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Lo schiaffo del Poeta troppo macchina per essere umano

Creato: 01 Marzo 2016 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2063

Un poeta suicida, come tanti.

xu_nappaUn giovane poeta suicida, come tanti.

Xu Lizhi è un giovane poeta suicida, ma non è come tanti.

Fa parte del nostro immaginario, impastato di romanticismo, la figura del giovane sensibile, capace di riflessioni profondissime come di versi altissimi, che si strugge per un amore non corrisposto o non dichiarato, e che per questo arriva a togliersi la vita.

Non c'è immagine più lontana e antitetica per poter descrivere Xu Lizhi.

Ancora, tra i prototipi del Novecento rintracciamo facilmente quello dello scrittore – anche qui meglio se scrittore (anche) di versi – che esprime il proprio “mal di vivere” fino a compiere quello che le cronache possono definire ora “l’estremo”, ora “l’insano gesto”.

Anche questo clichè non si addice a Xu Lizhi.

Xu Lizhi scrive versi che ci schiaffeggiano. Come lo sganassone che veniva dato ai ragazzini della Roma Ottocentesca durante le esecuzioni capitali perché fosse per loro un monito: dopo averle lette non si riesce più a liberarsi dalle poesie del giovane operaio della Foxconn

L’alienazione dell’uomo vittima della macchina e dei suoi tempi diventa realtà tridimensionale presente ed attuale che fuoriesce dalle pagine marxiane e marxiste, togliendo al chapliniano Charlot di Tempi Moderni1 e agli operai del Metropolis2 di Fritz Lang ogni alibi di comicità o di premonizione fantascientifica.

Xu Lizhi è qui tra noi, adesso e ora.

Non il suo spirito, la sua poesia e il suo messaggio, ma “lui” in migliaia di identici ragazzi schiavi nelle fabbriche di modernità.

Le mani (che volano) sono lo strumento di lavoro di uomini che si confondono con le macchine, che diventano loro stessi metallici, neppure ingranaggi ma viti del sistema. Necessarie ma indistinguibili, invisibili.

Le poesie di Xu danno corpo a questi fantasmi, restituendo loro umanità e vita, sangue e lacrime. Questa anti-disumanizzazione rende “Camera in affitto” efficace nel dipingere un uomo che vuole ribellarsi al sentirsi egli stesso un uomo morto, urlando al mondo che, come tutti, mangia dorme caca pensa tossisce ha mal di testa invecchia si ammala… piange lacrime che non cadranno a terra.

Elenco quasi esaustivo dal quale un’assenza risuona insopportabile. Dov’è l’amore?

Xu si ribella all’annichilimento cui la fabbrica/casa/caserma lo obbliga, a tratti si sente sopraffatto, a volte si da coraggio, ma esclude (almeno da questa selezione proposta) ogni accenno all’amore, sensuale o d’anime affini, che invece immancabilmente caratterizza i versi dei giovani, dai più puerili ai più incisivi, in ogni epoca e in ogni parte del mondo. Qui, invece, non c'è tenerezza, non ci sono carezze, sguardi, contatto o calore di altri corpi.

Questo furto alla giovinezza, al sogno, al futuro è, forse, il peccato più grande che si possa immaginare.

La resistenza incarnata da Xu Lizhi e dalle sue poesie, dal suo rimanere inesorabilmente troppo umano, è il nemico numero uno, il tormento segreto del capitale. Il granello di sabbia capace di inceppare le coscienze, di generare “vergogna” in chi da quello sfruttamento dovrebbe trarre benessere.

C’è chi racconta che Xu Lizhi si sia ucciso gettandosi dalla fabbrica/prigione, cadendo in verticale, ma a differenza della vite di una delle sue poesie più note, il suo crollo non ha tintinnato leggermente, ha invece attirato l’attenzione, come il Michè della canzone di De Andrè3.

Nel suicidio di Xu non si intravede nessun anelito di romantica realizzazione di sé, ciò che la sua poesia esige non trova compimento nell’apparente resa del poeta o nel divenire testamento di irriducibile resistenza all’alienazione: i suoi versi di lotta e umanità si aggirano tra le macchine, eco caparbia e rivoluzionaria, come forse avrebbero fatto comunque, ma ad insaputa dei più.

Gli ideogrammi sulla carta ingiallita dalla lampadina fioca richiamano alla memoria Majakóvskij quando si augura “che la parola esploda (…) come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria”, e non può essere un caso che la poesia di Xu Sul letto di morte rievochi quanto lo stesso Majakóvskij scrisse annunciando il proprio suicidio4.

Xu Lizhi non è un giovane poeta suicida.

Xu Lizhi è una vittima che scriveva versi impietosi e durissimi per resistere alla propria condizione di schiavo.


1 Modern Times. Dir. Charlie Chaplin. USA, 1936

2 Metropolis. Dir. Fritz Lang. Germania, 1927

3 La ballata del Michè. Fabrizio De Andrè. Karim, 1961

4 “A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non e’ una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia e’ Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio.[…] Come si dice, l’incidente e’ chiuso. La barca dell’amore si e’ spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”. Vladímir Vladímirovič Majakóvskij, 1930.

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