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La questione della transizione nell’era del capitale globale

Creato: 21 Novembre 2018 Ultima modifica: 21 Novembre 2018
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 195

Dalla rivista D-M-D' n°12

transizioneglobaleRiflettere oggi sulla questione della transizione dal capitalismo al comunismo per ripartire da Marx e ribadire l’unicità del processo di trasformazione rivoluzionario. Ripensare la transizione anche per criticare, dal punto di visto del marxismo rivoluzionario, quelle tesi del neo-operaismo che ipotizzano di superare il capitalismo attraverso lo sviluppo della moneta del comune.

Trattare oggi il problema della transizione potrebbe apparire un’inutile disquisizione accademica senza alcun legame con la realtà che ci troviamo quotidianamente a vivere sotto il tallone di ferro imposto dalla borghesia e del suo omologante “pensiero unico”. Il problema della fase di transizione dal capitalismo al comunismo, che in passato è stato oggetto di frammentarie quanto appassionate discussioni tra i massimi teorici del movimento comunista, oggi è quasi del tutto ignorato anche da chi si richiama al marxismo rivoluzionario. Lo sforzo teorico che stiamo compiendo in questi ultimi anni e l’attenzione su alcuni punti qualificanti e nodali della questione transizione hanno la funzione di rompere l’assordante silenzio e rappresenta, a nostro avviso, un fattore importante che potrebbe permettere la ripresa della discussione sull’argomento e contribuire in tal modo a rilanciare il progetto dell’alternativa comunista. Riprendere il filo del discorso sulla transizione appare altrettanto importante per contrastare alcune tesi, attualmente in voga nelle file del variegato mondo neo-riformista e neo-operaista, che ipotizzano addirittura la possibilità di costruire un circuito monetario alternativo a quello capitalista, finalizzato a sostenere lo sviluppo del “comune-ismo”. Ci riferiamo nello specifico al filone neo-operaista che, tra le altre cose, arriva a sostenere la tesi che nel capitalismo bio-cognitivo, in cui il comune, ossia “il rapporto dialettico, tra parola e lingua, ovvero tra lavoro vivo e lavoro morto incorporato nello stesso corpo/essere umano, esito della pratica del linguaggio e della relazione soggettiva e umana, la combinazione tra animale che sa parlare e animale politico che definisce la natura umana1”, subisce una sussunzione vitale al capitale, si aprono potenzialmente degli spazi per la creazione di circuiti monetari (vedi le cripto monete) alternativi a quelli del capitale, che, se adeguatamente sostenuti e sviluppati, potrebbero creare i presupposti per un superamento dello stesso modo di produzione capitalistico.      

La questione della transizione è stata trattata da Marx in un arco temporale molto ampio, dalle opere giovanili fino alla Critica al programma di Gotha scritto nel 1875, e la frammentarietà dell’elaborazione ha favorito lo svilupparsi di differenti letture interpretative del suo pensiero. Oggi la situazione è ancor più confusa proprio a causa del totale silenzio in cui è caduto l’argomento, tant’è che alle differenze interpretative si sommano delle letture scolastiche dei testi di Marx. Pur richiamandosi tutti alla “Critica al programma di Gotha” esistono, come dicevamo sopra, diverse interpretazioni intorno al periodo di transizione dal capitalismo al comunismo; lo stesso Lenin, che è da sempre stato considerato  e studiato come il più fedele interprete del pensiero di Marx, in realtà ha operato sull’argomento una sua interpretazione legata a quel particolare momento storico e che oggi non possiamo condividere in modo assoluto in tutti i suoi aspetti2.

