Una pagina di Marx. Critica al mistero della costruzione speculativa

Creato: 29 Febbraio 2020 Ultima modifica: 14 Marzo 2020
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 548

Dalla rivista D-M-D' n°13

In occasione del bicentenario della nascita di Marx ripubblichiamo un paragrafo della Sacra Famiglia in cui viene criticato il metodo del sistema speculativo. Una lettura che ci aiuta a comprendere le contraddizioni del moderno capitalismo e che dimostra come il pensiero di Marx sia sempre più attuale ed indispensabile per l’emancipazione dell’umanità dalla schiavitù del lavoro salariato.

sacrafamigliaIn questo 2018, che ormai volge al termine, numerose sono state le iniziative, in Italia come nel resto del mondo, di commemorazione del bicentenario della nascita di Karl Marx. Molte di queste, anche quelle organizzate da gruppi e personalità che si richiamano direttamente al suo pensiero, hanno avuto il vizio di essere improntate ad una retorica commemorativa distante anni luce dal pensiero del grande rivoluzionario di Treviri.

La ricorrenza del bicentenario della nascita è stata anche l’occasione per la pubblicazione di numerosi saggi e libri su Marx che, se da un lato hanno sortito l’effetto positivo di ridare fiato ad un dibattito che negli ultimi anni si era affievolito ed in parte sclerotizzato, dall’altro ha ancora una volta mancato inevitabilmente l’obiettivo di rilanciare su un piano più ampio la critica radicale del sistema capitalistico che è stata di fatto l’unica ragione di vita di Karl Marx.

Così come abbiamo fatto in occasione del centenario della Rivoluzione russa, anche questa volta non vogliamo cadere nella retorica delle commemorazioni né tantomeno accademizzare, o peggio ancora fossilizzare, il suo pensiero. Riveste per noi una straordinaria importanza politica non sterilizzarlo in un mero fatto accademico o di semplice studio filologico; pur potendo talvolta apprezzare gli sforzi compiuti in tale direzione da accademici e da studiosi di filologia marxiana, ci sembra di cogliere in questi un palese limite laddove è da loro completamente ignorata l’importanza dell’analisi marxiana in relazione allo scontro sociale e alla lotta di classe.

Si produce in tal modo uno iato tra il processo di elaborazione teorica e la questione politica-organizzativa per il superamento dell’attuale assetto sociale, compiendo una deformazione riduzionistica del significato più proprio di teoria, mediante una sua del tutto impropria frattura rispetto alla praxis umana.

Marx diventa, per questi studiosi, un pensatore come tanti altri, di cui vale la pena dipanare la complicata matassa della formazione del proprio pensiero; esiste, per questi signori, un Marx filosofo e studioso di problemi economici di cui vale ancora la pena occuparsi, ed un Marx politico che, avendo fallito tutte le sue previsioni e visti i disastri compiuti dallo stalinismo, è meglio abbandonare eludendo in tal modo qualsiasi discorso circa la sua critica al modo di produzione capitalistico.

Non condividiamo altresì coloro che, ignorando le trasformazioni subite dal sistema del capitale in questi ultimi decenni e delle nuove contraddizioni che si sono nel frattempo accumulate nel sottosuolo sociale del capitalismo, continuano imperterriti a predicare fedeltà a Marx riproponendo vecchie formule che ormai non sono più valide a cogliere le contraddizioni del capitalismo del XXI secolo. Non si rimane fedeli al pensiero di Karl Marx trasformandolo in un fossile da consultare, o sostenendo che tutto ormai è stato scritto e pertanto l’unico compito a cui devono assolvere i rivoluzionari sia quello di riproporre il già detto.

Se questo è il compito dei rivoluzionari, quello di riproporre talmudicamente formule magiche, non vediamo la differenza che passa tra loro e i seguaci di una setta religiosa; entrambi predicano, ma nessuno di loro ha il coraggio di affrontare la grande sfida di analizzare, comprendere e tentare di trasformare gli attuali rapporti di produzione.

