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Classe, coscienza e potere (II parte)

Creato: 06 Luglio 2015 Ultima modifica: 13 Ottobre 2016
Scritto da Mario Lupoli Visite: 4292
Dalla  rivista  D-M-D' n °9
classeIn questa seconda parte dello studio, iniziamo a soffermarci sulle concezioni della coscienza di classe nel Novecento.

Ci dedichiamo qui in particolare alla visione kautskiana-leniniana, che da un punto di vista teorico e politico è stata senz'altro la più rilevante, ma non priva di criticità.

 

Con questa ricostruzione, si renderà possibile proseguire con un'analisi critica di altri piani della discussione teorica sulla coscienza, e proporre così una sintesi in una parte conclusiva.

 

 

Non sanno di far ciò, ma lo fanno

 

Karl Marx

 
 

Nella prassi l'uomo deve provare la verità,

 

cioè la realtà e il potere,

 

il carattere immanente del suo pensiero

 

Karl Marx

 
 

Come abbiamo visto in precedenza[1], la coscienza comune è necessariamente una visione rovesciata della realtà; la coscienza comunista non può essere prodotta in massa se non con la trasformazione in massa degli stessi individui in una rivoluzione; la coscienza teorica è essenzialmente contrapposta a quella spontanea.

 

A questo punto il problema principale diventa dunque comprendere il nesso tra movimento operaio e coscienza teorica, cioè come questa coscienza teorica possa relazionarsi a quella massa di lavoratori salariati che non può produrla autonomamente.

 

Abbiamo anche osservato[2] che non è sufficiente il pensiero scientifico (e quindi la sua propaganda, la sua “introduzione”) a contrastare la coscienza comune, spontanea, rovesciata (“falsa coscienza” appunto). Il fondamento delle nebbie ideologiche, abbiamo messo in evidenza, “semplicemente non è su quel piano: non è nelle menti, ma nella maniera determinata e necessaria di manifestazione delle relazioni reali in una formazione economico-sociale data”[3]. E' chiaro come non siano sufficienti quindi né la vulgata spontaneista né quella socialdemocratica (e leninista): la coscienza è un aspetto determinante per la costituzione dei lavoratori salariati in classe,  per la dimensione di “classe contro classe”. Ma non sorge dalla dinamica della lotta di classe, né può essere letteralmente “importata”. La teoria del rapporto tra partito e classe si muove quindi su questo delicato equilibrio.

 

 

 

Teoria, forze materiali, masse

 

Il problema non è nuovo. Già nell'opera giovanile Per la critica della filosofia del diritto di Hegel Marx scriveva: “evidentemente l'arma della critica non può sostituire la critica delle armi, la forza materiale non può essere abbattuta che dalla forza materiale, ma anche la teoria si trasforma in forza materiale non appena penetra fra le masse”[4]. Questo è evidentemente il punto. Ma come la teoria penetra fra le masse? Nel 1843 Marx risponde “non appena si palesa ad hominem, ed essa si palesa ad hominem non appena diventa radicale. Essere radicale significa cogliere le cose dalla radice. Ma la radice dell'uomo è l'uomo stesso”[5]. Ancora, veniva specificato che le rivoluzioni “hanno bisogno di un elemento passivo, di una base materiale. La teoria si realizza in un popolo soltanto nella misura in cui essa costituisce la realizzazione dei bisogni di tale popolo. [...] Non basta che il pensiero tenda a realizzarsi, la realtà deve tendere essa stessa verso il pensiero”[6]. Le conclusioni dell'epoca erano che “come la filosofia trova nel proletariato le sua armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi intellettuali [...]”[7].

 

I termini sono ancora lontani da quelli della teoria comunista che sarà sviluppata da lì a poco, ma la questione quantomeno è posta. Engels ci tornerà nel 1886 nel Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca: “non è che nella classe operaia che si mantiene intatto il senso teorico tedesco. Qui non si può distruggerlo [...;] quanto più la scienza procede in modo spregiudicato e deciso, tanto più essa trovasi in accordo con gli interessi e con le aspirazioni degli operai. Il nuovo indirizzo, che ha ravvisato nella storia della evoluzione del lavoro la chiave per comprendere tutta la storia della società, si è rivolto sin dal primo momento alla classe operaia e ha trovato in essa l'accoglienza che non cercava né attendeva dalla scienza ufficiale. Il movimento operaio tedesco è l'erede della filosofia classica tedesca”[8]. Questa chiusura di Engels è diventata senz'altro celebre, ma è nondimeno problematica per l'inquadramento che sembra suggerire tanto della filosofia classica tedesca che delle “scienze”.

 

La questione è posta politicamente nel Manifesto del Partito Comunista, in cui Marx ed Engels scrivevano che il partito “non cessa nemmeno un istante di sviluppare fra gli operai una coscienza quanto più è possibile chiara dell'antagonismo e dell'inimicizia esistenti fra borghesia e proletariato”[9].

 

 

 

Movimento e coscienza

 

Il terreno su cui si colloca il nesso tra coscienza teorica di classe e operai è quello del movimento di questi ultimi. Ma che tipo di movimento? Se e come si può distinguere movimento economico e movimento politico?

 

In una lettera a F. Bolte[10] Marx chiarì che:

 

“Il Movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del Potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia sviluppata sino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche. Ma d'altra parte ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti e cerca di far forza su di esse con pressione dall'esterno è un movimento politico.

 

Per esempio, il tentativo di strappare una riduzione della giornata di lavoro dal capitalista singolo in una sola fabbrica, o anche in una sola industria, con degli scioperi, ecc., è un movimento puramente economico; invece il movimento per strappare una legge delle otto ore, ecc., è un movimento politico. E in questo modo dai singoli movimenti economici degli operai sorge e si sviluppa dappertutto il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva generale socialmente. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa preliminare organizzazione, essi sono da parte loro altrettanti mezzi dello sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, i.e. contro il potere politico, delle classi dominanti, essa deve ad ogni modo essere preparata a ciò da una agitazione permanente contro l'atteggiamento a noi ostile nella politica delle classi dominanti. Altrimenti, rimane un giocattolo nelle loro mani [...]”[11].

 

 

 

La lettera è molto interessante. In sintesi: le lotte economiche degli operai presuppongono e al contempo fanno sorgere una organizzazione di classe: è un movimento di sviluppo delle une e dell'altra, dove lo sviluppo di un elemento ha effetto sull'altro. Quando le lotte sono circoscritte e perseguono rivendicazioni specifiche contro un singolo agente del capitale o un settore specifico non superano i limiti della lotta economica. Le lotte divengono tuttavia politiche quando la classe operaia in quanto classe si contrappone alla classe dominante, e le contrappone con una forza generale i suoi interessi generali. Ma gli operai prima di avere una forza e un'organizzazione così sviluppata e matura da poter contrapporsi contro il potere politico delle classi dominanti devono esservi preparati dai comunisti, per strapparli dalle mani della borghesia mediante un'agitazione permanente.

 

Questo discorso sarà il vero oggetto di tutta la nostra discussione. Per ora notiamo che, per molti versi, torna in altra forma quel processo di costituzione in classe che avevamo già trovato in Miseria della Filosofia, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte e nello stesso Manifesto del Partito Comunista[12]. I lavoratori, inizialmente classe solo nei confronti del capitale, si riuniscono e organizzano nelle lotte, estendendo assieme sia l'organizzazione che le lotte stesse, in un percorso che può culminare nella difesa di interessi di classe contro tutta la classe dominante in quanto tale (quindi contro il suo potere collettivo, ovvero politico), contro il suo ordinamento stesso.

