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Un libro da leggere “Precari. La nuova classe esplosiva”

Creato: 07 Novembre 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3972
Da poche settimane è arrivato nelle librerie italiane per le edizioni il Mulino l’ultimo libro di Guy Standing “Precari. La nuova classe esplosiva”. Già il titolo esprime chiaramente l’argomento di questo corposo libro, frutto di una lunga e appassionata ricerca condotta dall’autore, che è docente di  Economic Security nell’Università di Bath in Inghilterra. Proprio nella traduzione del titolo si sono concentrate alcune tra le più significative recensioni italiane[1] al libro, sottolineando come questa non rispetti letteralmente l’originale inglese; infatti il traduttore, Mario Vigiak, ha preferito tradurre “dangerous class” in “classe esplosiva”, mentre, secondo i recensori citati in nota, sarebbe stato più corretto tradurre in “Classe pericolosa”.
Ci sembra semmai riduttivo concentrarsi su un presunto difetto nella traduzione del titolo per iniziare a recensire il libro di un profondo conoscitore dei problemi del lavoro come Guy Standing. L’economista inglese ha lavorato per molti anni per l’Organizzazione internazionale del lavoro e grazie a questa sua esperienza e al privilegiato punto d’osservazione è diventato tra i maggiori esperti internazionali del fenomeno del precariato.

Quello che maggiormente condividiamo del libro di Standing è l’aver inquadrato il precariato nell’ottica di un fenomeno internazionale che investe in egual misura le più disparate parti del globo terrestre. Partendo da questo assunto, l’autore elimina qualsiasi incertezza su quali possano essere i meccanismi che hanno determinato l’esplodere del fenomeno del precariato. Le decisioni politiche di un singolo governo, sia esso riformista, conservatore o reazionario, non possono essere la causa del precariato: le vere ragioni sono da ricercare nei cambiamenti epocali che si sono registrati in questi ultimi anni nell’economia. Per il professor Standing il precariato esplode come fenomeno mondiale in seguito allo scoppio della crisi economica internazionale; aggiungiamo noi che all’origine del fenomeno si trovano in egual misura la nuova organizzazione del lavoro conseguente all’introduzione della microelettronica nei processi produttivi e la creazione di un unico mercato mondiale della forza lavoro.

Il precariato è un fenomeno prodotto dal capitalismo su scala mondiale e come tale è stato analizzato dal professore Guy Standing. Infatti già nelle prime pagine del libro egli scrive: “Milioni di persone, sia nelle economie opulenti che in quelle emergenti, sono entrate nel precariato: un fenomeno che, per quanto abbia caratteristiche legate con il passato, è del tutto nuovo. Non ha alcun nesso infatti né con la classe operaia né con il proletariato[2].

La frase appena citata ci offre lo spunto per alcune importanti osservazioni critiche. In primo luogo è condivisibile la visione globale del fenomeno precariato e in secondo luogo Guy Standing coglie perfettamente il fatto che ciò rappresenti una novità rispetto al passato. La subordinazione al capitale da parte della forza-lavoro è sempre stata una costante nell’ambito degli attuali rapporti di produzione, ma mai come in questi ultimi decenni il lavoro, proprio per le ragioni sopra evidenziate legate alle modificazioni nel mondo produttivo e alla creazione di un unico mercato mondiale che ha reso disponibile una massa enorme di venditori di forza-lavoro, è stato sfruttato dal capitale come una semplice merce usa e getta. Forse quello che è mancato nell’analisi di Standing è non aver preso in alcuna considerazione il rapporto strettissimo che intercorre tra la precarietà e la dequalificazione del lavoro, privilegiando maggiormente l’aspetto sociologico del problema rispetto all’analisi dei meccanismi economici che hanno permesso la diffusione del precariato.

L’autore del libro dedica centinaia di pagine a scandagliare le diverse forme del precariato e i soggetti che subiscono questo nuovo rapporto di lavoro; questa minuziosa attività esegetica del precariato è l’opera più meritoria di Guy Standing. L’ultima parte della citazione, invece, ci sembra offra il fianco ad una lettura alquanto sociologica del fenomeno del precariato, laddove Standing considera la massa del precariato come un qualcosa di diverso rispetto alla classe operaia e al proletariato. Cosa rappresentano i milioni di precari che quotidianamente vendono la propria forza lavoro senza alcuna garanzia di un rapporto stabile e a salari sempre più bassi, se non la faccia più moderna del nuovo proletariato? I precari non possono essere certamente assimilati alla classe operaia così come si è storicamente determinata nella realtà industriale del capitalismo, ma rappresentano a tutti gli effetti elementi che appartengono a quella classe sociale internazionale che è il proletariato in quanto venditori di sola forza lavoro e per di più dequalificata.

Qualche riga più in basso Guy Standing corregge parzialmente il tiro e scrive “… precariato andrebbe inteso come il neologismo che in un solo termine include l’aggettivo precario e il sostantivo a esso collegato proletariato. … Si può infatti affermare che il precariato non sia già, nel senso marxiano del termine, una classe per sé, ma una classe in divenire. …. essa è diventata una classe globale più frammentata.[3]”  La citazione merita alcune nostre riflessioni di carattere teorico per sgomberare il campo da alcuni equivoci di fondo che esistono nel classificare un gruppo di soggetti come classe sociale. Per il professore Standing le soggettività che compongono il  precariato possono essere considerate parte integrante del proletariato ma a differenza di quest’ultimo i precari non rappresentano una classe per sé ma solo in divenire. A nostro avviso l’autore del libro commette l’errore di considerare sinonimi “classe in sé” e “classe per sé”.

