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Il gruppo Krisis e il soggetto automatico capitalista

Creato: 07 Settembre 2015 Ultima modifica: 13 Ottobre 2016
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 2259

Dalla  rivista  D-M-D' n °9

Richiamandosi a Marx le analisi del gruppo Krisis colgono puntualmente le strettissime relazioni che intercorrono tra l’attuale crisi economica e le profonde contraddizioni del processo d’accumulazione del capitale. Lo stesso gruppo di Krisis, sempre in nome di Marx, con un colpo di spugna cancella le differenze di classe e trasforma borghesi e proletari in vittime comuni del soggetto automatico capitalista.

Ogni giorno è sempre più evidente che la crisi economica che attanaglia l’intero sistema capitalistico sia destinata a perdurare ancora per un lungo periodo di tempo. Non è più un caso che le ottimistiche previsioni di ripresa economica formulate in questi ultimi anni dai vari organismi internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale o la Banca mondiale, per non parlare delle previsioni dei vari governi dei singoli stati nazionali, sono sistematicamente smentite alla prova dei fatti e la tanto agognata crescita del Pil è rinviata sempre all’anno successivo. Anche il 2014 a livello globale farà registrare una crescita economica irrisoria che non permetterà al sistema capitalistico di recuperare i livelli macroeconomici precedenti lo scoppio dell’attuale crisi.

 

Le conseguenze sociali di questa crisi economica stanno diventando sempre di più drammatiche, con miliardi di esseri umani scaraventati nella miseria più nera o utilizzati come carne da macello in quella che ormai possiamo definire la guerra imperialista permanente. Infatti non passa un solo giorno durante il quale in qualche angolo del globo non si combatti una guerra funzionale ai processi d’accumulazione e alla conservazione capitalistica.

 

Non è più un caso che proprio a causa di questa lunga crisi economica molti intellettuali stiano cercando di spiegare il fenomeno recuperando i vecchi arnesi della critica dell’economia politica di Karl Marx. Ciò sta avvenendo non con l’intento di rilanciare una vera alternativa alle barbarie del capitalismo, ma con il preciso scopo di deformare e mistificare il pensiero di Marx. L’ultimo emblematico caso in ordine di tempo è quello dell’economista francese Thomas Piketty, che di recente ha pubblicato un libro, tradotto nelle lingue più diffuse nel pianeta, dal titolo “Il capitale nel XXI secolo”. L’economista francese, come tanti altri intellettuali hanno fatto già nel passato, ufficialmente si richiama a Marx per spiegare le dinamiche del moderno capitalismo ma dichiarando nelle sue conclusioni che tutte le principali teorizzazioni del filosofo di Treviri non hanno avuto alcun riscontro nel corso degli ultimi 150 anni. Ci si richiama a Marx, sostenendo che aveva previsto già nel corso del XIX secolo molte cose che si sarebbero verificate nei decenni successivi, ma nello stesso tempo si sostiene che lo stesso Marx  non ci può aiutare a comprendere le dinamiche della modernità capitalistica e soprattutto a risolvere i problemi attuali.

 

Il fenomeno Piketty lo lasciamo al baraccone degli spettacoli televisivi che lo presentano con il nuovo ideologo del riformismo del XXI secolo e in questo nostro breve lavoro concentreremo la nostra attenzione su un gruppo di intellettuali ed economisti che si sono raccolti negli ultimi decenni intorno alla rivista tedesca Krisis. Il gruppo tedesco è tra i maggiori protagonisti di un più ampio movimento di ricerca teorica riconosciuto internazionalmente con l’aggettivo Wertkritik (critica del valore). Non è nostra intenzione porre sullo stesso piano l’economista francese Piketty e il gruppo tedesco di Krisis, troppo diverso è l’approccio teorico rispetto al pensiero di Marx; quello che li accomuna è soltanto un primo e immediato richiamo a Marx, poi le strade si allontanano lungo diversi sentieri di ricerca. Il cammino si fa successivamente comune quando dai diversi approcci teorici si passa a proposte politiche che sono lontane entrambe mille miglia rispetto all’alternativa del comunismo.