 

C'è la necessità che i comunisti prendano parte a questo processo diffondendo tra le fila dei proletari la chiara coscienza dell'irriducibilità dell'antagonismo di classe (e quindi della necessità di spingere la lotta alla distruzione del potere politico - quindi collettivo, di classe - della borghesia), operando per strappare i lavoratori dall'influenza della classe dominante, e preparandoli così ad arrivare al livello di scontro politico: classe contro classe.

 

Le posizioni dei comunisti non sono un qualcosa di costruito in laboratorio, ma l'espressione generale del movimento storico, dei rapporti di classe realmente esistenti, analizzati e teoricamente compresi. Per procedere lungo questa direttrice, torniamo a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando il tema si fa incandescente.

 

 

 

Il tema della coscienza nella interpretazione di Karl Kautsky

 

Negli ultimi anni dell'Ottocento, William Morris, poeta e artigiano, socialista dai forti tratti utopistici e romantici, già denunciava l'allontanamento dei lavoratori dal socialismo, e invocava l'energica azione del partito per portare ai proletari una coscienza socialista autentica[13].

 

Questa esigenza di “portare” la coscienza verrà poi formulata in termini che diventeranno classici dal Papa rosso della socialdemocrazia tedesca: Karl Kautsky. Procediamo con un breve excursus di alcuni passaggi fondamentali della concezione kautskiana della coscienza di classe.

 

Ne La via al potere[14] del 1909, Kautsky tratta, tra l'altro, delle condizioni affinché il proletariato possa prendere il potere.

 

Innanzitutto fissa quella della maturità dello sviluppo delle forze produttive, sì da renderne possibile la socializzazione.

 

L'altra condizione determinante riguarda lo stesso proletariato, che deve avere quattro caratteristiche:

  1. essere diventato una grande massa
  2. essere ormai indispensabile economicamente
  3. essere, in una quota significativamente ampia, fortemente organizzato
  4. avere “una chiara coscienza della propria situazione di classe e della natura dello Stato e della società”[15]

 

 

La coscienza socialista, per Kautsky, non è indispensabile affinché crescano le attività in campo sindacale, cooperativo e politico contro lo sfruttamento, ma queste attività, queste spinte, devono essere coordinate dalla Socialdemocrazia in “un'azione cosciente e unitaria, che trova il suo punto culminante nella grande battaglia finale per la conquista del potere politico”[16]. Kautsky assegna dunque alla Socialdemocrazia il compito di portare i proletari alla costituzione in classe, interpretando così il ruolo del partito che in Marx, in qualche modo, emergeva ripetutamente, anche se in una forma ancora abbozzata (che corrispondeva intanto alla concreta realtà del movimento operaio dell'epoca e del lavoro dell'Associazione internazionale del lavoratori come andava definendosi, e alle esperienze politiche che ne conseguivano).

 

Kautsky prosegue più avanti nel precisare come la coscienza agisce a livello individuale e collettivo. Parte dal “fondamento primo di ogni necessità economica, la volontà di vivere”. Il capo socialdemocratico riconosce che questa volontà di vivere non dipende dalla coscienza, ma sostiene che la coscienza “determina le forme che assume quella volontà in casi determinati e l'energia da applicare a ciascuna di tali forme”. La coscienza affianca cioè l'istinto nell'orientare la volontà, e le forme della volontà dipendono “dal modo e dalla misura in cui la coscienza riconosce le condizioni di esistenza”. Questo comporta un aspetto di fondamentale importanza: se i proletari conoscono i rapporti sociali per quello che sono, le forme della loro volontà ne sono determinate, quindi agiscono in maniera conforme ai propri scopi di classe e non a quelli della classe dominante[17]. La volontà di lottare viene così motivata e diretta dalla coscienza del “premio della lotta”, dal “sentimento di forza” e dalla “forza reale”[18].

 

Kautsky si sofferma sulla volontà perché ritiene che quando questa diventa cosciente pone agli uomini, in questo caso ai proletari, dei fini, ma “anche i mezzi per raggiungerli in modo funzionale, senza dispersione di forze, con il minimo impiego di energia”[19]. La lotta di classe, precisa, non vede la piena coscienza da parte dei “partecipanti” sin dall'inizio: in una fase iniziale la “volontà cosciente” è limitata ai bisogni immediati; le “trasformazioni sociali” che la lotta produce non sono del tutto visibili ai proletari. Se ne ricava che “la lotta di classe, come evento sociale, rimane a lungo un fenomeno incosciente e, in quanto tale, è accompagnata da tutta la dispersione di energia, che è inerente a tutti i fenomeni incoscienti. Solo la conoscenza del processo sociale, delle sue tendenze dei suoi scopi, permette di porre fine a questa dispersione, concentrare le forze del proletariato, raccoglierle in grandi organizzazioni unificate da grandi obiettivi e subordinare secondo un piano le azioni personali e momentanee agli interessi di classe duraturi, i quali d'altra parte servono allo sviluppo sociale nel suo complesso”[20]. E aggiunge nel 1918 che, giacché “ogni azione umana cosciente presuppone una volontà, volere il socialismo è la prima condizione per realizzarlo”[21].

 

Conoscenza dei processi, coscienza, determinazione delle forme della volontà, azione corrispondente agli scopi con i mezzi appropriati. Sono questi i termini del discorso di Kautsky.

 

Arriviamo dunque al ruolo della teoria. Per il teorico tedesco, insegnando ai lavoratori “a servirsi in maniera consapevole delle forze prodotte dallo sviluppo economico e impedisce la loro dispersione”[22], la teoria ne accresce la forza reale. Non solo però: la teoria consente anche che si sviluppi la coscienza di classe del proletariato[23]. Di conseguenza, teoria e coscienza di classe non coincidono, sono ben distinte.

 

Avere più forza e avere coscienza sono elementi collegati: infatti la Socialdemocrazia si adopera per “inculcare” nel proletariato la “coscienza della propria forza”[24]. Come era scritto nel Programma del Partito, “compito del Partito socialdemocratico è di dare una carattere cosciente ed unitario a questa lotta della classe operaia e di indicarle la sua meta necessaria per legge naturale”[25].

 

Se la volontà è determinata da coscienza, abitudini e istinti, non bisogna trascurare che questi ultimi non sono in dipendenza meccanica dalla loro base materiale. Anche quando il movimento operaio acquisisce una grande forza, può cioè sopravvivere la suggestione di essere debole e di avere davanti un nemico invincibile. La coscienza della propria forza è quindi un fattore che rende possibile una volontà corrispondente all'effettivo livello di forza della classe.

 

Ma come la Socialdemocrazia può instillare questa coscienza?

 

La propaganda teorica è una parte del lavoro. Ma non basta. A un livello di massa, abbiamo visto, la trasformazione della coscienza avviene non mediante azioni - potremmo dire - “illuministiche” di educazione, ma attraverso movimenti di mobilitazione, azione e quindi trasformazione di massa. Scrive Kautsky, “per la formazione della coscienza di classe, l'azione è sempre più efficace di ogni teoria. I successi nella lotta contro l'avversario sono il mezzo attraverso il quale la Socialdemocrazia rende cosciente nel modo più efficace il sentimento di questa forza”. Sottovalutazione della teoria e subordinazione della teoria alla prassi? Al contrario: “Successi che sono dovuti al fatto che la Socialdemocrazia è guidata da una teoria che rende possibile alla parte cosciente e organizzata del proletariato di impiegare in ogni momento il massimo delle sue forze”[26]. Per Kautsky tali successi sono quelli sindacali, parlamentari, e così via. Ma al di là di questo è importante come abbia stabilito il nesso tra teoria, coscienza, volontà e azione.

