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Decadenza del capitalismo e attualità della proposta comunista: ripensare il socialismo nell’era della globalizzazione

Creato: 10 Maggio 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 4979

Dalla  rivista  D-M-D' n °4 [EN]

Il capitalismo decadente mostra la sua antistoricità ma non emerge un progetto per una società diversa. E’ giunto il momento per riaprire il dibattito sul significato attuale del socialismo. E‘ ancora attuale? Può risolvere i gravi problemi della società? Può realizzare il libero e pieno sviluppo delle facoltà di ogni individuo?

Introduzione.

“Peggio del 1929!”. Così esclamano sconsolati gli stessi economisti borghesi mentre rimangono smarriti di fronte alla irrisolvibilità della crisi. Sia i neoliberisti che i neokeynesiani, le cui ricette economiche, a ben guardare, non sono così distanti1, constatano il fallimento e l’impotenza delle loro teorie. Nel 2008, cosa hanno suggerito ai governi per evitare il fallimento delle più grandi banche mondiali sommerse dai debiti e da crediti inesigibili? Cosa hanno fatto per evitare il crack bancario e la conflagrazione dell’economia mondiale che ne sarebbe derivata? Altri debiti, ancora più grandi! Ovvero, hanno curato il male con intense iniezioni dello stesso male! Bontà loro, hanno sanato i debiti delle banche accollandoli agli stati, andando a gonfiare ancora di più l’ammontare dei loro debiti già insostenibili. Ora seguono le politiche per mettere ordine allo sconquasso creato nei bilanci pubblici. E sono dolori per il proletariato. Tagli al welfare per cercare di contenere i deficit statali e per regalare al capitale montagne di denaro. Togliere ai poveri per dare ai ricchi, ecco alla fine in cosa consistono tutte le attuali politiche economiche! Gli economisti borghesi più avveduti, comunque inquieti, si interrogano sul che fare ma non hanno risposte e, quando balbettano qualcosa, si tratta di pannicelli caldi e nulla più. Intanto l’economia dei più avanzati paesi capitalistici ristagna e i loro debiti salgono giorno per giorno2.

Per noi la crisi è strutturale, di ciclo3. Cosa significa? Che è irrisolvibile e destinata ad esasperare tutti i problemi attuali fino alle estreme conseguenze. Già i precedenti due grandi cicli di accumulazione sono finiti con la guerra mondiale, cioè con la distruzione generalizzata delle forze produttive come unico mezzo per sbarazzare il mercato dal capitale eccedente e far ripartire la sua accumulazione. Oggi questo non accade ancora ma si è prodotto un fenomeno nuovo, virulento, quello della guerra permanente ovvero di una guerra ancora non generalizzata ma tuttavia costantemente presente in tanti angoli del mondo e che serve, con la sua carica distruttiva, a sostenere l’accumulazione del capitale. E’ questo uno dei fenomeni della decadenza4 del sistema capitalistico, all’interno della quale si svolge il dramma dell’involversi di questa crisi economica.

Se gli economisti borghesi non riescono a venire a capo di una crisi che ritengono gravissima, è perché hanno tra i loro dogmi l’insostituibilità di questo sistema economico. Costretti a muoversi negli angusti spazi intellettuali dettati dalle ferree leggi economiche capitalistiche, quelle che hanno determinato l’attuale crisi, non possono che riproporre sostanzialmente le politiche economiche passate visto che di nuove non se ne scorgono per il semplice fatto che non ne esistono.

Noi, aiutati da Marx, non siamo intrappolati dall’assunto di considerare eterni gli attuali rapporti di produzione e di conseguenza ci poniamo il problema di individuare un’alternativa al capitalismo e alle sue crisi. Dunque, per noi, nella fase di decadenza del capitalismo, una fase esacerbata dalla sua crisi di ciclo, torna d’attualità storica il tema del socialismo. Nei testi di Marx, esso costituisce, una volta che si è prodotto l’evento rivoluzionario da parte del proletariato, la fase di transizione dal capitalismo al comunismo cioè il periodo in cui il proletariato trasforma l’economia capitalistica mettendola progressivamente al servizio dei bisogni degli uomini. Alla fine del processo, le classi sociali e con loro ogni disuguaglianza economica scompaiono e lo stato, da strumento di esercizio del potere di una classe su un'altra, si trasforma in un mero strumento amministrativo della società. Per brevità, chiameremo semplicemente questa fase col nome di Transizione.

Alla luce dei profondi cambiamenti economici e sociali che il capitalismo ha prodotto nel Novecento, partendo da quanto ha scritto Marx, pensiamo sia necessario ripensare il significato della Transizione in epoca attuale. Ne siamo ancor più convinti considerando quello che ci propongono su tale questione tutte le attuali organizzazioni politiche della sinistra comunista, attestate sostanzialmente alla pedissequa riproposizione delle formulazioni ereditate dall’Ottocento e dalla Terza internazionale. Non riteniamo che si tratti di una riflessione dalle conseguenze immediatamente trasformabili in azioni pratiche vista la grande arretratezza politica della classe proletaria ma di una analisi che possa servire alla chiarificazione teorica e alla definizione futura di un programma aggiornato, definito nelle sue linee essenziali, per la trasformazione della società borghese. Questo è almeno quanto ci auguriamo.

Già sentiamo le critiche di chi ci accuserà di idealismo. Le respingiamo fin d’ora. Non si tratta di formulare il profilo di una ideale città futura ma di precisare i principi e le linee generali del processo di trasformazione della società capitalistica alla luce della realtà che lo stesso capitalismo ha messo davanti ai nostri occhi. Insomma, una riflessione che possa almeno delineare in termini generali i contenuti della trasformazione socialista nella moderna e articolata società capitalistica, tanto diversa da quella ottocentesca quando è stata formulata la teoria del socialismo scientifico. I temi sono ampi e complessi. Con questo articolo ci proponiamo solo di avviare la discussione che ci auguriamo sia più allargata possibile. Invitiamo tutti a parteciparvi.

Gli essenziali riferimenti teorici.