Periodo di trasformazione rivoluzione e dittatura del proletariato

Per entrare subito nel merito della discussione ci sembra fondamentale, da un punto di vista metodologico, definire la transizione come un unico processo che condurrà la società dal modo di produzione capitalistico al comunismo compiuto. E’ lo stesso Marx che ci guida in maniera chiara in questa direzione: “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato”3 . Se leggiamo attentamente la sopraccitata frase possiamo osservare la precisione terminologica con la quale Marx avverte della necessità  che tra le due formazioni sociali, capitalismo e comunismo, vi sia un lasso di tempo in cui si verifica la trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Sulla durata del periodo di trasformazione rivoluzionaria Marx ovviamente non si pronuncia; tante sono le variabili che possono agevolare o ostacolare il realizzarsi compiuto del comunismo che fare delle previsioni temporali sarebbe alquanto azzardato e in ogni caso sarebbe metodologicamente sbagliato, in quanto significherebbe applicare agli eventi storici lo stesso metro usato negli studi dei processi naturali. Per questo dissentiamo da Lenin quando scrive in “Stato e rivoluzione” che “Marx pone la questione del comunismo come un naturalista porrebbe, per esempio, la questione dell’evoluzione di una nuova specie biologica, una volta conosciuta la sua origine e la linea precisa della sua evoluzione”4. La trasformazione rivoluzionaria è opera degli uomini e non esistono meccanismi naturali che determinano il trapasso da una formazione sociale ad un’altra, dal capitalismo al comunismo. E’ sempre Marx che ci chiarisce che la trasformazione rivoluzionaria non è affatto un evento “naturale”, tant’è che durante questo processo si rende necessario un periodo politico di transizione, in cui i proletari esercitano costantemente la propria dittatura di classe. La trasformazione rivoluzionaria della società richiede che siano i lavoratori ad esercitare direttamente la dittatura di classe e qualsiasi forma di delega, anche quella concessa alla propria avanguardia politica, significherebbe far venir meno le condizioni indispensabili affinché il processo di trasformazione possa compiersi fino in fondo. Il periodo politico di transizione richiede la partecipazione diretta della classe lavoratrice, non perché inclini ad esaltare forme di assemblearismo ma per il fatto che solo attraverso tale pratica gli individui potranno scrollarsi di dosso le scorie della vecchia società borghese e trasformare se stessi. Il proletariato è una classe sociale che all’interno della società borghese non può esercitare alcun tipo di potere, asservito com’é agli interessi del capitale. Mentre la borghesia ha potuto esercitare un potere economico anche all’interno del mondo feudale, in quanto possessore dei mezzi di produzione, al proletariato non sono offerte le stesse opportunità. Il proletariato, se dovesse delegare l’esercizio della propria dittatura di classe, rinuncerebbe anche alla trasformazione rivoluzionaria della società.

Per questo non possiamo condividere la tesi politica di chi sostiene che l’esercizio della dittatura del proletariato debba essere affidata all’avanguardia politica, al partito di classe, in quanto depositaria della vera coscienza comunista. Questa è una tesi che svilisce del reale contenuto rivoluzionario l’intero processo di trasformazione e che forse trova in Lenin un inconsapevole antenato. Infatti sempre in “Stato e rivoluzione” Lenin scrive: “Ora, la dittatura del proletariato, vale a dire l’organizzazione dell’avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli oppressori, non può limitarsi a un puro e semplice allargamento della democrazia”5. In questa infelice frase Lenin sostiene che la dittatura del proletariato è in qualche modo esercitata non dalla classe ma dall’organizzazione dell’avanguardia; da qui a chi sostiene la dittatura del partito il passo non è molto lungo.

Quando la controrivoluzione in Russia comincia ad affermarsi, come conseguenza del mancato allargamento della rivoluzione in altri paesi europei, i soviet, ossia gli strumenti attraverso i quali si è tentato di esercitare la dittatura del proletariato, si svuotano di qualsiasi potere decisionale ed è il partito, identificandosi simbioticamente con lo stato,  ad assumere il controllo e la gestione del capitalismo di stato.  

Le dimensioni internazionale della rivoluzione

La trasformazione rivoluzionaria della società dal capitalismo al comunismo presuppone che i proletari, attraverso la guida politica del proprio partito, abbiano preso il potere politico ed abbattuto lo stato borghese in un contesto internazionale. Nella moderna società capitalistica qualsiasi tentativo insurrezionale dovrà assumere fin da subito una dimensione internazionale, altrimenti è destinato a subire inevitabilmente una dura sconfitta.