 

L’interesse per le elaborazioni del gruppo Krisis è stato, in Italia, abbastanza blando anche perchè sono stati pochi i lavori finora tradotti in italiano. Tuttavia, in questi ultimi anni, anche grazie al web, è aumentato in maniera considerevole la mole di lavori del gruppo Krisis, disponibili in Italia, che ci consentono di mettere a fuoco tutta una serie di appunti critici rispetto ad alcuni capisaldi delle loro posizioni teoriche. L’aumentato interesse verso le elaborazioni del gruppo Krisis non è dovuto soltanto alle traduzioni disponibili sul web, ma è anche il frutto della validità delle previsioni teoriche circa l’esplodere delle contraddizioni economiche su scala internazionale. Sono quasi trent’anni che le analisi del gruppo Krisis circolano all’interno di una cerchia di intellettuali che si richiamano al pensiero di Marx senza avere avuto però quella cassa di risonanza che ci si poteva aspettare. L’aggravarsi della situazione economica di questi ultimi anni ha trovato in quelle elaborazioni delle anticipazioni che confermano la loro validità teorica sul piano della critica dell’economia politica. Non vogliamo anticipare nulla e per una migliore collocazione storica del gruppo ci sembra opportuno fare una brevissima introduzione sulla sua origine e sulle principali personalità che hanno rappresentato lo stesso in questi anni.

 

 

 

Origine del gruppo Krisis

 

Come già si può intuire dall’introduzione di questo nostro lavoro, non ci troviamo di fronte ad un gruppo politico con una sua piattaforma programmatica ben definita, al contrario gli intellettuali che lo hanno animato sono stati mossi da comuni interessi di ricerca rispetto al pensiero di Marx e alla sua teoria del valore-lavoro.

 

Il gruppo nasce per iniziativa di alcuni intellettuali di origine tedesca appartenenti nella quasi totalità al mondo universitario. Il più attivo nell’iniziativa nonchè il più rappresentativo di essi, quello che ha dato nel corso degli anni il maggior contributo sia in termini teorici che di impegno organizzativo, è stato Robert Kurz. Tra gli altri esponenti della prima ora che hanno rivestito un ruolo importante possiamo menzionare Ernst Lohoff, Peter Klein, Udo Winkel e Nobert Trenkle. La loro prima iniziativa in comune risale al 1986 quando danno vita ad una rivista di critica dell’economia politica denominata Marxistische Kritik. La pubblicazione di questa rivista dura soltanto quattro anni, ed in questi pochi numeri è presente tutta una serie di lavori teorici che affrontano da diverse angolazioni il problema della teoria del valore-lavoro di Marx avanzando, nello stesso tempo, delle prime ipotesi di verifica riguardo alla validità della stessa in riferimento al nuovo corso del capitalismo che si ha avuto avvio con l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi.

 

Nel corso del 1990 il gruppo di intellettuali abbandona le pubblicazioni di questa prima esperienza editoriale per dar vita alla rivista Krisis, nome che identificherà a livello internazionale l’intero gruppo di intellettuali negli anni a venire. Quello del gruppo Krisis, pur avendo avuto in Germania la propria base d’origine, è un’esperienza che riesce ad oltrepassare i confini tedeschi anche grazie alla capacità di far conoscere le proprie elaborazioni teoriche attraverso la rete del mondo accademico. Nel corso degli anni novanta gli esponenti più rappresentativi del gruppo organizzano all’interno del mondo accademico internazionale degli incontri che suscitano l’attenzione di intellettuali europei e statunitensi in misura tale che, nell’occuparsi del pensiero critico di Marx, riesce difficile prescindere dalla elaborazione di Krisis. Ovviamente è un allargamento del proprio raggio d’azione limitato al mondo accademico in quanto, in questi primi anni di vita di Krisis, sono del tutto inesistenti i rapporti e/o gli scambi teorici con gruppi politici che si richiamano al marxismo rivoluzionario ed in maniera particolare con l’area della sinistra comunista internazionale. Troppo diversi sono i campi d’indagine a cui danno preminenza il gruppo Krisis e il variegato mondo della Sinistra Comunista perché si potesse addivenire a qualche contatto. Mentre il primo è impegnato a sviluppare il lavoro teorico di Marx senza occuparsi in alcun modo della questione  dell’organizzazione politica del proletariato dichiarando, per sovramercato, superata la stessa lotta di classe (ma su questo torneremo ampiamente dopo), l’altro – ovvero la Sinistra Comunista -, dopo la straordinaria stagione di opposizione allo stalinismo e la denuncia del tradimento della rivoluzione russa, vive la propria parabola discendente caratterizzata da  una lotta senza quartiere, tra i vari gruppi, a difesa del proprio orticello e rimasticando le vecchie posizioni politiche con l’ abbandonare, nei fatti, l’elaborazione teorica, forti dell’assunto che  tutto era già stato scritto dai padri fondatori. Da un lato, nel tentativo di riproporre le tesi di Marx e la sua teoria valore lavoro, si dichiara superata la lotta di classe, dall’altro lato, sempre nel nome di Marx, ci si intestardisce nel difendere dogmaticamente, nel nome dell’invarianza, vecchie formule teoriche rese stantìe dalle dinamiche dello sviluppo capitalistico. Si rimasticano parole d’ordine ed elaborazioni teoriche, valide per tutto un periodo storico del capitalismo, che ponevano il dovuto accento le contraddizioni del capitale nei primi anni del XX secolo, ma che non possono più essere utilizzate per interpretare correttamente le molte novità del moderno capitalismo globalizzato.

