Il pensiero astratto e parziale del capitalismo, a partire da una lettura hegeliana

Creato: 29 Agosto 2020 Ultima modifica: 29 Agosto 2020
Scritto da Mario Lupoli Visite: 385

1807: la Fenomenologia dello Spirito era appena stata data alle stampe quando Hegel compose il saggio Chi pensa astrattamente?. Un testo, per quanto breve e agile, la cui lettura può ancora essere ricca di sollecitazioni per la teoria critico-rivoluzionaria dell’emancipazione umana.

hegel«Molti temi qui si intrecciano: la difficoltà nella costituzione del soggetto concreto alla luce di quel movimento di pensiero capace di negare e conservare i singoli giudizi astratti, l’impossibilità di offrire spiegazioni al vasto pubblico che non contemplassero un tono ironico e uno stile comico, il tramonto del valore della metafisica agli occhi della gente comune, l’avvento della società borghese come regno dell’utile che evita il pensiero astratto»[1].

Nel breve saggio, Hegel, con un tono ironico che mette elegantemente alla berlina la buona società dell’epoca, nota come ormai si scappi semplicemente ad ascoltare termini come “astratto”, “pensare”, “metafisica”. Ma il filosofo non ha intenzione di spiegare questi termini al “bel mondo”, il vero problema non è relativo alla loro scarsa conoscenza. Altro è il suo intento.

Al centro della riflessione che Hegel affida a queste caustiche pagine, ci sono l’intelletto e la ragione, che nella Fenomenologia trovano un’ampia trattazione.

L’intelletto pensa operando per partizioni, scomposizioni. Si focalizza su una parte, per ciò che la contraddistingue in quanto tale, la analizza isolandola dal tutto, fissandola come qualcosa di morto. Non è una forma di pensiero inutile, senza analizzare le parti difatti non si può giungere a una visione complessiva, ma necessariamente produce una forma di conoscenza astratta, che astrae cioè dalla totalità in cui la parte è inserita.

La ragione invece porta fuori dalla stasi dell’analisi delle parti e ritesse le connessioni tra di esse, riportando al tutto.

L’intento di Hegel è dunque presentare in queste pagine chi pensa astrattamente, attraverso alcuni esempi.

Il primo è la vicenda di un omicida condotto alla forca. Pensando astrattamente, la maggioranza delle persone accorse vi vede solo un assassino e nient’altro. Tutto il resto viene accantonato, non è visto, resta solo l’omicida. È un modo di pensare che osserviamo ogni giorno. Qualche signora, dice ancora Hegel, magari vi vedrà anche un bell’uomo, indignando chi non vede che un assassino, certo, ma non uscendo da un pensiero astratto. Qualcun altro immaginerà il passato difficile di quest’uomo, le circostanze che l’hanno indotto a delinquere. La folla guarderà con sospetto questa persona così sensibile, che può sembrare pensi in modo più concreto: ma anche costui pensa astrattamente.

Pensare astrattamente è proprio questo vedere solo e nient’altro che un astratto.

La società borghese, producendo un modo di relazionarsi al mondo orientato unicamente dall’utile, generalizza questo modo di pensare. Non è questione di cultura, di educazione, ma di modalità determinate di rapporto col mondo.

Un altro esempio è particolarmente felice. Hegel descrive due vecchie signore al mercato, una cliente e una bottegaia. La prima accusa la commerciante di averle venduto uova marce. «Marcia sarà lei!», la pronta risposta, e a partire da qui, si vedrà leggendo il testo, segue un crescendo di sussunzioni e astrazioni, tanto quotidiano nel suo essere esperienza comune, quanto rivelatore per arricchire, tra l’altro, la comprensione della teoria del feticismo delle merci e della reificazione, che da lì a qualche decennio Marx svilupperà nelle sue opere.

Il testo di Hegel rappresenta in questo senso un documento storico prezioso, ma pensiamo che resti anche un saggio capace di sollecitare tutt’oggi una riflessione critica su problemi di straordinaria attualità.

Problemi che nella concezione materialistica della storia trovano un orizzonte di sviluppo che la posizione di Hegel, al vertice del pensiero borghese, non poteva avere.

Marx metterà in luce già ne La Sacra Famiglia, scritta a quattro mani con F. Engels, e nelle Tesi su Feuerbach, i limiti della ragione speculativa, che, ignorando l’attività umana, sensibile e reale, si muove da un livello a un altro di astrazione sempre povera, però, di determinazioni[2].

