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La transizione dal capitalismo al comunismo: la Terza internazionale, Bordiga e la nostra riflessione.

Creato: 21 Ottobre 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3690
Dalla  rivista  D-M-D' n °7
Al contrario di Bordiga, pensiamo che la rivoluzione proletaria debba attaccare subito e in forma radicale le categorie economiche capitalistiche: non si tratta allora del processo della loro progressiva estinzione ma di una loro abolizione immediata a cui dovrà immediatamente seguire l’organizzazione e l’avvio della produzione socializzata.

Introduzione.

Proseguiamo la riflessione avviata nei precedenti numeri di DemmeD’1 volendo trattare alcune delle principali questioni economiche legate alla transizione prendendo spunto dall’analisi fatta da Amadeo Bordiga e tenendo conto delle trasformazioni del capitalismo dell’ultimo quarto del secolo scorso. Il riferimento a Bordiga è necessario da una parte per l’importanza dell’analisi da lui prodotta quando ha sottolineato la centralità del processo di estinzione della legge del valore-lavoro ma dall’altra per criticare la sua concezione, che riteniamo influenzata dall’esperienza della Terza internazionale, fondata sulla necessità di una fase preliminare al comunismo. Più precisamente vogliamo criticare il suo schema che prevede prima della realizzazione del comunismo, quello che Marx ha suddiviso in fase inferiore e superiore, una fase preliminare, chiamata di transizione al comunismo, necessaria a realizzare l’estinzione della categorie economiche capitalistiche. Una concezione che ancora oggi è ripresa e sostenuta da diversi autori e che pertanto merita di essere analizzata.

Si sottolinea che non si vuole fare tanto la disamina delle concezioni di Bordiga considerando l’articolazione del suo pensiero teorico così come si è andato sviluppando nel corso della sua lunga elaborazione, quanto limitarsi a criticare il suo schema che, a nostro giudizio, è viziato anche da quanto lo stesso Lenin ha elaborato nel famoso Stato e rivoluzione. Per inciso diciamo che una nostra recente rilettura di Lenin ci ha portati a cogliere delle ambiguità di analisi, se non addirittura delle formulazioni errate che, se in qualche modo si potevano giustificare al tempo della rivoluzione russa intendendole come espedienti tattici che rispondevano a quella specifica situazione storica, oggi riteniamo non siano più compatibili con la realtà che si è prodotta dopo circa un secolo di sviluppo capitalistico. Riteniamo che quella di Lenin sia stata una vera e propria rielaborazione dello schema marxiano fatta allo scopo di dare una risposta tattica agli eventi che stavano maturando alla vigilia della rivoluzione del Diciassette. Di questo trattiamo esplicitamente in un articolo di questo stesso numero della rivista.

Utilizzeremo il libro di Liliana Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo2, che riassume in modo piuttosto ampio e organico il pensiero di Bordiga sul processo di transizione. Proprio su questo aspetto ci interessa appuntare la nostra attenzione in modo da esporre, per confronto, quanto noi abbiamo maturato sullo stesso tema.

Ci preme sottolineare che l’argomento ha suscitato nello Iod un dibattito che è ancora in corso di approfondimento e che ci ha confermato l’importanza del lavoro di puntualizzazione che si sta facendo. Dunque un’analisi che andrà ulteriormente precisandosi grazie al contributo dei suoi membri e che in questo momento è ancora aperta a ulteriori aggiustamenti dei quali, se necessario, riferiremo nei prossimi numeri della rivista.

La Terza internazionale e la transizione al comunismo.

Per quanto riguarda la teoria della Transizione, la Terza internazionale ha fatto riferimento sostanzialmente alla Critica del programma di Gotha di Marx. Lenin in Stato e rivoluzione precisa le caratteristiche dello stato proletario polemizzando con i democratici e gli anarchici del tempo e riproponendo lo schema di Marx che suddivide il comunismo in fase inferiore e superiore che, a sua volta, chiama socialismo e comunismo. Riportiamo le parole di Marx per iniziare a trattare la questione della transizione dal capitalismo al comunismo: “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo di trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato”3 Questa citazione ha suscitato una prima importante riflessione al nostro interno: il periodo di trasformazione rivoluzionaria di cui parla Marx è da intendersi come un periodo che precede la fase inferiore del comunismo oppure come la fase che porta alla piena realizzazione del comunismo? In altre parole questo periodo di trasformazione rivoluzionaria precede la fase inferiore del comunismo o coincide con essa? La questione non è da poco visto che, in funzione dell’interpretazione che se ne fa, si deducono diversi modi di intendere il periodo di transizione. In particolare, se si accetta la prima interpretazione si finisce per ritenere che per arrivare al comunismo inferiore, periodo in cui si sostituisce il salario col buono del lavoro, è necessario avviare preliminarmente un processo di estinzione delle categorie economiche capitalistiche. Questa interpretazione, ha trovato in Lenin, alle prese con l’elaborazione di una tattica rivoluzionaria adatta a cogliere la specificità del momento storico che stava vivendo, e poi in Bordiga che eleva a teoria generale il principio della fase di transizione come fase preliminare alla fase inferiore del comunismo, due importanti sostenitori che tanto hanno influenzato il pensiero successivo su questa importante questione.4