 

Nel 2004 il fondatore del gruppo Robert Kurz abbandona la redazione di Krisis e fonda una nuova rivista denominata Exit. Come è facilmente consultabile sul sito della nuova rivista www.exit-online.org i temi affrontati sono sempre quelli legati al problema del valore e alle stesse tematiche trattate dal gruppo Krisis. Sul sito è presente una discreta quantità di articoli tradotti in italiano che ci consentono di approfondire meglio le analisi condotte in questi ultimi anni dal fondatore del gruppo Krisis.

 

In anni ancor più recenti è stata pubblicata una nuova rivista denominata Streifzuege, il cui animatore principale è Norbert Trenkle. Anche quest’ultima rivista si occupa sostanzialmente di problemi legati alla teoria del valore-lavoro, del concetto di lavoro astratto e di analisi teoriche dedicate ai problemi inerenti l’attuale crisi economica del capitalismo. Di recente il fondatore di Streifzuege Norbert Trenkle e Ernst Lohoff hanno pubblicato in Germania un libro dedicato all’attuale crisi economica dal titolo “La grande valorizzazione” tradotto già in Francia e la cui introduzione è disponibile sul web anche in italiano. In quest’ultimo lavoro i due autori, sviluppando le tesi di Kurz elaborate negli ultimi decenni relativamente allo sviluppo della produzione di capitale fittizio, riescono a cogliere le giuste relazioni tra caduta del saggio di profitto, sviluppo della finanziarizzazione dell’economia e crisi economica attuale. Rinviamo, eventualmente ad un prossimo nostro lavoro, l’analisi più dettagliata dell’elaborazione della teoria economica del gruppo Krisis e ci concentriamo ora ad analizzare criticamente uno dei documenti cardine del gruppo Krisis ossia il “Manifesto contro il lavoro” pubblicato negli anni novanta del secolo scorso e che ha rappresentato per molti versi il faro teorico dell’intero gruppo.

 

 

 

Manifesto contro il lavoro

 

Molto provocatorio è apparso ai più, nell’immediato, la titolazione data al documento, Manifesto contro il lavoro, che intorno alla metà degli anni novanta ha sintetizzato le principali tesi teoriche del gruppo Krisis. Chi si sofferma al solo titolo senza approfondire le tesi esposte nel documento potrebbe essere fuorviato da un linguaggio non proprio in linea con i canoni del movimento operaio e più in generale con il marxismo rivoluzionario. In realtà chi analizza in profondità il testo, superando la barriera psicologica rappresentata dal titolo, si ritrova ad analizzare un documento pieno di spunti teorici che si pongono l’obiettivo di cogliere le straordinarie novità nel rapporto tra capitale e lavoro derivanti dall’introduzione della microelettronica nei processi produttivi. Nelle prime righe del Manifesto contro il lavoro si può leggere che “La vendita della merce “forza-lavoro” sarà nel ventunesimo secolo tanto ricca di prospettive quanto nel ventesimo la vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato “superfluo” e finisce nelle discariche sociali.”[1] Con queste poche righe il gruppo Krisis vuole evidenziare come nel moderno capitalismo, proprio a causa dell’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, la forza lavoro è destinata a rimanere invenduta sui mercati mondiali in una quantità sempre più crescente.

