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Brevi note sulla introduzione del '57 ai Grundrisse

Creato: 13 Settembre 2019 Ultima modifica: 14 Settembre 2019
Scritto da Laura Ruocco Visite: 287

Dalla rivista D-M-D' n° 13

labirintÈ noto come la gestazione de Il Capitale  abbia impegnato un lungo tratto della travagliata esistenza di Karl Marx. Nondimeno è possibile individuare diversi punti cruciali all’interno della riflessione marxiana, non omogenea né progressiva, ma piuttosto impegnata in una inesausta riflessione relativa alle “tre fonti e tre parti integranti del marxismo[1], una delle quali riteniamo abbia una certa rilevanza relativa agli aspetti metodologici che, sin dai Manoscritti economico-filosofici del 1844, non ha mai smesso di occupare parte cospicua dell’analisi di Marx. Ci riferiamo al patrimonio del pensiero filosofico tedesco, in particolare alla pesante eredità esercitata dalla ricerca hegeliana con cui, è possibile dire, l’autore del Manifesto si è costantemente misurato durante tutta la sua esistenza.

Si suole affermare, certamente non a torto, che il comunismo scientifico abbia operato un rovesciamento del pensiero di Hegel, tale da riportare la dialettica con i piedi per terra in modo da scoprire la reale fonte delle implicazioni e delle conseguenze della logica applicata alla analisi della formazione economico-sociale[2]. Tuttavia tale affermazione, pur suffragata dalle parole dello stesso Marx, rischia di impoverire, se non fraintendere, le modalità, da una parte di filiazione, dall’altra di superamento, intercorrenti fra la concezione di Hegel e quella di Marx, specificamente per quanto concerne la riflessione da entrambi dedicata alla dottrina della logica. Snodo fondamentale, relativo a quest’ultimo aspetto, si ritrova nella Introduzione del 1857 ai Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, generalmente denominati Gründrisse, opera preparatoria alla stesura de Per la critica dell’economia politica pubblicata nel 1859. La prefazione in questione non sarà mai pubblicata da Marx, sostituita da quella composta nel 1859, priva degli aspetti metodologici esposti in quella precedente. Gli stessi Gründrisse resteranno in forma di manoscritto e saranno pubblicati solo nel 1939-1941dall’isituto Marx-Engels di Mosca (MEL) con il titolo completo di Gründrisse der Kritik der politischen Ökonomie.

Nel 1856 il mutamento del ciclo economico determina in Marx e Engels l’urgenza di ritornare all’approfondimento della economia politica[3], testimoniata anche dalla corrispondenza con Lassalle, a cui delinea lo scopo dell’opera:

«la critica delle categorie economiche o, se si vuole, il sistema dell’economia borghese rappresentato criticamente. È rappresentazione del sistema e al tempo stesso, mediante la rappresentazione, critica di esso. Non mi è affatto chiaro quale sarà la mole del tutto»[4].

