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Noi e Prospettiva Marxista: bilancio di un’esperienza

Creato: 26 Luglio 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3007

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Compagni,

eccoci finalmente a precisarvi quelle che sono le ragioni che ci hanno indotto  a interrompere il lavoro comune sulla storia della sinistra comunista italiana.

A nostro avviso le divergenze metodologiche e politiche che sono emerse nel corso delle nostre precedenti discussioni sono tali e di tale spessore da rendere necessario un ulteriore sforzo di approfondimento della nostra reciproca conoscenza al fine di poter meglio definire il terreno e le modalità  del confronto e, soprattutto, se e in quale direzione svilupparlo.

Tre sono le questioni su cui le divergenze ci sembrano di maggior spessore:

- La prima è, senz’altro, l’analisi dell’attuale crisi del modo di produzione capitalistico.

- La seconda attiene alle nuove forme del dominio imperialistico così come sono andate sviluppandosi a partire dai primi anni ’70 del secolo scorso.

- La  terza riguarda la concezione del partito rivoluzionario, del rapporto partito/classe, dei suoi compiti, della sua funzione nonché della sua forma organizzativa.

Per quanto riguarda la prima, noi riteniamo che l’attuale crisi, iniziata nei primi anni ’70 del secolo scorso, abbia carattere strutturale avendo origine nelle crescenti difficoltà incontrate dal sistema capitalistico di compensare, nei modi descritti da Marx nel Terzo libro del capitale, la  caduta tendenziale del saggio medio del profitto per cui  il suo erompere  ha segnato la chiusura della fase ascendente del ciclo di accumulazione capitalistico iniziato dopo la seconda guerra mondiale.

Da quanto ci è dato di capire dai vostri scritti, e da quanto avete sostenuto in tutti i nostri incontri, per voi, invece, il capitalismo sta vivendo ancora una fase  espansiva e l’attuale crisi non sarebbe diversa delle tante  crisi di squilibrio fra i diversi settori produttivi e fra la fase della produzione e circolazione delle merci che caratterizzano in permanenza il modo di produzione capitalistico. Insomma: una crisi di crescita riconducibile alla legge dell’ineguale sviluppo capitalistico, ma nulla di più e nulla di nuovo. Né ci convince il metodo di indagine su cui basate la vostra analisi essendo incentrato sulla sola lettura di alcuni dati statistici. Per esempio, a sostegno di questa vostra  tesi adducete i dati relativi allo sviluppo delle cosiddette aree emergenti perché farebbero da contraltare a quelli di segno opposto relativi all’andamento del ciclo economico nelle aree capitalistiche più avanzate, nonché i dati relativi dell’andamento di quello che voi ritenete essere l’indicatore macro economico per eccellenza, il pil mondiale.

Il  pil è senz’altro un  indicatore importante, ma esso, includendo anche attività quali, per esempio, i servizi bancari e assicurativi, per non dire dell’elevato  grado di arbitrarietà con cui vengono attribuiti i valori ai suoi diversi addendi, mal si presta a convalidare o invalidare una legge  che, discendendo  da quella marxiana  del valore-lavoro  e specificatamente dal  rapporto contraddittorio fra gli elementi costitutivi del capitale (capitale costante e capitale variabile), implica necessariamente una valutazione del movimento complessivo del ciclo D-M-D’ che il dato statistico da solo non è in alcun modo in grado di rappresentare in tutta la sua complessità, quando non è del tutto fuorviante.

Come abbiamo già avuto modo di precisare nell’articolo Mentre la crisi si aggrava gli economisti marxisti parlano di statistiche apparso sul n. 5 di D-M-D’-  la ricerca della conferma e dell’ attualità di questa legge può darsi soltanto mettendo in relazione il dato matematico con l’insieme dei fenomeni economico-finanziari, sociali e politici nel loro continuo divenire, ossia avvalendosi del metodo dell’astrazione determinata sui cui, peraltro, si fonda tutta  la critica marxista dell’economia politica.

Può crescere il Pil e peggiorare considerevolmente la condizione del proletariato. Può darsi una sua crescita e nel contempo una drastica riduzione dei salari e così via. Ma, soprattutto, esso non ci spiega  la causa di alcuni dei fenomeni più significativi del nostro tempo quali la straordinaria crescita della sfera finanziaria e delle attività speculative a essa connesse e/o la crescente divaricazione fra il progresso tecnico- scientifico e quello sociale, la crescente proletarizzazione dei ceti medi nonché le modificazioni della composizione di classe del proletariato come, per certi versi, della stessa borghesia registrati nel corso degli ultimi decenni.  E nulla ci dice circa  la costituzione di un mercato mondiale della forza-lavoro e su come ciò modifichi i rapporti di classe e i termini della  stessa lotta di classe sia nel breve periodo che  in quello a lungo e medio termine.

Per non dire dell'attacco violentissimo alle condizioni di vita e di lavoro del  proletariato (attacco al salario diretto e indiretto, precarizzazione del lavoro, eliminazione delle pensioni ecc. ecc.)  e dello smantellamento del welfare state ritenuto dalla stessa borghesia, fino a qualche decennio fa, uno strumento fondamentale per la conservazione del modo di produzione capitalistico.

