Il capitalismo della sorveglianza.

Creato: 03 Maggio 2021 Ultima modifica: 05 Maggio 2021
Scritto da Antonio Noviello Visite: 357

Dalla rivista D-M-D' N°16 Traduzioni:[EN][FR]

eyeAbstract: in questo breve saggio parleremo del libro Il capitalismo della sorveglianza della professoressa Shoshana Zuboff[2], ricercatrice alla Harward Business School. Il libro presenta il sottotitolo: il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri.  La scrittrice si pone l’obiettivo di indagare in profondità lo scenario del nuovo ordine economico, derivante dallo sfruttamento dei dati prodotti consapevolmente e inconsapevolmente dalle pratiche umane associate alle nuove tecnologie. In effetti, nonostante l’enfasi nel definire un nuovo ordine economico del capitalismo, osserveremo come nelle pratiche di produzione e di sfruttamento massivo della tecnologia e dei dati e delle indubbie diseguaglianze e concentrazioni di potere, otterremo nient’altro che il capitalismo di sempre, ossia quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’atomizzazione dell’individuo e della appropriazione e concentrazione massima di plusvalore prodotto.

Benvenuto alla macchina

Benvenuto figliolo
Benvenuto alla macchina
Dove sei stato?
Va tutto bene sappiamo dove sei stato
Sei stato nella conduttura, riempiendola in tempo
Fornito di giocattoli ed “esplorazioni per ragazzi”
Hai portato una chitarra per punire tua mamma
Non ti piaceva la scuola
E tu sai che non sei un pazzo
Quindi benvenuto alla macchina

Benvenuto figliolo
Benvenuto alla macchina
Cos’hai sognato?
Va tutto bene ti abbiamo detto cosa sognare
Hai sognato una grande stella
Lui suonava la chitarra molto bene
Mangiava sempre nella bisteccheria
Amava guidare la sua Jaguar
Quindi benvenuto alla macchina

Pink Floyd [1]

Le basi del capitalismo della sorveglianza

Partiamo con una definizione che la Zuboff usa nell’introdurre il paradigma del capitalismo della sorveglianza. In realtà lei ne fornisce svariati[3], ma ci sembrano significativi i primi due:

  • Un “nuovo ordine economico” che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita;
  • Una “logica economica parassitaria” nella quale la produzione dei beni e servizi è subordinata a una nuova architettura globale per il cambiamento dei comportamenti (umani).

Un connubio di accumuli di conoscenze tecnologiche, di tecnologia all’avanguardia e di gruppi di ricerca, il tutto unito a un nuovo mercato il cui prodotto sono le informazioni totali sulla persona, sui suoi gusti, le sue manie, le sue abitudini, le sue pratiche commerciali, e tutto ciò è messo a disposizione di questi neocapitalisti cresciuti sul finire del secolo scorso, ossia i CEO, i dirigenti altissimi, delle nuove multinazionali del sapere globalizzato: Google, Facebook, Samsung, Apple, Tik Tok, Alibaba, ecc...

Nel capitalismo in generale, la forma merce fa sì che i rapporti sociali si manifestino necessariamente come rapporti tra le cose prodotte. La produzione è compito dei lavoratori che in cambio di salario offrono forza lavoro. Il capitalista compra la merce forza lavoro e la applica nelle sue fabbriche con modalità e tempi da lui decisi. Teoricamente, dunque, lo sfruttamento del capitalista si risolverebbe nei tempi di lavoro che l’operaio deve dare per contratto. Con il capitalismo della sorveglianza, invece, sono le persone stesse, indistintamente, sia la materia prima che il target di mercato da raggiungere.

Si dice: “passiamo sempre più tempo connessi a Internet”. Le pratiche umane odierne prevedono 24/7[4], ventiquattro ore al giorno per sette giorni su sette la valorizzazione del capitale derivante indifferentemente dalla produzione della merce, parassitario o finanziario che sia, o dai nuovi paradigmi del capitalismo della sorveglianza così come la Zuboff molto dettagliatamente ci suggerisce. Seppur non impiegati direttamente sulla catena di montaggio, siamo sempre connessi col mondo anche durante le ore di riposo: alle tre di notte potrebbe facilmente capitarci di dover rispondere a una mail di lavoro, o a un messaggio di WhatsApp urgente inerente problematiche lavorative, oppure potrà capitarci di lasciare un commento su Facebook o di consultare una mappa elettronica. Insomma, una virtuale catena di montaggio che si estende anche oltre le canoniche ore di lavoro. La Zuboff ci dice:

Stiamo assistendo a una nuova versione del patto di Faust… Internet è diventato essenziale per vivere una vita sociale, ma internet è anche saturo di pubblicità, e la pubblicità è subordinata al capitalismo della sorveglianza[5].

Ma non è solo questione di come meglio piazzare merce nel mondo reale. Non possiamo ridurre Internet a una nuova e più estesa TV commerciale. Siamo di fronte a colossi formatisi negli ultimi vent’anni, colossi come Google che conserva le nostre cronologie e le cataloga in enormi database. Dati fatti colare attraverso l’uso quotidiano delle pagine di ricerca o degli altri servizi offerti. Tutti noi, indistintamente, usiamo il motore per trovare qualsiasi cosa. E questa pratica diventa poi una catena di dati incollati alla nostra persona, che viene “profilata” con etichette che parlano dei nostri gusti, tendenze, ecc. Tutte informazioni-valore in mano alle multinazionali.

