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Rivoluzionare l’economia per rivoluzionare l’uomo.

Creato: 18 Settembre 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2118

Dalla  rivista  D-M-D' n °8

La rivoluzione proletaria ha come fine l’eliminazione delle disuguaglianze economiche tra gli uomini. Non si tratta, come spesso viene inteso da interessati denigratori, di un’uguaglianza che uniforma la personalità individuale in una sorta di scialbo appiattimento umano ma di un’uguaglianza che permette agli individui, finalmente liberi, di esprimere il meglio di loro stessi, delle loro differenti forze e personalità in ogni attività pratica e spirituale.

Premessa.

uman_puzzleE’ il proletariato, in quanto classe che non ha altre classi da sfruttare, che può, liberando se stesso, liberare l’intera umanità. La sua rivoluzione sostituisce alla vecchia società borghese, fondata sui rapporti antagonistici tra le classi sociali, “una libera associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”1.

Così si avvia la realizzazione di una società in cui si eliminano le disuguaglianze economiche e si realizzano nuove relazioni tra gli uomini fondate sulla cooperazione. Il piano consapevole della produzione, col controllo e l’uso delle forze produttive da parte degli individui liberamente associati, si sostituisce al mercato divenendo lo strumento per indirizzare l’attività degli uomini al soddisfacimento dei loro bisogni. Non si tratta, come spesso viene inteso da interessati denigratori, di un’uguaglianza che uniforma la personalità individuale in una sorta di scialbo appiattimento umano ma di un’uguaglianza che permette agli individui, finalmente liberi, di esprimere il meglio di loro stessi, il meglio delle loro differenti forze e personalità in ogni attività pratica e spirituale. Condividiamo la sottolineatura di Sergio Cappellini:

è bene sottolineare questo concetto perché è un luogo comune l'idea del comunismo come di una società in cui l'uguaglianza appiattisce gli individui e fa scomparire ogni differenza tra le persone: niente di più falso. Marx, fin dall'epoca dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, ha sempre indicato nel massimo sviluppo delle capacità umane e delle qualità individuali le caratteristiche fondamentali della società comunista: non l'uguaglianza bensì la piena libertà dell'uomo, nella ricchezza di tutte le sue manifestazioni, è il fine del movimento comunista... Va però aggiunto e precisato che nell'ambito del comunismo la libertà non sarà soltanto un attributo dell'individuo, ma diventerà una condizione permanente dell'intera società umana; nel senso che, una volta scomparsi i conflitti economici e sociali, gli uomini associati diventeranno veramente padroni del loro destino, cioè liberi”2. Per Marx, si tratta del passaggio dalla preistoria alla storia dell’uomo, un passaggio fondamentale spiegato efficacemente da Engels con queste parole: “Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società, viene eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L'anarchia all'interno della produzione sociale viene sostituita dall'organizzazione cosciente secondo un piano. La lotta per l'esistenza individuale cessa. In questo modo, in un certo senso, l'uomo si separa definitivamente dal regno degli animali e passa da condizioni di esistenza animali a condizioni di esistenza effettivamente umane (...) L'organizzazione in società propria degli uomini che sinora stava loro di fronte come una legge elargita dalla natura e dalla storia, diventa ora la loro propria libera azione. Le forze obiettive ed estranee che sinora hanno dominato la storia passano sotto il controllo degli uomini stessi. Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da loro poste in azione, avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, anche gli effetti che essi hanno voluto. È questo il salto dell'umanità dal regno della necessità al regno della libertà.3

Questa riappropriazione degli uomini di loro stessi è il risultato del processo di trasformazione della società, un processo che inizia con la rivoluzione proletaria e si compie, per giungere al comunismo, attraverso l’eliminazione del modo di produzione capitalistico e l’affermazione del modo di produzione associato.  E’ sulla base di questo rivoluzionamento che ne avviene, di riflesso, un altro ancora più significativo: il rivoluzionamento dell’individuo in tutte le espressioni del suo essere e delle sue relazioni con i suoi simili. Il risultato è l’affermarsi di un individuo nuovo, non più alienato, capace di vivere ed esprimersi non più per il pungolo dell’incentivo economico, del denaro, ma semplicemente per il piacere di realizzare pienamente se stesso.

Il denaro avvelena ogni momento dell’esistenza umana.

Oggi le relazioni tra gli uomini sono diventate, nella società delle merci, una relazione tra cose, una relazione rovesciata in cui gli uomini si rapportano tra loro quasi esclusivamente attraverso lo scambio di cose, di merci. Il denaro media questo scambio e lo fa innanzi tutto nel rapporto tra capitalista e lavoratore. Entrambi dipendono dal denaro ma in modi totalmente diversi.