Invece, noi pensiamo che il periodo politico di transizione, quello in cui vengono adottati i provvedimenti per l’eliminazione del capitalismo, tra questi uno dei fondamentali Marx lo descrive nelle pagine precedenti quando tratta della sostituzione del salario con il famoso scontrino o buono del lavoro che dir si voglia, coincida con quella che lo stesso Marx definisce essere la fase inferiore del comunismo, fase che si caratterizza proprio con il processo di abolizione della legge del valore e quindi del lavoro salariato: “All’interno della società collettivista, fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti…poiché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori individuali non esistono più come parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto”.5 Più avanti cercheremo di spiegare il perché della nostra interpretazione.

Torniamo alla Terza Internazionale. Schematicamente, essa ha una concezione della transizione al comunismo fondata essenzialmente su:

- lo sviluppo delle forze produttive

- l’abolizione della proprietà privata e la statizzazione dell’industria

- la sostituzione del mercato capitalistico con il piano della produzione.

Manca in essa una teoria della transizione come eliminazione della legge del valore esposta in modo chiaro, articolato e inequivocabile. La situazione specifica della Russia rivoluzionaria, caratterizzata dall’arretratezza delle forze produttive e dall’isolamento internazionale, determina in economia delle linee di intervento tattico che rispondono alla necessità di aspettare l’estendersi dell’evento rivoluzionario ad altri paesi, innanzi tutto alla Germania. Lo schema di transizione è dettato dagli avvenimenti e dalle circostanze storiche: in pratica si sceglie di accelerare lo sviluppo delle forze produttive, nei fatti l’accumulazione del capitale nella forma del capitalismo di stato, per far trovare la Russia economicamente più avanzata all’appuntamento con la rivoluzione internazionale. Di conseguenza si procede alla statizzazione delle industrie più grandi per far ripartire la produzione sotto il controllo dello stato proletario. Lenin identifica sbrigativamente come area socialista6 quella in cui le imprese sono di proprietà dello stato mentre gli altri settori dell’economia li definisce esplicitamente e correttamente capitalistici. Così facendo incorre in un errore che non aiuterà la chiarezza politica a farsi strada all’interno del suo stesso partito nei cruciali anni successivi alla sua morte.

I primi provvedimenti economici che vengono adottati prevedono delle misure egualitaristiche nel campo della politica salariale che subito dopo vengono sostituite da altre ispirate invece alla differenziazione salariale così da avere il consenso e la collaborazione dei recalcitranti tecnici, ancora necessari al funzionamento delle imprese. La Nep (nuova politica economica) del 1921, autorizza il lavoro salariato nelle campagne per ottenere dalla classe dei kulaki, i contadini ricchi, un incremento della produzione; in pratica li si autorizza ad arricchirsi sfruttando i contadini poveri costretti a vendere la loro forza lavoro per sopravvivere. Rileviamo che il principio tattico enunciato da Lenin, “tutti devono diventare impiegati salariati dello stato”, di cui riportiamo in altro articolo della rivista, è in evidente contrasto proprio con quello di Marx relativo all’eliminazione del lavoro salariato quale cardine della soppressione del capitalismo. Dunque un corso degli eventi che, nell’impossibilità di procedere alla trasformazione rivoluzionaria del modo di produzione capitalistico, andavano via via rafforzando e consolidando tutto quanto apparteneva alla società borghese che si voleva eliminare.

Oggi possiamo dire che sul processo di degenerazione del Partito bolscevico che dopo pochi anni condurrà, tradendo il principio dell’internazionalismo proletario, alla concezione aberrante dello sviluppo del socialismo in un solo paese, pesano anche, seppure in modo non determinante, le definizioni quantomeno contraddittorie di Lenin riguardo al socialismo che facilitano, piuttosto che contrastarli, i cedimenti politici successivi.

L’elaborazione teorica di Bordiga.