La tecnologia non è una entità divina, è un prodotto umano, e i capitalisti ne detengo il totale controllo, la indirizzano, ne organizzano il “giusto” funzionamento. Obiettivo: la ricerca continua e ossessiva di quote di plusvalore. Il DNA della tecnologia quindi è segnato all’origine, la sua stella è l’orientamento al profitto. In questa ipotesi la Zuboff ci sostiene:

Il capitalismo della sorveglianza impiega molte tecnologie, ma non può essere equiparata a nessuna tecnologia. Le sue operazioni usano le piattaforme, ma le sue piattaforme non coincidono. Usa l’intelligenza artificiale, ma non può essere ridotto a tali macchine. Produce e sfrutta degli algoritmi, ma non coincide con gli stessi. Gli imperativi economici del capitalismo della sorveglianza sono i burattinai nascosti dietro le quinte[6].

Fatte queste premesse, passiamo ad affrontare il libro, cercando di evidenziarne i concetti cardine. La Zuboff consuma molte pagine nel descrivere le parabole delle multinazionali, come Apple, Google, Facebook, ecc. una storia che eviteremo di ripercorrere qui. Evidenziamo sostanzialmente il punto di partenza comune: il boom dalla metà anni ’90 di Internet che è il supporto infrastrutturale fondamentale, senza il quale nessun motore di ricerca, o social network, ha la possibilità di esistere. Chiaramente ogni multinazionale ha avuto la sua storia successiva, i suoi numeri, i suoi introiti, ma come vedremo tutti accumunati dal classico processo di accumulazione capitalista. La Zuboff ha il pregio di andare in profondità con la sua ricerca e di sintetizzare i concetti che di volta in volta vengono fuori dalla sua indagine. Sembra degno di evidenza il richiamo della ricercatrice ai paradigmi di Henry Ford riguardo i consumi di massa e la produzione automobilistica di Detroit: pagando i suoi operai stipendi più alti di quanto chiunque potesse immaginare dimostrò che la produzione di massa aveva bisogno di una prospera popolazione di consumatori di massa[7]. Concetti base che fanno da corollario all’indagine della scrittrice. Come interessante è il richiamo alle crisi storiche del capitalismo, soprattutto due: quella degli anni ’70, punto di partenza per la metamorfosi neoliberista e finanziaria del mercato che si avviava a diventare globale, e la crisi successiva quella degli anni Dieci (2007) del nuovo secolo. Quest’ultima diede una spinta decisiva alla ricerca verso l’Intelligenza Artificiale, e soprattutto di una tecnologia atta a sostituire massicciamente i lavoratori nella produzione di merce.

La similitudine indovinata che colpisce nel libro è quella tra la Ford Motor Company e Google. Il motore di ricerca più usato al mondo è il pioniere di quella che diverrà la produzione di massa di dati raccolti e la profilazione − l’assegnazione ad ogni utente di un identificativo e di un bagaglio di caratteristiche − globale di ogni persona connessa. In gergo tecnico stretto il profilo è l’User Profile Information: UPI. All’inizio Google veniva percepito, soprattutto dagli addetti ai lavori, come una “forza liberatrice” in grado di compiacere chiunque si approcciasse al mondo nuovo delineato dal WWW (World Wide Web).

Infatti, i fondatori Larry Page e Sergey Brin provenivano dal mondo accademico informatico. Lo sviluppo di prime piattaforme prevedeva la produzione di dati aggiuntivi a corredo della brutale ricerca, come la punteggiatura nella query, spelling, termini ricercati, occorrenze, ecc., dati che venivano salvati ma che non avevano ancora nessuna utilità predefinita. Già nella primitiva versione del motore di ricerca, i feedback loop ritornavano informazioni aggiuntive che ben presto furono masticate dall’algoritmo, per perfezionarsi in maniera incrementale e raffinare sempre più i risultati. Una crescita esponenziale e potente che permise a Google di imporsi sulla concorrenza. Nel 1999 il laboratorio originario si trasferisce nella Silicon Valley per un valore di mercato pari a 25 milioni di dollari. La piattaforma Google gestiva sette milioni di richieste. Ma come ben detto dalla Zuboff, il salto decisivo avviene con la profilazione dell’utente e l’utilizzo dei dati comportamentali per anticipare la ricerca con parole suggerite, e l’ingresso della pubblicità, ad esempio attraverso i banner: gli “ads” (advertising).

Si tratta di una pubblicità sempre più cucita addosso all’utente. Improvvisamente tutti i dati comportamentali aggiuntivi divennero preziosi e furono così raccolti sempre più copiosamente, sottomessi poi in input ad algoritmi sempre più sofisticati, rielaborati e poi attaccati di nuovo all’utente all’atto dell’utilizzo dei prodotti della piattaforma. Era questo il passo decisivo per prevedere gli interessi dell’utente, per presentargli ben confezionati gli ads più adatte al suo profilo, insomma le pubblicità giuste per ognuno.

Nel forno, i cookie (“biscottini” di dati) erano cotti a dovere. Per raggiungere quest’obiettivo, vengono creati servizi aggiuntivi fondamentali per raccogliere informazioni, tipo mail, mappe geografiche, geolocalizzazioni, ecc.; naturalmente servizi che prevedono l’accesso con profili appositamente creati.