 

Vale la pena confrontare brevemente l'enfasi qui posta sul ruolo del partito con le formulazioni di due anni prima, contenute ne Il Programma di Erfurt. “Negli strati dei lavoratori salariati di cui stiamo parlando”, scrive Kautsky, “la coscienza della propria forza e lo spirito di resistenza si sviluppano solo quando essi raggiungono la coscienza della propria comunanza di interessi, della solidarietà, che domina tra i loro membri. Con il risveglio del senso di solidarietà incomincia la rinascita morale del proletariato, l'elevazione del proletariato operaio dalla palude del sottoproletariato”[27]. Oltre all'accento sulla solidarietà e sul suo ruolo nello sviluppo di una coscienza della propria forza, Kautsky si concentra anche sugli elementi da cui nasce tale solidarietà (e tale consapevolezza della propria forza); stavolta si sottolinea che la cooperazione nell'industria fa sì che lo stesso lavoro “rende [i proletari] coscienti della potenza dell'unione”; ma “forse ancor più della cooperazione, l'uguaglianza delle condizioni di lavoro contribuisce a risvegliare il senso di solidarietà nel proletariato”[28]. Qui l'attenzione è concentrata sugli elementi che spontaneamente conducono gli operai all'unione. Ma non si tratta di due tesi contrapposte, una “spontaneista” e una “partitista”, succedutesi nell'arco di due anni. Come è reso evidente dalla contestualizzazione dei testi nella letteratura socialista del periodo e nelle battaglie in corso nella società e nel partito tedesco, si tratta di un'unica visione, che interpreta (più o meno legittimamente) quel processo di costituzione in classe che Marx aveva sintetizzato nella lettera sopra riportata a Bolte, e descritto nei citati Il Diciotto Brumaio e Miseria della Filosofia. Tutto ciò anche al netto di quell'opportunismo kautskiano, che, in non pochi elementi, già possiamo rilevare in questa fase (per quanto Lenin definirà solo molto dopo Kautsky un rinnegato, anche se in Germania le opposizioni della sinistra socialista ne combattevano la linea opportunista già da tempo). Certo, la forma di coscienza che può nascere solo da queste lotte non va oltre il tradunionismo, e può al più rappresentare una forma embrionale di coscienza socialista. Ma per questo bisognerà andare alle precisazioni di Lenin (anch'esse non esenti da criticità, tuttavia).

 

Poco più avanti, nello stesso lavoro sul programma di Erfurt, Kautsky arriva finalmente alla questione socialdemocrazia – coscienza.

 

Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo...[29]. Questa è un po' l'immagine che spesso si associa all'idea kautskiana di coscienza apportata al proletariato dall'esterno. Ma è una riduzione impropria. Abbiamo già visto che Kautsky colloca l'intervento dei socialisti all'interno del processo di costituzione della classe, assegnando loro, come già Marx ed Engels, il compito di apportare consapevolezza dei movimenti storici e sociali, di contrastare il dominio ideologico della borghesia sui proletari, facilitare le condizioni di costituzione in classe e quindi di scontro di classe contro classe. Anzi, per Kautsky grazie alla nascita del socialismo scientifico non c'era più spazio per socialisti che portano “dall'alto al proletariato la liberazione dalla sua miseria”; i socialisti adesso, invece, “devono sostenere la sua lotta di classe sviluppando le sue capacità di giudizio e sostenendo le sue organizzazioni politiche ed economiche”. Così si definiva quindi il compito dei socialisti: “rendere il più possibile cosciente ed efficace la lotta di classe del proletariato”[30].

 

Il passaggio maggiormente esplicito in cui viene da Kautsky affrontata la questione della coscienza è il celebre estratto dalla Revisione del programma della Socialdemocrazia in Austria, citato da Lenin nel Che fare?[31]:

 

“Parecchi dei nostri critici revisionisti immaginano che Marx abbia affermato che lo sviluppo economico e la lotta di classe non soltanto creano le condizioni della produzione socialista, ma generano anche direttamente la coscienza della sua necessità. Ed ecco questi critici obiettare che il paese del più avanzato sviluppo capitalistico, l'Inghilterra, è il più estraneo, fra tutti i paesi moderni, a questa coscienza. In base al progetto si potrebbe credere che anche la commissione la quale ha elaborato il programma austriaco condivida questo punto di vista sedicente marxista ortodosso che viene confutato nel modo suindicato. Il progetto dice: 'Quanto più lo sviluppo capitalistico rafforza il proletario, tanto più esso è costretto a lottare contro il capitalismo ed ha la possibilità di farlo. Il proletario giunge ad aver coscienza della possibilità e della necessità del socialismo. La coscienza socialista sarebbe, per conseguenza, il risultato necessario, diretto della lotta di classe proletaria. Ma ciò è completamente falso. Il socialismo, come dottrina, ha evidentemente le sue radici nei rapporti economici contemporanei, al pari della lotta di classe del proletariato; esso deriva, al pari di quest'ultima, dalla lotta contro la miseria e dall'impoverimento delle masse generati dal capitalismo; ma socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all'altra e non uno dall'altra; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l'una né l'altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall'esterno [von aussen hineingetragenes], e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente [urwüchsig]. Il vecchio programma di Hainfeld diceva dunque molto giustamente che il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato [di “permeare”, “riempire” il proletariato] la coscienza della sua situazione e della sua missione. Non occorrerebbe far questo se la coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe. Il nuovo progetto ha ripreso questa tesi del vecchio programma e l'ha sovrapposta alla tesi sopra citata. Ma ciò ha completamente spezzato il corso del pensiero...».

 

In questo passo, Kautsky sta parlando innanzitutto della coscienza della necessità della produzione socialista, del socialismo. Il dirigente socialista nega che Marx abbia mai sostenuto che tale coscienza della possibilità e necessità del socialismo venisse generata solo dallo sviluppo del capitalismo e della lotta di classe.

 

I rapporti economici capitalistici producono la lotta di classe del proletariato, che si batte contro la sua miseria. Accanto a questa lotta si sviluppa il socialismo, la coscienza socialista, ma le sue premesse sono scientifiche; per questo il socialismo nasce grazie a intellettuali borghesi, detentori della scienza, venendo poi comunicato all'avanguardia del proletariato, che lo introduce, lo importa, quando possibile, nella lotta di classe.

 

Abbiamo nel testo: coscienza della necessità del socialismo; coscienza socialista; coscienza della situazione e della missione del proletariato. Si tratta della stessa forma di coscienza? A nostro avviso, per coscienza socialista si intende qui la coscienza teorica, che viene elaborata da intellettuali di origine borghese. Quando questa coscienza permea il proletariato, quando vi viene “introdotta” nel corso delle sue lotte, nei salariati si forma una coscienza della propria condizione, della possibilità di una società superiore, della sua necessità, e di conseguenza di quale il compito, l'obiettivo generale, su un piano storico, di quella classe che si costituisce.

 

Senza l'”introduzione” della coscienza socialista si potrebbe produrre spontaneamente una coscienza della necessità del socialismo e degli obiettivi storici dei lavoratori? In base a quanto abbiamo già analizzato, la risposta è assolutamente negativa. C'è da notare però adesso che se manca questo tipo di coscienza di classe tra i salariati non ci si può aspettare che maturi il processo di costituzione in classe, perché fermi al tradunionismo (alle battaglie per migliorare la propria condizione nella società attuale, che però non viene messa in discussione) non c'è mai lo scontro di classe contro classe, lo scontro politico in senso proprio. La produzione della coscienza è quindi parte integrante del processo di costituzione del proletariato in classe. Quindi nel discorso di Kautsky l'”introduzione” della coscienza socialista tra i salariati “dall'esterno” è determinante per portare a questo livello lo scontro. Ma vediamo meglio, con Lenin, cosa può intendersi con “dall'esterno” e se la formula è appropriata.

