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Il proletariato e la rivoluzione comunista nell’epoca del robot

Creato: 12 Novembre 2018 Ultima modifica: 21 Novembre 2018
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 370

Dalla rivista D-M-D' n°12

La rivoluzione comunista o sarà opera del proletariato o non sarà e in tal caso sarà la rovina dell’intera società.

robot sistinoNelle aspettative dei suoi cantori, nel suo inarrestabile sviluppo, il progresso  tecnico e scientifico avrebbe dovuto sconfiggere la povertà e regalare agli uomini tantissimo tempo libero da dedicare alla cura di sé e del proprio spirito.  Per esempio, Keynes, nel suo famoso saggio del 1930 Possibilità economiche per i nostri nipoti, pur mettendo in guardia dai rischi della disoccupazione tecnologica conseguente ai miglioramenti apportati al sistema delle macchine impiegate nella manifattura, era convinto che il maggior problema dei suoi nipoti, vale a dire le generazioni odierne, non sarebbe stato quello economico ma: “ Come impiegare la loro libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza.”

 Poi, con l’introduzione della microelettronica e dell’informatica nei processi produttivi e gestionali è sembrato  davvero che il sogno fosse ormai a portata di mano; è accaduto esattamente il contrario. I lavoratori si sono sempre più impoveriti e i ricchi sono diventati ancora più ricchi. Negli Stati Uniti, per esempio, Walmart “Paga i suoi lavoratori, se includiamo anche quelli part-time 8,80 dollari l’ora. Adesso – suggerisce di fare il professore e segretario del lavoro della presidenza Clinton, Robert Reich - confrontate questo dato con quello del 1955, quando il maggior datore di lavoro degli Stati uniti era la General Motors, che pagava, in media, i suoi lavoratori l’equivalente di quelli che sarebbero 37 dollari oggi.”[1]

Di contro ormai solo otto persone detengono la ricchezza di metà umanità mentre dieci anni fa erano 385.[2]

È stato calcolato che se Bill Gates, il primo degli otto, decidesse di donare dieci dollari a testa a ogni abitante del pianeta, gli rimarrebbe comunque un patrimonio di ben 11 mld di dollari. Il fenomeno è ormai così imponente da suscitare non poche preoccupazioni in molto economisti borghesi e perfino in non pochi esponenti di quel famoso 1 per cento più ricco che temono che: “ …una crescita economica sostenuta, condizione della loro stessa “prosperità, non [possa] aver luogo mentre la grande maggioranza dei cittadini ha redditi stagnanti”. [3]

Ovviamente, non riconoscendo che la loro stessa prosperità si fonda esclusivamente sullo sfruttamento della forza-lavoro, ritengono si tratti solo di una questione “politica e di politiche[4] a cui si può porre rimedio con l’incremento di qualche punto percentuale delle aliquote fiscali a carico dei più ricchi e/o ampliando il sostegno al reddito dei meno abbienti con qualche forma di reddito minimo garantito.

In realtà, una lettura più attenta del fenomeno conduce direttamente alle contraddizioni insite nel processo di accumulazione del capitale e in particolare a quella per cui il processo stesso, per svolgersi con successo mentre presuppone l’estorsione di una quantità crescente di plusvalore, per raggiungere con più efficacia tale scopo, è indotto a ridurre il più possibile l’impiego di lavoro salariato, ossia dell’unica fonte da cui il plusvalore deriva. Finora, cioè prima dell’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, questa contraddizione si è espressa- per dirla con Marx - solo in processo o in divenire. Nel senso che l’irrompere di ogni innovazione tecnologica di portata rivoluzionaria ha sempre innescato quel processo di distruzione creativa- come ebbe a definirlo Schumpeter - per cui il bilancio fra settori produttivi, lavori e posti di lavoro resi obsoleti e i nuovi che vedevano la luce è risultato sempre ampiamente positivo talché, pur aumentando costantemente la produttività del lavoro, è cresciuto di pari passi anche l’impiego di lavoro salariato. Ma con la microelettronica combinata con l’informatica, sta accadendo esattamente il contrario. Il saldo fra nuovi posti di lavoro e nuovi lavori creati e quelli distrutti è sempre negativo. Con queste tecnologie, si produce, cioè, una maggiore quantità di merci impiegando una minore quantità di lavoro vivo. “ Tra il 1991 e il 2011 mentre il pil planetario è cresciuto del 66 per cento, il tasso globale di occupazione è diminuito dell’1,1 per cento. In venti anni è stato prodotto un quarto dei beni in più con meno lavoro.”[5]