Il capitalista erige il denaro, il suo accrescimento continuo, a primo motivo di vita, non solo per avidità, che è pure un vizio che lo contamina, ma soprattutto perché non può farne a meno. Il processo di accumulazione del capitale e la concorrenza delle altre imprese, immanenti alla sua esistenza, lo obbligano a espandere incessantemente il suo capitale che è denaro investito nel processo produttivo per la produzione e la vendita di merci. Una volta vendute queste merci si trasformano in denaro accresciuto rispetto a quello inizialmente investito. A questo incessante processo egli non può sottrarsi pena la sua morte come capitalista. O vi riesce, oppure perisce per effetto della concorrenza di qualche altra impresa più capace di competere nella produzione delle stesse merci. Superato questo ostacolo, col denaro il capitalista imbelletta la sua esistenza vivendo i piaceri e il lusso più smodati, esercitando il suo potere su uomini e cose e sviluppando psichicamente un inevitabile quanto sfrenato narcisismo, un vero e proprio delirio di onnipotenza.4

Anche il lavoratore salariato è legato indissolubilmente al denaro: ottenere il salario è la condizione indispensabile per comprare i mezzi per la sua sussistenza. Se non ci riuscisse, sprofonderebbe nella disoccupazione, nella povertà, nell’impossibilità di vivere. Anche per il lavoratore dunque il denaro è il primo e indispensabile motivo di vita. Se non ingaggiasse la dura lotta quotidiana per dimostrare al capitalista di essergli utile, in altre parole se non si piegasse ogni giorno alla dura disciplina aziendale finalizzata alla sua spremitura, egli verrebbe licenziato e quindi gettato sul lastrico.

Il denaro, il suo ottenimento, è il motivo primo della vita della pressoché totalità degli individui, ognuno nel modo consentitogli dalla sua specifica posizione nei rapporti di produzione. Il negoziante, l’artigiano, il libero professionista, il piccolo imprenditore, l’usuraio, il delinquente e così passando per l’infinita gamma delle molteplici attività umane, tutti bramano il denaro, lo desiderano, lo inseguono, lo conquistano perché solo dopo averlo posseduto possono spenderlo per soddisfare i loro bisogni e così ingaggiano una vera e propria infernale guerra quotidiana, con tanto di morti e feriti, nel corpo e nella mente, pur di ottenerlo.

Nella società capitalistica giunta alla sua fase di decadenza, ancor di più nei suoi momenti di crisi economica, la ricerca di denaro diviene un’ossessione, un imperativo quotidiano cui sottomettere ogni momento dell’esistenza individuale. La formazione negli ultimi decenni di un mercato mondiale totalmente interconnesso, ha esteso questo modo di esistere dell’individuo, questa diabolica sottomissione dell’uomo al denaro, a ogni angolo della Terra. Il denaro è diventato il vero padrone del mondo e dell’esistenza dell’intera umanità. Mentre per il capitalista la ricerca del denaro si traduce nella sua potenza economica e nel soddisfacimento dei suoi desideri, per gli altri, sempre più scendendo verso il basso della scala sociale, questa ricerca si riduce a lotta per la semplice sopravvivenza, a un guado da attraversare ogni giorno per poter semplicemente sopravvivere. La giornata e la vita lavorativa, sempre più dilatate, costringono costoro a spendere la totalità della loro esistenza per procacciarsi il denaro necessario allo loro esistenza sacrificando, spesso annullando, ogni altro aspetto della loro personalità e della loro vita. Questa privazione produce individui alienati, pervasi dalla frustrazione e dal malessere psicologico che quasi sempre, inevitabilmente, si trasforma pure in malattia psicosomatica. Individui disperatamente soli nonostante vivano in mezzo a milioni di loro simili, alienati, infelici, individui in perenne conflitto tra loro a causa del denaro. Questo non era mai accaduto nella storia umana. Mai le società precedenti al modo di produzione capitalistico avevano mercificato l’uomo, la sua essenza, sino a questo punto, in modo così brutale e completa riducendo ogni relazione personale in una impersonale relazione mediata dal denaro.

Esistere per consumare.

Nel denaro si riflettono i rapporti sociali, i rapporti tra i diversi individui della società. Innanzi tutto i rapporti di proprietà: alcuni individui, il cui insieme è la parte minoritaria della società, possiedono i mezzi di produzione nella forma del possesso del capitale; gli altri, la maggioranza, hanno il denaro solo per acquistare i mezzi di sussistenza, altri ancora, coloro che la sociologia borghese definisce ceto medio, ne hanno anche per comprare i mezzi di produzione che usano direttamente. Il fatto sostanziale è questo: una minoranza possiede tutto, la maggioranza è privata di quasi tutto.5

Ciò che il capitalismo ha prodotto negli ultimi quaranta anni circa e che oggi in una certa misura sta replicando anche nei paesi periferici è qualcosa di mostruoso: in occidente, nei paesi a capitalismo avanzato, c’è una massa di individui alienati che vivono per consumare quello che l’apparato produttivo più sviluppato dell’intera storia umana sforna quotidianamente dalle proprie fabbriche prevalentemente delocalizzate nei paesi periferici; nella restante parte del mondo, soprattutto in Asia e Sudamerica, c’è una restante massa di individui schiavizzati per fornire al mondo le merci da consumare, oppressi da un lavoro che nega la persona nei suoi bisogni primari e la riduce a pura appendice di una macchina comandata dal capitale, condannati a un’esistenza pervasa principalmente dall’aspirazione al raggiungimento della condizione di vita del consumatore occidentale. La Cina come manifattura del mondo è diventata l’emblema di questo processo: l’illusione della felicità umana fondata essenzialmente sul consumo è divenuta planetaria.