È significativo che, nonostante il testo del ’57 sia dedicato principalmente al metodo, si apra con l’aperta critica a uno dei miti costruiti dagli economisti borghesi, ossia quello del produttore indipendente à la Robinson Crusoe. Pur impegnato nell’approfondimento e nella revisione dell’insegnamento hegeliano, Marx intende innanzitutto sottolineare l’attualità del suo percorso intellettuale e il costante nesso con la pratica politica, riuscendo magistralmente a inserire la polemica contro le ideologie dominanti all’epoca all’interno di una riflessione che potrebbe apparire di carattere meramente filosofico. Al contrario, egli dimostra come l’inganno borghese sia frutto di una fallace analisi dei rapporti di produzione, che sembra consistere in atti produttivi di singoli individui indipendenti. Se già a metà del XIX secolo tale convinzione è diffusa, la progressiva scomposizione e parcellizzazione del lavoro umano fa apparire oggi ogni realtà individuale ancora più disconnessa e indipendente da, questa sì reale, totale interdipendenza di ogni atto di produzione. Non solo: mai come negli ultimi decenni produzione, distribuzione, scambio e consumo sembrano rappresentare fasi del ciclo del prodotto ognuna a se stante, fino alla convinzione che possa esistere un consumo più etico di un altro, o che i consumatori rappresentino una categoria specifica da tutelare e difendere da quella dei produttori. Allo stesso modo si ritiene erroneamente che la soluzione alle contraddizione del capitalismo risieda in una distribuzione più adeguata ai bisogni della specie umana, come se fosse possibile governare dei processi relativi alla merce indipendentemente da altri percepiti come separati o, almeno, precedenti da un punto di vista temporale. Valida, se non addirittura definitiva,  confutazione di ognuna di tali posizioni è anticipata da Marx esattamente nel momento in cui ritorna sullo strumento della logica hegeliana sulla spinta di una rinnovata esigenza di forgiare uno strumento più efficace per orientarsi nella temperie della crisi finanziaria precedente la fase recessiva dell’economia iniziata in quegli anni. Nel presente articolo ripercorreremo brevemente la struttura dell’Introduzione sottolineandone gli aspetti di interesse metodologico in relazione, in particolare, al rapporto fra la logica hegeliana e le modalità del cosiddetto rovesciamento operato da Marx.

Logica e ideologia

La Introduzione si apre con la denuncia del paradosso della scienza economica borghese:

«Per la prima volta nel XVIII secolo, con la società civile, le diverse forme della connessione sociale si presentano esterne (entgegen) all’individuo quali meri mezzi per i suoi scopi privati, quale esteriore necessità. Ma l’epoca, che produce questo punto di vista -dell’individuo isolato-, è appunto quella del rapporti sociali (generali da questo punto di vista) fin qui più sviluppati. Nel senso più letterale, l’uomo è uno zòon politikòn, non solo un animale sociale, ma anche un animale, che solo in società può isolarsi»[5].

 Il seguito del testo non è che l’argomentazione delle ragioni della genesi di tale paradosso e lo scioglimento della apparenza fallace della società costituita da individui animati da piani, volontà e atti assolutamente soggettivi e arbitrari. Non solo, Marx riesce anche a provare come tale umanità, come dipinta dalla ideologia borghese, non solo non esista nella realtà a lui contemporanea, ma non rappresenti nemmeno, come sostenuto anche da Rousseau, l’originario stato naturale precipuo dell’uomo. Al fine di mostrare quanto detto, si rende necessario analizzare le condizioni reali in cui avviene la produzione. Tale compito, in realtà, era già stato affrontato dalla economia borghese, nei cui trattati vi era generalmente una introduzione dedicata agli aspetti generali della produzione[6].  Tuttavia tali testi pretendevano di astrarre i caratteri generali e comuni della produzione a prescindere dai mutamenti subiti dal processo storico e slegati dagli altri aspetti caratterizzanti la merce, quali distribuzione, scambio e consumo. Un approccio di questo tipo rendeva possibile la mistificazione della scienza borghese consistente nel presentare le caratteristiche del sistema capitalistico come naturali e, quindi, atemporali[7]. Tuttavia, e qui risiede l’aspetto più interessante ma non privo di problematicità, Marx non rigetta completamente il processo di astrazione, bensì lo definisce addirittura sensato (verständliche), ma

«nella misura in cui mette effettivamente in evidenza ciò che è comune, lo fissa e ci risparmia ripetizioni. Poiché questo che di generale o comune, isolato mediante raffronto, è esso stesso variamente articolato e si snoda in diverse determinazioni, ne consegue che alcune appartengono a tutte le epoche, altre son comuni solo ad alcune, altre ancora appartengono sia all’epoca più moderna che alla più antica. Non c’è produzione che possa esser pensata senza di esse; ma se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni che le accomunano a quelle meno sviluppate, proprio ciò che definisce il loro sviluppo -dunque, la differenza (Unterschied) da quel generale o comune, da quelle determinazioni, che valgono per la produzione in generale - deve essere distinta, in modo che, per l’unità - che deriva dal fatto che il soggetto [della produzione], cioè l’umanità, e l’oggetto [della stessa], cioè la natura, restano gli stessi - non venga dimenticata l’essenziale diversità (Verschiedenheit). In tale dimenticanza, ad es., consiste l’intera saggezza dei moderni economisti, che vogliono dimostrare l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti».