Abbiamo detto che l’elaborazione di Marx del socialismo scientifico è per noi solo il punto di partenza per affrontare il tema della Transizione. La parte finale del Manifesto del partito comunista5, quella in cui vengono elencate le prime misure da prendere per avviare la trasformazione della società capitalistica, risente ampiamente delle condizioni sociali e politiche del tempo. Oggi, molte di quelle misure sono state realizzate dalla stessa società borghese. Allora, quella parte del Manifesto così datata, ci indica tre cose fondamentali: il comunismo è il punto di arrivo del processo di trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici (processo di Transizione), il carattere necessariamente internazionale di quest’ultimo6, la necessità di ridefinire i moderni contenuti del processo di Transizione.

Nella Critica al programma di Gotha7, Marx ci fornisce altri importanti elementi per la comprensione dei principi che dovranno ispirare la trasformazione del modo di produzione capitalistico. Egli ci dice che nella fase socialista, per quanto riguarda la ripartizione di quanto la società collettivista produce e per quanto concerne quello che il lavoratore riceve, la legge del valore é ancora operante in quanto egli “ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società, in una forma, la riceve in un’altra”. Marx precisa che la legge del valore sarà abolita completamente solo col raggiungimento del comunismo8, quando “ognuno darà secondo le sue capacità” e ognuno avrà “secondo i suoi bisogni”. Per Marx una parte della produzione sociale si dovrà dedicare all’estensione della produzione ovvero allo sviluppo delle forze produttive. Questo è un punto centrale del suo pensiero perché ha di fronte una società borghese appena sviluppata in cui il proletariato vive in miseria, costretto a una pesante giornata lavorativa, con scarsi  mezzi di sussistenza a disposizione. Su questo aspetto del socialismo inteso come sviluppo delle forze produttive ci dovremo tornare.

Marx, nell’ Ideologia tedesca, sottolinea l’importanza che il socialismo nasca poggiando su un alto grado di sviluppo delle forze produttive: “è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario…”9. Egli mette in evidenza che la liberazione dell’uomo potrà avvenire solo con la sua liberazione dal bisogno, cosa possibile alla condizione di un alto grado di sviluppo delle forza produttive.

A proposito dell’internazionalismo proletario, egli precisa: “solo con questo sviluppo universale delle forze produttive (prodotto dal capitalismo – ndr) possono aversi relazioni universali tra gli uomini, ciò che da una parte produce il fenomeno della massa “priva di proprietà” contemporaneamente in tutti i popoli… Senza di che…il comunismo potrebbe esistere solo come fenomeno locale…ogni allargamento delle relazioni (capitalistiche – ndr) sopprimerebbe il comunismo locale”. Successivamente aggiunge “Le cose dunque sono arrivate a tal punto che gli individui devono appropriarsi la totalità delle forze produttive esistenti non solo per arrivare alla loro manifestazione personale, ma semplicemente per assicurare la loro stessa esistenza. Questa appropriazione è condizionata innanzi tutto dall’oggetto di cui ci si deve appropriare: le forze produttive sviluppate fino a costituire una totalità ed esistenti solo nell’ambito di relazioni universali. Questa appropriazione dunque, già sotto questo aspetto, deve avere un carattere universale corrispondente alle forze produttive e alle relazioni. L’appropriazione di queste forze non è altro essa stessa che lo sviluppo delle facoltà individuali corrispondenti agli strumenti materiali di produzione. Per questo solo fatto l’appropriazione di una totalità di strumenti di produzione è lo sviluppo di una totalità di facoltà negli individui stessi. Questa appropriazione inoltre è condizionata dagli individui che la attuano. Solo i proletari del tempo presente, del tutto esclusi da ogni manifestazione personale, sono in grado di giungere alla loro completa e non più limitata manifestazione personale, che consiste nell’appropriazione di una totalità di forze produttive e nello sviluppo, da ciò condizionato, di una totalità di facoltà (i corsivi sono nostri). Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in «una volta » e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica”. 10 Qui Marx indica inequivocabilmente la Transizione e la realizzazione del comunismo come fenomeni universali cioè come fenomeni che necessariamente dovranno coinvolgere l’intera società a causa del carattere di interdipendenza che hanno assunto le relazioni umane in seguito allo sviluppo dello stesso capitalismo. Marx così nega la possibilità dell’affermazione del socialismo come fenomeno locale, regionale, circoscritto.

Per quanto riguarda la pianificazione della produzione i pochi riferimenti che si hanno si trovano soprattutto negli scritti di Engels, nel L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza e nell’ Antiduhring. Marx ne fa solo qualche cenno nel Terzo libro del Capitale11.

Lenin, riprende integralmente Marx in Stato e rivoluzione12. Egli puntualizza il rapporto tra le classi sociali e lo stato, le caratteristiche dello stato proletario e dei suoi organismi, il carattere dei primi e fondamentali provvedimenti economici della Transizione. La sua analisi sul funzionamento dello stato proletario evidenzia che ogni carica è ricoperta per elezione diretta da parte del proletariato rivoluzionario ed è caratterizzata dalla immediata revocabilità; si tratta di una nuova forma di democrazia in cui si realizza la partecipazione diretta del proletariato al funzionamento dello stato. In realtà, come egli precisa, si tratta di un semi stato in quanto organismo che ha perso molte delle precedenti funzioni che svolgeva nella società borghese. Lenin conclude l’opuscolo spiegando come il socialismo trapassi nel comunismo con il superamento della divisione tra il lavoro intellettuale e manuale e con la completa eliminazione delle classi sociali. A quel punto lo stato si trasformerà da organismo di dominio di una classe sull’altra in un semplice organismo di amministrazione della società. Il testo rimane un riferimento fondamentale.

Imparagonabile l’attuale situazione con quella del Diciassette.