La differenza tra l’uomo e la merce è andata dissolvendosi, anzi, mentre l’individuo ha perso le sue peculiarità umane trasformandosi sempre più in appendice della macchina e del consumo, le cose, le merci prodotte, hanno fatto propri i caratteri propriamente umani assumendo una centralità, un primato, che dovrebbe essere peculiare all’uomo. Per la società capitalistica dell’epoca della grande produzione di massa la merce assume un’importanza assoluta, tale da eclissare quella dell’uomo: “le curve sensuali…puntano alla seduzione totale…dalle linee decise alla sua personalità affermata in ogni dettaglio, tutto contribuisce al suo carisma…rappresenta l’esperienza del “colpo di fulmine”…una nuova scultura…un oggetto del desiderio dotato di una sensualità…come muscoli, le sue curve esprimono il dinamismo…nessuno spigolo sporgente e aggressivo, solo profili che vorremmo accarezzare e avvicinare…”. Sembra la descrizione, seppure secondo lo stereotipo odierno della donna, di una seduttiva e affascinante bellezza femminile e invece si tratta della recente pubblicità di un’utilitaria di una grande azienda automobilistica francese. Mentre il declino della società capitalistica annienta l’uomo alienandone anche i tratti psichici salienti, innanzi a lui, a sovrastarlo e fagocitarlo, si afferma la potenza della merce, una merce che si appropria persino dei suoi tratti caratteristici, della sua personalità, una merce che il capitalismo erge a forza dominatrice incontrastata sull’individuo.

L’alienazione e la schiavizzazione, quali condizioni complementari, ci servono a tratteggiare ciò che fondamentalmente caratterizza l’esistenza della maggior parte degli uomini nell’epoca attuale. Occorre dire che in Occidente la crisi del processo di accumulazione del capitale, che dal 2008 ha assunto un carattere particolarmente acuto ed un’estensione mondiale, sta facendo venire meno, progressivamente e sempre più velocemente, il modello della fase precedente, quella degli alti consumi generalizzati sostenuti da relativamente alti salari e da un welfare state che tutelava alcuni importanti aspetti dell’esistenza dei salariati: pensioni sufficienti a garantire una vecchiaia decente, un’assistenza sanitaria per disporre delle cure necessarie in caso di malattia e un’istruzione di base per tutti. Beninteso, tutte cose funzionali alla fase economica scaturita nel dopoguerra che aveva bisogno, per la nascente grande produzione industriale di beni di consumo di massa, di un mercato adeguatamente sviluppato costituito da milioni di individui pronti a consumare le grandi quantità di merci prodotte. Il sostegno all’accumulazione capitalistica, col modello economico scaturito dopo l’acuta crisi del 1929, è costato un prezzo altissimo: il debito degli stati a scala mondiale, innanzi tutto di quelli occidentali, diventato ingovernabile se non con le attuali misure di politica economica socialmente devastanti. Di conseguenza lo scenario sociale è radicalmente cambiato: lo stato cosiddetto assistenziale è stato praticamente spazzato via e si è diffuso un impoverimento generalizzato, esteso anche alla piccola borghesia. L’orgia consumistica della fase precedente è stata sostituita con il regime dell’austerità e della scarsità dei consumi e così Serge Latouche6, economista e filosofo francese, ha potuto scrivere il suo manifesto inneggiante alla “decrescita felice” per fare del vizio (l’affermarsi di una sempre più marcata disuguaglianza sociale e della povertà) una virtù (l’adattamento e l’accettazione di questa stessa povertà), per invitare a fare della propria condizione di privazione un motivo di sereno appagamento esistenziale.

Da tutto questo ne è scaturito in Occidente un profondo cambiamento dell’esistenza individuale. Mentre nel periodo precedente l’individuo è stato ridotto a mero consumatore e il fine della sua esistenza era in qualche modo realizzato nell’atto del possesso e del consumo della merce, ora quel consumatore salariato pagato sempre meno, precarizzato o disoccupato secondo i casi, vive la frustrazione di una vita sempre più esasperatamente impegnata nella lotta per ottenere il denaro con cui sopravvivere. Il consumo diventa sempre più un miraggio che si può trasformare in realtà solo al prezzo degli immensi sacrifici che gli sono richiesti per sostenere il processo di valorizzazione del capitale: salari che tendenzialmente vanno cinesizzandosi, ormai appare chiara la tendenza strutturale a salari di 500-600 euro al mese per i giovani nuovi assunti, lavoro sempre più stressante, intermittente e precario, esistenza sempre più depauperata e senza le tutele indispensabili ad affrontare le avversità della vita.

Da una parte si è ereditato dagli anni ottanta e novanta del secolo scorso un modello di vita e di valori fondati sul consumo e sul piacere illusoriamente fini a se stessi, entrambi incentrati su una visione individualistica dell’esistenza che ha comportato l’esasperata mercificazione di ogni relazione umana e un grande vuoto di valori; dall’altra, negli ultimi anni, è stata imposta alla maggioranza degli individui l’impossibilità sempre più accentuata di realizzare anche questi miseri fini esistenziali. Ne è seguito un disorientamento, particolarmente acuto nelle nuove generazioni, un’angosciante vacuità esistenziale, accompagnata spesso dall’altrettanta angosciante condizione di non avere il denaro per consumare e in tanti casi per sopravvivere.

Morire per tentare di esistere.