Egli approfondisce la Critica al programma di Gotha di Marx precisando il contenuto e le fasi del processo di trasformazione del capitalismo a rivoluzione politica avvenuta. Questo avviene con una lunga riflessione che si conclude negli anni ’50 del Novecento. Per Bordiga la Transizione è un processo che si avvia, a rivoluzione politica avvenuta, utilizzando il sistema produttivo capitalistico che si eredita dalla vecchia società borghese. Esso può prendere due direzioni: verso il socialismo o tornare al capitalismo secondo che le categorie economiche capitalistiche vadano verso l’estinzione o verso il loro rafforzamento. Si tratta di un processo in cui esiste un modo di produzione ibrido, frutto proprio del trapasso di una società in un’altra, un modo di produzione ben distinto da quello tipico del socialismo. Così dice la Grilli esponendo il pensiero di Bordiga: “Il socialismo o fase inferiore della futura società non va quindi confuso con la ‘fase di trapasso’ dal capitalismo al socialismo. In tale ‘fase di trapasso’, definita da Marx come fase di dittatura rivoluzionaria del proletariato, il processo produttivo si caratterizza come economia di transizione (il corsivo è nostro) al socialismo: in tale fase infatti permangono ancora, sebbene in misura progressivamente decrescente, le forme mercantili e salariali”.7 E poi: “Essendo la fase di transizione al socialismo per definizione un processo, essa si caratterizza, come si è già detto, per la direzione, per il verso a cui tende, che per Bordiga deve essere appunto quello della progressiva eliminazione delle forme mercantili e salariali”.8 Inoltre “Il socialismo – dice Bordiga – non si costruisce. Il passaggio al socialismo si caratterizza innanzi tutto con la distruzione progressiva delle forme tipiche del capitalismo”.9

Occorre precisare che Bordiga riprende da Lenin la terminologia usata per descrivere le fasi del processo che dal capitalismo porta al comunismo. Mentre Marx parla di comunismo inferiore e superiore, che Lenin chiama socialismo e comunismo per comprendere nel primo termine i processi di sviluppo economico necessari alla Russia arretrata, Bordiga introduce la cosiddetta fase ad economia di transizione prima del socialismo e del comunismo.

Dunque, cercando di elencare schematicamente i punti cardine del suo pensiero, lo schema teorico di Bordiga prevede temporalmente i seguenti passaggi: rivoluzione politica e affermazione della dittatura del proletariato/il proletariato esercita il suo potere e avvia il processo di transizione con l’immediata statizzazione dell’intera economia mantenendo in essere l’economia di mercato e tutte le categorie economiche capitalistiche/si avvia la progressiva disaccumulazione di capitale (accumulazione sempre meno intensa con indici produttivi in decrescita) con contemporaneo disinvestimento dai settori che producono mezzi di produzione e sviluppo degli investimenti nei settori della produzione dei mezzi di sussistenza/si realizza la progressiva eliminazione delle categorie economiche del capitalismo (legge del valore, merci, mercato, denaro e capitale)/il processo termina con l’ingresso nella fase inferiore del comunismo (detta socialismo)/in quel momento il salario è sostituito dal buono del lavoro/si da impulso allo sviluppo delle forze produttive per entrare nel regime dell’abbondanza/si entra nella fase superiore del comunismo e si realizza una distribuzione dei prodotti in funzione dei bisogni e non più del tempo di lavoro effettuato e certificato dal buono del lavoro. Dunque, si tratterebbe di un processo costituito da una prima fase di transizione dal capitalismo al socialismo, da una seconda, il socialismo vero e proprio con la sostituzione del salario col buono del lavoro e con l’affermazione dei tratti peculiari al socialismo e da una terza, il comunismo realizzato nel senso più ampio del termine.

Bordiga caratterizza il periodo di transizione con l’iniziale statizzazione dell’economia (la proprietà statale viene sostituita dal diritto d’uso nella fase successiva, quella del socialismo) e la graduale scomparsa della legge del valore, quindi della merce e del mercato, dell’accumulazione del capitale, del denaro e dell’impresa capitalistica che diviene un'unità tecnica facente parte della produzione generale. In questo quadro, il salario, insieme alle altre categorie economiche dell’economia capitalistica, permane fintantoché il processo di transizione non giunga a compimento e permetta la sua sostituzione col buono del lavoro. La Grilli ci parla dei provvedimenti iniziali che la rivoluzione deve adottare facendo riferimento alle “riflessioni che Bordiga accenna sul programma immediato post-rivoluzionario” per avviare il processo di estinzione dell’economia borghese e lo cita direttamente: “Il primo vero piano socialista si presenterà (qui Bordiga parla impropriamente di socialismo intendendo invece la fase di transizione – ndr)…come un piano per crescere i costi di produzione, ridurre le giornate di lavoro, disinvestire capitale, livellare quantitativamente e soprattutto qualitativamente il consumo…”10 Notiamo che la prerogativa dell’economia di transizione è di utilizzare gli stessi processi economici del capitalismo, in primo luogo l’accumulazione del capitale, ovvero la sua accumulazione decrescente, per giungere a una loro progressiva scomparsa e per arrivare così al socialismo. Bordiga non commette l’errore di riprendere la formulazione di Lenin riguardante l’estensione del lavoro salariato a tutti i membri della società ma salario e capitale, coerentemente con il suo modello di processo graduale di estinzione delle categorie economiche capitalistiche, si estinguono progressivamente e scompaiono solo quando si arriva al socialismo vero e proprio. Solo in quel momento il salario viene sostituito dal buono del lavoro. Quando ciò si realizza, ci dice Bordiga, “la legge del valore è seppellita” e il socialismo è caratterizzato “da un piano ‘fisico’ di produzione e di consumo, dalla contabilità sociale naturale, dalla scomparsa del carattere di merci per i prodotti e del lavoro salariato per il lavoro”.11 Per quanto riguarda i tratti del socialismo, che per Bordiga si affermano solo dopo la fase di transizione, rimandiamo al numero sei della rivista dove, nell’articolo Comunismo: negazione dell’alienazione, affermazione completa dell’individuo sociale, nel paragrafo Bordiga e il comunismo di specie, si riprendono le sue formulazioni sul socialismo: esso deve essere antimercantile, antisalariale, antiaziendale e antiproprietario. Riteniamo che queste formulazioni siano state importanti per una più precisa qualificazione del socialismo anche se, come vedremo più avanti, non condividiamo il fatto che Bordiga le veda praticamente realizzarsi solo dopo il compimento della fase di transizione.