Come nelle guerre industriali tra capitalisti la concorrenza spietata e i segreti delle tecniche produttive costituiscono motivi di contesa, nel capitalismo della sorveglianza avviene né più né meno la stessa cosa ma con dati e algoritmi. Eric Emerson Schmidt − dirigente Google − impose il coprifuoco su quelli che erano gli algoritmi dell’estrazione di dati dal surplus comportamentale degli utenti: questi surplus andavano insabbiati, e le pratiche di ottenimento segretati.

Google si stava imponendo decisamente all’avanguardia, rispetto ad altre multinazionali del settore, nessun concetto di privacy delle informazioni personali reggeva al cospetto della potenza estrattiva di Google: decideva arbitrariamente come disporre dei dati sensibili, cioè con l’esproprio brutale delle informazioni. Il concetto caro a Marx del “peccato originario di rapina”, espresso nel primo libro del Capitale[8] riguardo l’accumulazione originaria, lo ritroviamo applicabile pari-pari nelle pratiche del motore di ricerca più usato. Un processo, quello della rapina, insito nella natura del capitalismo, senza dubbio. Sintetizza quindi giustamente la Zuboff:

il capitalismo industriale trasformava le materie prime in prodotti; allo stesso modo il capitalismo della sorveglianza si appropria della natura umana per produrre le proprie merci[9].

Questo accumulo di informazioni massive permette a Google di raggiungere nel 2017 il valore di mercato di 650 miliardi di dollari[10], con un utilizzo giornaliero a livello mondiale pari a 3mila miliardi di ricerche! L’89% dei ricavi sono ad opera degli ADS, della pubblicità quindi. Questa crescita è stata possibile grazie ad algoritmi perfezionati retroattivamente dalla pratica umana di tutti i giorni, un processo informatico quindi che ha sbaragliato tutta la concorrenza e ha permesso a Google di occupare spazi nuovi e ambiti sempre diversi, e non solo nella “search” classica.

Google occupò poi, e ancora in anticipo su tempi, il settore della telefonia e dei dispositivi wireless in generale. Fornì gratuitamente un sistema operativo, cosicché Android venne installato in milioni di apparecchi. E fu grazie a questa indolore e silenziosa colonizzazione che una valanga di nuovi dati colò (leaks) nelle segrete caverne dei databases di Google. Come per le applicazioni precedenti, le app Android lanciavano in background (ossia all’insaputa dell’utente) altre app per tracciare e raggranellare informazioni, evidentemente non ottenibili ufficialmente. Infatti, sempre nel 2017, una organizzazione francese no profit, la Exodus Privacy, registrò la proliferazione di app di tracciamento massivo. Exodus identificò 44 app tracker in più di 300 app per Android, il tutto col consenso (inconsapevole) dato dagli utenti che evidentemente utilizzavano quelle app per altri scopi.

Un esempio su tutti, per altro caro alla Zuboff, è dato dall’app Street View. Lo scopo dell’app, almeno ufficialmente, è quello di rappresentare virtualmente il mondo che ci circonda attraverso Google Maps[11], il responsabile del progetto è John Hanke fondatore dell’azienda Keyhole per la mappatura via satellite, finanziata dalla CIA. Con una banalissima auto bardata simpaticamente e dotata di una telecamera sul tettuccio, tutte le immagini catturate venivano trasmesse ad enormi database e poi elaborate per popolare i contenuti dell’app. Ma le informazioni non erano solo immagini. Nel 2010, la commissione federale tedesca per la protezione dei dati stabilì che le operazioni di Google Street View raccoglieva segretamente i dati non criptati di Wi-Fi private. Dopo l’iniziale protesta dell’innocuo mondo civile, Google scaricò la colpa sul suo ingegnere capo progetto, ma i dati rimasero ben conservati, soprattutto continuò la raccolta degli stessi, inclusi quelli relativi ai wi-fi! Ecco appunto un esempio come le privacy è un concetto labile a confronto dei massicci interessi delle multinazionali.

Parallelamente a Google, altre corporations della sorveglianza non erano certo state a guardare, e su tutte troviamo Facebook che aggiunge diversi livelli di tracciamento e rilevamento indiscreto dei dati degli utenti. Il tastino Like ebbe un’importanza esplosiva perché diede materiale a Zuckerberg per approcciarsi ai segreti dell’esproprio informatico di dati. L’accesso di app terze parti ai dati utenti, il leak di qualsiasi informazione, fasulli moduli software “verificati” dove nulla era verificato, il permesso ad inserzionisti di accedere a dati di qualsiasi genere, e anche la cancellazione fittizia di account utenti, mantenuti in realtà attivi e vegeti. Questo, ed altro, permise a Facebook di guadagnarsi in poco tempo medaglie d’oro negli ambienti dei capitalisti della sorveglianza. I proventi per il giovane Zuckerberg furono, come per Google, stellari: nel 2017 il Financial Times incensò la crescita del social con un valore raggiunto di 500 miliardi di dollari, con una media di due miliardi(!) di utenti attivi al mese[12]. E il Guardian affermò che Google e Facebook assorbivano un quinto della pubblicità mondiale[13].

I capitalisti della sorveglianza sono entrati nelle sconfinate foreste dell’informazione, hanno chiuso con recinti e filo spinato elettrificato tutto quello che prima era di tutti. Da allora impongono ai boschi stessi di pagare l’ossigeno che producono!