La rivoluzione bolscevica non ci offre molto materiale teorico per affrontare il tema della Transizione. Troppo differente è la realtà odierna da quella d’allora. Non che il capitalismo di oggi sia sostanzialmente diverso da quello analizzato da Marx e da Lenin nel suo  L’imperialismo13, ma i vistosi cambiamenti prodotti dallo stesso capitalismo in circa un secolo obbligano a un ripensamento. Certo, il processo di accumulazione del capitale fondato sulla produzione di plusvalore è rimasto ma sono vastissimi i fenomeni nuovi che si sono prodotti. Consideriamone i principali.

Lo sviluppo delle forze produttive è giunto a un grado elevatissimo e si sono avuti grandi cambiamenti sulla quantità e qualità delle merci prodotte, cambiamenti davvero impensabili solo un secolo fa e questo ha prodotto per la prima volta nella storia un unico mercato veramente mondiale, proprio come preconizzato da Marx,  nel quale le relazioni tra gli uomini sono divenute effettivamente universali. Già questo ci indica quanto le condizioni materiali per il superamento del modo di produzione capitalistico si siano oggi decisamente affermate. Il capitale finanziario, descritto da Lenin nel L’imperialismo, ha fatto un balzo in avanti di proporzioni gigantesche tanto da divenire l’elemento caratterizzante il capitalismo odierno. Giova ricordare al lettore la nostra analisi sul capitale fittizio, quale forma dominante dell’economia nei paesi avanzati. Lo vediamo con le ricorrenti crisi finanziarie, sempre più frequenti e intense, che sconvolgono periodicamente i mercati e gettano nell’instabilità le aziende manifatturiere, ormai completamente assoggettate e integrate al capitale finanziario.

La scienza e la tecnica14 hanno avuto nel Novecento un impressionante sviluppo, inimmaginabile nel secolo precedente, con conseguenze profonde sull’organizzazione del lavoro e sulla sua divisione internazionale. Quasi inutile ricordare il vasto processo di proletarizzazione che ne è scaturito a scala mondiale caratterizzato dalla formazione di una classe di venditori di forza lavoro indifferenziata, cioè privata di qualsiasi contenuto di abilità, conoscenza ed esperienza, e quindi facilmente intercambiabile nel processo lavorativo, nonché caratterizzata da un più alto grado di povertà rispetto alla ricchezza socialmente prodotta. La composizione di classe che ne è derivata è un fenomeno talmente nuovo che non si può trascurare ripensando ai compiti che dovrà svolgere la futura organizzazione mondiale del proletariato, la futura Internazionale. Anche le forme del dominio ideologico della borghesia si sono eccezionalmente affinate con l’affermarsi della produzione di merci su vasta scala e con l’utilizzo dei moderni sistemi di comunicazione. E’ un dominio così penetrante che abbiamo sentito la necessità di coniare il termine pensiero-merce15. Anche questa è una novità che pensiamo non possa essere trascurata.

Infine, anche se l’elenco è molto riduttivo, siamo di fronte al pieno manifestarsi della fase di decadenza del capitalismo, quella che Lenin ha descritto nel L’ imperialismo, con tutte le conseguenze sociali a lei proprie: la polarizzazione della ricchezza, la conseguente diffusione della povertà anche nelle economie capitalistiche avanzate, la dilatazione della precarietà ad ogni aspetto della vita proletaria, l’imbarbarimento dei rapporti sociali, la guerra permanente come fenomeno distruttivo di sostegno al processo di accumulazione.

Se ripensiamo al secondo dopoguerra, soprattutto al periodo che parte dagli anni Sessanta e arriva all’inizio degli anni Novanta, ci accorgiamo che l’impetuoso sviluppo capitalistico ha sconvolto lo stile di vita proletario dei paesi occidentali. La grande industria, la sua altissima produttività, hanno permesso al salario di scambiarsi con una grande quantità di merci, certamente svalorizzate ma estremamente numerose rispetto a ogni precedente periodo storico. Inoltre, anche se il processo si avvia negli anni Trenta dopo la grande crisi del ’29, la borghesia costruisce un sistema di protezione sociale (istruzione, pensioni, indennità in caso di licenziamento, assistenza sanitaria, ecc.) che le permette, almeno temporaneamente, di mostrare il capitalismo come il sistema sociale capace di elargire il progresso e il benessere a tutta la società. Ciò, unitamente alla disastrosa esperienza del cosiddetto socialismo reale, ha reso possibile un attacco feroce al pensiero marxista, corroborato dalla forza dei potenti mezzi di comunicazione che nel frattempo si sono sviluppati. Oggi, con la crisi economica in stato avanzato, si è avviato un processo inverso che costringe la borghesia a tornare indietro, a togliere tutto ciò che precedentemente ha concesso. Allora, se da una parte le anticipazioni del Manifesto sul processo di proletarizzazione dell’ intera società16 sono confermate, dall’altra si impone un ripensamento del socialismo che precisi cosa siano nella realtà attuale i bisogni degli uomini, cosa significhi sviluppare le forze produttive in un contesto in cui la produzione capitalistica ha generato delle merci assolutamente inutili e il saccheggio delle risorse dell’ecosistema Terra , cosa significhi liberare l’uomo dal bisogno e sviluppare una società nella quale, come dice Marx nel Manifesto, “il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”. Se si riuscirà a dimostrare la necessità e l’attualità della proposta comunista, allora quest’ultima potrà tornare ad avere credibilità.

Principi e azione del Partito bolscevico. Alcune annotazioni.

