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Il post-marxismo della Tendenza comunista internazionale.

Creato: 27 Gennaio 2011 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Istituto Onorato Damen Visite: 3085
 

Ritornare a Lassalle scimmiottando Marx

 
 

Abbiamo chiuso la nostra lunga militanza nel Partito comunista internazionalista per tutta una serie di dissidi politici e metodologici sinteticamente esposti nel nostro documento “Punto e a Capo”. Nonostante i compagni rimasti in Battaglia abbiano sempre sostenuto che i veri motivi della spaccatura erano da ricercare soltanto in mere beghe personali, e che non vi era in atto nessuna deriva politica, dobbiamo constatare che le divergenze di allora sono diventate una vera e propria voragine, che di fatto pone Battaglia Comunista completamente fuori dal marxismo rivoluzionario.

 

 

Un esempio lampante di quanto stiamo dicendo è l’articolo “Liquami politici e crisi in Italia. Il padronato attacca, il suo governo annaspa” apparso  su Prometeo n. 4, novembre 2010. Dell’articolo prendiamo in considerazione solamente il paragrafo ‘Elementi per una risposta di classe’, che occupa l’intera pagina 8. Qui possiamo leggere che: La lotta contro il capitale è la condizione necessaria affinché la schiavitù salariale non continui ad essere la condizione di una iniqua distribuzione della ricchezza sociale(ibid pag.8). Condizione della ‘schiavitù salariale’ è così l’iniqua distribuzione della ricchezza sociale. A questo punto, secondo la Tci, “Per agire concretamente contro quell’attitudine perversa che riesce a produrre solo più miseria per molti e più ricchezza per pochi” occorrerebbe che tali lotte si sforzino di darsi contenuti anticapitalistici (ibid). Sebbene “Mai come in questa recente fase storica i rapporti di forza fra capitale e forza lavoro pendono dalla parte del primo” (ibid), queste lotte dovrebbero riprendere “il senso dell’alternativa sociale” e far dipendere la produzione e la distribuzione non “dal profitto, ma dai bisogni di chi lavora, di chi questa ricchezza produce”. Inoltre, l’auspicata presenza di un fantomatico partito di classe dovrebbe essere in grado “di convogliare le lotte verso questi obiettivi” (ibid). Quindi: ripresa della lotta contro il capitale per modificarne i rapporti di forza, azione contro l’attitudine perversa del capitale (ricchezza e povertà sono il prodotto di una perversione) al fine di far dipendere produzione e distribuzione dai bisogni di chi lavora, per por mano al problema dell’iniqua distribuzione della ricchezza sociale e con esso della schiavitù salariale. Col raggiungimento dell’equa distribuzione, ci pare di comprendere, si toglie anche la condizione sociale della ‘schiavitù salariale’. In merito all’equa distribuzione, non sappiamo se ci si riferisce alla Lassalliana giusta ripartizione del frutto del lavoro o al 2° comma dell’articolo 12 della Costituzione dell’URSS del 1936 che dava a ciascuno secondo il suo lavoro: dissentendo da entrambi i principi, ricordiamo che l’equità, nello scritto suddetto, ci pare sia divenuta un obiettivo raggiungibile stante il modo di produzione capitalistico. Ma la moderna lotta di classe è questione di equità? E’ questo il senso dell’alternativa sociale? Ed ancora e ad un altro livello, ammesso che questo sia l’argomento: il comunismo ha come fondamento l’equità? Ma poiché si parla di iniqua distribuzione, bisognerebbe dire in cosa consista un’equa distribuzione della ricchezza sociale, quali siano i bisogni di chi lavora, anche Marchionne, a suo dire, lavora 14 ore al giorno. Bisognerebbe inoltre spiegare quale sia la condizione del lavoratore salariato una volta che l’equità distributiva ha interrotto la condizione della schiavitù salariale, ovvero che ‘la schiavitù salariale non continui ad essere la condizione di una iniqua distribuzione della ricchezza sociale’. Il tutto al livello in cui si pone la Tendenza comunista internazionalista.

 

Proviamo a dare la nostra impressione tornando a Marx: “Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia), l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla distribuzione” - K. Marx, ‘Critica del programma di Ghota’.

 

Però non possiamo negare il fatto che, come lamenta giustamente la Tci ponendosi dal punto di vista di ‘chi lavora’, i partiti di sinistra ed i sindacati sono dei reali gestori delle compatibilità del capitale, e non da oggi. Che questo abbia portato a forme di lotta funzionali al sistema e mass-mediatiche, oppure al ribellismo esasperato laddove, come in Grecia, la pesantezza dell’attacco portato alle condizioni dei lavoratori diventa temporaneamente ingestibile. Entrambe queste forme hanno al loro fondo la caratteristica di voler esercitare una pressione affinché altri, governi e padronato, recedano o modifichino i provvedimenti attuati o in procinto di esserlo. Dissentendo profondamente ed essendo estranei da quelle che noi definiamo puerili ed insulse accuse di tradimento e di infamia a carico di partiti di sinistra e sindacati, dovremmo provare a discutere partendo dai nostri limiti e con le scarse forze a disposizione sull’analisi di classe e sulla elaborazione teorico-pratica da dare all’enorme ‘voragine’ che si è da tempo aperta davanti ai lavoratori salariati, proprio in merito a quelle accuse caratterizzate dalla scarsa difesa dagli attacchi del capitale. E dobbiamo farlo consapevoli di non essere riconosciuti da nessuno, col solo intento di provare a gettare le odierne basi teoriche della ‘sinistra italiana’ fuori dal mito, dalla retorica e dalla rendita di posizione (1). Tenendo ferma la tendenza della crisi economica mondiale che tradotta in ideologia chiede ai lavoratori salariati occidentali, nella fattispecie a quelli europei, di abituarsi alla povertà: “Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare” - E. Berselli, ‘L’economia giusta’, pag. 99, Einaudi, 2010.

 

Istituto Onorato Damen

 

(1) “Nella presente fase di smarrimento teorico, riflesso del disorganamento pratico, se la rimessa a punto della impostazione produce come primo risultato l’allontanamento e non l’avvicinamento di aderenti non vi è da stupire o da rammaricare.”, e l’elaborazione teorica al fine di uscire dallo smarrimento non è tutta nuova, come non è tutta già fatta: “Anche il movimento di cui questa rivista è l’organo teorico si richiama a ben determinate origini. Ma a differenza di altri non parte da un verbo rivelato che si attribuisca a fonti sopraumane, non riconosce l’autorità di testi scritti immutabili, e nemmeno ammette canoni giuridici filosofici o morali a cui risalire nello studio di ogni questione, che si pretendano comunque insiti o immanenti nel modo di pensare e sentire di tutti gli uomini”, ‘Tracciato di impostazione’, Prometeo n. 1, luglio 1946. Dopo più di sessanta anni siamo ancora li.

 

 

 

 

 

 

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