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Lampi nel buio

Creato: 13 Maggio 2017 Ultima modifica: 13 Maggio 2017
Scritto da M.Rosaria Nappa Visite: 177

"Rami Secchi" di Antooperai in paradisonio Noviello, come si dice anche nella postfazione al libro, non è una una elaborazione di un lutto, un romanzo terapeutico.

Non c'è nulla di più sbagliato che definirlo, come pure da qualche parte è stato scritto, la "cronaca di un licenziamento".

Quel che si cerca di fare nelle pagine di questo romanzo è partire da quanto accaduto a un Antonio, a un Paolo, a dei ragazzi occupati in una fabbrica del Sud, per scandagliare ciò che sta dietro la vicenda che ciascuno di loro e tutti insieme hanno vissuto sulla propria pelle.

Il coraggio di queste pagine, intense anche dal punto di vista umano e sociale, non sta nel muovere una facile accusa contro chi ha deluso le aspettative di una generazione. Questo è solo il sintomo che, come per la febbre, è sbagliato e miope confondere con la malattia.

Malgrado la convinzione comune, la febbre non è una malattia, ma è il sintomo evidente, il segnale d'allarme, che l'organismo lancia per indicare che qualcosa non funziona a dovere.

Allo stesso modo, quanto accade a Paolo e Antonio, e a tutti i loro compagni, non è nemmeno un campanello di allarme, ma una vera e propria sirena, come quelle che preannunciavano un bombardamento.

Si tenta quindi di abbandonare l'atteggiamento fatalistico e il vittimismo tipico in questi casi, soprattutto a queste latitudini, e di approcciare un evento con una analisi sistemica ed economica.

E allora si scopre, seguendo Antonio nella sua maturazione, che non ci sono colpevoli, o meglio che non c'è qualcuno cui addossare colpe specifiche: una multinazionale vale l'altra perché in ognuna, sistemicamente, é necessario che ci sia un cinico dottor Mazza, un servile dottor Ruggine, un opportunista Ercolino... ed è necessario che siano popolate da lavoratori che hanno completamente dimenticato il proprio reale ruolo nel sistema economico capitalista, abbagliati da un reddito e da un impiego che li illude di essere borghesi quando invece non sono che il nuovo proletariato, la nuova classe operaia, seppure in camice bianco e armati di tastiera qwerty e non più in tuta blu e chiave inglese.

Tutte queste realtà lavorative, di cui la Multinazionale si fa esempio tipico, si incastonano in un sistema globale che, senza la pretesa di essere esaustivo, Noviello cerca di portare a galla.

Un sistema che non è solo sociale, ma anche e soprattutto macroecononico e politico.

Gli anni in cui si sono svolte le vicende narrate nel romanzo sono, probabilmente, l'unico aspetto non casuale.

Mentre, infatti, per certi versi può dirsi casuale che in questo tritacarne sia incappata la multinazionale delle comunicazioni in cui lavorano Paolo e Antonio, non è affatto casuale che ciò si sia verificato, secondo precise scelte strategiche aziendali, proprio in quegli anni.

E proprio i capitoli in cui, con un linguaggio il più possibile immediato e privo di tecnicismi, si cerca di mettere in chiaro le connessioni globali tra eventi che sembrano lontani e disconnessi sono il valore aggiunto del libro di Noviello, ciò che allontana definitivamente il romanzo fallimentare dall'autobiografia.

Noviello, con estrema umiltà, prende a pretesto sé stesso per dichiarare apertamente la disumanizzazione di un sistema, in ultima analisi incarnato dalle multinazionali, in cui non solo il lavoro - secondo la più classica e attuale delle teorie economiche - é merce, ma è merce lo stesso lavoratore, fatto di carne, ossa, cartilagini, competenze, bisogni, sentimenti e rapporti umani.

Prendere coscienza di non essere un ramo secco da tagliare, tentare di far germogliare una nuova coscienza di sé se non ancora di classe, é un primo atto rivoluzionario.

Un atto rivoluzionario che la lettura del romanzo di Noviello rende alla portata di tutti.

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