Il passaggio appena riportato è di vitale importanza al fine di comprendere il percorso analitico di Marx, sia dal punto di vista del suo dispiegarsi storico, sia da quello più specificamente interno all’applicazione di un metodo mutuato dalla logica hegeliana. Stefano Grassi, nella sua introduzione al testo in questione, indica come lo stesso termine “sensato” (verständliche), abbia una diretta ascendenza hegeliana, derivato di Verstand, intelletto, la cui accezione, già in Hegel, è

«il mondo dell’agire, dell’utile, dell’ “economico” nel significato di efficace, pragmaticamente positivo, di “razionale”»[8].

Muta, dunque, nel ’57, l’approccio marxiano al metodo hegeliano. Come nota Marcello Musto:

«L’astrazione, quindi, acquisì per Marx una funzione positiva. Essa non era più, come affermato nella critica giovanile a Hegel, sinonimo di filosofia idealistica che si sostituisce al reale e non venne più concepita, come lo era stata nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, quale espressione di generiche formule generali attraverso le quali gli economisti mascheravano la realtà, o, come ribadito nel 1847 in Miseria della filosofia, quale metafisica che trasforma ogni cosa in categoria logica. Ora che la sua concezione materialistica della storia era stata saldamente elaborata e che il contesto in cui si muovevano le sue riflessioni critiche era profondamente mutato rispetto a quello dei primi anni Quaranta, caratterizzato dalla polemica anti-hegeliana, Marx poté riconsiderare l’astrazione senza i pregiudizi giovanili»[9].

Diverse sono le testimonianze che confermano un approfondimento della Logica di Hegel proprio negli anni intorno al ’57; Enrico Grassi le riporta in un suo testo dal titolo Materialismo storico e materialismo dialettico, in cui sintetizza il cambiamento operato da Marx nell’utilizzo degli strumenti della logica hegeliana:

«Per risalire all'origine di questa inversione, Marx penetra nel meccanismo del processo astrattivo del metodo hegeliano, mostrando come il vero percorso dell'astrazione è quello che va dagli organismi reali al concetto astratto di organismo, dalla sostanzialità dello Stato al concetto astratto di sostanzialità, dai soggetti alla soggettività, mentre Hegel pretende, al contrario, che dall'astratto, considerato come realtà, si vada misticamente al concreto, ridotto a fenomeno. Lo Stato reale, il soggetto reale diventa prodotto delle sue stesse astrazioni»[10].

Potrebbe essere lecito ritenere che tale rovesciamento della logica hegeliana  sia più efficace e meditato di quello operato nei Manoscritti giovanili:

«La Fenomenologia è quindi la critica nascosta, ancora non chiara a se stessa e mistificatrice; ma in quanto tiene ferma l'alienazione umana anche se l'uomo appaia soltanto nella figura dello spirito si trovano in essa nascosti tutti gli elementi della critica, e spesso preparati e elaborati in guisa che sorpassa di molto il punto di vista hegeliano»[11].

Tuttavia non sarà questa l’approccio definitivo di Marx allo studio e interpretazione della formazione economico-sociale. Lo stesso Grassi, in un altro testo, indica le differenze nella organizzazione espositiva fra la Introduzione del ’57, Il Capitale e un testo mai scritto del ’59:

«Il Capitale è così ripartito: 1) produzione; 2) circolazione; 3) concorrenza e divisione del plusvalore tra profitto industriale (di imprenditore commerciale), interesse e rendita.