Non è migliore la vita degli sfruttati nei paesi periferici, in particolare modo asiatici, di recente industrializzazione, una industrializzazione dettata innanzi tutto dagli interessi del capitalismo occidentale che ha delocalizzato il suo capitale e le sue imprese per avvalersi dei bassi salari della manodopera locale imponendo un modello sociale improntato al più feroce sfruttamento. Ai precedenti rapporti rurali, riflesso di economie ancora arretrate e prevalentemente agricole, sono state sostituite le brutali condizioni di vita dettate dai processi di industrializzazione selvaggi, processi che hanno fatto all’uomo e all’ambiente di quei paesi uno scempio indescrivibile. Il prezzo pagato da milioni di lavoratori è drammatico. Qui non si tratta di angoscia esistenziale, qui il problema è addirittura la sopravvivenza alla fatica del più brutale asservimento al capitale. Trascurando di descrivere i disastri ambientali prodotti, citiamo solo il caso dei morti per troppo lavoro della Cina e in particolare quello, emblematico, di Shi Zaokun, un ragazzo di quindici anni che, per procurare da vivere alla sua famiglia e a se stesso, è stato costretto a lavorare e morire di fatica alla Pegatron, uno dei marchi aziendali cinesi che fungono da grandi fornitori dei colossi dell'elettronica: Apple, Sony, Samsung, ecc. Questa fabbrica fa il paio con la Foxconn, con sede a Shenzhen e con più di un milione di dipendenti, l’altro gigante cinese per la fornitura al mondo intero dei chip elettronici per i-phone, tablet e computer; qui, si è verificata una tragica catena di suicidi tra gli operai oltre le frequenti risse tra i dipendenti disperati, reclusi per mesi dentro i cancelli della fabbrica. Shi Zaokun aveva lasciato il villaggio per cercare il lavoro a Shanghai. Ha mentito sull'età procurandosi un falso documento di ventenne ed è arrivato alla catena di montaggio della Pegatron dove gli è stato dato un salario di pochi yuan all'ora in cambio di un duro lavoro continuo di quattordici ore al giorno, senza pausa, per sette giorni su sette cioè senza alcun riposo settimanale. Dopo un mese di lavoro Shi Zaokun è morto di fatica e insieme a lui, negli stessi giorni, altri tre operai suoi colleghi di lavoro. Leggiamo su un importante quotidiano italiano:

la storia di Shi Zaokun, icona del sacrificio del turbo-capitalismo socialista cinese che raccoglie il testimone degli schiavi inghiottiti dallo sfacelo dell'industria comunista sovietica (ecco puntuale la solita mistificante identificazione del capitalismo di stato col socialismo – ndr) è però riuscita a diventare un simbolo: quello del luogo di lavoro più potente, drammatico, prodigioso e perennemente mutante della contemporaneità. In trent'anni non si lancia una nazione, con 1,3 miliardi di persone alla fame, al secondo posto dell'economia globale. Impossibile: a meno che non si sia in grado di «spianare le montagne e far scorrere i fiumi in salita». Devi cioè, nella testa, essere la Cina. La ricetta sembra semplice e per la prima volta l'ha scritta uno studio internazionale condotto dal più grande sito web di offerte lavoro, in collaborazione con il più importante istituto di ricerca sui mercati globali, con sede in Germania. «La Cina sorpassa tutti in tutto - questo il verdetto - perché nessun altro lavoratore del mondo lavora quanto quello cinese, con la stessa capacità di sopportare i sacrifici». Il primato va coniugato anche al passato: nella storia moderna non c'è uno Stakhanov che avrebbe retto il passo di uno Shi Zaoukun. L'Urss ne ha avuto uno: in Cina sono centinaia di milioni e ogni anno, secondo China Labor Watch, 600 mila operai e impiegati muoiono per esaurimento da eccesso di fatica. L'altra faccia della medaglia del Pil, capace di restare a due cifre per un decennio prima di essere ora schiacciato dalla crisi di Usa e Ue.7

Un racconto significativo che fa piazza pulita dei tanti miti sul crescente benessere dei lavoratori cinesi. L’esistenza di quel ragazzo, tanto comune a milioni di diseredati dei paesi cosiddetti in via di sviluppo, si è conclusa immolandosi all’altare del profitto, è finita consegnandosi alla morte nel tentativo di ottenere quel misero denaro indispensabile alla sua vita.

Abolire la proprietà e il denaro per liberare l’uomo.