Riteniamo che la concezione della Transizione presente nel partito bolscevico fosse fortemente influenzata dalle idee formulate da Marx nell’ Ottocento. Né poteva essere diversamente. In pratica il socialismo era concepito fondamentalmente come

-          abolizione della proprietà privata e accentramento dei mezzi di produzione nelle mani dello stato (statalizzazione dell’economia col trasferimento della proprietà allo stato)

-          sviluppo delle forze produttive

-          sostituzione del mercato con la pianificazione dell’economia

-          uguaglianza salariale tra tutti i membri della società

Sono questi i principi che ispirano i provvedimenti della Russia rivoluzionaria, sia nel periodo del “comunismo di guerra” che negli anni successivi, fino alla formulazione dell’aberrante “socialismo in un solo paese”, vero e proprio spartiacque tra il periodo che definiamo rivoluzionario e quello dell’aperta controrivoluzione che avvia, senza più alcun distinguo, lo sviluppo del capitalismo di stato lasciando sul campo una terribile scia di sangue per le violente repressioni a cui ha dato luogo.  Sarebbe interessante rivedere il travagliatissimo periodo del comunismo di guerra sfociato nel 1921 nella Nuova politica economica (Nep) quando vengono adottati i provvedimenti per un dichiarato ritorno al capitalismo nel tentativo di stimolare la disastrata economia e resistere, provvedendo innanzi tutto ai primari bisogni della popolazione affamata, all’isolamento internazionale in cui si trovava l’Unione sovietica. Non possiamo farlo ma, per inciso, vogliamo sottolineare il fondamentale contributo dato dalla Sinistra comunista italiana alla comprensione di quello che stava accadendo, alla definizione di capitalismo di stato18 e alla condanna inequivocabile dello stalinismo come processo totalmente estraneo al marxismo e al socialismo. Contemporaneamente dobbiamo rilevare che quella stessa Sinistra, e tutte le innumerevoli organizzazioni politiche da essa generate, a quell’elaborazione si sono fermate non riuscendo ad aggiornare il loro pensiero in relazione agli enormi cambiamenti determinati, fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, dallo sviluppo capitalistico.

Ora ci interessa soffermarci su altri aspetti più attinenti il tema dell’articolo. Lo sviluppo delle forze produttive era un tema centrale in Marx, un tema ripreso dal partito bolscevico. Indubbiamente questo era un compito legato allo stato dell’economia nell’ Ottocento e ad inizio Novecento, soprattutto in Russia dove vi era ancora molta arretratezza. Il programma del partito bolscevico non poteva che imperniarsi su questo, soprattutto in attesa che la rivoluzione si allargasse e potesse contare sull’industria dei paesi capitalisticamente più avanzati, in primo luogo quella tedesca. Si trattava di risolvere immediatamente il problema di sfamare gli abitanti delle città tentando di rimettere in piedi la disastrata industria uscita malconcia dalla guerra e avviare lo scambio con la campagna. Due anni di guerra civile, l’isolamento e i gravi problemi legati alla paralisi dell’attività manifatturiera, costrinsero ai provvedimenti che conosciamo. In pratica, ciò che furono costretti a fare fu tentare di resistere avviando uno sviluppo capitalistico dell’economia in attesa della rivoluzione internazionale. Questa non avvenne e di conseguenza non fu possibile avviare alcun processo di Transizione. Persino i primi provvedimenti relativi ad una relativa parificazione salariale tra tutti i membri della società, applicati prevalentemente nelle industrie controllate dallo stato, dovettero ben presto essere ritirati.

Vogliamo evidenziare quella che a nostro giudizio ci pare un’ambiguità presente nelle formulazioni dello stesso Lenin. Nello scritto  Sull’imposta in natura19,  Lenin definisce area socialista il settore nazionalizzato della grande industria, intendendo con ciò che si trattava di area socialista soprattutto per il controllo politico che se ne aveva piuttosto che per il suo effettivo contenuto economico. Riteniamo che quella definizione fosse quantomeno ambigua dato che, nonostante esistesse il controllo dello stato, la produzione era finalizzata all’ accumulazione del capitale. Il controllo politico degli organi statali, per giunta effettuato molto presto da funzionari nominati dal partito bolscevico in sostituzione alla reale partecipazione del proletariato, non era sufficiente per attribuire il termine socialista neanche a quel settore dell’economia.

Anche il fatto che esistesse la pianificazione, non cambia la questione. Permanendo comunque il mercato e il denaro, quindi lo scambio basato sulla legge del valore, la pianificazione favoriva solo l’accumulazione più rapida del capitale rispetto a quella tradizionale del capitalismo privatistico occidentale. Cosa che si verificò negli anni Trenta consentendo all’ Unione sovietica di intervenire nella seconda guerra mondiale come potenza imperialistica seconda solo a quella americana.

Per quanto riguarda lo stato dei soviet, rileviamo il fatto che dopo due anni di guerra civile gli organismi dello stato che dovevano realizzare la partecipazione del proletariato alla gestione del potere, si trasformarono sempre più in organismi in cui erano presenti i funzionari nominati dal Partito bolscevico. Quando la volontà alla lotta e la partecipazione del proletariato venivano meno, il Partito si sostituiva ad esso nella gestione dello stato. Si trattava di un altro chiaro indicatore dell’ esaurirsi del processo rivoluzionario.

Primo spunto di riflessione: dimensione mondiale dei fenomeni.

Una prima questione che vogliamo iniziare ad affrontare è strettamente legata alla cosiddetta globalizzazione dei mercati cioè alla completa correlazione delle diverse economie nazionali, un fatto impensabile solo qualche decennio fa. In particolar modo il capitale finanziario circola oggi con tale velocità e interdipendenza che ogni fenomeno che lo riguarda coinvolge il mercato mondiale.

Recentemente, la dimensione globale dei fenomeni è stata evidenziata da alcuni episodi, nati localmente, che hanno superato immediatamente l’ambito nazionale. Il disagio sociale presente nei paesi arabi, quando è esploso, ha subito coinvolto un’area geografica vastissima che, pur con tutte le specificità presenti in ogni singola nazione, ha mostrato un sincronismo impressionante. Dopo svariati decenni di stabilità, quei paesi sono stati contemporaneamente scossi da rivolgimenti politici profondissimi.