 

 

 

Lenin: la coscienza dell'esterno

 

Il testo di riferimento in cui Lenin affronta il tema è, classicamente, il Che fare?, un libro scritto nel 1902 in polemica con la corrente degli “economisti”, in cui si delinea anche la sua concezione del partito (per quanto subito dopo lo stesso Lenin metterà in guardia contro una sua dogmatica lettura in termini programmatici, separati dal contesto storico e dalla polemica particolare).

 

La questione specifica della coscienza è affrontata nel paragrafo «La spontaneità delle masse e la coscienza della socialdemocrazia».

 

La polemica in corso era contro quei socialdemocratici “economisti”, raccolti attorno al giornale Raboceie Dielo, che, detto in breve, accusavano gli altri gruppi socialisti russi di sottovalutare l’importanza della spontaneità, cioè di quello che poteva essere il frutto dello sviluppo stesso della realtà “oggettiva”. Secondo gli economisti, sottovalutare l'elemento spontaneo portava gli altri socialisti a enfatizzare eccessivamente l’”elemento cosciente”. Il problema era così posto nel rapporto tra spontaneità e coscienza.

 

Lenin non sottovaluta di per sé la spontaneità. Volendo sintetizzare, la questione era così posta:

  1. C’è spontaneità e spontaneità. Quando di per sé il movimento operaio compie significativi passi avanti, questa spontaneità implica un certo livello di coscienza, commisurato all’importanza storica di quegli stessi passi avanti.

Non è una coscienza teorica, non è una comprensione teorica. E’ il comune sentire di una classe, una forma di coscienza appunto, che vede affiancata la rottura con la sottomissione all’ordine vigente (al dominio di classe storicamente esistente in quel momento) all’esigenza di resistere.

  1. Più precisamente, si può dire che la spontaneità non è contrapposta alla coscienza, ma ne rappresenta la forma embrionale.
  2. La forma embrionale di coscienza che emerge dalle lotte spontanee dei lavoratori è caratterizzata da una relativa parzialità: sono lotte (tradunionistiche) nelle quali l’antagonismo tra le classi è chiaro, ma non è diffusa tra la classe oppressa la coscienza dell'irriducibilità di tale antagonismo, e che implica che gli interessi (storici) della classe oppressa sono quelli di metter fine al dominio della classe dominante. Non è coscienza della  inconciliabilità tra gli interessi dei proletari e l’intero “ordinamento politico e sociale contemporaneo”: questa forma di coscienza è quella comunista (Lenin all’epoca scriveva “socialdemocratica”), che manca sempre al movimento spontaneo.
  3. La coscienza che spontaneamente viene prodotta dal movimento dei proletari è quindi il tradunionismo, che non discute la conservazione del dominio capitalistico, ma si limita a rivendicare migliori condizioni per i lavoratori nel suo contesto. Dal punto di vista ideologico, gli operai restano così subordinati alla classe dominante.

Lenin, sulla scorta di Kautsky, quando spiega perché il movimento spontaneo conduce al predominio dell'ideologia borghese individua le tre seguenti ragioni:

 

1. L'ideologia borghese è più antica del socialismo;

 

2. è meglio elaborata;

 

3. è assolutamente più e meglio diffusa.

 

Non si concentra quindi sul perché il capitalismo produce necessariamente una visione rovesciata della realtà e quindi un'ideologia come falsa coscienza. Questo tema marxiano comunque è perfettamente coerente con l'impostazione leniniana della questione della coscienza, che anzi ne sarebbe rafforzata e meglio precisata.

 

Lenin si sofferma infatti solo sulle caratteristiche dell'ideologia e della sua diffusione. Ma è proprio perché la realtà si manifesta necessariamente in maniera dissimulata, che l'ideologia (la coscienza “falsa”, comune e sempre rovesciata, come abbiamo visto) prodotta all'interno dei rapporti sociali che costituiscono la società è solo e sempre fallace. Il piano di produzione della coscienza socialista è quello della teoria, non dell'esperienza quotidiana (“dell'esperienza quotidiana”, non “della pratica”, perché la dicotomia volgare teoria-pratica è estranea al nuovo materialismo marxiano[32]).

  1. La coscienza comunista, per quanto detto, non può maturare spontaneamente dal mero movimento. Il movimento operaio non produce, non elabora un'ideologia indipendente, una coscienza proletaria.
  2. La coscienza comunista è la dottrina elaborata da intellettuali borghesi che, rompendo con la classe di provenienza, hanno fondato il socialismo scientifico, a partire dalle teorie filosofiche, economiche e storiche precedenti.
  3. Sottomettersi alla spontaneità è elevare l'errore e la difficoltà a virtù. Ogni forma di menomazione o indebolimento dell'elemento cosciente è un rafforzamento dell'ideologia borghese, che, proprio perché dominante, appare – si presenta – come “coscienza comune”, e quindi spontanea.
  4. Pertanto, la “coscienza di classe” non è una “coscienza indipendente proletaria” nel senso di un qualcosa che emerge di per sé dal movimento dei salariati, ma è precisamente coscienza comunista, una coscienza teorica comunista. L'alternativa a tale coscienza è solo l'ideologia borghese, che, presentandosi come coscienza comune in varianti multiformi produce l'apparenza di ideologie tra loro anche radicalmente contrastanti.
  5. I comunisti lavorano quindi per sottrarre i proletari alla subordinazione ideologica della borghesia, per allontanarli dalla tendenza spontanea al tradunionismo, all'accettazione della società capitalistica come orizzonte del proprio movimento. In questo senso si “combatte la spontaneità”, a favore della coscienza comunista, a favore della rivoluzione di quella società che produce necessariamente le sue forme specifiche di “coscienza spontanea”, di “coscienza comune”, come componenti dell'ideologia dominante. La coscienza comunista non essendo una coscienza spontanea, comune, non viene prodotta dalla lotta economica, dalla sfera dei rapporti tra operai e padroni, ma viene apportata ai lavoratori dall'esterno di tale sfera di rapporti. Una conclusione però da non forzare.

 

 

Una precisazione di Onorato Damen

 

E' stato ripetuto dallo stesso Lenin[33] che il contenuto del Che fare? va collocato nel contesto storico e nella polemica contro gli “economisti”.

 

Onorato Damen, in Spontaneismo e ruolo della personalità, restituisce la questione della coscienza in Lenin al netto di questa contestualizzazione. Dopo aver riportato estratti del brano prima citato della Revisione del Programma di Kautsky e del corrispondente passaggio del Che fare? di Lenin, Damen commenta:

 

“Come si vede i termini della questione sono stati posti in modo estremamente drastico e unilaterale quale si addice al linguaggio polemico ma come sempre una verità polemica è soltanto parziale e non esclude, non nega, anzi pone l'esigenza di una verità più generale e conseguente. Commetteremmo un grave errore se riducessimo i termini della questione alla distinzione rigida tra chi, per non avere ancora maturato la 'coscienza del fine' è solo in grado di elaborare una coscienza tradeunionista e coloro, gli intellettuali della borghesia, che per essere detentori della scienza e della tecnica sono portatori della coscienza socialista, si finirebbe per cadere in una valutazione quanto mai scolastica, fondamentalmente dualistica, lontana perciò da una visione dialettica del problema. Socialismo e lotta di classe, che, anche se sorgenti da premesse diverse, sono tuttavia il risultato dell'intrecciarsi di due momenti necessari di un unico processo, quello delle vicende di classe.” Continua dunque Damen: “E più chiaramente: dal processo sociale sorgono, è vero, scienza e tecnica, ma non vi sarebbe processo sociale se in esso non operassero forze umane e se queste, a loro volta, non aderissero nella loro azione intimamente al processo stesso e, sotto la spinta di interessi diversi, non esprimessero situazioni di contrasto e di lotta. È in tale ambiente che è nato e si è sviluppato il senso della differenziazione tra le diverse categorie sociali fino a cristallizzarsi in antagonismi di classe. Vi è stata un'accumulazione della conoscenza teorica e della scienza, su cui è andata modellandosi una parallela accumulazione della conoscenza umana, presa questa nel significato di aumento di cognizioni in generale, di affinamento del gusto, della sensibilità e di esigenza di una più acuta curiosità verso il nuovo e lo sconosciuto e il tutto come indice di una sempre più alta manifestazione di vita. In una parola al nesso delle cose si è intrecciato il nesso degli accadimenti umani. Il socialismo non è nato dalla scoperta di una formula, sia pur essa genialissima, non è il risultato di indagini di laboratorio, non è soltanto scienza ma è anche un nuovo modo di porsi il problema della vita, una nuova visione del mondo sorta dallo sviluppo del moderno capitalismo e maturata via via sotto il pungolo delle sue stesse contraddizioni.