“Ma come è possibile vivere senza denaro? Come possono funzionare la società, gli scambi, senza denaro?” Ecco l’obiezione, non priva di sconcerto, che ci viene fatta quando spieghiamo da cosa muove il superamento del capitalismo. Eh, sì, la sorpresa è sempre tanta per le persone che non hanno mai sentito parlare di comunismo! Sono così abituate al maneggio del denaro, nella loro coscienza è così radicata la convinzione che del denaro non si possa fare a meno, che quando diciamo che il denaro ha in fondo una storia recente, una vita insignificante nel corso dello sviluppo dell’intera esistenza umana e che una società può funzionare facendone a meno, occorre loro qualche momento per riprendersi dallo stupore. Noi invece spieghiamo che uno dei primi compiti della rivoluzione proletaria è l’abolizione del denaro e della proprietà per socializzare le forze produttive e per avviare la costruzione di una società governata dagli uomini liberamente associati e finalizzata alla piena realizzazione della loro esistenza. Nelle nostre discussioni ci soffermiamo molto sul denaro sapendo bene quanto sia difficile abbattere il pregiudizio della sua indispensabilità. La sua abolizione è un fatto rivoluzionario non solo perché si modifica, sottraendolo alla legge del valore, il modo con cui avviene lo scambio dei prodotti, scambio sempre necessario al funzionamento della società, ma ancor di più perché induce un profondo cambiamento nelle relazioni umane. Non si tratta più di dire “vuoi questa cosa? Allora dammi un tanto di denaro altrimenti non se ne fa nulla”, ma semplicemente di organizzare lo scambio in funzione delle necessità sociali: “vuoi avere i mezzi per vivere? Allora devi lavorare al pari di tutti gli altri! Ti serve qualcosa? Allora prendila dai magazzini generali ma solo dopo aver dimostrato di aver dato il tuo contributo lavorativo in ore di lavoro alla società, esattamente come deve fare ogni altro individuo”. Analogamente tra unità produttive: una ha bisogno di un semilavorato? Semplicemente l’altra glielo fornisce. E il denaro? Semplicemente non esiste. La fornitura del semilavorato avviene solo perché un’unità produttiva ne abbia bisogno. A differenza della contabilità capitalistica, basata sui costi e sui ricavi espressi in denaro, si contabilizza solo la quantità ceduta per governare il processo produttivo con la pianificazione. A questo punto, normalmente, il nostro uditore si gratta la testa un po’ perplesso e obietta: “ma com’è possibile tutto questo? Come può funzionare tecnicamente?” E noi avanti a spiegare che con la tecnologia attuale, il problema è facilmente risolvibile, semmai la difficoltà è un’altra: rivoluzionare la società, rovesciare i rapporti di forza tra le classi per permettere alla maggioranza di impossessarsi collettivamente dei mezzi di produzione per liberarle dall’asfissiante giogo del capitale.

L’eliminazione del denaro è un atto rivoluzionario non solo dal punto di vista dei rapporti di proprietà e di scambio, quanto per le conseguenze sulla vita degli individui. Come si trasformerebbero le relazioni tra loro? Senza la mediazione del denaro nello scambio, i liberi produttori associati avrebbero finalmente un’esistenza liberata dal bisogno di procurarselo e dalla schiavitù dal capitale e tutte le relazioni umane sarebbero libere di esprimersi nel senso più pieno del termine. Le forze produttive, mai così sviluppate nella storia umana, una volta che venissero socializzate, metterebbero a disposizione risorse immense per la realizzazione della persona. Risolti i bisogni primari di sussistenza con le risorse produttive ad essi dedicati, ogni altra risorsa della società sarebbe usata per sviluppare le attitudini e soddisfare i bisogni esistenziali degli uomini. Cesserebbe la lotta individuale per la sopravvivenza materiale e si sostituirebbe ad essa la cooperazione tra gli uomini per il perseguimento della loro realizzazione. Si tratterebbe della radicale trasformazione dell’uomo e delle sue relazioni con i propri simili, del senso della sua vita, della sua attività e di riflesso, della sua coscienza e di tutto il suo modo d’essere, fino agli aspetti più profondi della sua psiche.

Il punto di partenza di questa rivoluzione sociale consisterebbe nella riappropriazione da parte dell’individuo della propria esistenza attraverso la riappropriazione dei mezzi di produzione, quindi della sua attività lavorativa e del suo tempo di lavoro. Decidendo insieme agli altri le finalità della produzione, riappropriandosi del risultato della sua attività lavorativa e dei suoi prodotti, il tempo di lavoro gli apparterrebbe perché impiegato per se stesso e per il soddisfacimento dei suoi bisogni. L’alto grado di sviluppo delle forze produttive attuali, con le sue enormi potenzialità, costituirebbe il presupposto di questa liberazione individuale e collettiva nello stesso tempo. Non è difficile immaginare che già oggi, con le attuali tecnologie e disponibilità di lavoratori, comprendendo tra questi i disoccupati, i sottoccupati e quelli che venissero distolti dalle attività inutili della società capitalistica, la giornata lavorativa si ridurrebbe a poche ore. Si pensi solo per fare un esempio, alle enormi risorse attualmente impiegate dalla società capitalistica nella produzione delle armi cioè di mezzi destinati a distruggere risorse materiali e umane, una distruzione ricorrente ed ineliminabile nel capitalismo. Solo pochi dati ci fanno comprendere quale immenso potenziale umano, scientifico e tecnologico verrebbe liberato e messo a disposizione della società sostituendo agli attuali rapporti conflittuali tra classi, nazioni e individui, i rapporti cooperativistici e solidaristici del modo di produzione associato. Nel 2012 la spesa militare mondiale è ammontata a 1.753 miliardi di dollari di cui poco meno della metà è realizzata dagli Usa (682 miliardi, pari a circa il 4,3% del loro prodotto interno lordo). La Cina è al secondo con una spesa stimata in 143 miliardi di dollari, equivalenti all’8% di quella mondiale e a circa il 2% del suo Pil; il ritmo di crescita della sua spesa militare (170% in termini reali nel periodo che va dal 2002 al 2011) è addirittura maggiore di quello della spesa statunitense (59% nello stesso periodo). Ciò significa che attualmente la spesa militare mondiale ammonta a 3,3 milioni di dollari al minuto e impegna svariate decine di milioni di lavoratori, una cifra difficilmente quantificabile con precisione a causa del segreto militare. Tanto per capire cosa significhi questo immenso spreco di risorse, basti considerare che nel 2012 il mondo avanzato ha speso 60 miliardi di dollari per la cooperazione e lo sviluppo, pari al 3,4% della spesa militare, e circa 12 miliardi di dollari per la lotta all’Aids, un flagello tutt’altro che debellato, equivalenti a tre giorni di spesa militare.