Nel '59 Marx voleva scrivere un'opera sul Capitale così ripartita: 1) capitale; 2) proprietà fondiaria; 3) lavoro salariato; 4) Stato; 5) commercio estero; 6) mercato mondiale. I due progetti coincidono solo in parte (soprattutto nel primo punto).

Nell’Introduzione del '57 siamo ancora più lontani. Eccone il piano: 1) le determinazioni generali astratte che come tali sono comuni a tutte le forme di società; 2) capitale, lavoro, proprietà fondiaria, città-ampagna, le tre classi sociali, circolazione, credito; 3) Stato; 4) commercio estero; 5 mercato mondiale»[12].

La differente accoglienza accordata al metodo hegeliano presente nella Introduzione del ’57 ha dato luogo, in alcuni interpreti del pensiero di Marx, a un giudizio che pone quest’ultimo fuori dal novero del materialismo per avvicinarlo all’umanesimo feuerbachiano[13]; il presente articolo non può accogliere il dibattito in merito, basti, per ora, accennare all’esistente discussione sulle specificità del materialismo marxiano che vede spesso utilizzare il testo in oggetto per suffragare posizioni che sostengono un presunto approccio empirista di Marx.

Che cosa è la produzione

La seconda sezione dell’Introduzione è dedicata a scandagliare l’essenza della produzione Dopo aver affermato, come abbiamo visto, l’utilità del procedimento che coglie quanto di astratto e comune in una categoria, Marx mette immediatamente in guardia il lettore da quei procedimenti che non sono logici, bensì  tautologici, ossia non dimostrano né provano, bensì, attraverso un errato utilizzo dell’analisi razionale, ritengono come eterni e astorici degli aspetti di una categoria che sono invece connotati storicamente. Al vaglio di queste considerazioni, già nella prima parte, è posta la produzione così come intesa dall’economia borghese:

«Ogni produzione è appropriazione della natura da parte dell’individuo, all’interno e mediante una determinata forma sociale. In questo senso è tautologico dire che la proprietà (l’appropriazione) è una condizione della produzione. Tuttavia, è del tutto risibile saltare da qui ad una forma determinata di proprietà, ad es., la proprietà privata. (Tale proprietà presuppone come sua condizione anche una forma opposta, ovvero, la non-proprietà). La storia mostra, piuttosto, (ad es., presso gli Indiani, gli Slavi, gli antichi celti, ecc.) la proprietà comune come la forma originaria, la quale forma continua a giocare un ruolo significativo in quanto proprietà della comunità. Riguardo alla questione se la ricchezza si sviluppi meglio con l’una o con l’altra forma di proprietà, non è ancora il momento di parlarne. Ma affermare che non si può parlare di produzione - e, dunque, di società - laddove non esiste forma alcuna di proprietà, questa è una tautologia. Un’appropriazione, che non si appropri di nulla, è una contradictio in subjecto»[14].

Innanzitutto viene sottolineata l’errata reciproca corrispondenza e identità fra appropriazione e proprietà privata, tanto utile alla classe dominante a giustificare e fondare quest’ultima come naturale. Più avanti, nel capitolo dedicato alla circolazione, Marx analizza i rapporti fra produzione e, di volta in volta, consumo distribuzione e scambio. L’identità fra produzione e consumo viene declinata in tre modi: 1) identità immediata, 2) l’una il medio dell’altro, 3) produzione e consumo si forniscono reciprocamente la materia. L’identità immediata si identifica con la produzione consumatrice, in cui la prima consuma materie prime, energie – qualità riconosciuta alla produzione anche dalla economia classica – ma anche con il suo reciproco, ossia il consumo produttivo, esempio ne sia il nutrimento, che consuma ma produce l’uomo, ma lo stesso vale per ogni prodotto che, nel momento del consumo, produce qualcosa di materiale o immateriale:

«La produzione è, dunque, immediatamente consumo ed il consumo è immediatamente produzione. Ognuno è immediatamente il proprio opposto (Gegenteil). Tuttavia, si trova un movimento che media i due. La produzione media il consumo, di cui costruisce il materiale -consumo, a cui, d’altronde, mancherebbe la materia (Gegenstand), in mancanza di produzione. Ma a sua volta il consumo media la produzione, in quanto costruisce il soggetto per i prodotti -soggetto, per il quale essi sono prodotti. Il prodotto ha nel consumo il suo finish, il suo tocco finale. Una ferrovia, su cui non si viaggi, che non sia usata, consumata, è una ferrovia solo dynàmei, non realmente»[15].