E “ Presto – ha dichiarato all’economista venezuelano Moise Naim, il responsabile di una famosa azienda tecnologica che ha voluto conservare l’anonimato- lanceremo sul mercato un robot in grado di svolgere molti dei compiti che ora vengono assegnati a persone con un livello di istruzione di scuola secondaria o inferiore. Solo il robot costerà 20.000 dollari. E non siamo gli unici: i nostri concorrenti, in varie parti del mondo, stanno lavorando su cose simili. Quando questi robot economici, affidabili ed efficienti si diffonderanno, non so proprio quali lavori si potrebbero offrire a chi non possiede abilità e competenze superiori a quelle che si imparano al liceo. Però penso che anche questa rivoluzione tecnologica sia inarrestabile. Non so quale sia la soluzione”.[6]

Secondo un recente studio della Mc Kinsey – grazie a questa nuova generazione di macchine, in tutto il mondo “1,2 miliardi di posti di lavoro sono sostituibili – in tutto o in parte – con le tecnologie oggi disponibili a livello commerciale, di cui 700 milioni in India e Cina. Il totale globale degli stipendi coinvolti è di 14,6 trilioni di dollari. Nei soli cinque paesi europei esaminati – Francia, Germania, Italia, Spagna e Uk – i posti full-time a rischio sono 54 milioni, pari a un monte stipendi di 1700 miliardi.”[7]

Perfino in Cina dove, comunque, il livello medio dei salari è tuttora di gran lunga inferiore a quello dei paesi di più antica industrializzazione, la marcia dei robot avanza a ritmi impressionanti.  “Alla fine di marzo il governo della provincia di Guandog, l’epicentro della manifattura cinese, e quindi del mondo, ha reso pubblico un programma di finanziamento per 152 miliardi di dollari lungo tre anni. Per comprare robot da introdurre in circa duemila grandi fabbriche della zona con l’obbiettivo dichiarato di arrivare entro il 2020, almeno nella capitale Guangzhou, al traguardo di otto fabbriche su dieci completamente automatizzate…Intanto a Dongguan, uno dei più attivi poli industriali, hanno già introdotto cento robot alla Guangdong Everwin Precision Technology dove, a regime, ne lavoreranno mille. Sarà la prima catena di montaggio cinese quasi totalmente automatizzata. << L’uso di queste macchine ci aiuterà a ridurre il numero dei lavoratori di almeno il 90 per cento>> ha dichiarato al China Daily l’amministratore delegato Chen Quixing.” [8]

Il dominio dell’industria della finanza

Per gli economisti borghesi e i capitalisti che guardano soltanto al loro interesse immediato e considerano l’impiego di lavoro vivo solo come un costo da comprimere il più possibile, il robot è la macchina perfetta, la realizzazione di un sogno: il capitale senza il lavoro.[9]  Un sogno quanto mai ingannevole. Non è, infatti, per un puro caso che, di pari passo con l’avanzata della microelettronica nei processi produttivi e gestionali, sia cresciuta enormemente la massa dei capitali che non trovando- o non intravvedendola - un’adeguata valorizzazione nel processo di produzione delle merci, la cercano nella cosiddetta industria della finanza. I dati sono impressionanti: ormai si produce più capitale monetario a partire da altro capitale monetario, ossia più capitale fittizio che capitale reale a partire, cioè, dalla produzione delle merci e più in generale della ricchezza reale.  Un’assurdità “…Inconcepibile nel mondo dei beni reali, della ricchezza sensibilmente concreta. La ricchezza sensibilmente concreta deve esistere prima di essere utilizzata. Finora nessuno è mai riuscito ad accomodarsi su di una sedia di cui esiste solo il progetto. Nel caso della logica dell’<<industria finanziaria>> questa logica temporale si è capovolta. Adesso un valore che non esiste – e che presumibilmente non esisterà mai- si trasforma sin da subito in capitale fittizio”. [10] Si anticipa all’oggi ciò che solo in via ipotetica potrebbe accadere domani; Il sogno in sostituzione della realtà.