Il capitalismo è andato avanti, ha profondamente modificato la composizione di classe proletarizzando miliardi di esseri umani sparsi in ogni angolo del pianeta, ma una fascia importante di coloro che ancora si richiamano a Karl Marx ripropone parole d’ordine che lo stesso capitalismo ha di fatto già reso obsolete. L’attualità di Marx sta allora in altro che non ripetere, come fa ogni buon chierichetto di qualsiasi chiesa, frasi estratte dalle opere del maestro senza tenere in alcun debito conto il nuovo contesto in cui ci ha proiettato il moderno capitalismo.   

Si tratta invece di far emergere, anche a duecento anni dalla nascita, la straordinaria modernità di Marx, le cui opere sono ancora oggi il miglior strumento per saper cogliere in tutta la loro drammaticità e nefandezza le contraddizioni del moderno capitalismo.

Può sembrare paradossale, ma il pensiero di Marx è più attuale oggi che durante gli anni della sua elaborazione; ma il paradosso svanisce laddove si considera che i grandi geni dell’umanità sono tali proprio perché riescono a vedere in anticipo rispetto agli altri, offrendo all’umanità i propri occhi con i quali osservare il mondo a venire.

Si dice spesso che il genio soffra di presbiopia, tanto il suo sguardo è rivolto lontano, e Marx appartiene a questa ristrettissima schiera. Prevedere in anticipo il successivo sviluppo della realtà del capitale non è pertanto dovuto al possesso di facoltà paranormali,  ma è frutto della spietata critica dell’economia politica applicata attraverso lo strumento del materialismo storico.

Una straordinaria anticipazione del Marx maturo è riscontrabile in un breve paragrafo, che di seguito pubblichiamo, tratto dall’opera giovanile “La Sacra Famiglia” scritta insieme ad Engels tra l’estate e l’autunno del 1844 e pubblicata nel febbraio del 1845. Quest’opera giovanile non ha avuto la necessaria fortuna al momento della sua pubblicazione: poche infatti furono le attenzioni rivolte all’opera dai protagonisti di quell’intensa stagione filosofica tedesca,  e tale disinteresse si è protratto anche nei decenni successivi.

Tra le fila degli studiosi di Marx, la “Sacra Famiglia” è considerata opera intermedia tra il grande esordio dei “Manoscritti economico-filosofici del 1844” e la successiva “Ideologia tedesca” della fine del 1845, in cui Marx ed Engels avevano fatto definitivamente i conti con Hegel, la sinistra hegeliana e lo stesso Feuerbach, ed in quanto tale è stata spesso considerata poco significativa per l’evoluzione del pensiero di Marx.

In realtà la “Sacra Famiglia”, ed in particolare il secondo paragrafo del quinto capitolo, che qui ripubblichiamo, rappresenta una prima e fondamentale critica all’idealismo hegeliano, che troverà una sua definitiva sistematizzazione nel metodo dell’astrazione determinata, che Marx espliciterà in maniera compiuta per la prima volta nella famosa “Introduzione”1 a “Per la critica dell’Economia Politica” del 1857.

Nel paragrafo “Il mistero della costruzione speculativa” Marx mette a nudo il modo idealistico e speculativo di indagare la realtà, ponendo nello stesso tempo il problema di superare la divaricazione che si manifesta nell’ambito dell’idealismo hegeliano tra un “concreto pensato” e un “concreto reale”, che riproduce in altri termini quella incomunicabilità, presente in larga misura nel pensiero filosofico precedente Marx, tra il soggetto e l’oggetto.

In Hegel tale divaricazione viene idealisticamente superata attraverso la riduzione del “concreto reale” al “concreto pensato”; in altri termini la realtà effettuale non è altro che il manifestarsi del pensiero nel suo divenire storico. Si invertono i rapporti tra essere e pensiero, e in Hegel, come in tutti i suoi successivi discepoli, l’essere concreto non è altro che una determinazione del pensiero nel suo divenire e manifestarsi.

Per il pensiero speculativo il mondo reale non è altro che una manifestazione del “concreto pensato”; pertanto il “concreto reale” è tale solo in quanto manifestazione del “concreto pensato”. Per rimanere nell’ambito del linguaggio della “Sacra Famiglia”, i frutti reali sono una semplice manifestazione del “frutto” considerato speculativamente ed astrattamente dal pensiero.