 

Se il socialismo è la meta verso cui tende la dialettica della stessa organizzazione economica del capitalismo, è anche la meta a cui sono rivolti gli uomini nella loro insopprimibile aspettativa di uguaglianza e di libertà. Nel momento in cui ad esempio uomini di scienza come Marx ed Engels hanno affondato il loro esame critico nel mondo della produzione capitalistica, si sono avvalsi, essi, figli della borghesia, degli strumenti di indagine che la borghesia stessa aveva approntato in decenni di trasformazioni tecniche e di conquiste scientifiche. C'è solo da chiedersi se questa prodigiosa ascesa, apparsa così particolarmente dinamica sotto la spinta del regime di produzione capitalistica, sia da considerare come dovuta al solo capitalismo o non piuttosto al lavoro umano in cui la classe borghese non appare davvero fattore determinante in confronto al proletariato. Non basta; quand'anche considerassimo l'apporto di Marx e di Engels come opera di studiosi provenienti dalla borghesia, avremmo posto un problema di estrema banalità se mancassimo di situare storicamente la loro critica scarnificatrice e demolitrice del sistema capitalistico sottoposto ad esame.

 

E situarla storicamente significa sentire l'opera critica di questi maestri non solo in termini di scienza ma come quella di uomini che partecipano da protagonisti alla vicenda storica, che considerano come propria la causa di quella classe nel cui destino vive in potenza il destino a venire di tutta l'umanità.

 

Sono gli uomini della polemica più aspra condotta contro il conformismo conservatore che hanno visto nello sviluppo storico del capitalismo la ragione d'essere dello sviluppo storico del proletariato; sono i sistematori della dottrina di classe, i teorici della eversione rivoluzionaria come sbocco naturale dell'insopprimibile lotta tra le due classi fondamentali della storia moderna. Chi ha scritto il Capitale è anche colui che ha scritto il Manifesto dei Comunisti e l'Indirizzo della I Internazionale dei lavoratori. L'uno è inscindibile dall'altro: si tratta in definitiva di transfughi della borghesia che han cessato di pensare e di operare secondo i canoni della cultura borghese ma pensano e operano alla stregua di coloro che sono soggetti al lavoro alienato, in vista della costruzione di una società socialista in cui il lavoro non sia più un peso per l'uomo ma la libera espressione della sua personalità.

 

Sotto questo profilo, e il problema non sopporta un'ipotesi diversa, Marx, Engels e più tardi Lenin e con loro e dopo di loro un esercito di pensatori, di politici, di intellettuali legati al marxismo, hanno tutti avuto il compito di «introdurre nel proletariato la coscienza della sua situazione e della sua missione» ma gli elementi formativi di tale coscienza hanno la loro matrice storica nella classe lavoratrice, si riflettono volta a volta nel cervello di alcuni uomini, come in un laboratorio di sistemazione scientifica, per ritornare quindi alla classe per aiutarla e far sua questa 'coscienza del fine' in modo sempre più chiaro e distinto. E ci pare che questo sia anche il modo più corretto, dal punto di vista del marxismo dialettico, di precisare il ruolo della personalità. Nel momento stesso in cui Marx ed Engels affermavano la validità storica della rivoluzione proletaria quale sbocco inevitabile e necessario delle contraddizioni strutturalmente maturate nel grembo della produzione e distribuzione capitalista, mettevano in luce il ruolo antagonista della classe proletaria e sui dati offerti da un'inesorabile analisi scientifica essi ponevano a se stessi, innanzitutto, l'imperativo di operare conseguentemente alle loro convinzioni, di aderire vitalmente alla classe di cui facevano propri gli interessi fondamentali e di fare della dottrina il presupposto teorico d'una milizia politica congeniale al divenire rivoluzionario della classe operaia”[34].

 

Il contributo di Onorato Damen è molto rilevante: le criticità che il testo di Lenin poteva mostrare per le riconosciute rigidità polemiche, vengono ora – anche se qua e là il linguaggio è invecchiato - ampiamente sciolte, nel quadro di una forte coerenza con la concezione del mondo del nuovo materialismo. In particolare riporta al centro della discussione gli uomini in carne ed ossa, che, in un contesto determinato, hanno modi e forme di esistenza, di subordinazione, di sfruttamento, ma anche di associazione, di aspirazioni, di prospettive, che sono storici. Scienza, volontà, desideri, datità, progettualità, non possono più esser scissi se gli individui reali ritornano sulla scena: e con le fantasie soggettivistiche perdono terreno anche le speculari cieche ineluttabilità della “Storia” con la “esse” metafisicamente maiuscola.

 

 

 

Bordiga: contributi e problemi

 

Parlando del paragrafo del Che fare? “La spontaneità delle masse e la coscienza della socialdemocrazia”, Amadeo Bordiga lo definisce “aureo capitoletto”, da ristampare, propone, col titolo “La spontaneità delle masse e la coscienza del partito comunista”. Scrive:

 

“Quindi spontaneità della massa, coscienza del partito. Oltre alla parola socialdemocrazia, Lenin accetterebbe di togliere anche l'abusata parola coscienza, contro la quale si battè da leone più volte.

 

Al congresso 1903 poco parlò sul progetto di programma di Plechanov, con cui concordava contro gli innumerevoli emendamenti proposti dal destrissimo Akimov [...]. Dunque Lenin in questo primo dibattito lasciò combattere Plechanov da par suo, ma citammo già come saltò su alla parola coscienza. Si proponeva che in un passaggio in cui si allineava tra le contraddizioni del capitalismo 'il crescere della insoddisfazione, della solidarietà e del numero dei proletari', si aggiungesse 'e della coscienza'. E' un peggioramento, disse Lenin, e fa sorgere l'idea che lo sviluppo della coscienza sia cosa spontanea. 'Ora, al di fuori della influenza del partito non vi è cosciente attività dei lavoratori'. E' pesante, ma è così.” Continua Bordiga: “Quindi l'azione dei proletari è spontanea in quanto sorge dalle determinanti economiche, ma non ha per condizione la 'coscienza', né nel singolo, né nella classe. La fisica lotta di classe è fatto spontaneo, non cosciente. La classe raggiunge la sua coscienza solo quando nel suo seno si è formato il partito rivoluzionario, che possiede la conoscenza teorica poggiata sul reale rapporto di classe, proprio, in fatto, di tutti i proletari. Questi però non potranno mai possederne la vera conoscenza – ossia la teoria – né come singoli, né come totalità, né come maggioranza, finché il proletariato sarà soggetto all'educazione e alla cultura borghesi, ossia alla fabbricazione borghese della sua ideologia e, in buoni termini, finché il proletariato non vincerà e... cesserà di esistere”.