Precisiamo che nello schema sopra riportato, desunto dal lavoro della Grilli, il piano è introdotto in un momento che non è ben definito. La Grilli, riprendendo Bordiga, ci dice che esso potrebbe assumere pienamente il significato di superamento dell’anarchia capitalistica solo con il socialismo.12 Una formulazione coerente con la sua concezione della fase di transizione fondata sulla gradualità.

Il merito principale di Bordiga, lo riconosciamo, è prevalentemente quello di compiere una significativa sistematizzazione delle caratteristiche proprie della fase inferiore del comunismo, quella che lui chiama socialismo mettendo al centro della sua analisi l’eliminazione della legge del valore lavoro.

Il limite di Bordiga.

Dunque, a rivoluzione avvenuta, per Bordiga si tratta di arrivare all’eliminazione del capitalismo attraverso il processo della sua estinzione, processo graduale e poggiante interamente sulle leggi proprie dello stesso capitalismo. Rileviamo preliminarmente che, nella pratica, quella che Bordiga chiama economia di transizione è invece a tutti gli effetti un capitalismo di stato dato che nel modello teorico da lui formulato si tratta di concentrare nello stato tutta l’economia di mercato seppure, secondo la linea programmatica definita, in via di graduale e progressiva estinzione. Questa, dal punto di vista politico, è una pericolosa conseguenza non di poco conto.

Ma veniamo al punto centrale. L’eliminazione del capitalismo si otterrebbe per mezzo del disinvestimento crescente, un meccanismo economico che spontaneamente e gradualmente eliminerebbe il capitale. Secondo Bordiga si dovrebbe ridurre l’intensità dell’accumulazione attraverso l’impiego di quote di plusvalore decrescenti destinate all’investimento. Dunque, si tratterebbe di un processo di spontanea estinzione del capitale, una sorta di progressiva asfissia. Per Bordiga, al posto dei provvedimenti rivoluzionari, dispotici, apertamente e immediatamente contro il capitale, si tratterebbe di estinguere il capitale attraverso un processo economico fondato sull’ “aumento lento dell’accumulazione, con un lungo periodo di discesa degli indici produttivi”.13 Per questo Bordiga parla di “ritmi di accumulazione nel socialismo” facendo riecheggiare, in altra veste, il concetto di accumulazione socialista tanto vicino al pensiero di Bucharin e Preobazenskij che abbiamo ampiamente criticato nel numero sei di questa stessa rivista.14 Perciò, fatta la rivoluzione, per eliminare il capitalismo e le sue categorie economiche non si ricorrerebbe alla forza dello stesso soggetto, il proletariato, che l’avesse compiuta ma ci si affiderebbe ai meccanismi del mercato e dell’accumulazione ancora presenti per ottenerne la loro estinzione. Bordiga, coerentemente con tutto ciò, ipotizza esplicitamente nella fase di transizione al socialismo, accanto all’accumulazione decrescente del capitale, l’esistenza del plusvalore che, ad ogni ciclo di accumulazione, verrebbe estorto ai lavoratori in misura decrescente: “sicché ad ogni conato di accumulazione risponde la perdita di una quota di lavoro senza equivalente”.15 Dunque il plusvalore, se pure decrescente, continuerebbe a esistere e con esso, diciamo noi inevitabilmente, lo sfruttamento della forza lavoro. E l’estinzione del lavoro salariato? Avverrebbe solo alla fine del processo di transizione.