L’avanzata del capitalismo della sorveglianza

 

L’inizio della parabola di Google, o di quella di Facebook, o di Microsoft, o di altri, e ancora di più il loro sviluppo, non sono analoghi: alcuni sono stati rapidi e repentini, altri più lenti ma costanti. Le multinazionali informatiche hanno seguito un loro percorso interno, hanno avuto i loro progetti, le loro applicazioni, software, algoritmi, le loro interpretazioni del mondo. Ma una volta cresciute, diventate adulte, questi mondi − prima a camera stagna − hanno iniziato ad accavallarsi, a condividere, a spartirsi le medesime fette di mercato, scambiarsi dati. In termini brevi, il capitalismo della sorveglianza ha iniziato a funzionare come un insieme coerente e sincrono. Ai capitalisti non interessa ora avere utenti ubbidienti e conformi, ma interessa imporre un comportamento affidabile che produca risultati abbastanza certi. E per giungere a questi risultati erano necessari strumenti in grado di modificare o indirizzare il comportamento dell’utente. Il primo complesso strumento di cui si sono dotati i capitalisti è l’intelligenza artificiale. La necessità di prendere in esame scenari a 360 gradi e quindi di ricostruire il futuro per poterlo prevedere, diede il via al concetto di elaborazione pervasiva: “Il Pervasive computing nasce dall’idea di una tecnologia progettata in modo da essere letteralmente dappertutto (ubiqua)”, ha dichiarato a una conferenza Khai Truong, professore di scienza informatica all’Università di Toronto. Si sviluppano quindi sistemi e oggetti, anche di uso quotidiano, in grado di avvolgerci e di assisterci in ogni movimento, esigenza, pensiero. Un forno, ad esempio, non è più solo un oggetto utile a cucinare polli, ma è un complesso tecnologico iperconnesso, sensorialmente dotato, in grado di interagire con il contesto e soprattutto prendere iniziative secondo i nostri desideri. Una avvolgente tecnologia intelligente, programmata per proiettare l’utente in ogni istante nel mondo dei suoi desideri più o meno inconsapevolmente indotti.

Questi nuovi strumenti reindirizzano tutte le situazioni e le azioni del mondo in un flusso comportamentale, e soprattutto producono dati, dati, e ancora dati. Informazioni che incapsulano il nostro vivere, senza lasciare un secondo della nostra esistenza non catalogato. La Zuboff descrive questo processo in maniera eccellente:

per il capitalismo della sorveglianza e dei suoi imperativi economici, il sé e il corpo sono ridotti allo status permanente di oggetti, e scompaiono nel flusso di una nuova concezione totalitaria del mercato. La lavatrice, il pedale, la flora intestinale, tutto viene schiacciato in una sola dimensione dove tutto si equivale in forma di beni informativi che possono essere disgregati, ricostruiti, indicizzati, navigati, manipolati, analizzati, previsti, venduti, impacchettati, comprati: ovunque, sempre[14].

Come per il mantra del neoliberismo, i capitalisti della sorveglianza − appartenenti alla classe dominante − producono la propria ideologia dominante.  I leader di Google, Schmidt e Cohen, nel 2013 nel loro libro “La nuova era digitale” parlano in questi termini della loro idea di inevitabilismo tecnologico: “il beneficio collettivo dato dalla condivisione della conoscenza e dalla creatività cresce a tasso esponenziale. In futuro l’informatica sarà ovunque, come l’elettricità…Molti cambiamenti dei quali parliamo sono inevitabili. E sono in arrivo”.

L’onniscienza digitale viene data per scontata, un paradiso calato dall’alto, dotata di forza propria e soprattutto certa in quanto gli uomini saranno e dovranno essere sempre più connessi. Sappiamo bene che la conoscenza e la tecnica sono in mano alla classe dominante e ne fanno l’uso più affine ai propri interessi dominanti. Non esiste nessuna tecnologia in natura. Essa è frutto dello sviluppo che la classe − borghese − ha imposto di volta in volta all’umanità appropriandosi di scoperte, oppure foraggiando gruppi di ricerca nei propri laboratori. Per questo il futuro non è affatto tracciato, va costruito. Chi lo dà per definito a priori, è lo stesso che ha interessi affinché venga immaginato così. Nel capitalismo della sorveglianza, la tecnologia è pensata per accumulare i dati comportamentali dell’utente. Non appena ci si approccia ad una interfaccia digitale, immediatamente inizia il tracciamento in maniera unilaterale, sfrontata, famelica. La tecnologia attuale è pensata anche per questi scopi. Altro che inevitabile! Il nostro corpo viene reinterpretato come un oggetto con dei comportamenti da tracciare e da elaborare. Basti pensare al cellulare e a tutte le app che richiedono la geolocalizzazione anche quando non sarebbe necessaria, ma solo perché questo tipo di dati è estremamente remunerativo. Sono sistemi altamente evoluti, la loro prima progettazione è quasi sempre stata stimolata da scopi militari. Ancora Google è all’avanguardia, ad esempio, per il tracciamento basato sulla geolocalizzazione. Infatti, il sistema operativo Google per i cellulari/palmari combina dati di antenne, Wi-Fi, foto, video ed altro in modo da poter determinare con l’approssimazione di pochi metri di tolleranza la nostra reale posizione. Non sono solo le app di Google a tracciare e a carpire dati di ogni tipo.