 

La conclusione cui giunge il rivoluzionario partenopeo è netta: “in termini esatti”, scrive, “la coscienza proletaria non vi sarà mai. Vi è la dottrina, la conoscenza comunista, e questa è nel partito del proletariato, non nella classe”. Il singolo è mosso dal bisogno materiale a un'azione incosciente. A seguito dell'azione, può tornarci su e rifletterci criticamente e teoricamente. Un gruppo di individui agisce allo stesso modo: l'azione collettiva amplifica però la chiarezza di volontà e coscienza che seguiranno. Nel partito volontà e coscienza giungono al massimo grado: esso è pertanto fattore e risultato degli eventi, allo stesso momento[35].

 

In questa sintesi, la coscienza è solo quella teorica, quindi è solo nel e del partito comunista.

 

Quando Lenin sostiene che non vi è una cosciente attività dei lavoratori al di fuori dell'influenza del partito comunista, questo è in continuità con la posizione di Kautsky: il partito ha la teoria, la “introduce” tra i proletari, facendo sì che si produca al loro interno una coscienza della situazione, delle necessità, degli obiettivi possibili. Altrimenti non si dovrebbe parlare di azione cosciente sotto l'influenza del partito, ma solo all'interno delle sue dirette fila.

 

Se il quadro è questo, Bordiga non può che rifiutare la parola “coscienza”. Se Lenin trasalì nel congresso del 1903, è perché si sosteneva che la coscienza venisse generata spontaneamente, non per la coscienza in sé. Per Bordiga si dovrebbe invece dire “conoscenza, dottrina, teoria”, perché non si intende altro che la coscienza teorica propria del partito comunista. E aggiunge che “per coscienza si suole intendere un'attività soggettiva della persona, e tale accezione porta a concludere falsamente che, come il partito è cosciente di un'azione che nel proletariato è incosciente (spontanea, non preceduta da deliberazione), così il Capo del partito è quello che inietta in esso la coscienza, il che sarebbe fesseria gigante [...]”[36].

 

Il discorso di Bordiga affronta e “risolve” in una certa direzione alcuni problemi che le formulazioni classiche di Marx hanno lasciato aperti: gli operai che si costituiscono in classe e quindi in partito tanto per cominciare. Ma i problemi che apre sono enormi.

 

Consideriamo quindi due punti per chiarire gli elementi che ci sembrano maggiormente rilevanti. Il punto di dissenso tra Bordiga e Damen sul rapporto tra partito e classe (e quindi anche quel che è relativo al tema della coscienza), che vediamo di seguito, e sulla possibilità di porre una concezione materialistica della coscienza che non sia quella di “attività soggettiva della persona”, che svilupperemo più avanti.

 

 

 

Il dissenso tra Bordiga e Damen su coscienza, partito e classe

 

Per Bordiga l'”organo di direzione” rivoluzionaria è indispensabile “ma il suo sorgere dipende dalle stesse condizioni generali di lotta, mai dalla genialità o dal valore di un capo o di una avanguardia”. Quindi, “mentre il determinismo esclude per il singolo possibilità di volontà e coscienza, premesse all'azione, il rovesciamento della praxis le ammette unicamente nel Partito come risultato di una generale elaborazione storica”. Come vediamo, la posizione è la stessa: solo nel partito comunista è possibile la presenza di volontà e coscienza.

 

Damen criticava questa visione, che portava ad escludere ogni ruolo dell'attività degli uomini, creando un mero “determinismo delle cose”; la direzione rivoluzionaria poteva sorgere solo da una situazione rivoluzionaria, e una situazione rivoluzionaria vedeva con la stessa certezza il sorgere della direzione. Precisando il suo punto di vista, Onorato Damen scrive:

 

“Il formarsi e il modificarsi della coscienza umana, il suo trasformarsi in volontà e in azione, è il riflesso sul piano della vita sociale e politica di quanto avviene nel sottosuolo dell'economia in un nesso fra fattori determinanti e mondo determinato della sovrastruttura, che a sua volta compie l'azione di ritorno sulla base come elemento indispensabile al compimento di qualsiasi accadimento della storia. Non c'è schema geometrico”, continua Damen, “né calcolo aritmetico che possa chiudere questo nesso tra il mondo che determina e quello determinato in una formula sempre vera e sempre valida quale che sia la spinta proveniente dal sottosuolo dell'economia e quali che siano gli accadimenti della sovrastruttura. Nel caso nostro, non sempre a date condizioni obiettive della crisi capitalistica corrisponde un adeguato e tempestivo condensarsi della coscienza rivoluzionaria e della volontà d'azione. [...]”

 

Questo punto ha numerosi e tragici riscontri storici. E' vero, come scrive Bordiga, che il sorgere del partito comunista non dipende dalla genialità di una persona o di un'avanguardia, ma c'è di più. Damen riflette su cosa rende necessario che tale partito esista in maniera “non episodica, nel tempo e nello spazio”: è la stessa “esistenza storica del proletariato come classe”. Questa focalizzazione consente di comprendere meglio il nesso tra classe e partito. E' dal seno del proletariato e dalla sua lotta, scrive Damen, che traggono origine “i motivi e le forze fisiche” del partito, della direzione politica. Le conclusioni sono di straordinaria importanza e coerenza con il pensiero di Marx: è la classe, e non il partito, a essere l'antitesi storica della borghesia, e essere la “forza di eversione dialettica”.

 

Il Partito quindi non è un ente separato dalla classe. Il partito “sensibilizza e potenzia, rende cosciente e guida all'azione rivoluzionaria” la classe, e in questo senso ne è parte: non compie niente in funzione della classe, ma la produzione di una coscienza di classe[37] non è possibile senza il Partito. Il partito dunque come “centro nervoso di preparazione e di guida”, parte della classe nella classe.

 

Se una possibile interpretazione porta ad eliminare l'attività umana dalla storia, la rilevanza del contributo di Onorato Damen è proprio nel riposizionarla sulla scena, all'interno di un quadro coerentemente materialistico. Nel discorso di Damen infatti non c'è una astratta coerenza logico-formale, ma ritroviamo una grande quantità di problemi, di passaggi indefiniti, di aspetti complessi che ci interrogano e sui quali dobbiamo tornare di continuo: ma è proprio per questo un modo di comprendere la realtà viva, materialistica, priva di finalismi e forme di “determinismo delle cose”. E proprio per questo ci consente di orientarci, con apparente paradosso, con maggiore sicurezza e coerenza nella pratica teorica e politica.

 

“Nulla”, conclude Damen, “perciò avviene per automatismo indipendentemente dall'attività umana”. E citando Engels ricorda che ogni sviluppo della sovrastruttura riposa sullo sviluppo economico, ma gli sviluppi della sovrastruttura (“morale, giuridica, filosofica, letteraria, artistica, etc.”) reagiscono l'un sull'altro e sulla base economica (separatamente e congiuntamente), in un'azione reciproca dove “causa ed effetto si sostituiscono l'uno all'altro”. L'ambiente è dato da un insieme di rapporti, tra cui quelli economici sono in ultima istanza quelli decisivi nel rendere possibile la comprensione dell'intero sistema: in questo ambiente gli uomini agiscono e fanno la propria storia[38].

 

Consegue a questo dissenso una diversa concezione anche dell'esercizio del potere di classe. Questo è un aspetto cruciale: la borghesia è classe dominante e dunque esercita il suo potere; il proletariato si costituisce in classe e lotta contro la classe avversa per il potere. Quando col comunismo le classi verranno meno, verrà meno il potere così inteso. C'è un intreccio concettuale insomma tra classe, coscienza e potere molto forte.