Riteniamo che Bordiga affidi ai meccanismi economici del capitalismo quello che invece appartenga alla sfera dell’azione rivoluzionaria della classe. Con ciò pensiamo che la visione di Bordiga del processo di estinzione delle categorie economiche capitalistiche sia impregnata di gradualismo, spontaneismo e meccanicismo. Dove sarebbe il ritorno della volontà degli uomini sulle cose? Dove sarebbero i provvedimenti rivoluzionari che dispoticamente interverrebbero sul processo economico per modificarlo radicalmente? Dove sarebbe il ruolo attivo delle masse impegnate nel processo della loro emancipazione? Nel suo pensiero il ruolo fondamentale della soggettività del proletariato si ridimensiona limitandosi a esprimere una volontà che, al posto di rivoluzionare il modo di produzione esistente attaccandone le sue categorie economiche, innanzi tutto il capitale e il salario, si affida alle stesse leggi del capitalismo per arrivare alla loro estinzione.

A questo punto, ci piacerebbe chiedergli: perché il proletariato, fatta la sua rivoluzione politica, dotato quindi della forza per intervenire sui processi economici, non potrebbe intervenire immediatamente sulle categorie economiche del capitalismo per abolirle? Perché il proletariato dovrebbe fare la sua rivoluzione se poi mantenesse in vita il lavoro salariato? Perché con la presa del potere non si dovrebbe avviare il processo di rivoluzionamento del modo di produzione capitalistico spezzando tutto il meccanismo di accumulazione del capitale ma ci si dovrebbe appoggiare ad esso, utilizzandone i suoi stessi meccanismi, per estinguerlo?

Se si può in qualche modo comprendere il pensiero di Bordiga in quanto formulato nel Novecento, influenzato dall’esperienza della rivoluzione russa alle prese col problema di non poter abbattere subito le categorie economiche del capitalismo per i motivi ripetutamente detti e da un capitalismo che non si era ancora sviluppato a scala planetaria nella misura odierna, oggi riteniamo che la sua concezione non sia più accettabile.

Negli anni ’50, quando precisa il suo pensiero sulla transizione, l’importante e innovativo sviluppo capitalistico dei giorni nostri, che rende obsoleto il problema affrontato da Lenin riguardante i compiti della rivoluzione in un paese arretrato, non è ancora avvenuto e questo certamente non aiuta Bordiga a concepire lo schema teorico in cui le categorie economiche capitalistiche possano essere attaccate subito.

Il nuovo scenario entro cui collocare il processo di transizione.

Lo sviluppo economico che si è avuto nella seconda parte del Novecento, in particolare negli ultimi trent’anni, ha notevolmente cambiato il quadro entro cui collocare l’analisi del processo di transizione. La poderosa crescita del capitale e la concomitante sua concentrazione, la rivoluzione della microelettronica, i processi di delocalizzazione delle imprese nei paesi capitalisticamente arretrati e il loro carattere sempre più internazionale, il dominio del capitale finanziario a scala globale con un’intensità storicamente sconosciuta, hanno trasformato il mondo in un “villaggio globale”, come amano definirlo i sociologi moderni, in cui lo sviluppo delle forze produttive, pur con tutte le specificità di ogni area geografica, ha raggiunto livelli fino a poco tempo fa impensabili. Tutto ciò ci ha spinto a ripensare il processo di transizione dal capitalismo al comunismo alla luce di queste novità.

Innanzi tutto riteniamo superato il problema di definire una tattica per i paesi capitalisticamente meno sviluppati nell'attesa della rivoluzione internazionale, il problema che ha indotto Lenin alle sue discutibili formulazioni sul socialismo. Oggi una rivoluzione proletaria in un paese arretrato scatenerebbe comunque un tale sconvolgimento nell’economia mondiale e un tale riflesso nello scontro di classe internazionale che si porrebbe immediatamente all’intera umanità la scelta di imboccare la via del rivoluzionamento sociale per il supermento del capitalismo oppure quella della permanenza nella barbarie. I tempi per questa scelta sarebbero brevissimi e velocemente la lotta di classe darebbe risposta al dilemma attraverso la vittoria di una sola delle classi impegnate nello scontro. Vediamo meglio il perché.

L’interconnessione delle economie a scala mondiale, sia dal punto di vista finanziario che produttivo, esclude che lo svolgersi della crisi, tanto più se avesse carattere dirompente, ad esempio a causa del manifestarsi dell’insolvenza in un qualsiasi punto del gigantesco sistema debitorio mondiale, abbia carattere locale. La crisi economica, oggi infinitamente più di ieri, ha carattere mondiale a causa della forte interconnessione dell’economia. Una crisi verticale del sistema finanziario, finora evitata solo con la ripetuta e massiccia iniezione di liquidità, avrebbe immediatamente conseguenze devastanti sul mondo intero anche se da detonatore fosse l’insolvenza di un paese di piccola dimensione; a maggior ragione se lo fosse il fallimento di una delle gigantesche multinazionali presenti sul mercato internazionale.