Ciononostante la sollecitazione di Hegel resta vitale. Appartiene in fondo al capitalismo in quanto tale quel modo di pensare intellettuale che opera per separazioni, astrattamente, per ipostasi, per rovesciamenti, che vediamo prodotto e riprodotto necessariamente nel suo seno. È il modo propriamente borghese di pensare, che non dipende dagli errori delle coscienze individuali, ma dalle modalità in cui la realtà appare e non può non apparire nel capitalismo.

Appartiene a questo modo di pensare astrattamente la riduzione dell’uomo che lavora alla sua forza lavoro che è costretto a vendere, dell’uomo afroamericano fermato dalla polizia a un “nero”, dell’uomo che ha violato una legge al suo reato. Ancora, qui ritroviamo il manifestarsi dei rapporti tra esseri umani come rapporti tra cose, l’apparire di questi stessi uomini come maschere, rappresentanti di merci.

La concezione materialistica della storia consente di rintracciare la genesi di tutto questo nella forma merce. E questo non ha un valore tanto in ordine a una dimensione conoscitiva, quanto piuttosto nell’indicare chiaramente l’effettiva possibilità di superare una modalità parziale, astratta e deformante di pensiero, come momento, però, di un più complessivo processo di emancipazione umana: quel movimento che abolisce lo stato di cose presente che chiamiamo comunismo.

Chi pensa astrattamente?

di Georg Wilhelm Friedrich Hegel

“Pensare” “Astratto”? Sauve qui peut! Si salvi chi può! Così sento già gridare un traditore corrotto dal nemico che va vociando contro questo saggio per il fatto che vi si parlerà di metafisica. “Metafisica” infatti, come “astratto” e quasi anche come “pensare” è la parola di fronte alla quale ognuno, più o meno fugge via come davanti a un appestato.

Ma qui non si ha la cattiva intenzione di voler spiegare che cosa sia “pensare” o che cosa sia “astratto”. Nulla è così insopportabile al bel mondo come lo spiegare. Anche a me, quando qualcuno si mette a spiegare, mi dà fastidio alquanto, perché, all’occorrenza, capisco tutto da solo. Qui poi la spiegazione del “pensare” e dell’“astratto” si mostrerebbe senz’altro del tutto superflua proprio perché il bel mondo sa già che cosa è “astratto” e ne rifugge. E come non si desidera quel che non si conosce, così non lo si può nemmeno odiare.

Inoltre non è mia intenzione voler conciliare di nascosto il bel mondo con il “pensare” o con l’“astratto”, quasi insinuandoli di contrabbando sotto l’apparenza di una conversazione alla buona, così da ridestarli di nascosto e senza alcuna ripugnanza e da esser entrato furtivamente ed essermi addirittura subdolamente insinuato nella società che, come dicono gli Svevi, sarebbe stata circuita; l’autore di questo intrigo avrebbe fatto conoscere questo ospite altrimenti forestiero, l’astratto, e l’intera società l’avrebbe quindi trattato, con altro titolo e riconosciuto come un buon amico. Tali scene di riconoscimento,per le quali il mondo verrebbe ad essere istruito contro sua voglia, hanno in sé l’imperdonabile difetto di far vergognare il loro orditore che voleva procurarsi a poco prezzo una piccola fama; sì che quella vergogna e quella piccola presunzione ne annullano l’effetto, ché anzi piuttosto spingono a rifiutare un insegnamento acquistato a tal prezzo. L’esecuzione di un tale piano sarebbe ad ogni modo già fallita, perché per la sua attuazione si esige che la parola chiave dell’enigma non venga detta in anticipo. Questo è invece quanto è già accaduto nel titolo. Se questo saggio avesse avuto una tale intenzione, non se ne sarebbero dovute presentare le parole chiave fin dall’inizio, bensì, come il ministro nella commedia, si sarebbe dovuto percorrere l’intera recita avvolti nella sopravveste e soltanto all’ultima scena sbottonarla e far risplendere la stella della sapienza. E poi lo sbottonarsi della sopravveste metafisica non presenterebbe questa volta così bene come quello della sopravveste ministeriale, perché quel che esso porterebbe alla luce sarebbe nulla più che un paio di parole; e il meglio della burla dovrebbe essere quello di mostrare che la società era da lungo tempo in possesso della cosa; alla fine essa avrebbe acquistato solo un nome, mentre la stella del ministro significa un qualcosa di ben più reale, un sacco di quattrini.