 

Per Bordiga, in coerenza con la sua impostazione teorica, è il partito che esercita la dittatura del proletariato. Damen ritiene corretta l'affermazione, nella misura però in cui “il partito e i suoi organi direttivi che di fatto esercitano la dittatura, operino come una parte della classe, all'unisono con i suoi interessi, le lotte e gli obiettivi storici di tutto il proletariato e fino alla scomparsa delle classi e dello Stato.” Ma non si tratta di sostituzionismo: Damen precisa infatti che la dittatura è del proletariato e non del partito, ma in che senso? “Nel senso”, spiega, “che è il proletariato, in quanto classe al potere, che convoglia nel 'suo' partito e vi cristallizza motivi, forze e volontà di cui la dittatura proletaria si sostanzia. Fuori di questi termini si ha lo stalinismo, cioè la dittatura dello Stato (stato = partito) [...]”[39]. La formulazione resta però comunque problematica.

 

 

 

Travagliata maturazione di una coscienza di classe

 

Tornando sul tema anni dopo, Onorato Damen concentra la sua attenzione sul tema specifico della coscienza di classe.

 

Una prima questione di metodo è la seguente: non è possibile ricondurre facilmente a una “valutazione unitaria non diciamo economica e politica, ma anche e soprattutto di semplice psicologia sociale” le varie azioni, reazione e prese di coscienza di singoli e gruppi della classe.

 

La maturazione di una coscienza di classe è un processo travagliato, una strada “lunga e difficile”. Possono le “masse operaie” pervenirvi da sole?

 

La risposta che propone Onorato Damen è molto chiarificatrice:

 

“Vi perverrà in funzione del complesso della classe la punta avanzata del proletariato industriale nella misura che avrà contribuito a creare le condizioni per la formazione di una coscienza unificatrice e critica di tutta la storia del movimento operaio; d'un tessuto di elaborazione teorica della rivoluzione di classe; di un corpo di dottrine maturato nel solco fecondo del marxismo; condizioni queste che presuppongono la esistenza e il travaglio formativo del partito rivoluzionario sorto tempestivamente dal seno stesso della classe.”[40]

 

E' un passaggio molto denso che riesce a rendere efficacemente questo processo così “travagliato”, dove la coscienza non è identificata tout court con la teoria, ma che invece riconosce la relazione dinamica tra “dottrina”, coscienza teorica, coscienza di classe che si forma e alla quale perviene un'avanguardia della classe, in funzione però del suo complesso, ed emergenza del partito di classe dalla classe stessa.

 

Da questa immagine derivano dunque alcuni ulteriori punti fermi:

  1. Tra partito e classe c'è un rapporto senza supremazia di uno dei due termini. Non subordinazione della classe al partito, ma nemmeno del partito alla classe. Questo risulta evidente da come Damen tratteggia il rapporto di maturazione della coscienza di classe.
  2. Il partito, come già anticipato prima, non è estraneo alla classe, ne è al contrario una parte
  3. Più nello specifico, il partito è la parte più avanzata della classe, cioè quella “ideologicamente e politicamente più sensibile, più preparata, più pronta”, e di conseguenza ha il “compito di guida, di sprone della classe stessa”.
  4. Il ruolo del partito è quindi fondamentale. Il proletariato è una classe mondiale con un unico compito e un unico obiettivo (storicamente). Esprime esperienze di lotta, di organizzazione, obiettivi particolari, un insieme di spinte che nascono dalla lotta di classe. Il partito consente la sintesi e il coordinamento delle risposte e delle esperienze, delle situazioni specifiche e singole, alla luce di una storia e di una coscienza teorica e un'organizzazione ben determinate. Permette di non limitarsi a difendere interessi particolari o settoriali, ma ha la peculiarità di sostenere quelli dell'intera classe (e quindi quello storici), indirizzando la stessa verso la conquista del potere.
  5. Questa “integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria”, come recitavano già la Tesi di Roma del 1922, “si manifesta attraverso due principali fattori; uno di coscienza critica, dal quale il Partito trae il suo programma, l'altro di volontà che esprime nello strumento con cui il Partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione.” Nelle stesse tesi si nega che la coscienza e la volontà qui considerate possano essere dei singoli. Si tratta di coscienza e volontà che “si realizzano solo per la integrazione delle attività di molti individui in un organismo collettivo unitario”. E' un punto che poniamo in risalto, perché si ricollega alla questione di un'accezione non volgare del concetto di “coscienza”.
  6. La classe, grazie all'opera (“di critica e di convincimento”) nel suo seno del partito comunista, acquista - nel corso di un processo - “con lenta e faticosa gradualità” una coscienza. In questo processo è già “classe storicamente intesa”, nella interpretazione di Damen, e non solo se, come critica in Bordiga, “ha chiara coscienza del fine rivoluzionario a cui è chiamata”. Leggiamo in questa sintesi una concezione dinamica, e concatenata per reciproca determinazione, della maturazione della coscienza e della costituzione della classe, che fa sì che, da un punto di vista storico, nel processo di maturazione della coscienza fra i proletari si possa già parlare di classe[41].

 

 

La II Conferenza Internazionale del 1978

 

Sintetizzare brevemente le posizioni sul tema della coscienza di classe all'interno della Sinistra comunista può aggiungere ulteriori elementi di riflessione, e rappresentare la complessità e la molteplicità di concettualizzazioni della questione pur tra chi si muove in un comune riferimento al marxismo. Una rassegna sintetica di alcune posizioni rilevanti sulla questione viene offerta dai documenti della II Conferenza Internazionale della Sinistra Comunista, tenutasi a Parigi l'11 e il 12 Novembre del 1978. La Conferenza nasceva da un'iniziativa del Partito comunista internazionalista (Battaglia comunista), e seguiva una Prima tenutasi a Milano l'anno precedente, il 30 Aprile e il Primo Maggio del 1977. Vennero invitati dal PCInt (Bc), al fine di un confronto e una reciproca chiarificazione nell'area di chi si richiamava alla sinistra comunista, 14 raggruppamenti politici: la Corrente comunista internazionale, la Communist workers organisation della Gran Bretagna, Fomento obrero revolucionario (Spagna e Francia), Pour une intervention communiste di Francia, Forbundet Arbetarmarkt e il Marxistik Arbetsgrupp – For Kommunismen della Svezia, l'Organisation communiste Révolutionnarie internationaliste d'Algeria, lo Spartakusbund olandese, Kakamaru-Ha dal Giappone, i raggruppamenti bordighisti italiani Partito comunista internazionale - Programma comunista e PCInt - Il partito comunista, e sempre dall'Italia il Nucleo comunista internazionalista, Il Leninista e Iniziativa comunista. Solo alcuni parteciparono, discutendo tre punti all'ordine del giorno: problemi di teoria e prassi correlati all'approfondirsi della crisi del capitalismo; ruolo dei movimenti di liberazione nazionale nel quadro dell'imperialismo; ruolo e struttura dell'organizzazione rivoluzionaria. In quest'ultimo punto furono affrontati i temi che trattiamo. Sintetizziamo di seguito alcuni passaggi dei contributi del PCInt (Bc) e della CCI, in quanto – a nostro avviso – più significativi.

 

 

 

La sintesi della Corrente comunista internazionale

 

Il contributo della CCI individuava nella coscienza e nell'organizzazione le “due armi del proletariato”. Il proletariato è l'unica classe rivoluzionaria dell'epoca attuale: in tal senso, si sosteneva, il proletariato “è l'unico soggetto della storia”.

 

La “realtà vitale” della classe rivoluzionaria (ma comunque di ogni classe) si manifesta con la produzione di una tendenza all'autorganizzazione. Gli uomini fanno la storia, in condizioni determinate. L'autorganizzazione risponde a esigenza sì pratiche ma anche di presa di coscienza.

 

Ogni azione presuppone un certo grado di coscienza, e gli uomini, e così le classi, non possono agire senza almeno un suo livello minimo. Tale coscienza può però anche essere “alienata”.