Un recente e importante studio fatto da tre ricercatori dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo intitolato "La rete globale del controllo societario",16 mette a fuoco la vulnerabilità dell’attuale sistema economico. Ecco il commento, che mette in risalto la conclusione dello studio dei ricercatori, di un’importante fonte giornalistica italiana: “Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati. Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità. E' l'immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo «La rete globale del controllo societario» secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario. Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, «sproporzionato» lo definiscono i relatori, sull'economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della «mappa del tesoro»”. Inoltre “I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston) infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell'intero sistema. In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perché, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell'economia del pianeta. «Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?», si chiedono gli autori. «Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l'angolo»”.17 Quanto descritto non era mai avvenuto nella storia del capitalismo. Mai tanto potere si era concentrato nelle mani di poche società, quindi di pochi uomini, e mai si era determinata tanta vulnerabilità in un sistema economico. Per questo noi riteniamo che un evento di crisi economica profonda che si propagasse velocemente a scala internazionale, qualora provocasse una reazione forte da parte di un settore del proletariato a causa delle conseguenze a cui esso andrebbe incontro, molto probabilmente innescherebbe un movimento di classe a scala mondiale. Senza escludere che anche nel caso di una crisi strisciante, come è quella che si sta manifestando in questi anni, la lotta di classe possa comunque riemergere in tutta la sua intensità ed estensione pur seguendo delle modalità di sviluppo meno dirompenti e più difficili da prevedere. Già oggi vediamo embrionalmente questo fenomeno con i vari movimenti di opposizione che si stanno manifestando in tempi relativamente ristretti a scala internazionale. Se poi questo movimento giungesse a produrre un evento rivoluzionario in un qualsiasi paese, questo avrebbe enormi possibilità di propagarsi velocemente a scala internazionale. Naturalmente la nostra convinzione, su ciò non ci dilunghiamo, è che perché tutto questo possa accadere debba esistere ed essere ben legata alla classe un’organizzazione rivoluzionaria internazionale capace di porsi alla guida del movimento.

Il carattere mondiale della crisi economica e della possibile risposta di classe è una significativa novità che solo qualche decennio fa non si poteva supporre nella misura attuale. Dunque, se l’evento rivoluzionario accadesse, con l’attuale interconnessione delle economie, esso avrebbe la possibilità di irradiarsi nel volgere di poco tempo a scala mondiale; se ciò non avvenisse ne seguirebbe, in altrettanto poco tempo, per le stesse ragioni, la sua sconfitta. Oggi riteniamo che si debba escludere, proprio a causa dell’attuale interconnessione dell’economia mondiale, la possibilità della stabilizzazione e della convivenza di due aree, una rivoluzionaria e l’altra capitalistica, che possano sviluppare relazioni di coesistenza. Dunque, riteniamo che se il dominio imperialistico dovesse spezzarsi in un punto qualsiasi per opera dell’azione rivoluzionaria della classe, allora le conseguenze di quest'avvenimento sarebbero tali da produrre velocemente uno scontro di classe a scala mondiale che si risolverebbe inevitabilmente con la vittoria o la sconfitta, in breve tempo, della rivoluzione proletaria.

Conseguentemente all’attuale concentrazione del capitale, un evento rivoluzionario che rapidamente si estendesse geograficamente, darebbe al proletariato in pochissimo tempo il controllo di imponenti mezzi di produzione altamente sviluppati e, di conseguenza, una forza enorme per avviare il processo di rivoluzionamento della società. Oggi questo significherebbe poter immediatamente avviare la trasformazione dell’attuale modo di produzione nell’area in cui il proletariato controllasse le forze produttive attaccando immediatamente le principali categorie economiche capitalistiche.

Il programma immediato per avviare il processo di transizione.

Con le premesse appena esposte, ritorniamo al tema del programma immediato per avviare il processo di transizione. Occorre precisare che l’avvio di questo programma sarebbe possibile non appena si fosse stabilizzato il nuovo potere proletario. Nella Russia del Diciassette, si è visto come dopo la presa del potere dei soviet, la borghesia, col forte sostegno di quella internazionale, ha reagito cercando militarmente di rovesciare lo stato proletario. Ne è seguita una terribile guerra civile che ha imposto di prendere delle misure economiche che rispondevano principalmente alle necessità di approvvigionare l’Armata rossa di tutto quanto le fosse necessario per condurre la repressione del movimento controrivoluzionario e di sfamare gli operai e la popolazione nelle città prelevando dalle campagne con la forza le derrate alimentari. Questo periodo, chiamato forse impropriamente “comunismo di guerra”, non era certo caratterizzato da misure economiche riconducibili al processo di soppressione del capitalismo e di realizzazione del comunismo.

L’analisi che segue, allo stesso modo di quella che conduce Bordiga, prescinde da questo problema e prende in considerazione una situazione politica sufficientemente stabilizzata che possa permettere l’avvio delle misure economiche volte all’avvio del processo di transizione.