A scanso di equivoci, precisiamo subito che per noi da questa  analisi non ne discende l’altra, sostenuta  da alcune correnti consiliariste, della inevitabilità della rivoluzione comunista. Anzi riteniamo che, per esempio, se l’unificazione del mercato del lavoro su scala mondiale per molti versi potrebbe favorire il successo di un’eventuale futura rivoluzione comunista, oggi  e chissà per quanto tempo ancora, data l’enorme spinta che imprime alla concorrenza   fra gli stessi proletari, costituisce, insieme alla nuova organizzazione e divisione del lavoro,  un fattore di forte indebolimento del proletariato in quanto modifica radicalmente tutte quelle condizioni materiali che in passato hanno costituito  l’humus in cui la classe operaia ha potuto maturare quella  coscienza di classe  in sé che è  il presupposto  di quella  per sé, ossia la coscienza rivoluzionaria o comunista che dir si voglia.

Strettamente connessa con la diversa analisi della crisi,  vi è poi anche la diversa valutazione che diamo  dell’attuale fase dell’imperialismo e delle nuove forme di appropriazione parassitaria che si sono affermate nel corso degli ultimi decenni accanto a quelle già esaminate da Lenin agli inizi del secolo scorso.

A tale riguardo, ci  lascia davvero molto perplessi il fatto che voi consideriate eventi di portata storica, quali gli accordi di Bretton Woods, prima,  e la denuncia di essi da parte degli Usa, poi, del tutto irrilevanti e/o sostanzialmente ininfluenti sulle forme del dominio imperialistico nonché sui rapporti interimperialistici e sulla stessa lotta di classe rispetto a quanto elaborato da Lenin e alle indicazione tattico-strategiche che egli ne trasse.

Per noi, invece, l’affermarsi di un sistema di pagamenti internazionali basato su biglietti inconvertibili e non più su una moneta merce, rendendo possibile - intrecciandosi con  i meccanismi dell’appropriazione parassitaria di plusvalore basata sull’esportazione del capitale finanziario, ossia - giusta la definizione di Hilferding e fatta propria da Lenin, di  “quel capitale sotto forma di denaro che viene trasformato  in capitale industriale”-  lo sviluppo di forme di appropriazione  basate sulla produzione di capitale fittizio, ha aperto una nuova fase dell’ imperialismo. Si è trattato cioè di una  vera e propria rivoluzione - peraltro intravista da Marx nel Primo libro del Capitale - che, facendo della produzione del  denaro, come pura astrazione di valore, il mezzo più potente per l’esercizio  del potere imperialistico, ha modificato radicalmente i rapporti fra le diverse frazioni della borghesia internazionale e quindi anche i rapporti interimperialistici e quelli fra le classi. Ne è scaturita, infatti,  una rete di interessi  che accomuna diverse frazioni delle diverse borghesie nazionali anche al di là, quando non del tutto in conflitto,  degli stessi interessi dei rispettivi stati nazionali.  Per cui, per esempio, mentre la banca centrale  cinese - in quanto maggiore detentrice del debito pubblico statunitense- corre in soccorso della Fed, nel contempo Usa e Cina si ritrovano a combattere su fronti opposti in quella che a suo tempo abbiamo definito guerra imperialistica permanente o nella corsa all’accaparramento delle materie prime strategiche in Africa.

Si tratta di una contraddizione gigantesca il cui riscontro è dato, insieme alla permanenza della guerra imperialista, dalla spinta a rompere qualsiasi argine si opponga alla libera circolazione dei capitali su scala mondiale e  dalla tendenza alla costituzione di aree monetarie, e di organismi statuali che le gestiscono, a scala sovranazionale.

Si tratta di un contesto del tutto diverso che sta incidendo non poco sulla stessa composizione di classe del proletariato come della stessa borghesia favorendo la tendenza a una forte polarizzazione della società con, da un lato, la scomparsa dell’aristocrazia operaia e la proletarizzazione dei ceti medi e, dall’altro, la costituzione di una frazione consistente ella borghesia come classe “globale”, che “raccoglie”  plusvalore in ogni parte del pianeta mediante l’appropriazione della sempre più sostanziosa rendita finanziaria che la produzione di capitale fittizio genera. Tradotto in termini di lotta di classe ciò ha finora comportato uno straordinario indebolimento  del proletariato che, costretto a confrontarsi per segmenti nazionali contro un nemico “globale, ha dovuto subire impotente una drastica riduzione del valore della forza-lavoro a scala mondiale.  Dunque, non è proprio mutato nulla?

Per noi, invece, da qui nasce  la necessità di una profonda riflessione critica sui percorsi da compiere nel processo di costruzione del partito comunista e nella definizione della sua azione tattica e strategica nonché del ruolo degli organismi della lotta economica e in particolare dei sindacati in questa nuova fase dell’imperialismo.  E qui è il caso di sottolineare che quest’ultima questione ci ha visti su posizioni fortemente divergenti anche negli anni passati quando noi militavamo in Battaglia comunista e  voi in Lotta comunista.