Il movimento degli indignados che, pur con tutte le sue illusioni riformistiche rappresenta l’emergere, nei paesi capitalisticamente avanzati, di un malcontento diffuso che coinvolge il proletariato e ampi strati di piccola borghesia, nasce in Spagna e diventa immediatamente la bandiera dei movimenti di protesta che si estendono agli Stati Uniti, a Israele e all’Europa. Questo perché in tutto il mondo i provvedimenti che vengono assunti dalle borghesie nazionali sono simili e l’esplosione della protesta si manifesta a scala allargata mettendo in movimento quasi contemporaneamente milioni di uomini nei diversi continenti! Non dimentichiamo che si tratta solo di piccole avvisaglie, di movimenti la cui portata è ancora limitata. Ma cosa succederebbe se la crisi si acuisse ulteriormente, se i provvedimenti borghesi per tamponarla fossero ancora più incisivi sulle condizioni di vita delle classi sociali che già oggi vivono la crisi economica con gravi disagi? E’ persino difficile immaginare l’intensità e la scala dei fenomeni che accadrebbero se la crisi sfuggisse al controllo delle istituzioni finanziarie mondiali.

Poi la finanza e la crisi del debito degli stati. La Grecia, col suo modestissimo, quasi insignificante peso economico nel mondo, ha innescato una crisi finanziaria che rapidamente ha coinvolto gli altri paesi europei costringendo la potente Germania, forte della sua economia, a farsi garante del default controllato del paese ellenico. La dimensione internazionale della crisi è causata dall’enorme quantità dei titoli del debito pubblico greco, spagnolo, italiano, ecc., cioè dei paesi potenzialmente insolventi, in mano alle più grandi banche, soprattutto tedesche e francesi. Ma anche dall’altra sponda dell’Atlantico il grido di allarme si è levato. La crisi finanziaria europea avrebbe potuto immediatamente creare ripercussioni negli stati Uniti e di conseguenza nel mondo intero. Ancora oggi, mentre scriviamo, il rischio di fortissime perturbazioni finanziarie su scala mondiale non è stato debellato. Come stiamo constatando, il mercato finanziario è talmente interconnesso che persino la crisi di un piccolo paese crea ripercussioni pericolose a scala mondiale!

Ora permettiamoci, solo per un momento, un fantasioso salto nel futuro e immaginiamo un evento rivoluzionario simile a quello bolscevico in una realtà di completa integrazione economica quale è quella di oggi. Facciamo l’esempio di un qualsiasi paese europeo ma il discorso potrebbe valere per qualsiasi paese capitalisticamente avanzato. Cosa accadrebbe, ad esempio, se quel paese rivoluzionario ripudiasse, certamente una delle prime cose che farebbe, il debito pubblico? Quante istituzioni finanziarie dei rimanenti paesi capitalistici rischierebbero il fallimento? Quali ripercussioni si avrebbero immediatamente a scala internazionale sull’economia e sulla vita di milioni di proletari? Quali reazioni avrebbe il proletariato internazionale? Sarebbe in ogni caso un terremoto che farebbe precipitare i precari equilibri finanziari degli stati e delle istituzioni finanziarie in ogni parte del mondo! Mentre nel ’17 la rivoluzione bolscevica non ha comportato per il restante mondo capitalistico praticamente alcuna conseguenza economica, oggi non sarebbe più così. Mentre allora la Germania ha potuto affrontare i suoi gravi problemi economici interni senza alcuna conseguenza per l’evento rivoluzionario russo, oggi questa situazione praticamente non esisterebbe più. Di fronte a una qualsiasi rivoluzione proletaria, tutto il sistema finanziario mondiale e gli scambi internazionali di merci sarebbero fortemente destabilizzati e si avrebbe una crisi economica mondiale senza precedenti. Senza contare l’effetto di detonatore politico che si avrebbe a scala internazionale. Se nel ’17, nonostante i mezzi di comunicazione fossero scarsi e lenti, l’eco della rivoluzione proletaria ha costituito un enorme richiamo per il movimento proletario internazionale, immaginiamo oggi, con le informazioni che si diffondono in tempo reale nel mondo intero, che cosa metterebbe in moto un evento rivoluzionario in un singolo paese. Se il movimento degli indignados si è diffuso internazionalmente senza una qualsiasi organizzazione centralizzata che lo coordinasse, immaginiamo una nuova Internazionale comunista, ben radicata nel corpo della classe, cosa potrebbe determinare nel mondo promuovendo le lotte dei lavoratori!

Dunque, vogliamo soffermare la nostra attenzione su quanto sia necessario uscire da qualsiasi visione nazionalistica dei problemi. Una visione strategica internazionale è oggi assolutamente necessaria per ipotizzare qualsiasi soluzione ai problemi economici. Torniamo alla Transizione e consideriamo il processo di riaggregazione delle avanguardie. Il processo di riorganizzazione del partito rivoluzionario, ammesso e non concesso che si sviluppi, dovrà avere fin dall’inizio, per quanto detto sopra, una dimensione internazionale. E’ fondamentale tenerlo presente nella prospettiva del lavoro che dovrà essere svolto per arrivare a quella organizzazione. Il percorso seguito da Lenin, pur dettato da quelle circostanze storiche, ha fatto vedere quali pesanti conseguente abbia comportato il ritardo nella costituzione dell’Internazionale. L’esperienza della Terza internazionale, praticamente fondata nel ’19 dal partito bolscevico e da esso fortemente influenzata,  ha mostrato come sia stato agevole piegare gli interessi strategici delle diverse sezioni del proletariato internazionale a quelli della Russia rivoluzionaria. In pratica si è imposto l’interesse di una sezione nazionale dell’Internazionale sugli interessi di tutte le altre. Chi ne ha fatto le spese è stato il proletariato dei diversi paesi che ha dovuto assecondare, già dal Terzo congresso del 1921, delle tattiche che incominciavano a divergere dai principi fondativi della stessa Internazionale. Anche questo ha concorso alla tragedia che ne è seguita.

Riteniamo che, almeno in via teorica visto che oggi non è dato fare altro, avere le idee chiare sul carattere immediatamente internazionale che dovrà assumere il processo di riaggregazione delle avanguardie politiche della classe sia molto importante.