 

Mentre fino a tutti gli anni sessanta del novecento le innovazioni tecnologiche da un lato eliminavano posti di lavoro ma nello stesso tempo creavano i presupposti per la creazioni di nuovi settori produttivi, con un contestuale recupero dei posti di lavoro soppressi, agli inizi degli anni settanta la massiccia immissione di tecnologia informatica nei processi produttivi ha rotto definitivamente lo schema fordista sul quale si è basato lo sviluppo capitalistico fino a quel momento. I posti di lavoro soppressi in conseguenza dell’introduzione di nuova tecnologia informatica non sono più compensati da nuovi posti di lavoro creati in nuovi settori produttivi, in quanto questi nuovi settori s’affermano fin da subito come settori altamente tecnologici e a basso contenuto di lavoro. La lettura che compie il gruppo Krisis rispetto a questo nuovo quadro è che a partire dagli anni settanta del novecento la forza lavoro trova sempre più delle difficoltà per essere impiegata nei processi produttivi e tutto ciò è semplicemente una conseguenza dello stesso processo di accumulazione del capitale. Ciò segna un punto di rottura con tutta la storia precedente del capitalismo; infatti, essendo la forza lavoro l’unica fonte dal quale il capitale attinge la linfa necessaria ad alimentare la sua sete di profitto, si apre negli anni settanta una nuova fase storica in cui le crisi economiche sono sempre più frequenti proprio a causa delle difficoltà di valorizzazione  nei processi d’accumulazione.

 

Uno dei percorsi intrapresi dal capitalismo per attenuare tale stridente contraddizione, derivante dal fatto che si espelle dai processi produttivi l’unica fonte di nuovo valore, è quello di alimentare la produzione di capitale fittizio con la quale si cerca di ritardare lo scoppio delle crisi[2]. Robert Kurz ha sviluppato tali argomenti, solo accennati nel Manifesto contro il lavoro, nel suo scritto l’Apoteosi del denaro, pubblicato anch’esso alla fine degli anni novanta del novecento e tradotto in Italia dalla casa editrice Manifestolibri. Si legge infatti nel sopracitato libro che “Come si presenta, a livello dei bilanci, il passaggio dal capitalismo industriale reale al capitalismo speculativo, “da casinò”? La risposta è obbligata: con la prevalenza, nei guadagni e nei risparmi, dei redditi derivati dalla sovrastruttura finanziaria speculativa rispetto ai redditi derivati dall’accumulazione industriale reale (D-M-D’). In altre parole: il fattore decisivo non è più costituito dalla produzione reale e dai suoi successi sul mercato, ma da un abile contabilità in grado di far quadrare il bilancio tramite operazioni speculative. …. Se il “capitale fittizio” venisse svalutato su larga scala, ciò avrebbe per conseguenza la rapida bancarotta di un numero sorprendentemente alto di imprese in apparenza sanissime[3] La lunga citazione inquadra in maniera corretta il ruolo del capitale fittizio nel processo d’accumulazione e nei meccanismi di gestione della crisi economica derivante dall’operare della caduta dei profitti industriali. Sul piano dell’analisi della teoria della crisi le analisi di Kurz e del gruppo di Krisis sono condivisibili cogliendo nell’operare della legge della caduta del saggio medio di profitto il punto d’origine delle stesse crisi e dello sviluppo della produzione di capitale fittizio. Ma ritorniamo al Manifesto contro il lavoro in quanto è in questo documento che emerge tutta una serie di elaborazioni teoriche che allontanano il gruppo di Krisis dal marxismo rivoluzionario.

 

Nelle prime pagine de Il Manifesto contro il lavoro il gruppo di Krisis analizza il lungo processo storico attraverso il quale il lavoro umano diventa sotto il capitalismo un obbligo dal quale nessuno è esentato. Si citano le splendide pagine del Capitale dedicate all’accumulazione originaria in cui la formula del processo d’accumulazione DMD’ s’afferma attraverso l’imposizione del lavoro salariato a milioni di esseri umani letteralmente scaraventati nella miseria più nera dalla rottura delle vecchie gerarchie medievali. Per Kurz e gli altri autori del documento il lavoro è diventato il nuovo dogma della moderna società borghese. Si legge infatti nel Manifesto contro il lavoro che “Soprattutto negli ultimi 150 anni, tutte le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall’idea del lavoro. Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all’ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali hanno sacrificato insieme all’ idolo “lavoro”. Il verso dell’Inno dei lavoratori dell’Internazionale si legge: “Non c’è posto per gli oziosi”, ha trovato un’eco macabra nell’iscrizione “Il lavoro rende liberi” sopra l’ingresso del lager di Auschwitz.” Poco dopo il documento continua recitando che “Oggi è la società del lavoro stessa a smentire questo dogma.” La moderna società capitalistica che ha fondato la sua fortuna sullo sfruttamento del lavoro salariato, proprio in virtù dell’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, sta negando le sue stesse premesse trasformandosi in una società che nega ai più il diritto di avere un lavoro.