Che cosa è “pensare”, che cosa è “astratto”, e il fatto che ognuno lo sappia è già scontato nella buona società: ed in essa noi ci troviamo. Il solo problema è dunque chi sia che pensa astrattamente. L’intenzione non è, come già si è ricordato, di conciliare la società con queste cose, di pretendere da lei di dedicarsi a qualcosa di difficile, di insinuarle nella coscienza che essa trascura nella maniera più avventata ciò che per rango e condizione si addice ad un essere dotato di ragione. Piuttosto l’intenzione è di conciliare il bel mondo con se stesso; ché se in realtà esso non si fa altrimenti scrupolo di una tale trascuratezza,tuttavia davanti al pensare astratto ha, per lo meno interiormente, un certo rispetto, come davanti a un qualcosa di elevato; e se lo evita, non è perché gli sembri troppo misero, bensì troppo alto, non troppo comune, bensì troppo nobile; o, al contrario, perché gli sembra una éspèce, un qualcosa di particolare, un qualcosa per cui non ci si mette in mostra nella società, come per una nuova moda, bensì ce se ne esclude e ci si rende ridicoli come con un vestito povero, o anche con uno ricco, ma adorni di un gioiello incastonato all’antica, o con uno più ricco ancora ma da tempo diventato un ricamo da cineseria.

Chi pensa astrattamente? L’uomo incolto, non quello colto. La buona società perciò non pensa astrattamente, perché ciò è troppo facile, troppo basso (basso, non secondo l’esteriore condizione sociale); non per una vuota affettazione di tenersi lontani da ciò che non si può fare, ma proprio a causa dell’intrinseca miseria della cosa. Il pregiudizio e l’attenzione per il pensare astratto è così grande che i fiuti sottili annuseranno qui in precedenza una satira o un’ironia. Ma, da lettori della pagina del mattino, sanno che su una satira è posto un premio, e che io preferirei concorrervi e vincerlo piuttosto che presentare già qui senz’altro i miei argomenti. Per il mio asserto mi serve addurre soltanto esempi; e ognuno converrà che lo contengono. Dunque: un assassino è condotto al patibolo: per la gente comune è nulla più che un assassino. Forse delle signore osserveranno che è un uomo forte, bello, interessante. Quella gente trova quest’osservazione orribile: cosa? Un assassino bello? Come si può essere così mal pensanti e dire bello un assassino? Anche voi non siete proprio niente di meglio. E il sacerdote che conosce il fondo delle cose e dei cuori forse aggiunge: questa è la depravazione che domina tra le persone distinte! Un conoscitore di uomini ricerca il processo in cui si è svolta la formazione del delinquente, trova nella sua storia, nella sua cattiva educazione, una cattiva situazione familiare del padre e della madre, un’atroce severità per una qualunque lieve mancanza di questo uomo, che lo irritò contro l’ordine civile, una prima reazione contro quest’ordine che lo scacciò e gli rese possibile mantenersi ancora soltanto con il delitto. Può ben esserci della gente che, quando udrà tali cose, dirà:costui vuole scusare quell’assassino. Del resto ricordo, nella mia giovinezza, di aver udito un borgomastro lamentarsi che gli scrittori si spingono troppo in là e distruggono cristianesimo e onestà; uno aveva scritto addirittura una difesa del suicidio: un orrore, un vero orrore! Poi da un’ulteriore indagine, risultò che si trattava dei Dolori del giovane Werther.

Questo pensare astrattamente, nell’assassino non vedere niente altro che questo astratto, che è un assassino, e con questa semplice qualità cancellare in lui tutta la restante essenza umana. Ben diversamente si comportò il fine e sensibile mondo di Lipsia: cosparse e coronò di fiori la ruota ed il reo ad essa legato. Ma questa è di nuovo l’astrazione opposta. I cristiani possono ben intessere croci di rose o piuttosto rose di croci, avvolgere la croce con le rose. La croce è la forca e la ruota da gran tempo santificata. Essa ha perduto il suo significato univoco di essere lo strumento di una pena infamante, e dà al contrario la rappresentazione del più alto dolore e della più profonda umiliazione insieme con la più gioiosa estasi e divino onore. Ma la croce di Lipsia intrecciata di viole e rosolacci è una conciliazione alla Kotzebue, una sorta di confusionario accostamento di sentimentalità e malvagità.