L’attuale globalizzazione pone una seconda questione che merita attenzione. Marx teoricamente e l’esperienza della rivoluzione russa praticamente, hanno mostrato l’impossibilità del comunismo a scala nazionale. Si potrebbe pensare allora a una dimensione più allargata, ad esempio continentale,  per avviare il processo di Transizione? Naturalmente un evento rivoluzionario di così vasta portata avrebbe ripercussioni sconvolgenti sul circostante mondo capitalistico, questo l’abbiamo già sottolineato. Qualora il processo rivoluzionario non si allargasse alla restante parte capitalistica del mondo, potremmo pensare a una stabilizzazione della situazione e all’avvio di un processo di Transizione? Noi lo escludiamo a causa dell’interconnessione economica odierna che creerebbe una totale incompatibilità tra le due aree economiche che si troverebbero a scontrarsi economicamente, politicamente e militarmente per la loro sopravvivenza. Perciò, alla luce dell’attuale situazione economica mondiale, siamo portati ad escludere la previsione di un simile scenario, anzi siamo dell’idea che nel volgere di poco tempo (pochi mesi, qualche anno?) solo una delle due aree potrebbe sopravvivere. Siamo indubbiamente nel campo della speculazione intellettuale ma sono temi, di enorme portata, che dovrebbero essere quantomeno discussi.

Secondo spunto di riflessione: una grande opportunità storica per l’umanità.

Diamo per assunto che esitano le condizioni materiali per il superamento del modo di produzione capitalistico, anzi che siano maturate come mai nella storia del capitalismo. Manca completamente l’elemento soggettivo perché questo superamento possa avvenire. La classe è ridotta a un insieme di individui che non riconoscono neanche la loro appartenenza ad essa. Il programma e l’organizzazione che dovrebbe guidare questa classe praticamente non esistono e quindi la borghesia continua a imperversare gestendo la fase di decadenza e la crisi economica che l’accompagna secondo le sue strategie di conservazione. Il dibattito, negli ambienti che a Marx fanno riferimento, sta trovando nell’attuale situazione sociale il materiale per una rinnovata riflessione ma non emerge ancora una chiara visione dei problemi da risolvere, teorici e pratici, per riproporre l’alternativa al capitalismo. In questo contesto ci pare necessario almeno sottolineare la grande opportunità storica che si sta presentando all’umanità: la completa liberazione dell’individuo da ogni forma di sottomissione e la possibilità della sua più ampia realizzazione. Oggi, l’enorme sviluppo delle forze produttive generato dallo stesso capitalismo, ha creato condizioni che mai si erano verificate nella storia dell’umanità. Una conoscenza scientifica che, seppure limitata e distorta dall’interesse borghese, ha permesso una comprensione del mondo naturale che è davvero potenzialmente in grado, se svincolata dalle legge del profitto e messa al servizio degli uomini, di risolvere molti dei problemi dell’umanità. Una potente tecnologia  impiegata in un’industria enormemente sviluppata che può, con uno scarso impiego di forza lavoro, potenzialmente produrre quanto basta per soddisfare i bisogni primari dell’intera popolazione. Di contro, questa enorme conoscenza e questa potente tecnologia stanno producendo, imbrigliate come sono nelle leggi dell’accumulazione del capitale, gravissimi sconquassi sociali e ambientali. Una contraddizione enorme se si pensa che di fronte a tanto sapere e a tante meraviglie tecnologiche gli scienziati più avveduti denuncino l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo paventando disastri ecologici tali da perturbare gravemente i delicati equilibri ambientali che si sono generati in milioni di anni e che hanno permesso la vita degli attuali esseri viventi. Accanto a questo, la stessa sociologia borghese denuncia lo stato di progressivo degrado che si sta generando nelle megalopoli della Terra20 dove si concentrano ormai più della metà dei suoi abitanti. Abbiamo già sopra richiamato la nuova condizione di precarietà in cui versa il proletariato e ormai parte della piccola borghesia e la concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone.

Alla luce di queste considerazioni, ci preme notare che l’identificazione del socialismo, tipico della Seconda e Terza internazionale, con lo sviluppo delle forse produttive sia quantomeno limitato. Oggi ci troviamo di fronte a ben altri problemi e l’assunzione pedissequa di quella concezione potrebbe generare pericolosi equivoci. Non sappiamo né quando, né dove, né in quali condizioni economiche avverranno gli eventi rivoluzionari e non sappiamo assolutamente quali macerie, economiche e sociali, lascerà sul campo la crisi capitalistica che darà luogo a quegli eventi ma certo non possiamo pensare che la Transizione si riduca al semplice sviluppo delle forze produttive. In Occidente il problema della fame è ampiamente superato. Questo ci pone di fronte al fatto che in una parte del mondo, quella capitalisticamente più sviluppata, si debba addirittura perseguire il ridimensionamento delle forze produttive e la riconversione delle stesse in funzione di bisogni radicalmente diversi da quelli del semplice consumo materiale. Ecco che anche il tema della sostenibilità della produzione in rapporto alle risorse limitate del pianeta avrebbe la possibilità di essere affrontato. Nondimeno quello della sostenibilità demografica e del riequilibrio del rapporto tra città e campagna. Riteniamo che tutto questo richieda una precisazione del significato della Transizione.

Consideriamo anche la potenzialità insita nella riduzione della giornata lavorativa che le moderne tecnologie consentirebbero. Il solo impiego della totalità delle forze attive della popolazione nella produzione potrebbe ridurre la giornata lavorativa a poche ore e questa liberazione di tempo disponibile permetterebbe agli individui della società di ridefinire completamente lo svolgimento della loro vita. I cosiddetti bisogni dell’uomo si modificherebbero immediatamente prendendo connotazioni oggi inimmaginabili ma che certamente poco avrebbero a che fare col semplice iperbolico consumo di merci tipico della moderna società borghese. Ecco che si rivela un altro aspetto dell’attualità della proposta socialista: l’utilizzazione dei moderni mezzi tecnologici consentirebbe all’uomo di disporre di un tempo, la maggior parte del suo tempo, per finalità sociali e per la sua piena realizzazione come individuo attraverso la piena esplicazione di ogni sua inclinazione e abilità creatrice. Qui si apre un altro percorso di riflessione che dovrebbe precisare il significato dei concetti formulati dal marxismo quasi due secoli fa.

Terzo spunto di riflessione: la socializzazione dei mezzi di produzione, lo stato, la partecipazione della classe alla sua emancipazione.