La critica che muove Marx nella “Sacra Famiglia” all’idealismo hegeliano è improntata nel ristabilire il giusto rapporto che intercorre tra il “concreto reale” e il “concreto pensato”, in cui il “concreto pensato” aiuta alla comprensione del “concreto reale”, e questo non è assolutamente una manifestazione del “concreto pensato”.

La giusta direzione è quindi quella che prende l’avvio dal concreto reale verso il concreto pensato. Il paragrafo della “Sacra Famiglia” di Marx che qui ripubblichiamo, riveste un primo e significato momento di critica all’idealismo laddove svela il reale contenuto del sistema metafisico e speculativo di Hegel che fa discendere la sostanza delle cose dalla loro essenza.

Per il metodo speculativo la sostanza delle cose reali rappresenta una manifestazione della loro essenza; per il filosofo speculativo è necessario prima creare con il proprio intelletto l’essenza delle cose, successivamente, partendo dalla sua creatura, ossia l’essenza, scoprire l’esistenza della sostanza reale delle cose. Ancora una volta è il mondo delle idee a determinare il mondo delle cose reali, la sostanza concreta si manifesta attraverso il divenire storico del concreto pensato.

La critica di Marx al signor Szeliga e al suo sistema speculativo è tutta incentrata nell’evidenziare il dominio dell’astrazione sul mondo reale. In questa fase dello sviluppo del pensiero di Marx l’astrazione riveste ancora un carattere fortemente negativo, in quanto è tramite questa che s’avvia la ricostruzione del reale attraverso il metodo speculativo e quindi il ribaltamento del concreto come semplice manifestazione del pensiero.

Il recupero dell’astrazione da parte di Marx come strumento necessario per la conoscenza del reale avverrà nella seconda metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento e troverà una sua sistemazione metodologica nell’astrazione determinata contenuta nella già ricordata Introduzione del 1857.

Cediamo ora la parola a Marx.   

 

 

Il mistero della costruzione speculativa

 

Il mistero dell’esposizione critica dei «Mystères de Paris» è il mistero della
     costruzione speculativa,
della costruzione hegeliana. Dopo che il signor

     Szeliga ha dichiarato essere «misteri» l’ «imbarbarimento in seno alla civiltà» e la mancanza del diritto nello Stato, cioè dopo che ha risolto questi fatti categoria «il mistero», ora fa cominciare a «il mistero» il suo processo speculativo. Poche parole saranno sufficienti per caratterizzare in generale la costruzione speculativa. La trattazione dei «Mystères de Paris» fatta dal signor Szeliga mostrerà l’applicazione al caso singolo.

Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle, reali, mi formo la rappresentazione generale «frutto», se vado oltre e immagino che «il frutto» la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali, sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro ­- con espressione speculativa - che «il frutto» è la «sostanza» della pera, della mela della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito, l’essenza della mia rappresentazione «il frutto». Io dichiaro allora, che mela, pera, mandorla, ecc. sono semplici modi di esistenza, modi2 «del frutto».

Il mio intelletto finito, sorretto dai sensi, distingue certamente una mela da una pera e una pera da una mandorla, ma la mia ragione speculativa dichiara questa diversità sensibile inessenziale e indifferente. Essa vede nella mela la stessa cosa che nella pera, e nella pera la stessa cosa che nella mandorla, cioè «il frutto». Le particolari frutta reali non valgono più come frutta parventi, la cui vera essenza è «la sostanza», «il frutto» .

In questo modo non  si giunge ad alcuna particolare ricchezza di determinazioni. Il mineralogista la cui scienza si limitasse a dire che tutti i minerali sono in verità il minerale, sarebbe un mineralogista nella sua immaginazione. Di fronte a ciascun minerale il mineralogista speculativo dice «il minerale», e la sua scienza si limita a ripetere questa parola tante volte quanti sono i minerali reali.

La speculazione che ha fatto, delle diverse frutta reali, l’unico «frutto» dell’astrazione, il «frutto», per arrivare alla parvenza di un contenuto reale è costretta a tentare, in qualche modo, di ritornare dal «frutto», dalla sostanza, alle frutta reali, distinte, profane, alla pera, mela, alla mandorla, ecc. Ma tanto è facile produrre partendo dalle frutta reali la rappresentazione astratta «il frutto», frutta reali. È perfino impossibile passare da un’astrazione all’opposto dell’astrazione, senza rinunciare all’astrazione.