Non sarà più possibile il ripetersi di una esperienza simile all’Ottobre del 1917, in quanto o il processo rivoluzionario si manifesta immediatamente su un piano internazionale oppure lo stesso neanche si potrà avviare. Questo è determinato dal fatto che è totalmente cambiato il contesto imperialistico in cui si dovrà giocare la prossima partita della rivoluzione comunista. Pensare di poter fare la rivoluzione in un paese e poi aspettare che essa si estenda in altri contesti in un lungo arco temporale significa non tener conto in alcun modo dei cambiamenti radicali che si sono verificati negli ultimi decenni nel processo d’accumulazione del capitale. Se nella Russia del 1917 si nutrivano speranze di allargare il fronte rivoluzionario ad altri paesi europei ancora dopo alcuni anni dalla presa del potere, nel moderno capitalismo tale attesa non potrebbe assolutamente avere la stessa durata; in ogni caso lo scontro tra il fronte della rivoluzione e quello della conservazione borghese dovrà necessariamente risolversi in tempi molto più accelerati rispetto ad un secolo fa. Nel capitalismo del ventunesimo secolo, se da un lato i tempi di reazione della borghesia ad un eventuale attacco rivoluzionario saranno notevolmente più rapidi, al contempo si sono fortemente allargati gli orizzonti spaziali di un’azione insurrezionale più o meno simultanea del proletariato. In altri termini se è vero che la reazione della borghesia ad un eventuale attacco rivoluzionario non potrà avvenire nell’arco di mesi così come è accaduto in Russia nel 1917, ma è ipotizzabile una risposta immediata nell’arco di pochissimi giorni, d’altro canto un evento rivoluzionario nel capitalismo del XXI secolo avrà immediatamente un carattere internazionale e gli echi del frastuono prodotto dal crollo del regime borghese si riverbereranno sul pianeta presumibilmente con una velocità inimmaginabile ai tempi della caduta dello zar e del governo provvisorio.

I cento anni trascorsi dalla rivoluzione in Russia hanno profondamente modificato il contesto imperialistico in cui quell’evento si è realizzato, così come profondamente modificata è la composizione del moderno proletariato internazionale. Senza entrare nel dettaglio delle differenze tra il quadro imperialistico in cui è scoppiata la rivoluzione russa e quello attuale, cosa che richiederebbe uno specifico lavoro, basti ricordare come nel 1917 l’insurrezione bolscevica sia avvenuta nel bel mezzo del primo conflitto imperialistico, generato dallo scontro tra le potenze che allora si contendevano il dominio del mondo. Se nel 1917 il mondo era in guerra a causa dello scontro tra le vecchie potenze europee (ricordiamo che gli Stati Uniti partecipano al massacro imperialistico quando i giochi erano già fatti), oggi il quadro internazionale è caratterizzato dalla presenza di una grande potenza globale in declino come gli Usa e dall’ascesa di altre potenze imperialistiche come la Cina e la stessa Unione europea, che minano dalle fondamenta il dominio economico e monetario degli Stati Uniti. Non solo è mutato lo scenario imperialistico, con una contestuale caduta ed ascesa di potenze imperialistiche, ma a modificarsi, ed anche in maniera radicale, sono state le forme e gli strumenti con i quali si esplica il dominio imperialistico. Se ai tempi di Lenin uno dei più importanti strumenti del dominio imperialistico era rappresentato dall’esportazione di capitali, oggi la prima importatrice di merci e capitali è anche la prima potenza imperialistica al mondo. Non è più tanto la capacità di esportare capitali a caratterizzare il potenziale imperialistico, quanto la capacità di produrre capitale fittizio ed imporre la propria moneta sui mercati internazionali. Unitamente alle cannoniere sono questi i principali strumenti attraverso i quali si afferma il dominio imperialistico di una potenza.

E’ cambiato il quadro imperialistico di riferimento in cui si trova a vivere il moderno proletariato, ma non sono affatto diminuite le forze che alimentano le spinte verso la guerra imperialista. Infatti, in questi ultimi decenni, la guerra da semplice evento6, che in passato periodicamente interrompeva il normale funzionamento del capitalismo basato sullo sfruttamento del lavoro salariato, è diventata una costante del moderno sistema di produzione capitalistico, in cui sono diventate dominanti le forme di appropriazione parassitaria di plusvalore attraverso la produzione di capitale fittizio7.