 

Nel moderno capitalismo il lavoro diventa, ogni giorno di più, puro dispendio di forza lavoro, perdendo, in tal modo, il suo connotato di lavoro concreto e finendo con  l’esasperare il suo carattere astratto, ciò che finalizza il lavoro alla esclusiva valorizzazione del capitale.  Da ciò consegue che nel moderno capitalismo il lavoro astratto, inteso come puro dispendio di forza lavoro funzionale all’accrescimento del capitale iniziale investito, ha assunto una dimensione assolutamente dominante rispetto al concetto di lavoro concreto, in cui ha ancora  significato ciò che si sta producendo. Per interpretare i cambiamenti in atto nel capitalismo, determinati dall’introduzione delle nuove tecnologie informatiche, il gruppo Krisis recupera l’elaborazione teorica che Marx dedica al lavoro astratto e alla teoria del valore lavoro ma, nel far questo, perviene fatalmente ad una distorsione dello stesso pensiero di Marx. Proseguiamo nella disamina del documento.

 

Nella parte finale del quinto capitolo del Manifesto contro il lavoro, intitolato “Il lavoro è un principio costrittivo sociale”, gli autori traggono le loro conclusioni teoriche che derivano dal dominio del lavoro astratto su quello concreto e del lavoro morto su quello vivo e testualmente scrivono che “Nell’eterno comprare e vendere, gli uomini non sono in rapporto di scambio reciproco come esseri coscienti che vivono in società, ma come automi sociali che eseguono soltanto il fine a se stesso loro prestabilito.“ Può sembrare una frase occasionalmente buttata li alla fine di un capitolo in cui il documento richiama costantemente le  tesi sostenute direttamente da Marx, in realtà nasconde un pericoloso scivolamento verso una visione idealista e meccanicista della realtà che nulla ha da spartire con il materialismo storico. Infatti, gli autori del “Manifesto contro il lavoro” sostengono che gli uomini sono degli automi che rispondono solo ed esclusivamente alle esigenze di valorizzazione del capitale stesso.  Quali sono le conseguenze sul piano sociale della trasformazione degli uomini in semplici automi che rispondono al comando del capitale? Poche righe più in basso gli autori del documento soddisfano la nostra domanda e scrivono “La contrapposizione sociale tra capitale e lavoro è però soltanto la contrapposizione di diversi (anche se diversamente potenti) interessi all’interno del fine tautologico del capitalismo. La lotta di classe fu la forma nella quale questi interessi contrapposti si scontrarono sul comune terreno sociale del sistema produttore di merci. Fu un elemento interno alla dinamica di valorizzazione del capitale. Non importa se la battaglia fu combattuta per i salari, i diritti, le condizioni di lavoro o i posti di lavoro; il suo cieco presupposto rimase sempre il dominio del lavoro con i suoi irrazionali principi.” Per gli autori di Krisis il capitalismo è entrato in una fase, apertasi agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, in cui la trasformazione degli individui in semplici automi, che rispondono alle esigenze di valorizzazione del capitale, ha determinato la fine della contrapposizione tra capitale e lavoro e di conseguenza anche lo scontro di classe è diventato un fattore tutto interno alle dinamiche del capitale. Poco dopo aggiungono, ad ulteriore conferma di quanto poco prima sostenuto “Ma se la classe lavoratrice, in quanto classe lavoratrice, non è mai stata l’antagonista del capitale né il soggetto dell’emancipazione umana, i capitalisti e i manager, da parte loro, non governano la società in base a una maligna volontà soggettiva di sfruttare gli altri.” In altre parole ciò che sostengono i teorici di Krisis è che la lotta di classe, lo scontro tra la borghesia e il proletariato, si è sempre espressa all’interno dei parametri della conservazione del modo di produzione capitalistica. Le lotte dei lavoratori per un salario più alto e per migliori condizioni di vita e di lavoro del XIX e XX secolo sono state funzionali al processo d’accumulazione del capitale, garantendo nello stesso tempo allo stato nazionale le entrate fiscali necessarie per gli interventi di natura più squisitamente politica[4].