Ed eccoci alla terza  questione, quella relativa alla concezione del partito. Negli articoli Ci vuole il partito ma quale? e Sindacato, lotta economica e conflitto di classe nell’era della precarietà del lavoro abbiamo evidenziato quelli che a nostro avviso sono i principali nodi la cui risoluzione costituisce la premessa da cui muovere perché possa concretamente avviarsi il processo di ricostruzione del partito rivoluzionario.

Nella vostra pubblicazione “Riflessioni sulla questione del Partito” distinguete fra organizzazione e partito. La prima  sarebbe composta dai rivoluzionari e il secondo dai quadri e definite queste due figure così:  “Il rivoluzionario è tale perché possiede caratteristiche essenziali che si possono riassumere nel riconoscimento dell’inevitabilità  della crisi del sistema capitalistico, della necessità del suo superamento, di un suo sovvertimento violento in presenza di condizioni sociali rivoluzionarie e una conseguente azione politica che va oltre l’accettazione formale della transitorietà del regime capitalistico e della necessità della rivoluzione.” Il quadro, invece, “deve aver raggiunto  un’assimilazione profonda del metodo marxista tale da consentirgli di individuare le contraddizioni della formazione economico- sociale nella specifica fase storica e di poterle sfruttare nella prospettiva rivoluzionaria.

Troviamo questa distinzione poco convincente e piena di insidie. Infatti, non riusciamo a capire come possano essere definiti “rivoluzionari” militanti di un’organizzazione che, stando alla vostra definizione, non avrebbero fatto propri gli elementi fondamentali della critica marxista del modo di produzione capitalistico; a meno che voi per “quadro” non intendiate solo la figura del rivoluzionario di professione  oppure che quando vi riferite all’organizzazione dei rivoluzionari non abbiate  in mente un’organizzazione di massa. Ma definire un’organizzazione di massa un’organizzazione di rivoluzionari ci sembra a dir poco contraddittorio. Ci sfugge, poi, in concreto su quali basi la distinzione fra rivoluzionario e quadro possa aver luogo. La lettura di un certo numero di libri di Marx?  E chi accerta che il rivoluzionario abbia raggiunto un’assimilazione profonda del metodo marxista ecc. ecc.? Un capo, un comitato centrale,  una  sorta di demiurgo, unico depositario del verbo rivoluzionario? A meno che per quadro non debba intendersi solo colui che decide di fare della milizia rivoluzionaria anche la professione da cui trae i mezzi per il suo sostentamento. Ma se è così, è pressoché inevitabile che il partito, in un contesto in cui la spinta rivoluzionaria della classe dovesse tendere a perdere di intensità,  si trasformi ben presto in una sorta di setta in cui solo ad alcuni membri,  avendo essi “raggiunto  un’assimilazione profonda del metodo marxista,” è dato il dono di essere in grado “di individuare le contraddizioni della formazione economico- sociale nella specifica fase storica e di poterle sfruttare nella prospettiva rivoluzionaria”. E’ dato, cioè, il dono del sapere rivoluzionario.

Se le cose stanno così, allora la distinzione organizzazione/partito ha un senso perché assicura al suo gruppo dirigente il totale e incontestabile controllo del partito e dell’organizzazione, laddove è del tutto evidente che al primo è riservato, per dirla con Bucharin,  il compito di “ dirigere e comandare” e alla seconda quello di  marciare al ritmo dell’uno due impartito dal capo del partito, da questi al suo stato maggiore e,  a scendere di grado in grado, fino all’ultimo militante secondo uno schema gerarchico- piramidale che nulla a che fare con il centralismo democratico ma che  è stato lo schema organizzativo di Lotta Comunista così come lo concepì a suo tempo Arrigo Cervetto.

Per noi l’organizzazione rivoluzionaria è una soltanto: il partito comunista costituito da quadri rivoluzionari e organizzato sulla base del principio del centralismo democratico.

In conclusione compagni, l’esperienza della sinistra comunista  è stata sicuramente una grande esperienza e  noi non la rinneghiamo. Nondimeno riteniamo che essa sia da considerare un’esperienza storicamente esaurita. Per questo, più che rivendicarne la continuità da altri eventualmente tradita, noi riteniamo che oggi il  compito delle sparute avanguardie sopravvissute alle innumerevoli sconfitte subite nell’ultimo secolo dalla nostra classe, consista nel compiere ogni sforzo possibile per colmare il vuoto di elaborazione e sistemazione teorica che essa ci ha lasciato non fosse altro perché è stata vissuta, e si è consumata, in un altro tempo, in un’altra fase del capitalismo.

Oggi il nostro nemico è un capitalismo maturo sia sotto il profilo economico sia  sotto quello sociale, politico e culturale e pensare di poterlo combattere muovendo dal presupposto che nulla sia cambiato  significherebbe votarsi alla più totale sconfitta ancor prima di aver iniziato la battaglia.

Con i saluti più fraterni.

Mercoledì  20 febbraio 2013

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