In questi ultimi cento anni è cambiato il quadro imperialistico ma profondamente mutate sono altresì le condizioni di vita e di lavoro nonché la composizione della classe lavoratrice su scala internazionale. Se in Russia nel 1917 Lenin ha potuto guidare la rivoluzione soltanto grazie all’alleanza con la sterminata massa di contadini, oggi tale problematica, che ha angosciato per anni i militanti bolscevichi di allora, è stata definitivamente risolta dallo stesso sviluppo capitalistico, che nei fatti ha proletarizzato milioni di contadini in Russia e nel resto del mondo. In nessun periodo della moderna storia del capitalismo come in questo primo scorcio di ventunesimo secolo i proletari vivono in ogni angolo del pianeta le stesse condizioni di vita e di lavoro. Ai tempi di Marx il motto finale del “Manifesto del Partito Comunista”, “proletari di tutto il mondo unitevi”, rappresentava nei fatti una straordinaria intuizione, in questi ultimi decenni si sono realizzate le condizioni obiettive affinché i proletari di tutto il mondo possano potenzialmente unirsi nella lotta per l’abbattimento del modo di produzione capitalistico. Solo i moderni proletari, semplici possessori di forza-lavoro erogata per lo svolgimento di lavoro astratto, vivono condizioni unificanti su scala internazionale che li pongono, almeno in potenza, quali soggetti in grado di mettere internazionalmente all’ordine del giorno l’abbattimento del sistema capitalistico per la realizzazione della libera associazione dei produttori (comunismo). In realtà ci troviamo oggi di fronte ad una situazione in cui miliardi di proletari vengono catapultati dal capitale nel mercato mondiale della forza-lavoro, senza che questi si percepiscano come individui appartenenti ad una classe sociale che ha propri interessi da difendere nel permanente scontro sociale che quotidianamente viene combattuto. La lotta di classe non è finita, ma nell’attuale momento storico è la borghesia che violentemente la combatte attaccando in ogni angolo del pianeta le condizioni di vita e di lavoro di miliardi di proletari. Ma se è vero che nell’attuale lotta di classe è la borghesia a giocare all’attacco, sono enormi le potenzialità offerte dalle nuove condizioni di vita e di lavoro vissute in ogni latitudine da miliardi di individui che subiscono quotidianamente gli attacchi dal capitale. Il primo problema che ci troviamo di fronte, e sul quale sono chiamati a dare un proprio contributo tutti coloro che si richiamano al marxismo rivoluzionario, è comprendere sia la nuova composizione di classe su scala mondiale sia i momenti che possono agevolare i processi d’aggregazione sul fronte di classe di questa sterminata massa di proletari. E’ un compito immane quello a cui siamo chiamati ma che non consente alcun tipo di riproposizione di vecchie formule non più valide per comprendere la modernità del capitalismo e aiutare i proletari a percepirsi come proletariato.  

In questo nuovo contesto l’assalto al cielo che dovranno tentare i proletari richiederà la presenza di un partito politico che dovrà avere obbligatoriamente  una base internazionale. Non sarà più replicabile un processo come quello che ha visto prima lo scoppio della rivoluzione russa del 1917 e soltanto due anni dopo la formazione di un’organizzazione come l’Internazionale comunista, che metteva insieme i vari partiti comunisti che nel frattempo si erano formati nei singoli Paesi del mondo. Senza la presenza di un’avanguardia politica di classe ramificata su scala internazionale non potrà esserci alcuna rivoluzione.

 

Primi provvedimenti   

La trasformazione rivoluzionaria della società dovrà avviarsi attraverso un attacco immediato al sistema salariale e alle altre categorie economiche caratterizzanti il sistema capitalistico. In primo luogo è necessario attaccare la circolazione del denaro e di conseguenza quelle delle merci, per attivare meccanismi economici che ostacolino ed inceppino il processo  d’accumulazione del capitale. Con la presa del potere politico il proletariato, attraverso l’emanazione dei primi provvedimenti, dovrà spezzare il meccanismo dello sfruttamento del sistema salariale e avviare la costruzione di una nuova società nella quale la produzione di merci e la legge del valore saranno finalmente superate. Nella società comunista, in nessun suo stadio, potrà trovare spazio la legge del valore e lo scambio tra merci e di conseguenza la circolazione del denaro. Con la dittatura del proletariato e l’avvio della trasformazione rivoluzionaria della società non dovrà esserci più spazio per nessuna forma di capitalismo. Ciò non significa che il giorno dopo l’insurrezione proletaria il capitalismo come per miracolo sarà solo un lontano ricordo, ma quello che vogliamo sottolineare è che il proletariato avrà il compito di adottare in tempi molto rapidi tutti quei provvedimenti politici necessari al superamento del vecchio sistema economico borghese.

Proprio l’esperienza russa ci insegna che il proletariato, attraverso la guida politica del suo partito e i suoi organi di potere, o è in grado di attaccare fin da

subito i meccanismi dell’accumulazione del capitale oppure rimane schiacciato sotto il peso della controrivoluzione borghese. 

Non ci potranno essere interstizi temporali e ambiguità sociali, assimilabili al capitalismo di stato, tra la presa del potere politico e l’avvio del processo di trasformazione rivoluzionaria della società. Questo errore teorico è stato commesso in passato e non bisogna assolutamente ripeterlo anche per evitare di dar vita a mostri sociali come quelli affermatisi in Russia.