Il sogno è però come Agilulfo,[11]  il Cavaliere inesistente del romanzo di Italo Calvino. Infatti, come Agilulfo ha il diritto di fregiarsi del titolo di cavaliere così il capitale fittizio ha il diritto ad appropriarsi di una quota parte del plusvalore complessivamente estorto alla forza-lavoro benché anche esso sia un involucro vuoto che non contribuisce in alcun modo alla sua produzione. In realtà, per quanto raffinata, è nient’altro che appropriazione parassitaria di plusvalore, anche se dal punto di vista dell’economia borghese e in particolare del banchiere è il capitale che si valorizza di per sé, la prova provata che il surplus non proviene dallo sfruttamento della forza lavoro, ma dall’abilità del singolo agente capitalista quando non dal dio della tecnica.  D’altra parte la cosa più difficile per l’uomo, e in particolare per il borghese, è non mentire a se stesso. E così nonostante le numerose e periodiche crisi finanziarie degli ultimi trent’anni si siano incaricate di far svanire  nel nulla un bel po’ di questi meravigliosi sogni, la fabbrica dell’industria, per colmare il gap che ha accumulato nei confronti della fabbrica della finanza, dovrebbe lavorare a pieno ritmo per circa due secoli senza che nel frattempo si consumi una sola briciola della ricchezza reale prodotta.  

 

Avanza il robot e cresce lo sfruttamento

 

Di converso, nell’attesa che si compia il miracolo di potersi sedere oggi sulle sedie che si produrranno fra duecento anni, il lavoratore contemporaneo è sotto assedio permanente.

Il suo salario è sempre troppo elevato e lavora sempre troppo poco e perciò, se vuole lavorare, deve mettere ogni attimo del suo tempo, 24 ore su 24 a disposizione della borghesia ed è retribuito solo per il tempo in cui è impiegato nella produzione, e sempre più spesso con la sola promessa di un’improbabile assunzione in un prossimo futuro. Non sono rari i casi in cui gli sono negati perfino i pochi minuti di pausa necessari per l’espletamento dei propri bisogni fisiologici; è scomparsa o è in via di estinzione, ogni forma di salario indiretto e differito (pensioni, assistenza sanitaria, welfare) e per tutti i bisogni relativi al resto della sua vita che non sia quella consumata per produrre plusvalore, provvedervi è affar suo, della sua famiglia o, nei rari casi in cui è prevista, dell’assistenza pubblica cioè della collettività.

 Per il borghese o i suoi corifei queste sono le meraviglie del progresso.“ Se volete conferme dall’interno – racconta Riccardo Staglianò - è particolarmente utile ascoltare un’altra volta il Biewald numero uno di Crowdflower … Al minuto 6,30 di un panel … si lasciava andare a un riassunto più libero del suo punto di vista: << Prima di Internet sarebbe stato davvero difficile trovare qualcuno, parlarci per dieci minuti e farlo lavorare per te per poi licenziarlo dieci minuti dopo. Ma grazie alla tecnologia ora puoi trovarlo, pagarlo una piccola somma [nel caso in questione non più di due dollari l’ora n.d.r.] e poi sbarazzartene quando non ne hai più bisogno.[12]

Questo accadeva nel 2010; ma oggi neppure questo basta più.

 È recente la denuncia di Amnesty International dell’esistenza in Libia di una sorta di tratta degli schiavi con veri e propri mercati in cui i migranti clandestini, ivi bloccati per conto dell’Italia e dell’Unione europea, vengono messi all’asta e venduti al migliore offerente. Invece negli Usa, denuncia la scrittrice messicana Valeria Luiselli: “È sorta un’industria: i clandestini fermati dai centri di detenzione vengono portati in carcere e costretti a lavorare per pochi centesimi. Una nuova forma di schiavitù. Hanno capito che deportare costa e rende meno”.[13]

Perché tutto questo se il capitale può valorizzarsi di per sé e può fare a meno del lavoro?  In realtà è vero esattamente il contrario. I robot, in quanto macchine, in quanto capitale costante non generano plusvalore. “ Da ciò – scrive Marx- quello strano fenomeno della storia dell’industria moderna, che la macchina butta all’aria tutti i limiti morali e naturali della giornata lavorativa. Da ciò il paradosso economico che il mezzo più potente per l’accorciamento del tempo di lavoro si trasforma nel mezzo più infallibile per trasformare tutto il tempo della vita dell’operaio [oggi di ogni lavoratore - ndr] e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale. [i corsivi sono di Marx - ndr]” [14]   

Ma così facendo: “ Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro – mera quantità di lavoro – è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua qualità scompaiono come principio determinante della produzione – della creazione di valori d’uso – e vengono ridotti sia quantitativamente a una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica delle scienze naturali da un lato, e [rispetto alla] produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro…Il Capitale lavora così alla sua dissoluzione.[15]      

Il rischio è così concreto da essere colto anche da non pochi economisti e analisti borghesi. I loro appelli affinché la Politica si faccia carico del problema sono pressoché quotidiani.  Non sfugge loro, infatti, che una contrazione così massiccia del monte salari su scala mondiale come quella che si annuncia, non può non ripercuotersi per un tempo indefinito sulla domanda aggregata e condannare così l’intero sistema economico a una stagnazione di lunga durata. Per l’economista statunitense Larry Summers, addirittura secolare.