Dal nostro punto di vista, il programma immediato della rivoluzione non sarebbe costituito tanto dal mantenimento delle categorie e delle leggi del capitalismo per avviare la disaccumulazione crescente del capitale come ha teorizzato Bordiga, quanto dall’immediata azione contro di esse: 1. abolizione della proprietà dei mezzi di produzione, privata o statale che fosse, e sua trasformazione in proprietà collettiva 2. abolizione del denaro 3. abolizione del salario e sua sostituzione col buono del lavoro e concomitante obbligo al lavoro per ogni individuo 4. sostituzione del mercato con l’avvio del piano economico della produzione in funzione dei bisogni sociali 5. obbligo al lavoro per tutti

In questo quadro di provvedimenti immediati, le aziende capitalistiche si trasformerebbero in unità tecniche della produzione preposte alla realizzazione di prodotti che verrebbero distribuiti ai lavoratori e non più scambiati nell’ambito del mercato. Altrettanto dicasi per la distribuzione dei prodotti semilavorati tra le unità produttive stesse. La proprietà collettiva delle imprese, il loro controllo e gestione da parte dei consigli, insieme alle altre misure immediate, sarebbe la spina dorsale del processo di immediata socializzazione delle forze produttive.

Consideriamo ora brevemente anche il capitale bancario. Noi riteniamo che, venendo meno la necessità del denaro e del credito, si dovrebbe procedere subito anche all’abolizione del capitale bancario. Potremmo al massimo ipotizzare che solo la banca centrale, controllata dal semi stato proletario, potrebbe sopravvivere per svolgere delle funzioni statistiche o, forse, delle funzioni contabili come l’emissione e la distribuzione dei buoni del lavoro. A priori, possiamo solo affermare che, in generale, ogni attività riguardante il capitale finanziario verrebbe abolita in quanto inutile.

Come abbiamo visto, Bordiga parla di un'economia di transizione precedente al socialismo in cui le categorie economiche del capitalismo sopravvivrebbero per estinguersi progressivamente. Questo trapasso, secondo il suo pensiero, determinerebbe un modo di produzione ibrido, la cosiddetta economia di transizione, in cui all’interno del vecchio modo di produzione capitalistico si formerebbe, progressivamente, il nuovo modo di produzione. Per noi l’ibrido, meglio dire la coesistenza tra il vecchio e il nuovo modo di produzione, sarebbe invece costituita dall’esistenza parallela dell’area socializzata in cui si avviasse il nuovo modo di produzione e la restante area capitalistica. Questo sia a scala nazionale che internazionale.

Dal nostro punto di vista, non ha neanche senso parlare di accumulazione lenta e decrescente del capitale come fa Bordiga ma, invece, di produzione socializzata e da subito sottoposta, senza più alcun rapporto con le leggi capitalistiche, al processo della sua trasformazione affinché divenga nel più breve tempo possibile una produzione al servizio dei lavoratori e dei loro bisogni. Il che è cosa radicalmente diversa. La produzione nei diversi settori produttivi, al contrario della bordighiana accumulazione, sarebbe crescente, decrescente o addirittura soppressa secondo le direttive del piano scaturenti dai bisogni sociali.

Dunque, con l’adozione dei provvedimenti elencati sopra, si entrerebbe immediatamente nella marxiana fase inferiore del comunismo, altrimenti detta, utilizzando la terminologia di Lenin e Bordiga, socialismo. L’allargamento del processo rivoluzionario ad altre aree internazionali permetterebbe al nuovo modo di produzione associato di estendersi progressivamente. Se l’allargamento non avvenisse per la sconfitta della rivoluzione, allora anche il nuovo modo di produzione sarebbe destinato a perire. Qui l’esito della lotta di classe internazionale sarebbe indubbiamente il fattore decisivo per l’affermarsi di una delle due possibilità.

Lo schema di Bordiga concepisce un processo lineare di progressiva crescita e affermazione del modo di produzione associato all’interno e a scapito, per disinvestimento progressivo, del modo di produzione capitalistico. Invece dal nostro punto di vista, si tratterebbe di un processo che si caratterizzerebbe con la rottura con il precedente stato di cose, cioè con le abolizioni delle categorie economiche capitalistiche realizzate dagli interventi dispotici della dittatura del proletariato.

Le imprese inizierebbero allora a produrre e scambiare prodotti e non più merci e il buono del lavoro regolerebbe la loro distribuzione per il consumo con i criteri e le varie detrazioni indicate da Marx nella Critica al programma di Gotha. Esse non funzionerebbero più con i criteri della contabilità capitalistica ma registrando i prodotti trattati, in entrata e uscita, solo secondo le loro quantità fisiche e a prescindere da qualsiasi considerazione di costo.