La produzione e il consumo, inoltre, si mediano reciprocamente in quanto la prima fornisce il materiale al consumo che, a sua volta, provoca il bisogno che induce alla produzione. Dunque, pur nella distinzione, sono completamente interrelate. Infine, l’uno fornisce all’altra la materia nel senso che la produzione crea il consumo non solo rispondendo alle sue esigenze, ma anche creandone altre del tutto nuove e stimolate dalla produzione, mentre l’altra porta a compimento, nell’atto consumativo, lo scopo della produzione rendendola effettivamente tale, cioè compiuta.

Successivamente viene affrontato il rapporto fra produzione e distribuzione. Su come quest’ultima sia subordinata alla prima, Marx è estremamente chiaro:

«Alla considerazione più superficiale, la distribuzione si presenta come distribuzione di prodotti e sussistente ben al di fuori e quasi indipendentemente dalla produzione. Ma prima di essere distribuzione di prodotti, la distribuzione è: 1) distribuzione degli strumenti di produzione e 2) distribuzione dei membri della società fra i diversi rami della produzione -il che è un’ulteriore determinazione dello stesso rapporto. (Sussunzione degli individui sotto determinati rapporti di produzione). La distribuzione dei prodotti è, chiaramente, solo un risultato di quest’altra distribuzione, che è radicata nel cuore stesso del processo di produzione e che determina l’articolazione della produzione. La produzione, esaminata facendo astrazione dalla distribuzione in essa implicita, è chiaramente una vuota astrazione, mentre al contrario la distribuzione dei prodotti è già data, essendo data quest’altra distribuzione che costituisce un momento originario della produzione. Ricardo -il cui scopo era cogliere la moderna produzione nella sua determinata articolazione sociale e che è per eccellenza l’economista della produzione- indica proprio per questo non la produzione, ma la distribuzione come tema proprio dell’economia moderna. Da qui risalta di nuovo l’insulsaggine degli economisti, che trattano la produzione come un’eterna verità e relegano nella storia solo la distribuzione»[16].

Interessante notare come qui l’astrazione divenga vuota, in quanto non supportata da una corretta analisi del dato empirico, tale da misconosce il rapporto esistente fra le due categorie.

Infine, viene affrontato il nodo produzione-scambio:

«In primo luogo è chiaro che lo scambio, che avviene nella stessa produzione, di attività e facoltà appartiene direttamente alla produzione e la definisce nella sua essenza. In secondo luogo, lo stesso vale per lo scambio di prodotti, in quanto sia mezzo per la costruzione del prodotto finito, determinato in vista del consumo immediato. In questa misura, lo scambio stesso è un atto compreso nella produzione. In terzo luogo, il cosiddetto scambio fra negozianti è non solo del tutto determinato dalla produzione, per quanto riguarda la sua stessa organizzazione, ma è, anche, proprio esso un’attività produttiva. E’ solo nel suo ultimo stadio che lo scambio si presenta, indipendente, accanto alla produzione ed indifferente rispetto ad essa, cioè, quando il prodotto è scambiato immediatamente per il consumo. Ma 1) non c’è scambio senza divisione del lavoro, sia quest’ultima naturale o già risultato di una storia. 2) Lo scambio privato presume la proprietà privata; 3) sia l’intensità che l’estensione e il modo dello scambio è determinato dallo svolgersi e strutturarsi della produzione. Per esempio. Scambio tra città e campagna; scambio nella campagna e nella città, ecc. In tutti i suoi momenti, dunque, lo scambio si presenta o direttamente interno alla produzione, oppure da questa determinato»[17].