L’idea  prevalente è che lo Stato, per evitare il crollo dei consumi, debba assicurare, attingendo alla fiscalità generale, un qualche forma di sostegno ai redditi più bassi.

Infatti, da questo punto di vista, il problema sta tutto nell’iniqua distribuzione della ricchezza e non nel fatto che la sua produzione, essendo finalizzata alla realizzazione del profitto trova il suo limite proprio in quello sviluppo delle forze produttive che esso stesso evoca al fine di accrescere la produzione del plusvalore mediante la sostituzione del lavoro vivo con macchine tecnologicamente sempre  più avanzate. D’altra parte poiché questo limite”…Attesta il carattere ristretto, semplicemente storico, passeggero del modo capitalistico di produzione; prova che esso non rappresenta affatto l’unico modo di produzione che possa produrre la ricchezza, ma al contrario, giunto a una certa fase entra in conflitto con il suo ulteriore sviluppo[16], è più che comprensibile il rifugiarsi in quella che appare la soluzione più ovvia e del tutto indolore: far pagare più tasse ai più ricchi, quando non del tutto - come sostiene Bill Gates – ai robot al posto dei lavoratori che essi sostituiscono; salvo poi reclamare ogni sorta di agevolazione fiscale che incentivi gli investimenti nelle nuove tecnologie, altrimenti non redditizi, al fine di accrescere la produttività e la competitività delle imprese.

La contraddizione è evidente ma poiché l’unica alternativa possibile al modo di produzione capitalistico è ritenuta pura e semplice follia e nel migliore dei casi un’utopia destinata a rimanere tale, la si assume come assolutamente transitoria e destinata a essere superata con l’ulteriore sviluppo delle nuove tecnologie.

D’altra parte che cosa dimostrano il fallimento e il crollo dell’Urss se non anche la fallacia del marxismo che, dato l’attuale grado di sviluppo delle forze produttive, ritiene tale contraddizione insuperabile e postula il superamento del capitalismo e la costruzione di una società comunista come una necessità storica per evitare lo sprofondamento della gran parte della società nella miseria e nella barbarie?  Che è quello che invece è accaduto proprio nell’Urss, la patria del comunismo. È quindi comprensibile che per alcuni non sia quella indicata dal marxismo la migliore soluzione ma sia un capitalismo opportunamente riformato per rendere compatibili robot e  lavoro.

Resta però che, alla luce dei fatti, è pressoché impossibile negare la validità della critica marxista dell’economia politica, ed ecco allora la necessità di trovarvi un ma o un se per respingerne le sue conclusioni: Marx sì, ma nella giusta dose, quanto basta come alcuni ingredienti nelle ricette culinarie.       

 

 Marx q.b.

Per esempio, nel pur ottimo saggio sull’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro di Riccardo Staglianò, a un certo punto si legge: “ Un quarto di secolo dopo la Seconda rivoluzione francese un altro intellettuale tedesco, riprende il tema (il rapporto fra macchina e lavoro n.d.r.) con precisione profetica. Durante un discorso nell’aprile del 1856, per il quarto anniversario del << People’s Paper>>, foglio del movimento cartista: << Ogni cosa oggi sembra portare in sé la sua contraddizione. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano fanno morire l’uomo e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria. Le conquiste della tecnica sembrano ottenute a prezzo della loro stessa natura. Sembra che l’uomo nella misura in cui assoggetta la natura si assoggetti ad altri uomini o alla propria abiezione. Perfino la pura luce della scienza sembra poter risplendere solo sullo sfondo tenebroso dell’ignoranza. Tutte le nostre scoperte e i nostri progressi sembrano infondere una vita spirituale alle forze materiali e al tempo stesso istupidire la vita umana, riducendola a una forza materiale. Questo antagonismo fra l’industria moderna e la scienza da un lato e la miseria moderna e lo sfacelo dall’altro; questo antagonismo fra le forze produttive e i rapporti sociali della nostra epoca è un fatto tangibile, macroscopico e incontrovertibile. Qualcuno può deplorarlo; altri possono desiderare di disfarsi delle tecniche moderne per sbarazzarsi dei conflitti moderni o possono pensare che un così grande progresso nell’industria esiga di essere integrato da un regresso altrettanto grande della politica. Da parte nostra non disconosciamo lo spirito malizioso che si manifesta in tutte queste contraddizioni… Nei segni che confondono la borghesia e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione…. La storia e il giudice e il proletariato il suo esecutore.>> Nessuno- continua Staglianò - aveva colto con tanta chiaroveggenza l’intrinseca contraddizione contenuta in potenza nel dispiegamento delle macchine. Solo pochi anni prima, nel Manifesto del partito comunista Marx aveva enucleato un’altra tendenza che ci torna utile oggi…Prima era stata la borghesia… a sbarazzarsi dei feudatari poi sarebbe stato il suo turno essere distrutta da chi avrebbe controllato i nuovi mezzi di produzione…A parte il madornale errore nell’identificazione del suo responsabile (il proletariato che doveva farsi dittatura), la natura ciclica della distruzione non poteva essere più attuale. A distruggere la classe media, oggi contribuiscono le macchine. ”[17] Insomma, straordinaria attualità di Marx sì, ma, madornale errore, la distruzione oggi non è opera del proletariato ma dei robot. Che, però, mancano clamorosamente il bersaglio e distruggono –dando involontariamente  di nuovo ragione a Marx che la polarizzazione della società in due estremi opposti (pochi ricchi da una parte e la stragrande maggioranza della popolazione dall’altra) l’aveva ampiamente prevista - la classe media e non la borghesia che è ormai l’unica classe ad avere tutto l’interesse a mantenere inalterato l’attuale stato delle cose.