Il filosofo speculativo rinuncia quindi all’astrazione del «frutto», ma vi rinuncia in un modo speculativo, mistico, cioè con la parvenza di non rinunciarvi. Egli perciò, anche in realtà, va oltre l’astrazione soltanto apparentemente. Egli ragiona all’incirca come segue:

Se la mela, la pera, la mandorla, la fragola non sono in verità altro che «la sostanza», «il frutto», ci si chiede come avviene che «il frutto» mi si presenti ora come mela, ora come pera, ora come mandorla; ci si chiede donde venga questa parvenza della molteplicità che contraddice così evidentemente la mia intuizione speculativa dell’unità, della «sostanza », del «frutto».

Questo avviene, risponde il filosofo speculativo, perché il «frutto» non è un’essenza morta, indistinta, immobile, ma un’essenza vivente, auto distinguentesi, in moto. La diversità delle frutta profane ha senso non solo per il mio intelletto sensibile, ma anche per il « frutto» stesso, per la ragione speculativa.

Le diverse frutta profane sono estrinsecazioni vitali diverse dell’«unico frutto», sono cristallizzazioni che «il frutto» stesso forma. Così, per esempio nella mela «il frutto» si dà un’esistenza di mela, nella pera un’esistenza di pera. Non si è costretti dunque a dire più, come dal punto di vista della sostanza: la pera è «il frutto», la mela è «il frutto», la mandorla è «il frutto», ma invece «il frutto» si pone come pera, «il frutto» si pone come mela, «il frutto» si pone come mandorla e le distinzioni che separano l’una dall’altra, mela, pera, mandorla, sono precisamente le auto distinzioni «del frutto», e fanno della frutta particolari appunto membri distinti nel processo vitale «del frutto». «Il frutto» dunque non è più un’unità priva di contenuto, indistinta, esso è l’unità come tutto, come «totalità» delle frutta, le quali formano una «successione organicamente articolata».

In ogni membro di questa successione «il frutto» si dà un’esistenza più sviluppata, più esplicita, fino a che diventa alla fine, in quanto «sintesi»  di tutte le frutta, l’unità vivente, la quale contiene risolto in se stessa ciascun frutto e insieme produce da sé ciascun frutto, così come per esempio tutte le membra del corpo si risolvono continuamente in sangue e dal sangue continuamente sono prodotte.

È chiaro: se la religione cristiana conosce soltanto una incarnazione di Dio, la filosofia speculativa possiede tante incarnazioni quante sono le cose, così come qui, in ciascun frutto possiede un’incarnazione della sostanza, del frutto assoluto. Per i filosofi speculativi, l’interesse principale consiste dunque nel produrre l’esistenza delle frutta reali, profane, e nel dire in modo misterioso che ci sono mele, pere, mandorle ed uva passa.

Ma le mele, le pere, le mandorle, e l’uva passa che ritroviamo nel mondo speculativo sono solo mele apparenti, pere apparenti, mandorle apparenti, e uva passa apparente; esse sono infatti momenti vitali «del frutto», di questa essenza intellettuale, e sono quindi astratte essenze intellettuali.

Quindi, ciò che è bello nella speculazione è ritrovarvi tutte le frutta reali, ma come frutta che hanno un significato mistico più alto, e che, cresciute dall’etere del tuo cervello e non dal suolo materiale, sono le incarnazioni «del frutto» del soggetto assoluto.

Se dunque, dall’astrazione, dall’essenza intellettuale sopranaturale «il frutto» ritorni alle frutta reali naturali, tu dai un significato soprannaturale anche alle frutta naturali, e le trasformi in palesi astrazioni. Il tuo interesse principale consiste precisamente nel dimostrare l’unità «del frutto» in tutte queste sue estrinsecazioni vitali, nella mela, nella pera, nella mandorla, nel dimostrare quindi la connessione mistica di queste frutta, e il modo in cui in ciascuna di esse «il frutto» si realizza gradualmente e procede necessariamente, per esempio, dalla sua esistenza come uva passa alla sua esistenza come mandorla.