La smart-tv di Samsung si è spinta anche oltre. Installando dei dispositivi di riconoscimento vocale all’interno delle TV di ultima generazione (connesse anch’esse a internet) vengono registrati tutti i discorsi in prossimità del dispositivo: per favore passami il sale; abbiamo finito il detersivo; sono incinta; compriamo un’auto nuova; andiamo al cinema; voglio divorziare; ti amo… e dopo pochi secondi ecco sul cellulare, o sul profilo Facebook una raffica di beep annunciare proposte commerciali tipo auto, avvocati matrimonialisti, fiori, multisale, detersivo. La Mattel, multinazionale dei giocattoli, per riappropriarsi fette di mercato ha pensato a prodotti innovativi: le nuove Barbie interattive e con riconoscimento vocale incorporato, tutto bello, ma questi simpatici giocattoli non sono altro che un registratore massivo e strumento di sorveglianza illegale.[15]

I miliardi di profili Facebook sono per il capitalismo della sorveglianza una miniera inesauribile di surplus comportamentale. Nel 2010, dopo un’attenta ricerca si arrivò a un punto fermo: i profili Facebook non sono profili ideali o comunque autoritratti imbellettati, ma riflettono le vere caratteristiche dell’utente; insomma sono attendibili e reali, quindi utilizzabili, o meglio, depredabili. Le pepite per eccellenza sono i metadata, aggregati d’informazione a tutto tondo sui dati stessi. E a partire da questa sconfinata ricchezza gratuita che Facebook ha costruito la sua fortezza, e non solo. Tante aziende informatiche con teams di ricercatori e programmatori molto agguerriti hanno attinto a piene mani da queste scorte di surplus per fare targeting aggressivo di natura politica. L’esempio più lampante, balzato alle cronache, è quello della Cambridge Analytica[16], società in grado di influenzare scelte politiche attraverso lo studio della personalità di specifici profili Facebook, soprattutto degli “indecisi”, e quindi di indirizzarli verso scelte target come l’elezione di Trump o il voto a favore della Brexit, e più, in piccolo ma secondo lo stesso schema, l’affermazione di Salvini in Italia. Questa vicenda può considerarsi “da manuale” per comprendere non solo dove si siano spinti i capitalisti della sorveglianza, ma soprattutto il livello di raffinatezza raggiunto nel controllare gli aspetti più profondi della personalità degli utenti.

Il potere strumentalizzante per la terza modernità

 

Le persone, come gruppo, continuano a fare gli stessi sbagli. Il risultato è che nel mondo centinaia di migliaia di persone muoiono ogni anno in incidenti stradali. Quando un’autovettura autonoma fa un errore, tutti i veicoli simili possono usarlo per imparare. Queste nuove vetture nascono già con tutte le abilità di chi le ha precedute e dei propri simili. Collettivamente queste auto sono pertanto in grado di imparare più in fretta delle persone. È per questo che non ci vorrà molto perché le autovetture autonome possano presto affiancare quelle guidate da esseri umani, continuando ad imparare dagli errori del gruppo […] Strumenti di intelligenza artificiale particolarmente sofisticati ci permetteranno di imparare dalle esperienze degli altri.[17]

Sul finire degli anni Dieci del secolo corrente, i guru delle multinazionali del capitalismo della sorveglianza definiscono nuovi balzi in avanti, passando da un mondo basato su tecnologie tipo mobile in cloud[18], a un mondo, sempre in cloud, ma fondato sui nuovi paradigmi dell’intelligenza artificiale. La IA permette alle macchine, con algoritmi sofisticati in grado di auto-mutarsi con un processo incrementale e retroattivo (migliorarsi passo dopo passo in base alla risposta ottenuta), di apprendere autonomamente e di interagire col mondo fisico. La portata del balzo è pazzesca! Se la si rapporta al concetto più esteso di rete, si va a definire un cervello mondiale automatico, dove ogni neurone è una macchina e le sinapsi sono le connessioni di rete a livello planetario. Una potenza non più solo di mero calcolo, ma una vera e propria mente definita dalla Zuboff come mente alveare[19] in grado di evolversi e di lavorare all’unisono: 25 miliardi di dispositivi possono essere mobilitati per alimentare questa mente. Nel capitalismo della sorveglianza basato ora sulla IA, le persone e i loro rapporti nella loro totalità diventano oggetto, alimenti per la mente alveare. Se prima dietro ai dati, come abbiamo visto, si celavano esseri umani che catalogavano, inserivano, filtravano, ecc.; ora il processo è definito secondo i paradigmi dell’intelligenza artificiale: sono le macchine stesse a raggranellare le informazioni, per poi elaborarle secondo gli oscuri algoritmi incrementali. Nadella, il CEO Microsoft, si è ritagliato un’aurea specifica tutta propria in questo campo, come un sacerdote dell’IA. Ma questo nuovo livello rappresenta l’evoluzione naturale verso il totale assoggettamento dell’essere umano e non la sua liberazione, come falsamente predica il clero della sorveglianza.