Sul presunto errore di Marx, Staglianò, ritenendolo apoditticamente convalidato, non aggiunge altro e quindi passa a esaminare tutte le altre possibili vie di uscita per il superamento della contraddizione in questione senza però trovarne una sola che veramente lo convinca e conclude: ”Il fatto che la pars destruens … di questa vicenda sia come al solito molto più facile da mettere a fuoco di quella costruens ( << come conciliare innovazione ed equità>>) non toglie che questo sforzo sia tra i più urgenti cui la politica dovrà dedicarsi a partire da adesso. Le possibilità passate in rassegna in queste pagine (lotta all’evasione fiscale delle grandi corporation dell’informatica, reddito minimo ecc. ndr) possono diventare un punto di partenza.”[18] Insomma: ci pensi la politica senz’altra specificazione così come esige l’ideologia dominante che la vuole priva di qualsiasi caratterizzazione di classe proprio nel momento in cui più è evidente il suo essere espressione degli interessi della classe dominante.

 

Marx double face

Ben altre e soprattutto di ben altro spessore sono invece le argomentazioni che adduce, a dimostrazione dell’errore di Marx, il filosofo e studioso del marxismo, Roberto Finelli.

Secondo Finelli, esemplificando al massimo il suo pensiero - vi sarebbe un Marx, come dire, essoterico e uno esoterico. Il Marx essoterico sarebbe il teorico del materialismo storico ossia di quella particolare concezione della storia - per Finelli fallace - che muove dal presupposto che siano i rapporti di produzione ossia la struttura economica di una determinata formazione sociale a determinarne la sovrastruttura ossia tutto il mondo della soggettività e il suo agire. Pertanto, dati i rapporti di produzione capitalistici fondati sullo sfruttamento della forza-lavoro, il proletariato, in quanto classe che subisce tale sfruttamento, sarebbe oggettivamente e ineluttabilmente l’antagonista del capitalismo destinato a portare a compimento la rivoluzione socialista, liberando se stesso dal proprio sfruttamento e l’intera società dal dominio disumanizzante della borghesia. Secondo tale concezione, dunque, la rivoluzione sarebbe l’esito scontato dell’agire degli uomini solo se e in quanto parte indistinta di una classe soggetta a sfruttamento economico e non di soggetti unici, irripetibili e ben definiti nelle loro specifiche individualità.  Il Marx essoterico sarebbe insomma un Marx la cui concezione della storia non si discosterebbe granché da quella idealistica e finalistica di Hegel né tanto meno dalla concezione antropologica dell’uomo di Feuerbach“ Nella quale non c’è mai spazio e legittimità per l’esistenza del singolo, per una sua individualità e concretezza di persona, diversa e irriducibile a quella di tutti gli altri.”[19]