Non solo. Nella società dei liberi produttori associati ogni aumento della produttività del lavoro, che nella società capitalistica si traduce in una maggiore profittabilità del capitale e in un peggioramento delle condizioni di lavoro del salariato, si tradurrebbe in un ulteriore accorciamento della giornata lavorativa e con questo, in messa in libertà di ulteriore tempo per l’attività rivolta all’arricchimento personale. Con una giornata lavorativa di qualche ora, l’individuo sarebbe liberato dall’obbligo di un lavoro dilatato praticamente all’intera giornata e avrebbe la possibilità di riappropriarsi del suo tempo vivendo e svolgendo ogni attività per se stesso. All’esistenza alienata tipica della società capitalistica, si sostituirebbe la vita liberata della società comunista e la possibilità per ognuno di essere artefice della sua esistenza. La disponibilità di tempo permetterebbe innanzi tutto la partecipazione degli individui all’attività dei consigli, organi dell’autogoverno dei produttori, cioè la partecipazione al processo decisionale riguardante la loro esistenza. Poi alla vita sociale, alle relazioni con gli altri nonché alla loro emancipazione personale secondo i loro desideri e le loro attitudini. Come dice efficacemente Marx quando parla del superamento della divisione del lavoro nel comunismo:

…appena il lavoro comincia ad essere diviso (qui Marx sta parlando della società divisa in classi – ndr) ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.8

Marx, col linguaggio colorito che spesso lo contraddistingue, ci indica efficacemente la potenzialità della società comunista: il superamento dell’antagonismo tra il lavoro intellettuale e quello manuale. L’attività intellettuale non sarebbe più un privilegio di pochi, i lavori manuali non sarebbe più considerati come attività da cui rifuggire ma entrambi farebbero parte di diversi momenti e aspetti dell’attività di ogni persona divenendo motivo della realizzazione della persona. La conoscenza, non solo quella scientifica, e la libera espressione in ogni campo dell’attività umana, poggianti su un sistema di istruzione e formazione dell’individuo decisamente potenziato, riqualificato e a disposizione di tutti, diventerebbero il mezzo per l’emancipazione e la realizzazione di ogni individuo e così quell’aspirazione secolare dell’uomo alla “pienezza e al compimento interiore”9, mete sempre agognate ma mai realizzate, sublimate da secoli nell’esperienza religiosa oppure, successivamente fino ai giorni nostri, nei valori laici cultori della nazione, della razza superiore o dell’ideale artistico e di tanto altro ancora, potrebbe forse finalmente realizzarsi in una società che farebbe della realizzazione di ogni individuo il suo fine principale.

Governare le forze produttive, promuovere l’uomo, rispettare la natura.