Intanto è necessario chiarire la differenza tra statizzazione o nazionalizzazione dei mezzi di produzione e la loro socializzazione. E’ un equivoco che ancora oggi intralcia la mente di molti pensatori che si richiamano a Marx ma che identificano il corso stalinista col socialismo. Questi concepiscono il socialismo in primo luogo come trasformazione della proprietà privata in proprietà pubblica, statale (nazionalizzazione dei mezzi di produzione e delle banche). Lo stesso equivoco si trova in alcune nuove proposte politiche, che si richiamano apertamente al socialismo e che puntano alla realizzazione di governi democratici controllati dai lavoratori salariati. Questi governi, appena insediati, dovrebbero adottare le misure per espropriare la borghesia e porre sotto il controllo dello stato i principali mezzi di produzione e le banche. Tutto ciò nell’ambito di una trasformazione a carattere nazionale. In realtà si tratta di un nuovo radicalismo riformista che non pone al centro del proprio programma il superamento del rapporto di produzione capitalistico, cosa che potrebbe avvenire solo nel contesto della rivoluzione mondiale. Di conseguenza, si tratta di programmi che porterebbero, se realizzati, esclusivamente alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione e delle banche lasciando inalterate e funzionanti tutte le categorie economiche tipiche del capitalismo. Tali programmi, non facendo cenno all’abolizione del capitale, del salario, del denaro, della legge del valore, del mercato, ecc.21 , si ridurrebbero alla riproposizione del capitalismo di stato. Dunque, nulla a che vedere con il processo di socializzazione dei mezzi di produzione.

Marx usa il termine socializzazione per indicare, nella fase di Transizione, quindi a rivoluzione avvenuta, il controllo dei mezzi di produzione da parte del proletariato. La proprietà di questi mezzi passa allo stato, ovvero dell’organo costituito dai consigli dei lavoratori organizzati gerarchicamente, l’organo con cui il proletariato assume il comando della società e inizia a trasformare i rapporti di produzione capitalistici sopprimendo progressivamente la legge del valore e le connesse categorie economiche (capitale, salario, denaro, merce, ecc.). Il termine progressivamente non è da intendersi come processo lineare, lento e regolare, dato che saranno le circostanze concrete, in primo luogo l’esistenza o meno della rivoluzione mondiale, che detteranno i tempi e i modi del suo sviluppo, assolutamente imprevedibili oggi.

Nella Russia rivoluzionaria, la grande industria nazionalizzata è stata socializzata? Il controllo di quell’area economica che Lenin chiama socialista era effettivamente nelle mani del proletariato? La monumentale opera dello storico E. H. Carr, documenta l’esaurirsi della partecipazione degli elementi più avanzati della classe agli organi dello stato sovietico22. La guerra civile aveva decimato le migliori avanguardie rivoluzionarie e man mano che la situazione presentava difficoltà sempre maggiori, stiamo parlando del biennio che va dal ’19 al ’21, avviene un progressivo processo di centralizzazione delle decisioni sia nel partito bolscevico, sia nello stato. Inoltre, i soviet vengono controllati sempre più strettamente dal partito nominandone direttamente i funzionari. A quel punto, l’elettività da parte delle assemblee e la revocabilità immediata erano ormai solo una dichiarazione di principio e nulla più. Anche in questo caso l’accartocciarsi del processo rivoluzionario, per l’isolamento in cui si trovava l’Unione sovietica, non poteva che far rinculare ogni istanza innovativa della società. Praticamente, la socializzazione si trasformava in una nazionalizzazione per il fatto che i mezzi di produzione e le banche controllati dallo stato funzionavano al pari di ogni altro settore economico su base capitalistica. Anche la successiva pianificazione si sarebbe inserita nel contesto economico capitalistico e quindi non poteva assumere alcuna connotazione socialista. Dunque, né l’abolizione della proprietà privata, né la proprietà statale dei mezzi di produzione, né la pianificazione, possono qualificare il processo economico come socialista se il rapporto di produzione sottostante è ancora quello capitalistico. Potremmo addirittura avere la partecipazione dei lavoratori agli organi statali della nuova democrazia proletaria, un loro effettivo controllo della produzione, senza che si avvii alcun processo di Transizione. E’ solo la presenza concomitante di tutti questi elementi, nel contesto di un’area rivoluzionaria mondiale, che può avviare la trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici e la realizzazione effettiva della socializzazione dei mezzi di produzione. In questo processo, la partecipazione degli elementi più attivi della classe, eletti e revocabili in qualsiasi momento dalle assemblee di base, espressione della classe nel pieno svolgimento del suo movimento rivoluzionario, rimane uno degli elementi insostituibili della Transizione.

Lo stato dei consigli ha avuto una sua prima realizzazione concreta nella Russia del ’17. Le assemblee dei lavoratori avevano eletto i loro rappresentanti direttamente e si erano formati i soviet (consigli) i quali, a loro volta, avevano eletto direttamente gli organi a livello cittadino, provinciale e regionale fino alle istanze superiori, nazionali. Ogni carica, almeno nelle intenzioni, era revocabile in qualsiasi momento per eliminare potenzialmente qualsiasi abuso e per non costituire fonte di alcun privilegio. Oggi, nell’era della globalizzazione, abbiamo la necessità di ripensare anche a questo aspetto dell’organizzazione dello stato nel momento in cui si riconosce che esso dovrà avere, al pari della nuova Internazionale, una dimensione sovranazionale. Dunque è lecito pensare che l’istanza di massima centralizzazione dei futuri soviet sarà il soviet mondiale23. Ma come dovrà funzionare e garantire la reale partecipazione della classe ai suoi organismi? Il tema della realizzazione della democrazia contrapposta a ogni forma di autorità, dovrà essere ripensato per chiarire il rapporto che dovrà intercorrere tra il comando, necessario al governo della società e la libera e piena espressione degli individui della società. Lo stesso tema riguarda il funzionamento interno della stessa internazionale. Dunque sono in gioco delle importanti questioni riguardanti il rapporto tra il partito e la classe, il partito e lo stato e il funzionamento interno del partito stesso.