L’altro Marx, quello esoterico, che Finelli condivide e al quale riconosce il merito di aver, grazie alla sua critica dell’economia politica, colto con grande anticipo e meglio di chiunque altro l’attuale crisi del capitalismo, sarebbe invece il Marx dei Grundrisse, in particolare del IV quaderno - in Italia noto con il titolo Forme economiche precapitaliste. Qui –secondo Finelli – Marx, più o meno consapevolmente, avrebbe abbandonato il materialismo storico e orientato la sua indagine sulla base del circolo del presupposto/posto per il quale fra la struttura economica e la sovrastruttura non ci sarebbe quella relazione che vuole quest’ultima come una sorta di immagine riflessa della prima tale per cui sarebbe il dato puramente economico a determinare il mondo della soggettività e l’agire degli uomini. Infatti nelle Formen, Marx mette in evidenza che in alcune formazioni sociali precapitalistiche non era la posizione economica dei singoli individui il presupposto della loro posizione nella comunità considerata, ma al contrario era l’appartenenza alla comunità il presupposto affinché essi potessero accedere all’uso del mezzo di produzione, la terra.  Se, dunque, non è necessariamente la struttura economica a determinare la sovrastruttura ma può essere anche il contrario, tutta la costruzione che individua nel proletariato il soggetto della rivoluzione per via della sua posizione economica, è da ritenersi del tutto arbitraria. Dunque: bisogna cercare altrove, e non più sulla base di un “…materialismo ingannevole, seguita in passato dai più, [ma - ndr]… per quella via del circolo del presupposto- posto, le cui prime indicazioni abbiamo trovato nelle pagine storiografiche delle Formen contenute nei Grundrisse”.[20]

Il fatto, però, è che in quelle società non esisteva la proprietà privata e la terra apparteneva a tutta la comunità. Non poteva quindi esserci altro modo per accedervi che non fosse l’appartenenza alla comunità stessa. In ogni caso, anche qui, la relazione fra struttura e sovrastruttura rimane strettissima. Anche solo per questa ragione, a nostro avviso, il circolo del presupposto- posto non rompe per nulla con il materialismo storico. Rompe, invece, con quella nefasta concezione meccanicistica della storia, da esso erroneamente derivata, per la quale effettivamente la relazione fra struttura e sovrastruttura è data come una costruzione di tipo edilizio.

D’altronde, che non sia così, che la relazione fra le due sfere non sia a senso unico ma che l’una e l’altra s’intrecciano e interagiscono fra loro senza soluzione di continuità, il primo a sottolinearlo è Marx: “Le circostanze – egli scrive- fanno l’uomo non meno di quanto l’uomo faccia le circostanze.”[21] Che è poi il principio a cui s’ispira anche l’indagine sulle forme economiche precapitalistiche, facendone perciò una delle più coerenti e rigorose applicazioni del materialismo storico.

Ma qualche dubbio in tal senso deve aver sfiorato anche il prof. Finelli visto che a un certo punto della sua recherche abbandona l’appiglio delle Formen per quello di Aristotele. Scrive, infatti: ” Così, se il lavoro moderno è per quanto s’è detto, povertà assoluta, è dall’altro per Marx in pari tempo << possibilità generale della ricchezza come soggetto e come attività>>. Vale a dire che il lavoro, per quanto deprivato e liberato dai mezzi della sua realizzazione, rimane comunque la fonte della ricchezza. E perciò il suo esistere nel capitalismo rimane esposto a una contraddizione insostenibile. Dell’essere cioè da un lato povertà ed espropriazione assoluta e dell’essere, nello stesso tempo e quanto al medesimo soggetto, ricchezza universale e possibilità universale della ricchezza. Ovvero proprio quella compresenza di due predicati opposti in un medesimo soggetto che, secondo la definizione aristotelica, connotano la contraddizione, e che perciò assegnerebbe, nell’intenzione di Marx al soggetto del lavoro una condizione insostenibile d’esistenza, destinata a sfociare in una lotta rivoluzionaria per il socialismo.

Ma rispetto a ciò noi siamo aristotelici e non hegelo-marxiani. Non crediamo che nell’ambito della vita collettiva e sociale sia stato e sia mai possibile che uno stesso soggetto possa, nell’unità del medesimo tempo predicarsi dell’essere e del non essere, essere una cosa e il suo contrario. Un darsi reale della contraddizione pensiamo di trovarlo, infatti, dopo quanto ha chiarito Freud, solo nella profondità dell’inconscio intrapsichico, nell’intreccio, nell’impasto e nell’ambivalenza delle pulsioni e nella logica a composizione sensoriale dell’inconscio. Non dunque nello spazio sociale e intersoggettivo.” [22]  