La prima fase del comunismo

Il periodo politico di transizione, durante il quale si esercita la dittatura del proletariato, termina con il completamento del processo di trasformazione rivoluzionario della società e con la completa realizzazione del comunismo. Questo non si esaurisce con la presa violenta del potere politico e con le prime misure economiche necessarie ad abolire lo scambio delle merci e la legge del valore, ma richiede un lasso di tempo lungo il quale si potrà completare la trasformazione rivoluzionaria della società. Probabilmente questo lasso di tempo sarà più breve rispetto a quello ipotizzato dallo stesso Marx. Infatti, mentre il rivoluzionario di Treviri pensava che fosse compito del comunismo sviluppare le forze produttive, con la conseguenza di proiettare nel futuro la possibilità di vedere aumentata la ricchezza sociale da distribuire tra i lavoratori liberamente associati, l’esperienza storica ha dimostrato che tale compito è stato ampiamente già assolto dal capitalismo. La nuova società comunista non avrà l’assillo di sviluppare le forze produttive, ma avrà piuttosto il compito di utilizzarle per soddisfare i bisogni dell’intera umanità e in piena armonia con l’equilibrio dell’ecosistema naturale.

E’ sempre Marx a dirci che la trasformazione è un processo che non si esaurisce in pochi giorni e che richiede un costante esercizio del potere da parte della classe lavoratrice: “Nell’interno della società collettivista, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà reale da essi posseduta, poiché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori individuali non diventano più parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto.”8  La nuova società comunista abolisce lo scambio delle merci e il sistema delle aziende capitalistiche; non ci sarà più uno scambio di merci tra i singoli individui attraverso la mediazione monetaria, ma, in questa prima fase, semplicemente uno scambio tra il lavoro prestato e i beni di consumo senza la mediazione del denaro.

Prosegue Marx “Quella con cui abbiamo da far qui, è una società comunista9, non come si è sviluppata sulla sua propria base, ma viceversa, come sorge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita. Perciò il produttore singolo riceve - dopo le detrazioni - esattamente ciò che dà. Ciò che egli ha dato alla società è la sua quantità individuale di lavoro ... Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto equivale a un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra. Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perché nella nuova situazione nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perché d’altra parte niente può diventare proprietà dell’individuo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità in un’altra. L’uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese, benché principio e pratica non si accapiglino più, mentre l’equivalenza delle cose scambiate nello scambio di merci esiste solo nella media, non per il caso singolo. Nonostante questo processo, questo ugual diritto è ancor sempre contenuto entro un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro. Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev’essere determinato secondo la durata o l’intensità, altrimenti cessa di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale, per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente l’ineguale attitudine individuale e quindi la capacità di rendimento come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di un’uguale misura; ma gli individui  disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l’altro no; uno ha più figli dell’altro, ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale. Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita dopo i lunghi travagli del parto dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale da essa condizionato,  nella società.”10 Marx descrive qui sommariamente come dovrà  funzionare la nuova società comunista che si afferma sulle macerie della società capitalistica e che inevitabilmente risente ancora del retaggio del passato. Sono finalmente aboliti sia il lavoro salariato che le merci, non c’è più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma lo scambio tra il lavoro prestato e i beni di consumo avviene ancora secondo il vecchio diritto borghese, ossia uno scambio tra equivalenti. Gli individui per il lavoro prestato non riceveranno in cambio un salario ma avranno conteggiate (probabilmente attraverso la registrazione in un database e su un supporto informatico personale) le ore di lavoro prestate al netto delle ore di lavoro che serviranno per reintegrare i mezzi di produzione socializzati e i servizi sociali. I lavoratori, utilizzando il personale supporto informatico sul quale sarà conteggiato il lavoro prestato, avranno la possibilità di ritirare tanti beni di consumo quante ore di lavoro avranno in precedenza prestato. La tessera sulla quale saranno registrate le ore di lavoro prestate non sarà un simulacro delle attuali carte di credito: si differenzierà nettamente dal denaro per il semplice motivo che le ore di lavoro registrate non potranno essere accumulate nel tempo ma dovranno essere utilizzate solo ed esclusivamente per ottenere beni di consumo. Non ci potrà essere accumulazione di tempo di lavoro da scambiare in un prossimo futuro con altri individui perché in tal modo si offrirebbe la possibilità a qualche individuo di esercitare una sorta di potenza sociale sugli altri individui, e creare i presupposti per la formazione di classi sociali. Il tempo di lavoro registrato non può essere neanche oggetto di circolazione e pertanto esaurisce la propria funzione nell’ottenere beni di consumo. Nessuno potrà utilizzare il proprio lavoro e/o quello altrui per sottoporre sotto il proprio controllo i mezzi di produzione che rimarranno sempre nella piena disponibilità della società nel suo complesso.

