Venezuela non basta. Occorre molto di più per salvare il soldato dollaro.

Si scrive Groenlandia ma si legge Europa
E così – almeno per il momento – messo da parte l’Iran, nel mirino è finita la Groenlandia. E non, come sostiene mentendo spudoratamente la cricca della Casa Bianca, per difenderla dalla presunta imminente invasione di Russia e Cina, e neppure per appropriarsi delle sue risorse energetiche e minerarie che, essendo sepolte sotto montagne di ghiaccio, non saranno economicamente sfruttabili prima di qualche decennio.

In realtà, nel mirino c’è la Ue di cui la Groenlandia è parte in quanto territorio della Danimarca.

Intanto perché, per quanto politicamente malmessa, dispone dell’euro, cioè dell’unico mezzo di pagamento e di riserva internazionale in grado di competere con il dollaro, e poi perché nel loro insieme i paesi che la compongono detengono: «Complessivamente circa 8mila miliardi di dollari in titoli e asset finanziari Usa, quasi il doppio del resto del mondo messo insieme» e molti di essi in scadenza nei «prossimi 12 mesi».

Una fuga dei capitali europei dagli Usa, sommata a quella già in atto della Cina, la Russia e il blocco dei BRICS, infliggerebbe alla economia americana un colpo mortale.

Trump minaccia e fa la voce grossa ma in realtà, così come per le importazioni delle merci, è più dipendente l’America dalle importazioni di capitali dal resto del mondo che non viceversa. Lo ha appena certificato anche la BEA (US Federal Boureau of Economics Analysis) nel suo ultimo rapporto con cui, spiega G. Masala: «Ha annunciato che la posizione finanziaria netta (NIIP, Net International Investment Position) degli USA è crollata al suo peggior risultato di sempre a ben 27610 miliardi di dollari… il NIIP è la differenza tra gli investimenti esteri in USA e gli investimenti americani nel resto del mondo»¹⁰.

Con un passivo di queste dimensioni, il loro maggior creditore, l’Europa costituisce nei fatti il principale nemico degli Usa, forse anche più della stessa Cina. Per come è strutturata, però, senza una difesa, senza una politica estera ed economica comune, è certamente molto più fragile e, dunque, più esposta ai ricatti del boss della Casa Bianca e della sua cricca.

C’è però anche da dire che la UE, nonostante la sua posizione finanziaria in attivo rispetto agli USA, non naviga in acque tanto tranquille. Ha dovuto già farsi carico del finanziamento della guerra dell’Ucraina contro la Russia; ha dovuto rinunciare al gas russo per importare quello americano, quattro volte più costoso, e, con un PIL che cresce poco o nulla, non è assolutamente in grado di farsi carico di un onere così gravoso come quello necessario per mantenere in piedi il sistema finanziario americano. Il che riduce ulteriormente la possibilità per gli USA di evitare quello che ormai si profila come la più grande catastrofe economico-finanziaria nella storia del capitalismo – a meno che l’impero non accetti di ridimensionarsi, tagliando drasticamente le sue spese, a cominciare da quelle militari, o non scateni la terza guerra mondiale. Le “cambiali” americane sparse per il mondo diverrebbero carta straccia e il mondo un immenso cimitero. Ma, per quanto la borghesia e tutta la sua classe di servizio (politici, economisti, giornalisti ecc.) si affannino nel sostenere che questo sia comunque il migliore dei mondi possibili, l’alternativa invece c’è ed è il comunismo, con la definitiva liberazione dell’umanità dal giogo del capitalismo e dalla sua barbarie.

[1] Al riguardo cfr. L. Procopio, Il Venezuela conteso dai predoni dell’imperialismo, https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/internazionale/56-americhe/625-il-venezuela-conteso-dai-predoni-dell-imperialismo.

[2] A. Volpi, La Guerra della Finanza, Laterza, p. 49.

[3] Id. intervista rilasciata a Il fattoquotidiano.it del 7 gennaio u.s.

[4] Cfr. G. Paolucci, L’America di Trump di nuovo grande? https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/internazionale/56-americhe/620-l-america-di-trump-di-nuovo-grande-ma-i-dazi-sono-un-arma-spuntata

[5] Cfr. Sull’ultimo vertice dei Brics, https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/questionieconomiche/603-sull-ultimo-vertice-dei-brics.

[6] L. Pandolfi, “Il presidente Usa intervistato dal New York Times, ma il suo sogno imperiale di petrolio zoppica”, Il Manifesto del 09.01.2026.

[7] Cfr. L. Procopio, Sulle rivolte in Iran, https://www.istitutoonoratodamen.it/index.php/internazionale/58-asia/626-sulle-rivolte-in-iran

[8] Chiara Brusini, “Dietro la marcia indietro di Trump sui nuovi dazi anche i rischi per il finanziamento del debito Usa”, Ilfattoquotiduiano.it del 22.01.2026.

[9] Ib.

[10] G. Masala, L’Economia americana cola letteralmente a picco, L’ Anti-diplomatico del 17.01.2026, https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32165-giuseppe-masala-l-economia-usa-cola-letteralmente-a-picco.html