La Zuboff prende a prestito la teoria della società strumentalizzata di Pentland attraverso la sua opera del 2014: Fisica Sociale[20]. Il principio cardine di questa teoria asserisce: “i fenomeni sociali sono solo aggregazioni di miliardi di piccole transazioni tra individui [..] I big data ci danno la possibilità di vedere tutta la complessità della società, attraverso milioni di network di interscambi tra singole persone. Se potessimo dotarci dell’onnipresente sguardo di Dio potremmo arrivare in teoria alla reale comprensione della società e darci da fare per risolverne i problemi”.[21] Come si può ben notare questa teoria alimenta i prodromi dell’intelligenza artificiale. La riduzione dell’essere umano a centro pulsante di generiche transazioni, e questa rete di macchine auto apprendenti e capaci di sostituire qualsiasi esperienza umana, prende le sue basi ideologiche proprio dalla teoria di Pentland. Infatti, per la società strumentalizzata l’individualità è una minaccia, un ostacolo problematico che toglie energia a “collaborazione”, “armonia”, “integrazione”. Pentland esprime il concetto ancora più chiaramente: “la nostra società è governata da un’intelligenza collettiva derivata da flussi circostanti di esempi e idee, e non da razionalità individuale […] È ora di sbarazzarci della falsa idea che gli individui siano l’unità della razionalità, riconoscendo che questa viene invece determinata soprattutto dal tessuto sociale[22]. Tutti concetti ribaditi appassionatamente in una conferenza organizzata da Google, dove Pentland, accolto da fragorosi applausi, ribadisce che il mondo digitale è fortemente incline ad accettare l’obsolescenza dell’individuo. Come avveniva in passato, dove con i nuovi mezzi di produzione industriale si forgiava pure la società nella sua interezza, col capitalismo della sorveglianza si definiscono modelli nuovi di comportamento sociale, il tutto attraverso mezzi di modifica del comportamento collettivo e individuale controllati da una piccola oligarchia di specialisti della sorveglianza. Sempre secondo Pentland, Facebook è l’ideale prototipo in cui prendono forma le sue recenti teorie sociali.

Facebook, Instagram, TikTok ed altri social media esercitano una attrazione magnetica sui giovani, spingendoli a un comportamento meccanico e involontario. Molti ancora assumono addirittura atteggiamenti compulsivi. Il modello che ha in realtà ispirato gli ideatori di Facebook è il gioco del casinò. La modellazione di nuove macchinette mangiasoldi, con design accattivanti e una ergonomia avanzata, ha reso l’industria del gioco un vero business miliardario. Slot machine pensate per l’immersione totale del giocatore, e per il suo completo coinvolgimento. I risultati si sono visti subito con manifestazioni di dipendenza o di patologie da gioco diffuse. Facebook fu modellato per essere simile alle slot machine di ultima generazione. Infatti, il social media doveva essere coinvolgente, immediatamente stimolante, estraniante e automatizzante, e, come ebbe a dire uno dei suoi fondatori, Sean Parker,: “Facebook è stato progettato per distogliere ai propri utenti quanto più tempo possibile, soprattutto deve fornire una piccola scarica di dopamina di tanto in tanto, in modo tale da tenere gli utenti incollati[23].

La manifestazione più concreta di questo principio è la comparsa del tastino LIKE, il mi piace è diventato uno dei migliori vettori per il ricavo di informazioni predittivi, comportamentali e di profilazione utente. La portata sociale di questo semplice tastino è stata prorompente. Vivere sempre sotto lo sguardo degli altri, essere seguiti da centinaia di migliaia di occhi, potenziati da sensori, da raggi, onde che registrano tutto, è un fenomeno del tutto nuovo. Il ritmo incessante, l’intensità e la portata di questi sguardi creano un flusso continuo di valutazioni che alzano e abbassano il valore sociale di una persona con un clic! Facebook, oltre ad essere una grande multinazionale del capitalismo della sorveglianza, è il più grande esperimento sociale pensato per modificare e indirizzare comportamenti di massa, tanto da condizionare il comportamento degli individui nella vita reale in funzione dei like ricevuti. Dietro tutto questo c’è un algoritmo intelligente chiamato FBLearnerFlow, un motore predittivo in grado di processare e catalogare miliardi di dati comportamentali e di delineare il comportamento successivo di milioni, miliardi di utenti.

Intere politiche commerciali, addirittura programmi a lungo termine di stati come la Cina, sono definite su informazioni comportamentali elaborate dall’intelligenza artificiale con algoritmi auto apprendenti. La visione del governo cinese sembra animata da una ambizione impossibile, ma in realtà ben riuscita, soprattutto ora, in epoca Covid19: il grande sogno di una conoscenza totale e di una certezza impeccabile mediate da algoritmi che filtrano un flusso perpetuo di dati, provenienti da fonti pubbliche e private, come le esperienze online, offline e di ogni tipo, poi rimbalzate nella vita di tutti i giorni di miliardi di persone, attraverso l’automazione dei comportamenti sociali gestiti da algoritmi. Anche nei rapporti internazionali, soprattutto quando i protagonisti sono blocchi come la Cina e gli Stati Uniti d’America, le multinazionali della sorveglianza possono diventare motivo di frizione. E non sono certo questioni di copyright sui dati. La piattaforma cinese TikTok, un social con spiccati contenuti a sfondo fotografico e video con milioni di utenti nel mondo, è stata accusata da Trump di spionaggio e di accumulazione di dati sensibili americani. Ma dietro si nasconde una guerra di controllo dei dati, e più in generale di informazioni, di milioni di utenti americani, chiaramente varrebbe lo stesso per Google, Facebook, Apple, Microsoft, ecc. che operano sul suolo cinese. Insomma, attraverso i dati si definiscono nuove frontiere di guerre imperialistiche. Lo stesso con la rete 5G, quinta generazione di sistemi di trasmissione dati; apparati fondamentali per l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, non a caso, infatti, la cinese Huawei, che realizza questi sistemi, è stata messa al bando da Trump. Appare evidente che chi controlla le vie della trasmissione dati detiene un vantaggio decisivo su tutti gli altri, e gli apparati Huawei stanno accaparrandosi tutti i punti nevralgici della trasmissione di rete mobile. Huawei è avanti a tutte le altre multinazionali del settore, come Nokia o Ericsson. E molti stati si stanno dotando di questo tipo di infrastruttura tecnologica. Insomma, ancora una nuova trincea nella guerra tra Cina e USA.