È evidente, a questo punto, con quali argomenti Marx abbia completamente smontato l’iniziale paradossale assunto borghese che vedeva il produttore indipendente, sganciato dalla società e lo stesso atto produttivo capitalistico come inerente la natura umana e slegato dai successivi stadi che interessano la merce. In definitiva, è il modo di produzione a determinare i rapporti sociali, in questo caso la divisione in classi, il modo in cui i prodotti vengono consumati, ma finanche è causa di nuovi bisogni che generano nuovi bisogni e consumi.

 Vista in questa luce, l’Introduzione del ’57 ci appare essere un punto di svolta all’interno dell’approfondimento del metodo marxiano, che, passando attraverso la necessità di chiarire quali siano esattamente le determinazioni della produzione, approderà ne Il Capitale alla categoria di merce quale chiave di lettura del mondo dominato dai rapporti di produzione borghesi.

Il metodo

La chiusura della Introduzione è dedicata alla illustrazione del metodo, di cui diversi accenni, come si è visto, si trovano già in apertura. È interessante lo smascheramento operato da Marx di categorie che appaiono falsamente concrete e appartenenti a un processo di analisi del reale, mentre, come nel caso della produzione, non sono altro che false astrazioni, si potrebbe dire ipostatizzazioni, la cui origine è data dalle distorte lenti borghesi con cui si affronta l’analisi dei nessi dei fenomeni storici. Quella ritenuta la più ovvia fra le categorie, in quanto tutti avvertoo di appartenervi, ovvero quella della popolazione, viene dissolta nella sua inconsistente astrazione se presa in considerazione a prescindere dalle classi di cui è composta, le ultime davvero elementi del movimento reale. Di conseguenza, l’analisi delle classi presuppone l’esistenza del  capitale, del lavoro salariato, di un certo tipo di produzione etc.. L’unico metodo valido per uscire dal caos di una astrazione in sé non significante, quale quella della popolazione, è, quindi, il discendere dalla categoria al concreto, per poi risalire a una categorizzazione che nel frattempo si è riempita di significanti. Il concreto, dunque, è, in ultima istanza base di partenza del processo del pensiero, ma, al contempo non lo è, in quanto si parte da una categoria astratta per determinarla attraverso il reale e poi tornare a un’astrazione sensata. Tale ambiguità ha permesso a Hegel di illudersi della capacità creativa del concetto, in quanto ha concepito il concetto causa del reale e non astrazione di categorie più semplici e determinate,

«mentre il metodo di risalire dall’astratto al concreto è, solo, il modo del pensare per appropriarsi il concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito (geistiges Konkrete). Ma non è, certo, il modo del processo di generazione del concreto»[18].

Ulteriore travisamento si ritrova nella illusione che una categoria concreta e semplice, quale, ad esempio, il lavoro, possieda sia sin dall’antichità, dalla sua nascita, le caratteristiche immutate della sua essenza. Al contrario, la categorizzazione più astratta, e. quindi, se l’astrazione è corretta, sensata, è possibile solo al punto del suo manifestarsi nel modo più puro possibile, e ciò è permesso solo dal capitalismo:

«Così, per quanto la categoria economica più semplice possa essere esistita storicamente prima della più concreta, tuttavia, nel suo pieno sviluppo intensivo ed estensivo, essa può appartenere solo ad una forma sociale combinata, mentre la categoria economica più concreta era già pienamente sviluppata in una forma sociale meno sviluppata.

Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la rappresentazione i esso in questa universalità -come lavora in generale- è assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i rapporti, che generano questa semplice astrazione»[19].

