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Utilità e inutilità nell'epoca borghese

Creato: 10 Aprile 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2098
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Nuccio Ordine, L'utilità dell'inutile. Manifesto, Bompiani, Milano 2013

utilit_dellinutileSolo ciò che produce profitto è utile? Il libro-manifesto di Nuccio Ordine inizia con un chiaro “no”, e sviluppa un suggestivo percorso tra filosofia e letteratura per argomentare questa posizione. La contestazione del professore calabrese si muove dalla convinzione che concepire l'utile in questo senso ristretto colpisce mortalmente quei saperi che hanno valore proprio in se stessi. Saperi che vengono attaccati, non a caso, assieme a ogni manifestazione di umanità e solidarietà. “Trasformando gli uomini in merce e in denaro”, sostiene l'autore, il “perverso meccanismo economico” che vede il “dominio del mercato” ha dato vita “a un mostro, senza patria e senza pietà, che finirà per negare anche alle future generazioni qualsiasi forma di speranza” (pag. 10).

Il volume è un viaggio: vi è raccolta e commentata una grande quantità di versi, citazioni, pensieri, che dall'antica Grecia ad oggi sono stati dedicati al tema dell'utilità dell'inutile, o all'inutilità dell'utile. Una raccolta esplicitamente senza “pretesa di formare un testo organico” (pag. 11), ma vivacemente animata da uno “spirito militante” e appassionato. Passione che si trasmette certamente al lettore, che viene condotto non senza fascinazioni, sorprese e riscoperte lungo tre strade che compongono il cammino intrapreso in queste pagine. Si inizia con l'affrontare l'”utile inutilità della letteratura”. Il libro prosegue quindi con il denunciare il danno apportato nel campo dell'educazione dalle logiche del profitto. In conclusione una rassegna di opere che nel corso dei secoli hanno reso evidente come la proprietà devasti la dignità umana, l'amore e la verità (pag. 14).

Complessivamente il libro ha il punto di vista del letterato che enfatizza la carica liberatrice dell'arte e del sapere, i versi contro il potere e il denaro, lo spirito umano contro la volgarità della società mercantile. In quest'ottica la gratuità e l'inutilità sono considerate le risorse fondamentali degli uomini per opporsi a quel processo così totalizzante di mercificazione, in cui tutto deve essere misurabile, vendibile, utile, profittevole. Una parte dei brani raccolti, inoltre, critica l'utilitarismo della società attuale, ma con gli occhi rivolti al passato, e non sa prefigurare un futuro diverso. In molte altre parti si sostiene un'idea astratta dell'arte e dei suoi nessi con la società. Ancora, lo sfondo politico di tutta l'opera è costruito su posizioni riformistiche.

Ma l'importanza di questo libro è invece nella sua capacità di rendere evidente come le società classiste hanno deprivato donne e uomini di ciò che è più autenticamente umano, e che questo, più o meno confusamente, sia stato spesso avvertito, come tensione implicita o come lucida intuizione. E' una tendenza alla deprivazione che è chiaramente più radicale nell'epoca borghese. Ma questa è anche l'epoca che apre alla possibilità storica di superare questa alienazione.

Dalla sensibilità o dalla riflessione di artisti e pensatori, da Platone a Heidegger, da Shakespeare a Baudelaire, da Leopardi a Calvino, si riconosce il disagio albergante innanzitutto in noi stessi, quella consapevolezza spesso confusa della portata disumanizzante di un sistema basato sul profitto.

Spesso è proprio in un verso che troviamo quelle parole che ci aiutano a definire, a riconoscere, a descrivere una condizione storica di violenta alienazione. Una cruda realtà, che non basta però la cultura umanistica a superare. E' così che il cuore di questa antologia-manifesto può continuare a battere solo in una prospettiva di superamento di questa società borghese, ricercando in una libera associazione di individui non soggiogati e nella quale nessuno possa essere sfruttato e privato della sua umanità, quella autentica liberazione delle facoltà più nobili delle donne e degli uomini. Una liberazione che è il grande, possibile portato di quel movimento reale che chiamiamo comunismo.

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