Com’è noto, però, quando Marx parla del lavoro non si riferisce al lavoro nella sua dimensione trans-storica, ossia a quella specifica attività che l’uomo, in relazione organica con la natura, svolge al fine di produrre la ricchezza materiale, ossia tutti quei beni necessari per soddisfare i suoi bisogni e fondamentale per il suo stesso sviluppo; ma al lavoro così come esso si dà nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici, cioè, al lavoro salariato. Qui Il lavoratore non cede al capitalista- tenendone per sé una parte più o meno grande- il frutto della sua specifica attività lavorativa, del suo lavoro concreto ma, in cambio di un salario più o meno pari al valore dei mezzi di sussistenza che gli sono necessari per la sua sopravvivenza, cede la sua forza-lavoro, ossia lavoro solo in potenza, lavoro astratto pura energia lavorativa da erogare per un tempo il più lungo possibile e maggiore del tempo del lavoro necessario per produrre l’equivalente del suo salario e indipendentemente dal tipo di merce che contribuirà a produrre.  Pertanto appartiene totalmente al capitalista e poiché“ …Quando Il processo produttivo ha inizio la forza-lavoro è già venduta[23]  essa per lui si configura: “Alla stessa stregua del consumo di carbone da parte della macchina a vapore, del consumo di olio da parte delle ruote o del consumo di fieno da parte del cavallo, e alla stessa stregua dell’intero consumo privato dello schiavo che lavora”.[24] Vale a dire, come qualsiasi altro elemento costitutivo del suo capitale. Il lavoro salariato ha quindi nulla a che vedere con il lavoro nella sua accezione tran-storica. È in tutto e per tutto capitale, più precisamente capitale variabile e in quanto tale il capitalista ha tutto l’interesse a svalutarne il più possibile il valore per accrescere quello del suo capitale complessivo intensificandone lo sfruttamento. Il lavoro salariato e il lavoro nella sua accezione trans-storica sono nell’ambito del modo di produzione capitalistico ben distinti fra loro e fanno capo in tempi diversi a due soggetti diversi. Per Finelli comunque la contraddizione  reale si dà soltanto nella profondità dell’inconscio intrapsichico determinata dal fatto  che l’uomo, come ha chiarito Freud “ Nella società borghese è posto dinanzi alla decisione di dover scegliere fra natura e cultura e, per poter far parte della società civilizzata deve necessariamente alienare le proprie pulsioni”.[25]

Dunque, non c’entra nulla l’essere sfruttati, non c’entra nulla essere umiliati e offesi perché costretti dal bisogno economico a doversi dare per tutta la propria vita, 24 ore su 24, solo oggettivamente, come pura cosa e solo per arricchire un pugno di ultramiliardari, né conta il tipo di relazioni sociali con cui gli individui si rapportano fra loro.  La questione è tutta racchiusa nel microcosmo del singolo individuo lacerato dalla contraddizione fra il suo io cosciente e il suo subconscio. Proletari o borghesi che siano poco importa, tutti egualmente tormentati dal medesimo dilemma.

La storia ci racconta, però, di lavoratori e capitalisti, proletari e borghesi in permanente conflitto fra loro. I capitalisti sempre a pretendere che i lavoratori producano sempre di più e per un tempo sempre più lungo; i lavoratori a difendersi dall’attacco. Hanno dovuto perciò darsi innanzitutto (ecco la volontà, la soggettività che ritorna e incide sulla struttura) gli strumenti idonei a limitare la concorrenza fra loro avendo compreso sulla propria pelle che lo stare uniti era necessario per non soccombere di fronte al nemico. Sono nate così le leghe operaie, le associazioni di mutuo soccorso, i sindacati e infine i loro partiti politici, si sono, cioè, costituiti in classe. Hanno imparato dalla prassi, dalla vita reale - in cui ha certamente un peso anche la sofferenza psichica- quel che era necessario fare per fronteggiare l’avversario . “I singoli individui formano una classe- scrive Marx – solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe” [26]  non perché pervasi da puro spirito prometeico, ma per necessità. La stessa rivoluzione si dà, se si dà, per necessità e quando, per l’erompere delle contraddizioni insite nel processo di accumulazione del capitale, si evidenzia come inderogabile l’abolizione  - per dirla con Marx – dello stato di cose presente.

Nel 1917, gli operai e i contadini poveri russi muovono, sotto la direzione del partito bolscevico, il loro assalto al cielo perché non ne possono più di fungere da carne da macello per la guerra e di essere supersfruttati nelle fabbriche e nelle campagne.