 

Per Kurz e gli altri autori del Manifesto contro il lavoro nel moderno capitalismo, anche in virtù del salto qualitativo che si è realizzato con l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi nel corso degli anni settanta del secolo scorso, è di fatto superata la contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro. Borghesi e proletari sono nei fatti entrambi vittime del capitalismo inteso come un soggetto automatico che risponde ad interessi che trascendono la volontà dei singoli individui.

 

 

 

Il duplice Marx

 

In occasione dei 150 anni dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, Kurz ha scritto un breve documento dal titolo Il Duplice Marx, nel quale si sostiene che il pensiero di Marx può essere suddiviso in due parti. Un Marx I, teorico della lotta di classe e dello scontro tra la borghesia e il proletariato, quello per intenderci del Manifesto, e un Marx II che concentra la propria analisi sul sistema capitalistico da un punto di vista dell’analisi storica. Scrive Kurz che il Marx I “sembra fare proprio l’ontologico punto di vista del "lavoro" insieme con la relativa etica protestante, rivendica il "plusvalore non pagato" e vuole sostituire la "proprietà privata dei mezzi di produzione" giuridica con la proprietà statale.”, mentre il Marx II “orienta la sua analisi teorica non sugli interessi sociali immanenti al sistema ma sul carattere storico del sistema stesso. Il problema non è più il "plusvalore non pagato" o il "potere giuridico della proprietà privata" ma la forma sociale stessa del valore, che è il terreno comune alle classi in lotta e che soprattutto genera la contraddittorietà dei loro interessi.”

 

Questa scissione nel pensiero di Marx sembra parafrasare quella compiuto in precedenza tra un Marx giovanile e uno maturo. Il primo, quello del periodo giovanile, che risentiva ancora dell’influenza del pensiero di Hegel, mentre quello della maturità aveva già fatto i conti con l’idealismo hegeliano. In Kurz l’impianto teorico di Marx può essere suddiviso tra un Marx politico che si preoccupa dei problemi della lotta di classe, che Kurz giudica ormai superato dalle stesse dinamiche del processo di produzione capitalistico, ed un Marx impegnato nell’analizzare il funzionamento del sistema che mantiene intatta tutta la sua attualità teorica. E’  questo secondo Marx che ci permette di comprendere le dinamiche di funzionamento del moderno sistema capitalistico e di capire che “Il capitale non è più una "cosa" da sottrarre alla classe dominante, ma il rapporto sociale del denaro totale che, nella forma del capitale, ingenera un feedback con sé medesimo e si autonomizza perciò in un movimento spettrale, così da funzionare come un "soggetto automatico”. Si ribadisce in maniera ancora più chiara che il meccanismo di accumulazione del capitale si è reso autonomo rispetto alla volontà dei singoli individui, e la stessa borghesia è a sua volta vittima di questo infernale meccanismo al pari della classe lavoratrice.

 

Ora considerare il capitalismo come un soggetto automatico resosi autonomo dalla volontà dei singoli individui appare come una ipostatizzazione che nei fatti stravolge il reale funzionamento del processo d’accumulazione del capitale. Il fatto che il meccanismo capitalistico appaia come un fenomeno che si impone dall’esterno alla volontà dei singoli individui, non deve significare che tale meccanismo trascenda completamente la volontà degli uomini. Il capitalismo è un prodotto dell’agire degli uomini organizzati in classi sociali secondo determinati rapporti, e soltanto nell’apparenza fenomenica che il meccanismo sembra rendersi autonomo dagli uomini e quindi dalle classi. Sono gli individui e il modo in cui essi si relazionano ad essere gli unici protagonisti della storia umana. Astrarre dalla realtà fenomenica concetti, qualità rendendoli per sè sussistenti significa ipostatizzare il soggetto automatico del capitalismo attribuendo ad esso una vita autonoma rispetto a quella degli uomini. Tutto ciò è un chiaro ritorno a quel dio che Marx aveva sbattuto fuori dal pensiero filosofico e che Kurz e i teorici di Krisis lo hanno nei fatti reintrodotto.