Un intermezzo. La moneta del comune

La chiara impostazione di Marx nel caratterizzare la nuova società comunista come una formazione sociale nella quale è abolita la produzione di merci e la circolazione del denaro, si scontra con le attuali elucubrazioni del neo-operaismo, che tra le altre cose arrivano a teorizzare un circuito monetario alternativo a quello capitalista, funzionale all’emancipazione dallo sfruttamento del capitale.

Quali dovranno essere gli elementi caratterizzanti la moneta del comune?  Vediamo il quadro che descrive Andrea Fumagalli: “Essere non accumulabile e non diventare oggetto di speculazione. In conseguenza essa deve perdere una parte del suo valore nel corso del tempo. Si tratta quindi di una moneta che fonde o monnaie fondante.

Attenuare la dipendenza dei lavoratori dal vincolo economico alla vendita della loro forza-lavoro e quindi al rapporto salariale, riducendo la precarietà.

Permettere, su queste basi, di liberare tempo e risorse per sviluppare forme di cooperazione alternative fondate sulla messa in comune dei saperi, dei risultati della produzione e, comunque, su reti di scambio che escludono la logica del profitto. La partecipazione alla rete in cui circola la moneta del comune implica l’adesione a questi principi, che si tratti d’individui, d’imprese o di soggetti istituzionali come in parte il caso di certi modelli di monete alternative sperimentate su basi locali.

Essere non proprietà."11 Poche righe dopo lo stesso Fumagalli ci chiarisce la funzione: “Più specificatamente la moneta del comune può rappresentare un’alternativa a un’economia monetaria e finanziaria di produzione, se utilizzata in primo luogo come strumento di remunerazione monetaria della forza-lavoro, inizialmente, ad esempio, come integrazione suppletiva al salario erogato in moneta tradizionale. ... Lo scopo di questo circuito finanziario alternativo è quello di fornire finanziamenti per lo sviluppo di servizi sociali, la produzione di valori d’uso (no profit) e la remunerazione della cooperazione sociale."12 Tanto rumore per nulla avrebbe detto il grande William Shakespeare; che differenza corre tra la moneta tradizionale e quella del comune se entrambe svolgono le stesse funzioni di mezzo di pagamento, misura del valore e soprattutto di riserva del valore? E’ vero che nelle definizioni si dice che la moneta del comune non potrà essere accumulata, ma come è possibile remunerare la forza-lavoro e finanziare delle attività economiche e sociali se tale moneta non rappresenta anche uno strumento di riserva di valore. Ma se è vero che la moneta del comune esprime anche una riserva di valore, e quindi il suo utilizzo potrà essere traslato nel tempo, quali sono gli impedimenti per una sua accumulazione? Non si supera il capitalismo attraverso lo strumento che più di ogni altro esprime la potenza del capitale e la miseria di miliardi di esseri umani. E’ sempre Marx che ci aiuta a comprendere le contraddizioni in cui si dimenano le tesi neo-operaiste in tema di moneta del comune: “Il problema, si dice, è di natura generale: è possibile rivoluzionare i rapporti di produzione esistenti e i rapporti di distribuzione ad essi corrispondenti mediante una trasformazione dello strumento di circolazione – trasformando cioè l’organizzazione della circolazione? Inoltre: è possibile intraprendere una simile trasformazione della circolazione senza toccare gli attuali rapporti di produzione e i rapporti sociali che poggiano su di essi? Se ogni trasformazione in tal della circolazione stessa presupponesse a sua volta trasformazioni delle altre condizioni di produzione e rivolgimenti sociali, crollerebbe naturalmente a priori questa dottrina, le cui artificiose proposte in materia di circolazione mirano da un lato ad evitare il carattere violento delle trasformazioni, dall’altro a fare di queste trasformazioni stesse non un presupposto, ma viceversa un risultato graduale della trasformazione della circolazione."13 E poche righe più avanti del quaderno I dei Grundisse nell’avanzare la propria critica all’economista francese Alfred Darimon sembra rispondere con 160 anni d’anticipo alle tesi di Fumagalli: “Occorrerebbe inoltre indagare se le diverse forme civilizzate del denaro – moneta metallica, carta moneta, moneta di credito, denaro-lavoro (quest’ultimo come forma socialista) possono raggiungere ciò che da esse si pretende senza sopprimere lo stesso rapporto di produzione espresso nella categoria del denaro, e se in tal caso, d’altra parte, non è di nuovo una pretesa autodistruttiva quella di voler prescindere, attraverso la trasformazione formale di un rapporto, dalle condizioni essenziali del medesimo. Le varie forme del denaro possono anche corrispondere meglio alla produzione sociale a vari livelli; e l’una può eliminare inconvenienti per i quali l’altra non è matura; ma nessuna, finché esse rimangono forme del denaro, e finché il denaro rimane un rapporto di produzione essenziale, può togliere le contraddizioni inerenti al rapporto denaro: può rappresentale in una forma o nell’altra.14" All’elenco di monete contenuto nella lunga citazione di Marx basta aggiungere la moneta del comune per dare una risposta compiuta al Fumagalli e a tutti coloro che, invece di porre il problema del superamento del capitalismo e quindi del denaro, si dimenano a fantasticare su quale moneta possa eliminare le contraddizioni del capitale.