Liberazione completa dell’uomo e di tutte le sue potenzialità fisiche e intellettive. La Transizione, di cui abbiamo più volte scritto, è il processo con cui i liberi produttori associati, rivoluzionando interamente la società e le loro stesse relazioni, realizzano progressivamente questa liberazione fino allo stadio più compiuto, quello del comunismo in cui lo stato, quale organo di dominio, si è estinto insieme alle classi sociali. In questo processo, la conoscenza, innanzi tutto quella scientifica, viene sottratta al dominio del capitale e messa al servizio dell’uomo. Si tratta di un’ulteriore importante aspetto della rivoluzione sociale che permette di accelerare il cambiamento della relazione tra l’uomo e la natura. Se nel capitalismo questa relazione è di tipo predatorio, il capitale usa la natura, al pari dell’uomo, sottomettendola alla legge dell’accumulazione del capitale e pertanto al più sfrenato sfruttamento, nel comunismo si afferma una relazione dell’uomo con la natura rispettosa del carattere limitato delle sue risorse. La conoscenza scientifica e l’impulso che essa avrà nel comunismo darà un contributo fondamentale in questo senso. Col comunismo, la possibilità dello sviluppo sociale ecocompatibile si realizza perché lo sviluppo sfrenato e sregolato delle forze produttive, tipico del capitalismo, si trasforma nel razionale governo delle forze produttive da parte dell’uomo in modo che le risorse del tout court pianeta siano tutelate e conservate. Non si tratterà di perseguire lo sviluppo delle forze produttive, così com’è stato concepito anche in tanta letteratura marxista, ma di un consapevole governo delle forze produttive che verranno modellate per soddisfare i bisogni umani tenendo conto della necessità di preservare l’ambiente naturale. Bisogni umani e bisogni ambientali si coniugheranno e non saranno più in antagonismo come nel capitalismo. Ci dice Marx: “In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l'uomo e la natura, nel quale l'uomo per mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere”10. L’uomo, per mezzo del lavoro, mediante la sua attività, relaziona se stesso alla natura; le tecnologie rappresentano lo strumento pratico col quale l’uomo interviene sulla natura e la cambia; in questo movimento, in ogni modo di produzione e fin da quando si è differenziato dagli animali, cerca di assoggettare a sé, ai suoi fini, le facoltà e le forze proprie della natura. Ma nel capitalismo la contrapposizione tra uomo e natura è diventata antagonistica come mai nella storia precedente perché il lavoratore salariato, come la natura in cui egli è costretto a lavorare, diventano strumenti, mezzi, per la realizzazione del profitto. Se la riproduzione allargata del capitale, specifico processo del modo di produzione capitalistico, richiede un incessante ampliamento dello sfruttamento del lavoratore e della natura quale fonte delle materie prime necessarie alla produzione, allora ne deriva un inesorabile impoverimento di entrambi. Oggi le conseguenze sull’ambiente del processo di accumulazione del capitale sono sotto i nostri occhi. Sono gli stessi scienziati a dircelo: si sta viaggiando pericolosamente verso trasformazioni climatiche e ambientali irreversibili che produrranno, in un tempo relativamente breve, catastrofi difficilmente reversibili, catastrofi che faranno pagare un prezzo altissimo alla società penalizzando in primo luogo le classi sociali più povere. Il governo consapevole delle forze produttive da parte degli individui associati permetterà invece di tenere conto dei limiti delle risorse ambientali perché se la produzione servirà al soddisfacimento dei bisogni dell’uomo, allora il bisogno di preservare la natura, così importante per il benessere psico-fisico dell’individuo, si imporrà come un vincolo fondamentale per il governo della produzione. I liberi produttori associati, non più sottoposti alla legge dell’accumulazione capitalistica, potranno governare le forze produttive, anche ridimensionandole se necessario, per far diventare il pianeta il luogo in cui la società umana viva in equilibrio con le risorse naturali e in modo che il suo consumo non costituisca un pericoloso deterioramento e impoverimento ambientale. La demografia, insieme alla pianificazione dell’uso delle risorse produttive, consentirà il governo, innanzi tutto quantitativo, delle popolazioni e della loro distribuzione sul territorio andando a risolvere l’antagonismo tra città e campagna tipico della società capitalistica. Le mostruose attuali megalopoli dovranno essere smantellate per far posto a una razionale distribuzione degli uomini sul territorio in modo da ristabilire l’equilibrio tra la loro presenza e l’ambientale naturale circostante.

La conoscenza non sarà più al servizio e parte integrante del capitale e del sistema ideologico borghese ma si svilupperà e si esprimerà liberamente nelle vaste, pressoché illimitate direzioni che il pensiero umano potrà percorrere. Una scienza libera di esprimersi, non più finanziata dal capitale ma al servizio degli uomini, diventerà una potente leva per risolvere i tanti problemi che oggi affiggono l’umanità. La diffusione della cultura e della conoscenza all’intera popolazione, l’accesso all’istruzione scientifica per chiunque lo volesse, l’ampliamento delle conoscenze personali esteso all’arco della vita intera, tutto questo costituirà un enorme potenziale intellettivo, un general intellect come lo chiama Marx, un esercito di scienziati ed artisti come piace dire a noi, la cui attività si esprimerà per risolvere i problemi dell’individuo e conseguire la sua completa realizzazione. Non si tratterà del paradiso in terra, non si tratterà neanche dell’immiserimento del patrimonio intellettivo individuale come viene grossolanamente detto dai detrattori del comunismo quando descrivono la società collettivista, ma del razionale impiego delle ricche potenzialità individuali per la realizzazione più ampia della personalità umana.

