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Storia del Partito Socialista Rivoluzionario. Una pagina poco conosciuta della storia del movimento operaio in Italia.

Creato: 26 Aprile 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2741
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Valerio Evangelisti, Emanuela Zucchini, Storia del Partito Socialista Rivoluzionario 1881-1893, Odoya, Bologna 2013

Storia_PSRLa casa editrice bolognese Odoya ha meritoriamente riportato in libreria la “Storia del Partito Socialista Rivoluzionario 1881-1893”, un accurato lavoro di ricostruzione dei 12, intensi anni di vita del PSR di Romagna. Gli autori, Emanuela Zucchini e il noto scrittore Valerio Evangelisti, approfondirono in questo lavoro le loro tesi di laurea. Il libro uscì nel 1981, a cento anni dalla nascita di questo partito socialista, nato oltre un decennio prima del PSI. Nonostante l'indubbia qualità e la completezza dell'opera, questa rimase quasi del tutto ignorata, in particolare a causa del punto di vista non omogeneo a quello del tardo stalinismo italiano e del craxismo.

La storia di questa organizzazione fa ora da sfondo all'ultimo ciclo letterario che sta pubblicando Evangelisti, il cui primo volume, Il Sol dell'Avvenire. Vivere lavorando o morire combattendo, è uscito nel 2013 per i tipi della Mondadori. Ne è nata così l'occasione per riproporre questa Storia, istruttiva purtroppo più per ciò che non è stato che per il contributo che espresse.

E' una Storia che inizia da un movimento internazionalista romagnolo legato all'Associazione Internazionale dei Lavoratori, in particolare alla sua corrente “libertaria”, con una base sociale composta da artigiani radicali e da un combattivo proletariato agricolo.

 

Si tratta di un movimento vivace, ma ancora immaturo, inclinato all'anarchismo, alla propaganda del fatto, che vuole tutto subito. Nel suo ambito emerge e si distingue però la ricerca (spesso contraddittoria e incerta) di Andrea Costa, un compagno che inizia a ragionare, a confrontarsi, a coinvolgere altri militanti per imprimere una svolta al movimento e portarlo a uscire dalla sua fase velleitaria. L'obiettivo che maturò era la nascita di un Partito socialista rivoluzionario.

Nel PSR pesa senz'altro la mancata acquisizione del patrimonio teorico comunista. Siamo ancora a un socialismo che si basa sulla prevalenza delle componenti etiche, ma che inizia una delimitazione dall'anarchismo (che procede anche al di là delle reali intenzioni di Costa). Il PSR è' un partito che ritiene ineluttabile la rivoluzione delle masse lavoratrici, ma non la sua direzione verso il socialismo. Intende quindi intervenire per “rendere cosciente” e indirizzare questa rivoluzione. Al contrario del comunismo anarchico, il socialismo rivoluzionario romagnolo riconosceva la necessità di una transizione dalla vecchia alla nuova società. Il percorso immaginato da Costa e dai suoi era quello di una rivoluzione che porta a una breve dittatura delle classi lavoratrici, finalizzata ad espropriare la borghesia e a rendere collettiva la proprietà dei mezzi di produzione. Al che, la dittatura non ha più ragione di essere. Si afferma così una società collettivistica, con proprietà comune dei mezzi di produzione, ma con una distribuzione dei prodotti proporzionale alla quantità del lavoro individuale. Con l'aumento della produzione, il rinnovamento dei rapporti tra persone, l'approfondimento di un'autentica democrazia, matureranno le condizioni del comunismo. La democrazia si estinguerà, ognuno lavorerà in base alle proprie possibilità e riceverà in base ai propri bisogni.

Negli anni il Partito vede allargare la propria base con il crescente avvicinamento dei braccianti, attratti dalla rivendicazione della socializzazione delle terre, e del proletariato operaio, in quelle città in cui inizia ad agglomerarsi. Nell'83 si può desumere che gli aderenti fossero oltre un migliaio, comportando nuove esigenze di organizzazione e struttura.

Il lavoro di Evangelisti e Zucchini presenta tutta l'evoluzione di una strategia che non intende in contrasto rivoluzione e riforme, “fucile” e “voto”, e che porterà lo stesso Costa in Parlamento (sulla base però di una Unione elettorale con il borghese Partito repubblicano). Vengono ricostruiti il rapporto con gli anarchici, le dure polemiche con Malatesta, la definizione della tattica del comunalismo, il rapporto che si rinsaldava col proletariato, il percorso col quale il PSR superò i confini romagnoli, configurandosi sempre più come forza politica di rilievo nazionale (passaggio poi ratificato per via congressuale). E ancora, i rapporti con gli altri partiti di sinistra italiani e con le organizzazioni all'estero.

Programmaticamente e teoricamente i passi avanti, però, non erano all'altezza. Nonostante la presenza di alcuni concetti marxiani, questi convivevano disorganicamente con molteplici orientamenti.

A metà degli anni Ottanta, ad esempio, la posizione sullo Stato, anziché meglio definirsi, diviene tanto fumosa da risultare difficile da comprendere. In un passo sembra che si ritenga ora che lo Stato possa essere strappato di mano alla borghesia, dando così inizio alla rivoluzione; poi sembra il contrario, intanto diventa non più chiaro cosa dovrebbe rappresentare la dittatura delle classi lavoratrici...

E' un partito che di lì a breve conosce una profonda crisi e la dissoluzione, per tornare poi a una breve nuova vita, che porterà i socialisti rivoluzionari a confluire nel nuovo Partito Dei Lavoratori, poi Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Il destino del PSR fu quello di una storia subito dimenticata. “Il suo declino coincide con le naturali e irreversibili modificazioni alle quali il soggetto sociale di riferimento è esposto”, si spiega riferendosi al proletariato agricolo emiliano e romagnolo.

Ma non solo. Un partito con una chiara coscienza teorica può anche essere sconfitto, ma lascia un patrimonio che nuove generazioni possono riprendere. Questa Storia ci dimostra anche che un'organizzazione che ne è priva muore e basta.

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