Certo, resta che oggi, nonostante la crisi profondissima in cui versa il modo di produzione capitalistico e il violento attacco che la borghesia conduce contro tutto il mondo del lavoro, non c’è traccia significativa di un movimento che la contrasti con una certa efficacia. È vero: oggi, è cambiato tutto. Sotto il maglio della microelettronica applicata ai processi produttivi e gestionali, gli argini per contenere la concorrenza costruiti nel corso del tempo sono caduti uno dopo l’altro. Perfino nelle singole unità produttive i lavoratori si ritrovano spesso “l’uno di  contro all’altro come nemici, nella concorrenza”[27] e per di più il campo di battaglia, il mercato del lavoro, ha assunto dimensioni planetarie.  Ma è solo muovendo da qui, e tenendo anche conto dell’impatto psicologico che ha avuto su milioni di lavoratori il crollo dell’Urss, che si possono comprendere, per contribuire a rimuoverle, tutte le cause dell’odierna debolezza del proletariato e che finora gli hanno impedito di costituirsi in classe e di opporsi alla borghesia per liberare così corpo e psiche dalla sua disumanizzante dittatura. È un problema enorme ma non affrontarlo, perché si ritiene che la contraddizione sia altrove è come sancire che tale dittatura possa essere rimossa senza rimuovere la base economica su cui essa si fonda. È un problema che può anche non trovare soluzione, ma in tal caso non ci sarà nessuna trasformazione rivoluzionaria della società ma solo il suo progressivo sprofondare in abissi oggi neppure immaginabili.

 Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Oxfam, ben l’82 per cento dell’incremento della ricchezza prodotta nel mondo nel 2017 è finito nelle mani di quel famoso 1 per cento che detiene già gran parte della ricchezza mondiale. Ma quel che è peggio è che neppure una delle briciole rimaste è finita ai lavoratori e che questa tendenza è ormai strutturale e perciò per molti versi irreversibile.

[1] Alain Friedman - Questa non è l’America – New Compton Editori, febb. 2017 – pag. 69

[2] Fonte: Rapporto Oxfam – gennaio 2107

[3] Joseph E. Stglitz – La Grande frattura- ed Einaudi – 2016 - pag X

[4] Ib.

[5] P. Bevilacqua- La merce rara dell’abbondanza – il Manifesto del 28.11.2015

[6] Moises Naim – Lavoro, chi ha paura delle nuove tecnologie – La repubblica del 6.6. 2016

[7] E. Occorsio – Intelligenza artificiale e Big Data così i robot cambiano il lavoro – La repubblica- Affari & Finanza del 5 giugno 2017.

[8] Riccardo Staglianò – Al Posto tuo, così web e robot ci stanno rubando il lavoro – G. Einaudi editore 2016 – pp. 79- 80

[9] cfr  G. Paolucci – Capitale senza lavoro - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/lavorolottaclasse/427-capitale-lavoro

[10] E. Lohoff e N. Trenkle – Crisi: Nella discarica del Capitale –Ed. Mimesis – pag. 13. Al riguardo cfr anche G. Paolucci - Sulla crisi dei subprime rileggendo Marx - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/161-subprimemarx

[11] Èil personaggio del romanzo di Italo Calvino Il cavaliere inesistente il famoso.

[12] R. Staglianò – op. cit. pp 194/195

[13] V. Luiselli – I migranti? I nuovi schiavi e vanno liberati- Intervista rilasciata a La repubblica del 31.12.2017

[14]  K. Marx – Il Capitale –Libro I – Sez IV – Cap. 13° - pag. 498 – Ed. Giulio Einaudi - 1978

[15]  K. Marx – Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – Quaderno VII. Vol 2° pp. 394/395 – Ed. La Nuova Italia - 1978

[16] K. Marx – Il Capitale – Libro Terzo - Sez. III – Cap- 15° - pag. 340 – Ed. cit.

[17] R. Staglianò – op. cit. pp. 119-120

[18] Ib. pp 244-245

[19]  R. Finelli – Un parricidio compiuto – pag. 65 – Ed. Jaca Book - 2014

[20] Ib. pag. 113

[21] K. Marx – L’ideologia Tedesca- Opere-. pag. 39 – Editori Riuniti

[22] Ib. pp. 122-123

[23] K. Marx – Il Capitale – Libro I – Cap. VI inedito – pag. 35 – Ed. La Nuova Italia 1977

[24] Ib.

[25] Marcello Musto – Introduzione al volume K. Marx L’alienazione. Ed Donzelli – pag. 8

[26] K. Marx – L’Ideologia Tedesca – Opere - Vol V -  pag. 63 – Editori Riuniti

[27] Ib.

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