 

 

Conclusioni (binarie)

I libri, spesso, hanno il loro seme nelle conclusioni. L’opera della Zuboff non sfugge a questa regola non scritta. E allora a che tipo di conclusioni si arriva dopo circa 600 pagine? Le troviamo limpide, sicure, implacabili nel paragrafo: “Capitalismo della sorveglianza e democrazia”. Infatti, leggiamo:

il potere strumentalizzante ha tratto la propria forza ignorando tutta l’umanità quanto la democrazia. Non c’è legge che possa proteggerci da quel che non ha precedenti, e la società democratiche sono indifese nei confronti di questo nuovo potere [..] la democrazia potrà essere anche sotto assedio, ma non possiamo permettere che le sue ferite ci distolgano dai nostri doveri nei suoi confronti. È proprio in risposta a questo dilemma che Piketty rifiuta di ammettere la sconfitta, sostenendo che anche le dinamiche di accumulo di potere “più anomale” sono state e possono essere ancora mitigate da istituzioni democratiche in grado di elaborare contromisure durevoli ed efficaci...[24]

Shoshana Zuboff, nella sua opera cita spesso Thomas Piketty, infatti, per entrambi è il capitalismo (industriale, finanziario, della sorveglianza) che sta affossando la democrazia. Intorno a questi concetti si articolano le ultime considerazioni dell’opera. La scrittrice americana s’indigna perché l’essenza stessa del capitalismo della sorveglianza svilisce la dignità umana, per cui l’umanità (in generale) dovrebbe ritrovare lo sdegno e il senso del lutto per quello che il capitalismo “ci” sta rubando. Prima di mettere il punto finale, tuona:

il muro di Berlino è caduto per molti motivi, ma soprattutto perché i cittadini di Berlino Est avevano detto “basta”. Anche noi possiamo dar vita a novità grandi e belle che ci permettono di rivendicare il futuro digitale come casa per l’umanità. Basta! Questa dev’essere la nostra dichiarazione.[25]

E con questa ultima esortazione, si chiude il libro.

Spesso ci capita di leggere opere ben sviluppate che portano oggettivamente informazioni e considerazioni interessanti. Purtroppo, molte di queste opere, a fronte di analisi puntuali sui tanti guasti del capitalismo denunciati, si rintanano all’atto di indicare una possibile strada alternativa da percorrere dietro concetti diventati obsoleti e poco concreti come la “democrazia”, o generici tipo “libertà”. Il libro della Zuboff non sfugge a questa regola. La natura stessa del capitalismo della sorveglianza dimostra − plasticamente − la poca attendibilità delle istituzioni democratiche “ferite” e colluse. Un contesto capitalista, quello attuale, dove la sinergia tra il ramo industriale, quello finanziario speculativo e questo della sorveglianza rappresentano tre teste sanguisughe di uno stesso corpo, quello del Capitale e delle sue leggi. Lo sviluppo della tecnologia segue gli impulsi antagonisti rispetto alla caduta del saggio del profitto. E il loro sviluppo, nella forma ad ora conosciuta, non è un fatto casuale, o addirittura divino, prende questa forma perché la classe capitalista (e i borghesi della sorveglianza) ne decide la direzione, mantenendo il controllo dei mezzi di produzione, della conoscenza tecnologica, e dell’imposizione dell’ideologia dominate sul proletariato mondiale. Se gli strumenti della sorveglianza, come ben descritti dalla Zuboff, si sono fatti così sofisticati e totalizzanti nel controllare la società, è perché il proletariato è diventato una massa estesa a livello globale, e il suo controllo nei minimi interstizi è fondamentale per la classe borghese. Basti vedere le attuali condizioni dei lavoratori cinesi, oramai diventati “mangime per le macchine”[26] sulla catena di montaggio, e in che condizioni lavora il resto del proletariato cinese. Sappiamo che lo scopo del libro non è quello di analizzare il capitalismo nella sua interezza, ma di concentrarsi su una testa del mostro, quello della sorveglianza, ma per noi comunisti rivoluzionari  che storicamente facciamo degli aspetti del Capitale nel suo complesso motivo di studio e approfondimento, non possiamo per questo considerare il capitalismo della sorveglianza un processo a sé stante e avulso dal processo più generale di accumulazione. Poco importa che il signor Zuckerberg sia partito con un piccolo capitale iniziale e che abbia messo in piedi una piattaforma dal nulla, molti capitalisti dell’Ottocento e del Novecento hanno seguito questo percorso iniziale, quello che conta per noi, è la dinamica generale in cui si inserisce Facebook e come questo strumento sia necessario alla classe borghese proprio nelle forme e nella sostanza descritte dalla Zuboff. L’atomizzazione della persona e il suo isolamento sono una necessità economica e di controllo sociale. La riorganizzazione generale del lavoro, su scala mondiale, sminuzzata nelle mansioni, distribuita e robotizzata, necessita di infrastrutture fortemente connesse e in grado di lavorare in sinergia da un capo all’altro del globo. Ma di più, con l’Intelligenza Artificiale abbiamo macchine in grado di prendere decisioni e di pensare: dalla catena di montaggio ai depositi di Amazon, dalla cassiera del supermercato alla guida senza conducente. Molto lavoro è stato riorganizzato anche nel pieno della pandemia tuttora in atto, infatti molte persone lavorano da casa[27] con il telelavoro o lo “smart working”[28]. Allora tutti questi strumenti della sorveglianza rientrano in un contesto più ampio che è la riorganizzazione continua e globale del lavoro. Ma pure gli sfruttati nel settore della circolazione della merce, del delivery, delle consegne di pacchi o di cibo, sono controllati da macchine dotate di intelligenza artificiale, da algoritmi che decidono al centesimo di secondo i tempi e i luoghi della consegna.