Il proletariato è una classe in sé in quanto gli individui che la compongono per poter vivere sono tutti egualmente costretti a vendere la propria forza lavoro e perciò soggetti allo sfruttamento capitalistico e ad entrare in conflitto con  la borghesia. “ I singoli individui – precisa Marx- formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un'altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l’uno di contro all’altro come nemici nella concorrenza.”[4]. Ed è in forza  di questo contrasto fra interessi inconciliabili che essi maturano la coscienza di condividere gli stessi interessi e di appartenere alla stessa classe sociale. E’ nella quotidianità della vita sociale e nella lotta economica che i proletari maturano la consapevolezza di essere una classe che ha degli interessi da difendere in contrapposizione alla borghesia.  I proletari diventano proletariato,  “classe in sé”, nella lotta per la difesa dei propri interessi immediati. Il proletariato diviene classe per sé soltanto quando tra le sue fila diventa diffusa una coscienza rivoluzionaria che pone all’ordine del giorno il superamento del modo di produzione capitalistico. Il proletariato è classe per sé solo quando la sua lotta viene condotta anche su un terreno politico eversivo rispetto all’ordine borghese; è inutile sottolineare che il proletariato è stato classe per sé solo in pochissime circostanze nella storia del capitalismo. Chiarita la differenza che corre tra il concetto di classe in sé e classe per sé non è molto complicato accogliere nelle fila del proletariato la crescente massa di precari che popola le città e le campagne in tutto il pianeta.

Il lavoro di Standing, contrariamente a quanto sostengono gli economisti e gli intellettuali borghesi  secondo cui le classi sociali non esistono più, conferma, invece, che a livello mondiale la proletarizzazione ha subito una fortissima accelerazione come non mai si era registrata nella moderna storia del capitalismo.

La frammentazione della classe globale di cui parla Standing nella precedente citazione è reale solo se consideriamo il proletariato come classe per sé, ma, se andiamo ad analizzare le condizioni dello sfruttamento della forza lavoro nei diversi angoli del pianeta, Standing stesso ci fornisce tutti i dati per capire che Pechino non è poi così lontana da New York o da Tokio. La precarizzazione del lavoro non ha frammentato il proletariato ma lo ha reso ancor di più una classe veramente internazionale. Nello stesso tempo la precarizzazione ha spazzato via tutta una serie di contesti sociali in cui era più facile per i proletari pervenire alla consapevolezza di appartenere ad una stessa classe sociale. Per i proletari che lavoravano fianco a fianco per anni nello stesso ambiente lavorativo era molto più semplice maturare una coscienza di classe, rispetto a dei precari che lavorano soltanto per pochi mesi in un posto di lavoro. Sono perciò venute meno quelle condizioni che precedentemente facilitavano la maturazione di una coscienza di classe.

Un ultimo aspetto che prendiamo in considerazione del libro è quello relativo al rapporto che intercorre tra precarietà del lavoro e mobilità da parte dei lavoratori. E’ lo stesso Standing che ci informa che “Ogni anno le persone che attraversano le frontiere sono un miliardo e non accennano a diminuire. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, i migranti internazionali nel 2010 sono stati 214 milioni, il 3% della popolazione mondiale.[5]” Una massa enorme di proletari che quotidianamente si muove lungo le rotte del lavoro alla ricerca di qualche dollaro con cui attenuare i morsi della fame. Il capitolo dedicato ai lavoratori migranti è tra i più interessanti dell’intero libro ed offre uno spaccato illuminante delle condizioni di lavoro del moderno proletariato.

L’analisi finale contenuta nel libro di Guy Standing evidenzia il pericolo che i precari, per il fatto di essere in contrapposizione al mondo del lavoro garantito e di fatto poco sindacalizzati, possano essere strumentalizzati da forze politiche reazionarie. Per Standing questo rischio rappresenta la pericolosità o l’esplosività del precariato, e l’invito che rivolge alle forze riformiste è quello di scongiurare tale pericolo e farsi carico di comprendere fino in fondo le istanze che provengono dal mondo del precariato, magari attraverso il reddito di cittadinanza. Ovviamente non condividiamo le conclusioni politiche di Standing, ma nondimeno lo abbiamo apprezzato per i molti spunti di riflessione che la lettura del suo libro suggerisce.[6]

Lorenzo Procopio



[1] Vedi la recensione “Sul filo della classe esplosiva” di Andrea Fumagalli pubblicata a pagina 11 del giornale il Manifesto il 19 ottobre 2012. Anche il sociologo Luciano Gallino, in una recensione apparsa su Repubblica il 25 ottobre 2012, ha dato molta enfasi alla traduzione del titolo del libro.

[2] Guy Standing “Precari. La nuova classe esplosiva.” Ed. il Mulino, Bologna 2012, pagg. 20-21

[3] Guy Standing, op. cit., pagg. 21-22

[4] K. Marx, L’Ideologia Tedesca – Op. Comp. – Vol. V –  pag. 63 - ed. Riuniti

[5] Guy Standing, op. cit., pag. 145

[6] L’espansione del precariato pone problemi politici enormi. Giusto per citarne alcuni e su cui ritorneremo prossimamente: rapporti tra lavoratori stabili e lavoratori precari; lotta economica del mondo precario e ricomposizione di classe a livello internazionale; rapporto tra organismi di lotta economica e partito di classe; ruolo del sindacato nell’era del precariato.

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