 

Se il capitalismo è diventato un soggetto automatico anche le classi sociali non hanno più ragion d’essere in quanto tutta l’umanità è vittima del meccanismo d’accumulazione. Le classi sociali scompaiono in virtù del rendersi autonomo del processo d’accumulazione del capitale. Per Krisis è finita definitivamente la fase in cui occorre lottare per un miglior salario, per difendere il proprio posto di lavoro o per migliorare le proprie condizioni di vita in quanto lotte che da un lato sono inutili mentre dall’altro si dimostrano funzionali ai meccanismi d’accumulazione del capitalismo. Prosegue Kurz nel già citato Duplice MarxLa "lotta di classe" è terminata e quindi anche il Manifesto ha perso la sua forza. Il suo linguaggio sferzante si è sclerotizzato in un documento storico. Questo testo è diventato inattuale perché ha già pienamente assolto il suo compito. Ma proprio perciò è suonata l’ora del Marx II: il sistema di riferimento del "soggetto automatico" che all’epoca della lotta di classe storica non venne percepito come un fenomeno distinto e che perciò era in un certo qual modo "invisibile" è divenuto oggi un problema impellente e la sua crisi globale caratterizzerà il secolo a venire.”

 

Il nemico da combattere non è più il borghese che attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato soddisfa la sua sete di profitto, ma borghesi e proletari si trovano dalla stessa parte della barricata per combattere il comune nemico rappresentato dal soggetto automatico del capitalismo, ossia un’entità resasi autonoma e antagonista rispetto alla massa indistinta di individui. Le conseguenze politiche di tali elucubrazioni sono di una portata straordinaria e stravolgono tutte le linee guida di una corretta prassi rivoluzionaria. Infatti, se è vero che nel moderno capitalismo si è modificata in questi ultimi decenni l’efficacia della lotta economica nel più generale conflitto sociale[5], la lotta di classe tra i detentori dei mezzi di produzione (borghesi) e coloro che possono vendere la propria forza lavoro (proletari) si è ulteriormente acuita e finora tale scontro vede come unico vincitore la classe capitalistica internazionale. La lotta di classe non è finita, anzi l’acuirsi della crisi economica spinge la borghesia ad attaccare su tutto il pianeta con una maggior veemenza le condizioni di vita e di lavoro dell’intera classe dei proletari.

 

Se è finita la lotta di classe, se le lotte proletarie sono un retaggio del passato che addirittura si sono dimostrate funzionali all’affermarsi del soggetto automatico del capitalismo, da chi potrà essere messo in discussione tale infernale meccanismo che tutto subordina al processo d’accumulazione? Il problema è pertanto quello di individuare il soggetto antagonista al capitale automatico, ma a tale domanda il silenzio di Kurz e degli altri intellettuali di Krisis si fa assordante, forse perché in cuor loro sperano che al soggetto automatico del capitalismo possa contrapporsi un altrettanto automatico soggetto antagonista. Ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con Marx e il materialismo storico che affida ai singoli individui organizzati in diverse classi e al conseguente scontro sociale le sorti dell’umanità. Per noi non si tratta di individuare un nuovo soggetto capace di contrastare le barbarie del soggetto automatico capitalista. Troppi e sempre fallimentari sono stati i tentativi di cercare soggetti rivoluzionari alternativi al proletariato, non ultimo quello della Scuola di Francoforte che vedeva negli studenti la nuova soggettività rivoluzionaria. Occorre, a nostro parere, che il moderno proletariato internazionale, formatosi in questi ultimi decenni come conseguenza delle profonde trasformazioni economiche e sociali, possa in primo luogo riconoscersi come classe sociale e come portatore di interessi più generali e attraverso la guida dell’avanguardia politica ed un proprio programma politico porre all’ordine del giorno il superamento del modo di produzione capitalistico.

 

 



 

[1] Il testo del “Manifesto contro il lavoro” che abbiamo utilizzato è quello presente sul sito www.krisis.org

 

[2] Rinviamo a quanto già scritto sull’argomento ai precedenti numeri di questa stessa rivista.

 

[3] La lunga citazione è contenuta nel libro di Robert Kurz “La fine della politica e l’apoteosi del denaro” pag. 122/123 editore Manifestolibri

 

[4] Vedi a tale proposito le tesi sostenute da Kurz nel saggio “La fine della Politica”, pubblicato da Manifestolibri nel 1997.

 

[5] Vedi al riguardo quanto già scritto nel saggio Sindacato, lotta economica e conflitto di classe nell’era del lavoro precario, apparso sul numero 6 di questa stessa rivista nel gennaio del 2013

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