Il “capitalismo della sorveglianza” rappresenta l’ultimo step di un processo iniziato certamente in Inghilterra alla fine del XVIII secolo e che proseguirà a tempo indeterminato per lungo tempo, degradando ancora di più il genere umano, a meno che non intervenga quello che storicamente dovrebbe far fare il balzo in avanti all’umanità, ossia il proletariato con la rivoluzione comunista. Siamo consapevoli che il percorso si fa sempre più difficile e al contempo stringente e necessario, ma non vediamo altre vie.

[1] Welcome to the Machine è una canzone dei Pink Floyd, inserita nell'album Wish You Were Here del 1975.

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri. Anno Prima edizione ottobre 2019, edizione Luiss University Press, traduttore Paolo Bassotti, Pagine: 622 p., Brossura.

[3] Zuboff suggerisce otto definizioni di capitalismo della sorveglianza. Sono enunciati all’inizio del libro, prima dell’introduzione.

[4] Jonathan Crary, 24/7 Il capitalismo all’assalto del sonno. Anno 2013, edizione Einaudi “I Maverick”.

[5] Riferimento cit. libro pag. 21

[6] Riferimento cit. libro pag. 26

[7] Riferimento cit. libro pag. 42

[8] Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. Una volta autonoma, la produzione capitalistica non solo mantiene quella separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Il processo che crea il rapporto capitalistico non può dunque essere null’altro che il processo di separazione dalla proprietà delle proprie condizioni di lavoro, processo che da una parte trasforma in capitale i mezzi sociali di sussistenza e di produzione, dall’altra trasforma i produttori diretti in operai salariati. Dunque, la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. Esso appare «originario» perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione ad esso corrispondente. K. Marx, "Il capitale", I, sez. VII, cap. 24, edizione Editori Riuniti, ottobre 1997.

[9] Riferimento cit. libro pag.105.

[10] “Largest Companies by Cop Market Today”, Dogs of the Dow 2017.

[11] “Che cos ’è Street View?”, www.google.it/streetview/ .

[12] Hunter, Zaman, Liu, “Global top 100 companies by Market Capitalization”, Financial Times.

[13] Julia Kollewe, “Google e Facebook Bring in One-Fifth of Global ad Revenue”, The Guardian.

[14] Riferimento libro pag 226.

[15] In Germania nel 2017, la Federal Network Agency ha vietato la vendita della bambola e ha invitato i genitori che ne fossero in possesso a distruggerla!

[16] A tal riguardo, la puntata di “Presa Diretta” del giornalista Rai Riccardo Iacona, andata in onda il 10 febbraio 2020, dal titolo Tutti spiati? approfondisce molto la vicenda. Un altro documentario trasmesso sulla piattaforma a pagamento Netflix, dal titolo The Great Hack - Privacy violata (The Great Hack) 2019, parla con maggiori dettagli dello scandalo Facebook-Cambridge Analytica.

[17] Eric Schmidt e Sebastian Thrun, “Let’s stop Freaking Out About Artificial Intelligence” Fortune, 28 giugno 2016.

[18] Cloud, in italiano "nuvola”, è un aggregato esteso di dati (appunto nuvola) e servizi sempre attivo e raggiungibile da qualsiasi luogo. Con i cloud, molte aziende possono utilizzare servizi e programmi tramite connessioni, e fruire di applicazioni che altrimenti costerebbero ingenti risorse economiche. Questi servizi, dati, programmi sono distribuiti su servers e la potenza di essi in rete è utilizzata soprattutto per applicazioni di ampia portata e capacità. I cloud sono la base per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

[19] Riferimento dal libro nel capitolo 14.

[20] Pentland, Social Physics.

[21] Ivi, cit., pp 10-11, 12

[22] Pentland, “The Death of Individuality”, cit.

[23] Alex Hern, “Why Social Media Bosses Dont’Use Social Media”, The Guardian 23 gennaio 2018

[24] Riferimento libro pag 531, 533.

[25] Riferimento libro pag 539.

[26] Mangime per le macchine, Istituto Onorato Damen.

[27] Laura Ruocco, Chi è più smart, il lavoratore o il capitale? Numero Speciale DMD’ n°15 “La crisi non è virale, è del capitale”.

[28] Smart working, letteralmente dall’inglese lavoro agile. Modalità di rapporto di lavoro caratterizzato dall’assenza di vincoli orari, cicli prestabiliti, sedi di lavoro, e contratti perduranti o indeterminati.