Il valore delle frutta profane non sta dunque più nelle loro proprietà naturali, ma nella loro proprietà speculativa, grazie alla quale occupano un posto determinato nel processo vitale «del frutto assoluto».

L’uomo comune non crede di dire niente di straordinario quando dice che ci sono mele e pere. Ma il filosofo, quando esprime queste esistenze in modo speculativo, ha detto qualcosa di straordinario.

Egli ha compiuto un miracolo, ha prodotto, dall’essere intellettuale irreale «il frutto», gli esseri naturali reali, la mela, la pera, ecc.; cioè, dal suo proprio intelletto astratto, che egli si rappresenta come un soggetto assoluto esistente fuori di sé, che egli si rappresenta qui come «il frutto», ha creato queste frutta, ed in ogni esistenza  che esprime, egli compie un atto creativo.

È chiaro che il filosofo speculativo opera questa continua creazione solo perché tratta le proprietà universalmente note, della mela, della pera, ecc., trovantisi nell’intuizione reale, come determinazioni inventate da lui; perché dà i nomi delle cose reali a ciò che solo l’astratto  intelletto può creare, cioè alle astratte formule intellettuali; infine perché dichiara la sua propria attività, mediante la quale egli passa dalla rappresentazione mela alla rappresentazione pera, essere l’auto attività del soggetto assoluto , «del frutto».

Questa operazione si chiama, con espressione speculativa: concepire la sostanza come soggetto, come processo interno, come persona assoluta, e questo concepire forma il carattere essenziale del metodo hegeliano.

Era necessario premettere queste osservazioni per rendere concepibile il signor Szeliga. Se finora il signor Szeliga ha risolto nella categoria del mistero rapporti reali, come per esempio il diritto e la civiltà,  e così ha trasformato «il mistero» nella sostanza, ora egli si eleva al livello veramente speculativo, al livello hegeliano, e trasforma  «il mistero» in un soggetto autonomo, il quale si incarna nelle condizioni e nelle persone reali e il quale ha le sue estrinsecazioni vitali nelle contesse,  marchese, sartine, nei portieri, notai, ciarlatani, negli intrighi amorosi, nei balli, nelle porte di legno ecc. Dopo aver prodotto dal mondo reale la categoria «il mistero», da questa categoria produce il mondo reale.

Nella esposizione del signor Szeliga i misteri della costruzione speculativa si sveleranno in modo tanto più evidente, in quanto egli ha incontestabilmente rispetto a Hegel un merito duplice. Hegel, infatti, con maestria sofistica, sa presentare come processo dell’essenza intellettuale immaginaria, del soggetto assoluto, il processo attraverso il quale il filosofo, per mezzo dell’intuizione sensibile e della rappresentazione, passa da un oggetto all’altro. Hegel, poi, dà molto spesso, entro l’esposizione speculativa, un’esposizione reale, che coglie la cosa stessa.

Questo sviluppo reale entro lo sviluppo speculativo seduce il lettore e lo induce a considerare reale lo sviluppo speculativo e speculativo lo sviluppo reale.

Nel signor Szeliga entrambe queste difficoltà cadono. La sua dialettica è priva di qualsiasi ipocrisia e finzione. Egli fa il suo gioco di prestigio con una onestà lodevole e con la rettitudine del buon uomo. Ma egli non sviluppa in alcuna parte un contenuto reale, sicché, in lui, la costruzione speculativa salta agli occhi senza alcun elemento accessorio che la turbi, senza alcun involucro equivoco, nella sua nuda bellezza. Nel signor Szeliga risulta anche, in modo luminoso, che, se da un lato la speculazione, apparentemente, crea liberamente da sé, a priori3, il proprio oggetto, dall’altro lato, proprio perché vuole negare per mezzo di sofismi la dipendenza razionale e naturale dall’oggetto, essa cade nella servitù più irrazionale e più innaturale verso l’oggetto, le cui determinazioni più casuali, più individuali, essa è costretta a costruire come assolutamente necessarie ed universali.

Note

1 Cfr. Laura Ruocco “Brevi note sulla Introduzione del ’57 ai Grundrisse”che appare su questo stesso numero della rivista.

2 In latino: determinazioni non sussistenti per sé, dipendenti da altro, dalla sostanza 

3 In modo deduttivo; indipendentemente dall’esperienza