Dopo questo lungo intermezzo riprendiamo la questione della transizione.

Nonostante il capitalismo sia stato abbattuto e con esso la borghesia, ci troviamo in una società comunista non ancora pienamente sviluppata, che non ha compiuto fino in fondo la trasformazione rivoluzionaria della società e che pertanto richiede ancora la presenza del semi-stato proletario. Ci troviamo in quella fase inferiore della società comunista che Lenin in “Stato e rivoluzione” chiama socialismo.

Il comunismo realizzato

Abbiamo visto come in Marx il periodo di transizione politico, ossia la dittatura del proletariato, accompagni la trasformazione rivoluzionaria della società fino al completamento dell’intero processo. Da Lenin in avanti sono varie le interpretazioni sulla transizione, ma tutti commettono l’errore metodologico di scindere il periodo di transizione politico dal processo economico di trasformazione rivoluzionaria della società. Come se i due momenti fossero temporalmente distinti e non appartenessero invece ad un unico processo storico. Giusto per citare un autore temporalmente a noi vicino, per l’economista indiano Paresh Chattopadhyay15 la transizione al comunismo va individuata nella fase della dittatura del proletariato; dopo tale fase la società si trova già nel comunismo e il periodo di transizione politico è definitivamente superato e con esso la dittatura del proletariato. Da un lato si ha il periodo di transizione politico e dall’altro la società comunista. La trasformazione rivoluzionaria della società si avvia solo dopo la dittatura del proletariato e nello stesso tempo il periodo di transizione politico si chiude con l’avvio della prima fase della società comunista. Entrambe le letture traggono origine, a nostro parere, da una errata interpretazione di Marx in quanto pongono su piani diversi la questione della dittatura del proletariato e quella della trasformazione rivoluzionaria della società. Questo errore metodologico determina che per alcuni la transizione coincide con la dittatura del proletariato e si chiude con l’avvio della società comunista; per altri la transizione coincide con quella che Marx definisce la fase inferiore della società comunista e la dittatura del proletariato altro non sarebbe che un momento soltanto preparatorio alla fase di transizione. Come si vede regna la confusione più totale e il rischio che si corre e che una cattiva periodizzazione possa determinare delle scelte politiche che allontanino anziché facilitare la trasformazione rivoluzionaria della società. Chi più di altri ha facilitato la confusione sull’argomento è Lenin che in “Stato e rivoluzione” abbandona lo schema lineare di Marx e periodizza la transizione dal capitalismo al comunismo secondo un percorso che prevede tre fasi: dittatura del proletariato, socialismo e comunismo. Senza volergli addossare alcuna responsabilità sulle cause della controrivoluzione in Russia, come d’altronde già evidenziato sopra e in numerosissimi altri nostri precedenti lavori, sono molte le sbavature teoriche presenti nell’opera di Lenin “Stato e Rivoluzione”. Giusto per fare qualche esempio ed evidenziarne qualcuna, Lenin nell’opera sopraccitata descrive l’estinzione dello Stato come un processo graduale e nello stesso tempo spontaneo, parla di stato borghese senza borghesia e di salariati statali in piena epoca comunista. Sono indicazioni che risentivano della particolare situazione sociale e storica in cui si è svolta la rivoluzione bolscevica ma nello stesso tempo hanno sicuramente facilitato sbagliate interpretazioni, che in alcuni casi sono anche all’origine di tanti errori nella storia del movimento operaio.

Nella prima fase della società comunista permane la necessità della presenza della dittatura del proletariato in quanto non si è ancora completato il processo di trasformazione rivoluzionaria della società dell’una nell’altra.