Ben diversamente udii una volta una vecchia popolana dell’ospizio uccidere l’astrazione dell’assassino e vivamente rendergli onore. Il capo mozzo giaceva sul patibolo,c’era la luce del sole: “Eppure come è bello, disse; il sole benefico di Dio illumina la testa di Binder!”. A un ribaldo con il quale si è in collera si dice: tu non meriti che il sole ti illumini. Quella donna vide che il capo dell’assassino era illuminato dal sole, e che dunque ne era ancora meritevole. Ella lo solleva dal castigo del patibolo alla grazia raggiante di Dio: non realizza la conciliazione mediante le sue violette e la sua sentimentale vanità, bensì lo vede accolto nella grazia del più alto sole.

“Vecchia, le vostre uova sono marce” dice l’acquirente alla bottegaia. “Cosa, replica costei, le mie uova marce? Marcia sarà lei! Lei dirmi questo delle mie uova, lei? I pidocchi non hanno divorato suo padre in mezzo alla strada? E sua madre non è scappata con i francesi? E sua nonna non è morta all’ospizio? Ma si compri una camicia per la sua sciarpa di lustrini! Si sa, si sa da chi ha avuto questa sciarpa e questo cappello: se non ci fossero gli ufficiali, ora qualcuna non sarebbe così agghindata, e se le signore per bene vegliassero sulla loro casa qualcuna sarebbe in prigione. Almeno si rattoppi i buchi delle calze!”. In breve, non le lascia più nulla di buono. Pensa astrattamente: la classifica per la sciarpa, il cappello, la camicia eccetera, per le dita e le altre parti del corpo, o ancora per il padre e l’intero parentado, e tutto per la colpa di aver trovato marce le uova; tutto in lei, senza eccezione, è dipinto a partire da queste uova marce, mentre quegli ufficiali di cui la bottegaia ha parlato – posto che c’entrino, ma c’è da dubitarne – avrebbero potuto vedere ben altre cose.

E per venire dalla domestica al servitore, nessun servitore sta peggio che presso un uomo di basso ceto sociale e di poca sostanza; tanto meglio invece sta quanto più aristocratico è il suo signore. L’uomo comune, di nuovo, pensa astrattamente: verso il servitore fa l’aristocratico e si comporta con lui solo come un servitore, e insiste perfino in questo unico modo di chiamarlo. Ottimamente il servitore si trova presso i francesi. L’uomo di elevata condizione è familiare con il servitore, il francese gli è perfino buon amico; quando sono soli, è addirittura il servitore che comanda: si veda Jacques le fataliste et son maître di Diderot; il signore non fa altro che fiutare tabacco e guardare l’orologio; in tutto il resto lascia fare il servitore. L’aristocratico sa che il servitore non è soltanto un servitore, bensì conosce anche le novità della città, le ragazze, ha in capo buone idee; egli lo interroga su ciò, e il servitore può dire quel che sa di ciò che il principale domanda. Presso un padrone francese il servitore non soltanto può far questo, ma anche porre temi sul tappeto, avere e sostenere la propria opinione, e quando il padrone vuole qualcosa non comanda, bensì deve anzitutto ragionare con il servitore della sua idea e dirgli una buona parola perché la sua opinione abbia il sopravvento.

Nell’esercito si presenta la medesima differenza; nell’esercito austriaco il soldato può essere bastonato, dunque è una canaglia; ciò che ha il diritto passivo di essere bastonato è infatti una canaglia. Così il soldato semplice vale per l’ufficiale come quell’astratto che è un soggetto bastonabile, col quale un signore che ha uniforme e “port d’èpée” è costretto ad avere che fare.

Fonte testo

Edizioni suggerite

  • W.F. Hegel, Chi pensa astrattamente?, a cura di F. Valagussa, Edizioni ETS, Pisa 2014
  • W.F. Hegel, Sul Wallenstein. Chi pensa astrattamente?, a cura di F. Valori, Cadmio, Fiesole (FI) 1980

Letture consigliate

[1]    F. Valagussa, “Introduzione” a G.W.F. Hegel, Chi pensa astrattamente?, a cura di F. Valagussa, Edizioni ETS, Pisa 2014, p. 7.

[2]    Cfr. L. Procopio, “Una pagina di Marx. Critica al mistero della costruzione speculativa”, DMD’, Dicembre 2018, n. 13.