Concludendo, ci si è proposti di sottolineare due aspetti della Introduzione del ’57: da una parte la sua attualità, dall’altra il suo rappresentare un fondante passaggio metodologico del materialismo marxiano. La sezione dedicata alla produzione e allo smascheramento delle ideologie ancora dominanti si può ritenere addirittura profetica, se si considera quanto poco fossero sviluppate le forze produttive a metà del XIX secolo, e la chiarezza con la quale Marx individua i nessi in fenomeni che stavano vedendo la luce da pochi decenni. L’applicazione che Marx fa della logica hegeliana in questo testo, invece, permette, a nostro parere, di chiarire le specificità dell’approccio  materialistico marxiano, senza ridurlo a un povero empirismo ma, tantomeno,  a una forma di vuoto e astratto umanesimo.

[1] Cfr. Lenin, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, 1913, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma, 1965.

[2] K. Marx: «È dunque compito della storia, una volta scomparso l'al di là della verità, quello di ristabilire la verità dell'al di qua. È innanzi tutto compito della filosofia, la quale sta al servizio della storia, una volta smascherata la figura sacra dell'autoestraneazione umana, quello di smascherare l'autoestraneazione nelle sue figure profane. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica», in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, 1844, URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/criticahegel.htm.

[3] Cfr. M. Musto: « Nel corso del 1856, Marx aveva tralasciato del tutto gli studi di economia politica, ma l’avvento della crisi finanziaria internazionale mutò di colpo questa situazione. In un’atmosfera di grande incertezza, che si trasformò in panico diffuso e concorse a determinare fallimenti ovunque, Marx sentì che stava per ripresentarsi il momento dell’azione», in Marx, la crisi e i  Gründrisse, appunti biografici del 1857-’58, URL: https://www.academia.edu/18709178/MARX_LA_CRISI_E_I_GRUNDRISSE._APPUNTI_BIOGRAFICI_DEL_1857-_58.

[4] Marx a Lasalle, 22 febbraio 1858, URL: http://www.sitocomunista.it/marxismo/Marx/grundrisse/grundrisse_indice.html.

[5] K. Marx, Introduzione a Per la critica dell’economia politica, 1857, URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1857/introec/introec1.htm.

[6] Cfr., Ivi: «E’ una moda far precedere l’economia da una parte generale -appunto quella, che va sotto il titolo di Produzione (per es., cf. J.St. Mill)-, in cui vengono trattate le condizioni generali di ogni produzione».

[7] Marx è, in merito, lapidario: «La produzione piuttosto, concepita nella sua differenza dalla distribuzione ecc., deve essere esposta come soggetta a leggi naturali eterne ed indipendenti dalla storia (cf. Mill per es.); con la quale operazione si introducono di soppiatto i rapporti borghesi come imprescindibili leggi naturali della società in abstracto. Questo è, più o meno consapevolmente, l’intero scopo di tutta l’operazione», Ivi.

[8] S. Grassi, Introduzione a Per la Critica dell'Economia Politica, Introduzione, URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1857/introec/intro.htm.

[9] M. Musto, Storia, produzione e metodo nella Introduzione del 1857, URL: http://www.marcellomusto.org/storia-produzione-emetodo-nella-introduzione-del-1857/660.

[10] E. Grassi, Materialismo storico e materialismo dialettico, URL: //www.webalice.it/grassi.enrico/Mat-storico-mat-dialettico.pdf.

[11] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 263. Si veda anche K. Marx, La

sacra famiglia, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 75 e 249.

[12] E. Grassi, L’Introduzione del ’57, URL: http://www.webalice.it/grassi.enrico/Introduzione-del-57.pdf.

[13] Cfr., p.e., B. Disertori, Antinomie del materialismo storico e dialettico e altre antinomie del marxismo, URL: http://www.agiati.it/UploadDocs/5922_Beppino_Disertori_p_47.pdf.

[14] K. Marx, Introduzione a Per la critica dell’economia politica, 1857, cit..

[15] Ivi.

[16] Ivi.

[17] Ivi.

[18] Ivi.

[19] Ivi.

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