Ma come potrebbe essere tecnicamente possibile questo trapasso dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione associato? A rivoluzione avvenuta, rimarrebbe in vita quel complesso di relazioni economiche tra le aziende dei diversi settori produttivi, relazioni economiche mediate dal denaro, dallo scambio delle merci e dalla contabilità capitalistica. Allora, si tratterebbe inizialmente di utilizzare il medesimo apparato produttivo, con le medesime relazioni tra aziende, facendolo funzionare senza alcuna mediazione del denaro e senza i rapporti economici precedenti. Le imprese produrrebbero sostituendo alle vecchie relazioni commerciali capitalistiche e alla vecchia contabilità, entrambe mediate dal denaro e dalla legge del valore di scambio, nuove relazioni in cui si attuerebbero la semplice contabilità fisica dei prodotti scambiati (le misure quantitative come i chilogrammi, i metri, i litri, ecc.) e quella del tempo di lavoro necessario alla  loro realizzazione, entrambe indispensabili a regolarne la distribuzione. Come indicato da Marx nella Critica al programma di Gotha, a ogni lavoratore spetterebbe l’equivalente in prodotti di consumo del tempo di lavoro da lui erogato e certificato dal buono del lavoro: “Egli riceve dalla società uno scontrino ( il buono del lavoro – ndr) da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro…e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto equivale a un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un'altra”18. Inoltre, ogni attività lavorativa finalizzata a fornire i servizi sociali si limiterebbe alla registrazione delle quantità di risorse impiegate, umane e materiali, e della quantità  dei servizi elargiti in modo gratuito.

In questo quadro di radicali cambiamenti, avrebbe enorme importanza l’avvio immediato della rilevazione statistica di tutte le risorse disponibili (uomini e mezzi materiali) per procedere alla formulazione del piano generale della produzione. Certamente non sottovalutiamo le difficoltà esistenti, soprattutto nella fase iniziale, nella sostituzione del vecchio modo di produzione ma ciò che ci preme sottolineare è il fatto che sia indispensabile avviarla subito.

Concludiamo dicendo che tutta questa analisi ci porta a vedere la transizione dal capitalismo al comunismo, pur nella sua complessità, come un unico processo che porterebbe, nel caso la rivoluzione si estendesse a scala internazionale, alla marxiana fase superiore del comunismo quando i diversi antagonismi della vecchia società capitalistica, in primo luogo quello tra il lavoro intellettuale e manuale, fossero superati.  Si tratterebbe di un processo che oggi potrebbe svolgersi sicuramente in tempi più brevi, per tutto quanto detto sopra sull’attuale sviluppo delle forze produttive a scala mondiale, rispetto a un secolo fa.

Considerando infine il tema della lotta di classe, ci pare anche importante sottolineare che l’attacco immediato alle categorie economiche capitalistiche, ovunque avvenisse, indicando la radicale rottura con la vecchia società, sarebbe per il proletariato internazionale un potentissimo fattore di stimolo politico per la sua mobilitazione. Poter proclamare al mondo intero che con la rivoluzione si aboliscono il salario e il denaro, forieri di così gravi calamità per la maggioranza dell’umanità, significherebbe indubbiamente lanciare un segnale di valenza politica dirompente. Ancor di più oggi quando le conoscenze circolano nel pianeta intero in pochi secondi di tempo.

Note.

1 Vedi gli articoli apparsi sui numeri 4-5-6 di DemmeD’.

2 L.Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, Editore La Pietra, Milano, 1982

3 K. Marx, Critica al programma di Gotha, 1875, Editori Riuniti, 1976, Roma, pag. 44

4 vedi, ad esempio, l’articolo di P. Chattopadhyay, accademico marxista ancora vivente, Il contenuto economico del socialismo consultabile in http://digilander.libero.it/gmfreddi/MarxVsLenin.pdf

5 K. Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit. pag. 29

6 V. I. Lenin, Sull’imposta in natura, in Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 1975, pag. 44

7 L.Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, op. cit., pag. 246. Qui la Grilli riprende l’argomento dal Dialogato con Stalin di A. Bordiga, Edizioni PrometeoMilano1953.

8 Ivi, pag. 250

9 Ivi, pag. 247

10 Ivi, pag. 248

11 Ivi, pag. 243

12 Ivi, pag. 225

13 Ivi, pag. 247

14 Vedi l’articolo di Carmelo Germanà, La controversia sull’accumulazione socialista nella Russia post rivoluzionaria, in DemmeD’ n.6, gennaio 2013

15 L.Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, op. cit., pag. 242

16 S. Vitali, J.B. Glattfelder, Battiston,  The network of global corporate control. Lo studio si può trovare su http://arxiv.org/pdf/1107.5728.pdf

17 citazioni tratte da http://www.repubblica.it/economia/finanza/2012/01/02/news/rete_globale_controllo_societario-27490188/?ref=HREC2-6

18 K. Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit. pag. 30

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