Si tratta di problemi di grande portata che potranno precisarsi solo con un’ampia riflessione  che sappia trarre profitto anche e soprattutto dall’esperienza dei processi reali che la lotta di classe metterà in essere.

Un’ultima nota. Vogliamo evidenziare quanto gli attuali mezzi tecnologici di trasmissione delle informazioni, ormai capillarmente diffusi nel mondo, agevolerebbero la partecipazione del proletariato al processo decisionale. Attraverso gli attuali mezzi di comunicazione, l’informazione, la conoscenza, l’educazione, la raccolta dei dati faciliterebbero enormemente il processo di partecipazione attiva di tutta la popolazione alle decisioni inerenti tutti gli orientamenti della società, sia per quanto riguarda la produzione, sia per la pianificazione territoriale e demografica, sia per la definizione delle attività finalizzate alla più piena realizzazione degli individui. Con questo, la libera espressione degli individui potrebbe coniugarsi più facilmente con le istanze decisionali di tutti gli organi direttivi presenti nella società. Anche in questo si deve vedere la grande potenzialità e attualità del progetto politico comunista.

Concludiamo dicendo che sicuramente dovremo riprendere e approfondire tutti i temi trattati, in particolare quello, qua e là solo accennato, di cosa significhi la trasformazione, durante la Transizione, del rapporto di produzione capitalistico attraverso la progressiva abolizione della legge del valore. Un punto centrale a cui dedicheremo al più presto la nostra attenzione.

Carlos

Note ed essenziali indicazioni bibliografiche.

1 negli Usa, la ridicola aliquota fiscale del 15% sugli hedge fund, fu istituita dal democratico Bill Clinton e dal suo ministro del Tesoro Robert Rubin in prosecuzione alla politica degli sgravi fiscali per i ricchi avviata dal repubblicano Gorge Bush (neoliberista). Si tratta di un esempio della convergenze tra le diverse scuole di pensiero. Vedi l’articolo su La Repubblica del 19/9/2011 di F. Rampini “Obama tassa i ricchi per risanare i conti”

2 gli economisti oggi stimano il debito complessivo mondiale accumulato in modo molto approssimativo, tanto è difficile misurarlo. Le stime vanno da 8 a 15 volte il prodotto mondiale lordo, In ogni caso un volume di debito assolutamente ingestibile e impagabile ai creditori!

3 vedi in proposito la nostra pubblicazione La crisi del capitalismo. Il crollo di Wall Street (Ed. Istituto Onorato Damen, 2009 oppure l’ articolo La crisi del debito sovrano è solo la punta dell’iceberg della crisi più generale del capitalismo e i capitoli La crisi dei Subprime rileggendo Marx, Il dominio della finanza, Capitale fittizio e guerra permanente,La legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto tratti dal volume La crisi del capitalismo. Il crollo di Wall Steet, Edizioni Istituto Onorato Damen, 2009. Questo materiale è reperibile anche sul web all’indirizzo http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/sullacrisi

4 sul rapporto tra crisi di ciclo e decadenza vedi il nostro articolo pubblicato sul web all’indirizzo http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/documenti/149-apuntosulladecadenza

5 vedi il Manifesto del partito comunista di K. Marx e F. Engels, 1848, Editori Riuniti, 1991, Roma

6 ibidem, pagg. 31 e seguenti

7 K.Marx, Critica al programma di Gotha, 1875, Editori Riuniti, 1976, Roma

8 K.Marx, ibidem, pag. 29 e seguenti

9 K.Marx, La concezione materialistica della storia, del 1845-46, pag.56, Editori Riuniti, 1973, Roma

10 ibidem, pag. 57 e 102

11 F.Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, 1880, Editori Riuniti,1976, Roma e Antiduhring, 1878, Editori Riuniti, 1976, Roma. K. Marx, Il capitale, Giulio Einaudi editore, 1975, Torino

12 V. Lenin, Stato e rivoluzione, 1917, Editori Riuniti, 1976, Roma

13 V. Lenin, L’imperialismo, Editori Riuniti,1976, Roma

14 vedi l’articolo Gli uomini, le macchine e il capitale di G. Paolucci apparso sul numero 2 della nostra rivista D-M-D’

15 vedi l’articolo Crisi e ripresa della lotta di classe di G. Paolucci su Prometeo n. 6/2002
16 oggi, la ricchezza detenuta dall’ 1% più ricco degli Usa, uguaglia quella del 1929 (23,5% del Pil nel nel 2007, 23,9% nel 1929. In valore assoluto oggi è molto maggiore di conseguenza a un Pil estremamente più elevato. Il dato è riportato sul quotidiano La repubblica del 19/9/2011 pag. 15

17 vedi l’articolo Crisi e ripresa della lotta di classe cit.

18 A. Bordiga, ha certamente dato tra i più importanti contributi alla comprensione di quanto accadeva in Unione sovietica negli anni Venti. Vedi, ad esempio, il suo Struttura economica e sociale della Russia  d’oggi, Edizioni il programma comunista, 1976, Milano

19 V.Lenin, Sull’imposta in natura, Opere scelte, volume sesto, pagg. 441 e seguenti, Editori Riuniti, 1975, Roma

20 Vedi di Mike Davis, Il pianeta degli slum, Serie Bianca Feltrinelli, 2006, Milano

21 Vedi, ad esempio, il programma del Npa (Nuveau Partie Anticapitaliste) francese, fondato nel 2009, all’indirizzo  http://www.npa2009.org/sites/default/files/principesfondateurs.doc

22 Edward H. Carr, Storia della Russia  sovietica, vol. primo, cap. otto, pag. 181 e segg., Einaudi Editore, 1964, Torino

23 Interessante a questo proposito lo scritto di L. Goldner, L’immensa sorpresa di ottobre, pagg. 239 e segg. pubblicato nel libro di D. Lepore Gemeninwesen o gemeinschaft?, edito da PonSinMor, 2011, Gassino Torinese



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