La dittatura del proletariato è la forma statuale del proletariato per esercitare il proprio dominio di classe sulla borghesia e nasce fin da subito, avendolo già nel proprio DNA, con la caratteristica di tendere all’estinzione man mano che si estinguono le classi e la nuova la nuova società comunista completa il proprio percorso. Al di là del richiamo alla Comune di Parigi Marx non ci dà alcuna indicazione, né d’altronde si poteva sbilanciare in ipotesi che non potevano essere suffragate da dati concreti, circa le forme che dovrà assumere il semi-stato proletario nel corso della trasformazione rivoluzionaria della società. Per non scadere nella metafisica ci asteniamo anche noi dal tratteggiare l’organizzazione statuale proletaria, consapevoli in ogni caso che sia nella forma sia nel suo operare quotidiano saranno molte le modifiche che il semi-stato proletario subirà con l’avanzare della nuova società comunista. Questi si estinguerà con la fine delle classi sociali e la completa realizzazione del comunismo che si ha quando “In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, - solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: - Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!"16    

Il processo rivoluzionario che inizia con la presa del potere politico e l’abbattimento dello stato borghese si completa quando la nuova società comunista è in grado di rompere definitivamente anche con i retaggi della civiltà borghese, superando con uno slancio proiettato nel futuro la stessa logica del diritto borghese che impone di rapportare equivalenti (tempo di lavoro in cambio di beni di consumo). La trasformazione rivoluzionaria della società è completa, e quindi non sarà più necessaria la presenza del semi-stato proletario, quando anche gli ultimi retaggi del diritto borghese saranno superati e il lavoro sarà prestato dagli individui senza l’assillo di avere in cambio una corrispondenza in beni di consumo. Si consumerà non in rapporto al proprio contributo lavorativo ma in ragione dei propri bisogni, così come si lavorerà non in rapporto a ciò che si potrà consumare ma in rapporto alle proprie individuali capacità fisiche e intellettive.

Quanto tempo ci vorrà per realizzare tutto questo processo non è dato saperlo e ciò non dipende solo dal livello delle forze produttive, che rispetto ai tempi di Marx sono notevolmente più sviluppate, ma anche dalla capacità che avranno gli individui liberamente associati di scrollarsi di dosso le incrostazioni del defunto modo di produzione capitalistico.

 

Note

1 Tale definizione di comune è tratta dal libro di Andrea Fumagalli “Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo”. Pag. 150  Ed. Derive Approdi 2017.

2 Una prima critica a Lenin e alla sua teoria sulla fase di transizione è possibile leggerla nell’articolo “Discutendo della transizione dalla società capitalistica a quella comunista. Qualche punto fermo.” di Giorgio Paolucci pubblicato sul n. 7 di questa stessa rivista nel 2013

3 Karl Marx - Critica al programma di Gotha – opera pubblicata in DMD’ n. 5 pag. 79

4 Lenin “Stato e rivoluzione”. La frase citata è all’interno del capitolo V “Le basi economiche dell’estinzione dello stato - paragrafo I – L’impostazione della questione in Marx”.

Ibidem

6 Interessante è il libro di Umberto Curi - I figli di Ares, Guerra infinita e terrorismo. Ed. Castelvecchi 2016, in cui si evidenzia la trasformazione della guerra da semplice evento in una costante quotidiana del capitalismo.

7 Vedi il saggio Capitale fittizio e guerra permanente di Lorenzo Procopio pubblicato su libro “La crisi del capitalismo – Il crollo di Wall Street” ora disponibile all’indirizzo http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche?start=20

Karl Marx - Critica al programma di Gotha - opera pubblicata in DMD’ n. 5 pag. 71

9 Marx definisce società comunista anche quella che si afferma sulle macerie della società capitalistica, sarà Lenin a definire questa fase della società comunista Socialismo, introducendo in tal modo una distinzione terminologica che ha creato non pochi problemi interpretativi sull’intero processo di transizione. 

10 Karl Marx - Critica al programma di Gotha. Opera pubblicata in DMD’ n. 5 pag. 71 e 72

11 Andrea Fumagalli “Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo”. Pag. 173  Ed. Derive Approdi 2017

12 Ibidem pag. 174

13 Karl Marx – Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857-1858. Volume I Pag. 52 - Ed. La Nuova Italia

14 Ibidem pag. 52 - 53

15 Una prima critica all’economista indiano è già presente nell’articolo di Carlo Lozito “Comunismo: negazione dell’alienazione, affermazione completa dell’individuo sociale” apparso sul numero 6 di questa stessa rivista nel 2013 ed ora disponibile al seguente indirizzo http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/transizione/265-negazionealienazione

16 Karl Marx - Critica al programma di Gotha. Opera pubblicata in DMD’ n. 5 pag.  72

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