Il riflesso nella società della conoscenza e del più alto grado di istruzione, nonché della diversa organizzazione produttiva e sociale in cui le attuali incombenze familiari e domestiche verranno sottratte all’individuo per essere svolte dall’organizzazione del lavoro su base collettiva scientificamente sviluppata, daranno impulsi nuovi alle relazioni umane, alla cultura e all’arte, tutte cose che si esprimeranno in forme inedite e oggi impensabili, in forme liberate dalle odierne costrizioni e dagli attuali pregiudizi e tutto sarà sottoposto alla critica di un pensiero finalmente libero. La famiglia, la relazione tra uomo e donna e in generale ogni relazione tra gli individui, la religione, il senso della vita e ogni aspetto della vita materiale e spirituale subiranno una grande trasformazione sotto l’influsso di una società in cui l’attività degli uomini poggerà sul modo di produzione associato, quindi sulla loro libertà di esprimersi e sulla loro libertà di pensare. Le relazioni umane diventeranno ampie e ricche, liberate come saranno dal potente condizionamento della proprietà e del denaro. La violenza, male antico dell’uomo che ancora oggi spesso viene erroneamente ricondotto a un suo innato e ineliminabile istinto aggressivo, si trasformerà e scomparirà nelle sue forme estreme. Gli studi psicologici più recenti ci dicono che la violenza è un’alterazione, un disfunzionamento comportamentale dell’individuo che si produce quando non vengono soddisfatti i suoi bisogni e quando l’individuo non ha le risorse materiali e psichiche per rielaborare la sua frustrazione. Naturalmente si tratta dei bisogni che si formano in un dato contesto sociale. Dunque ci dicono che l’aggressività si sviluppa con la frustrazione, con l’incapacità di rielaborarla facendo in modo che da potenziale forza distruttiva si trasformi per l’individuo in risorsa con la quale relazionarsi costruttivamente a se stesso e agli altri. Già questo ci fa capire che un’organizzazione sociale in cui si elimini il conflitto tra gli uomini per il possesso, cioè per la proprietà, e il modo di produzione associato è appunto questo, si elimini anche il principale motivo della maggior parte dei comportamenti conflittuali dell’individuo. Inoltre, un uomo legato agli altri da relazioni lavorative di cooperazione, quindi che affina quotidianamente la sua sensibilità alla relazione collaborativa con l’altro, in aggiunta a un uomo educato fin da bambino al valore della solidarietà e del rispetto, è un uomo radicalmente e inimmaginabilmente diverso da quello attuale, un uomo che fa della relazione con l’altro il motivo del suo arricchimento spirituale e della sua realizzazione. Con questo, anche se la competizione tra gli individui per il soddisfacimento dei loro bisogni non venisse completamente eliminata, essa si limiterebbe al contrasto scaturente sul piano più specificamente emozionale, forse ineliminabile, riconducibile alle pulsioni e ai sentimenti interiori dell’uomo più antichi e profondi e comunque ai limiti propri di ogni essere umano. Il desiderio sessuale, la gelosia, l’invidia, la rabbia, il risentimento e così via, in ogni caso troverebbero nella società dei liberi produttori associati le condizioni materiali, sociali e psichiche individuali per la loro più agevole rielaborazione e perciò per una più facile ricomposizione del conflitto tra l’individuo alle prese con tali sentimenti e il suo potenziale antagonista.

Note.

1 K. Marx F. Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma, 1991, pag. 35

2 Il brano è tratto da uno scritto ben fatto di Sergio Cappellini intitolato Il problema politico e la teoria dello stato in Marx. Lo si trova in http://www.istitutocalvino.gov.it/cms/wp-content/uploads/2013/05/marx.pdf

3 F. Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, Editori Riuniti, Roma, 1976, p. 116.

4 Il fenomeno di Silvio Berlusconi, ricchissimo imprenditore e uomo politico italiano, è l’emblema di questa distorsione psichica e comportamentale dell’uomo-capitalista: da una parte l’esercizio spregiudicato del suo potere brandito con la forza del denaro, dall’altra l’incapacità all’accettazione del suo essere finito, mortale, con la conseguente spregiudicata manipolazione del suo corpo, costantemente manutenuto dalla chirurgia, nel tentativo di conservare l’aspetto e il comportamento giovanile. Quasi un divertente fenomeno da baraccone se non avesse proposto alla società italiana un modello esistenziale edonistico ed iperindividualistico che i più sciocchi, tantissimi, hanno cercato di scimmiottare.

5 Sul quotidiano italiano La Repubblica, in data 21 gennaio 2014, nell’articolo Nel mondo ci sono 85 uomini d’oro che hanno in tasca la ricchezza di metà della popolazione, viene menzionato un recente studio della Oxfam, una della più importanti associazioni internazionali che si occupa di ingiustizia e di povertà nel mondo, nel quale si evidenzia che gli 85 uomini più ricchi del mondo possiedono quanto tre miliardi e mezzo di persone, circa la metà della popolazione terrestre. E’ un dato sconcertante che indica quanto sia spinta oggi la concentrazione della ricchezza.

6 P. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, marzo 2008.

7 Vedere l’articolo Lo stakhanovista cinese di G. Visetti apparso su La repubblica il 2 gennaio 2014. Nell’articolo si cita la fonte dell’impressionante dato di 600.000 morti per eccesso di fatica: il China Labor Watch, organizzazione non governativa, fondata nel 2000 dal sindacalista Li Qiang, che si occupa delle condizioni dei lavoratori e della sensibilizzazione ai loro diritti.

8 K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1969, pag. 24

9 Tzvetan Todorov, filosofo e saggista bulgaro, con questa efficace locuzione, nell’introduzione del suo libro La bellezza salverà il mondo, edito da Garzanti, indica uno dei tratti peculiari dell’esistenza umana ovvero una delle aspirazioni che più la caratterizzano fin dai tempi più remoti. Per Todorov l’ “assoluto divino” dell’uomo si realizzerebbe, dopo le deludenti esperienze contemporanee del socialismo (qui l’autore intende quello cosiddetto reale, l’unico che riesce a considerare – ndr) e del processo rivoluzionario che avrebbe dovuto portare alla sua realizzazione, nella nuova frontiera della realizzazione dell’ “individuo autonomo”, realizzazione legata all’esperienza personale e soggettiva. Come quasi sempre accade, l’identificazione del capitalismo di stato generato dalla rivoluzione bolscevica con la prospettiva del comunismo, poiché finora si può parlare solo di questa, porta questo intellettuale a rifugiarsi nell’angusto quanto illusorio orizzonte dell’ esperienza e dell’espressione individuale, nelle condizioni offerte dalla società esistente, quali fonti della realizzazione dell’esistenza umana.

10 K. Marx, Il capitale, Giulio Einaudi editore, Torino, 1975, pag. 1215

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