 

Siccome il proletariato si muove verso la presa del potere senza un previo potere economico, l'importanza di coscienza e organizzazione è massima. Sono due elementi connessi: organizzandosi la classe da categoria economica in sé diventa classe storica, per sé.

 

Il proletariato ha bisogno di una “coscienza la più chiara e la più demistificata possibile”, ed è la prima classe che non solo deve ma anche può avere un tale tipo di coscienza. Infatti non mirando a un nuovo regime di sfruttamento classista, il proletariato non ha bisogno di una coscienza rivoluzionaria che mistifica questi aspetti per giustificarne il regime.

 

Di conseguenza “la coscienza di classe del proletariato è la prima che possa essere libera da qualsiasi mistificazione e pregiudizio, l'unica in grado di affrontare la realtà sociale in modo realmente scientifico”.

 

E' una coscienza, dunque, che non si limita a riflettere quell'organizzazione e quella lotta di classe che la produce, ma agisce attivamente su di esse. Per la CCI “la sua funzione fondamentale non è quella di interpretare il mondo, ma diventata forza materiale della classe, di partecipare attivamente alla sua trasformazione”.

 

Per rispondere alla necessità che sia l'insieme del proletariato a “intraprendere la trasformazione rivoluzionaria”, sono i Consigli operai stessi a essere la forma organizzativa del proletariato che “raggruppa dunque l'insieme dei lavoratori, unifica le lotte immediate e la lotta storica, le lotte parziali e la lotta globale per il potere e per il comunismo, il 'legislativo' con l''esecutivo', la presa di decisione e l'applicazione di questa decisione”. E' un'organizzazione che tende ad estendersi e centralizzarsi a livello mondiale: non si tratta quindi di “organi federalisti di autogestione” ma dell'”organizzazione centralizzata del potere politico proletario”.

 

Come matura la coscienza di classe secondo la CCI? Attraverso le lotte, con sconfitte e successi, in un processo eterogeneo nel quale i rivoluzionari, come minoranza in seno alla classe, arrivano per primi a tale coscienza. Gli elementi rivoluzionari possono esistere perché la classe operaia è rivoluzionaria, “e non l'inverso”. Manifestano il processo di presa di coscienza della classe. Emersi, diventano fattori attivi di questo processo, partecipando alle lotte, intervenendo col porre in primo piano gli obiettivi generali, svolgendo un lavoro teorico.

 

Classe e partito sono due cose distinte ma non separate. La CCI contesta sia le formulazioni di certe correnti “leniniste” che quelle “consiliariste-operaiste”.

 

Vediamo nel dettaglio questa contestazione, perché ci permette di approfondire la formula della coscienza introdotta nella classe dall'esterno.

 

Come abbiamo visto per Kautsky, ripreso da Lenin e quindi poi da buona parte della sinistra, lotta di classe e dottrina comunista sorgono da due premesse diverse (abbiamo già visto la precisazione di Onorato Damen). Da qui, la necessità che i comunisti portino alle masse operaie la coscienza dall'esterno. Conseguenze opposte dalle stesse premesse portano i consiliaristi invece a ritenere che qualunque organizzazione al di fuori dei Consigli è portatrice di obiettivi diversi da quelli della classe, escludendo quindi che si costituisca un partito al di fuori dei Consigli stessi.

 

Per la CCI l'errore fondamentale di questa concezione è non comprendere che i rivoluzionari sono una parte di un tutto che è la classe e, come già nel Manifesto, i comunisti non hanno alcun interesse a separarsi dal proletariato.[42] La coscienza non viene “importata” dall'esterno. Che cos'è la coscienza, infatti, se non l'essere cosciente, come già Marx aveva chiarito? Ciò comporta, per la Corrente, che non è possibile scindere essere e coscienza, classe e coscienza: “questa posizione è senza dubbio stata respinta da molti gruppi e dallo stesso Lenin, qualche anno dopo il 'Che fare?'”, ma è un errore che si ripropone (per esempio, secondo la CCI, negli stessi documenti di Battaglia comunista). [43]

 

 

 

La sintesi di Battaglia comunista

 

Il Partito comunista internazionalista sostenne i seguenti punti:

  1. Il proletariato, in una storia umana che è storia di lotte di classe, è la classe che consentirà all'umanità il passo verso la libertà.
  2. Più vive il capitalismo, più il dominio del capitale si approfondisce; al contrario delle classi dominate delle formazioni sociali precedenti, il proletariato non ha posizioni di forza che gradualmente può conquistare nel capitalismo, indebolendolo.
  3. La “coscienza della necessità della rivoluzione che vada a fondo, la coscienza comunista” prende le mosse dalla stessa esistenza di una classe, il proletariato, che è “forzata al più deciso antagonismo contro le altre classi”.
  4. Nei momenti di crisi la borghesia perde il controllo delle contraddizioni del suo sistema e diventa possibile una rivoluzione.
  5. La rivoluzione, come avevamo già riportato dall'Ideologia tedesca, è necessaria per abbattere la classe dominante e insieme per far sì che attraverso essa il proletariato possa scrollarsi di dosso il “sudiciume” della vecchia società. La rivoluzione mette in atto una trasformazione in massa degli uomini, la quale è precondizione della produzione in massa della coscienza comunista.
  6. Prima che la rivoluziona renda possibile tale produzione in massa della coscienza comunista, quindi prima della rivoluzione e nella sua prima fase, la coscienza comunista è presente in una minoranza, l'estrazione sociale dei cui membri non è rilevante di per sé. Questa coscienza però è già patrimonio di tutta la classe, perché da essa e dagli antagonismi di questa contro le classi avverse “prende le mosse” e a essi fa riferimento. “L'organizzazione compiuta della minoranza rivoluzionaria è il partito”.
  7. La coscienza comunista non è un'ideologia ma “lo strumento più completo di conoscenza della realtà sociale ed economica complessiva poiché il suo fine è la modificazione della realtà complessiva stessa.”
  8. La coscienza comunista si distingue dalla coscienza rivoluzionaria borghese, perché al contrario di quest'ultima penetra, svela e critica gli aspetti profondi, essenziali della natura delle società di classi, si indirizza non alla sostituzione di un dominio di classe con un altro ma alla fine di ogni dominio classista.
  9. La coscienza comunista non è pertanto l'”ultima dottrina in senso lato ma è certamente l'ultima dottrina politica rivoluzionaria”.

10.  Il rapporto tra classe e coscienza “esiste nell'oggettività delle contraddizioni economiche e sociali e nella dinamica storica a queste immanente”. Ma si presenta alla menti e alla psicologia dei proletari come classe solo quando sono portati a “fare la loro storia”.

 

11.  Ne consegue che solo nel processo rivoluzionario può svilupparsi una coscienza comunista “sino alla sua generalizzazione”. Essa non è solo la “coscienza della necessità della rivoluzione” (come per certo consiliarismo e correnti analoghe). Non è inoltre una dottrina invariante (come secondo il bordighismo): infatti “la coscienza comunista è tale solo se e in quanto fa stretto riferimento alla classe e alle sue esperienze che essa conduce obiettivamente nel suo rapporto subordinato al capitale”.

 

12.  Il partito è il medium “attraverso il quale si esprime il rapporto fra la classe e la coscienza d classe”: ciò è valido nel capitalismo fino alla transizione tra capitalismo e comunismo. Pertanto il partito non può nascere solo nella rivoluzione o appena prima. Se fosse “la classe stessa che ad un certo grado di sviluppo della sua lotta 'si dà' il Partito”, questo vorrebbe dire che il Partito è uno strumento operativo senza alcun rapporto con il problema della coscienza”.

 

Come venne precisato in fase di discussione dei contributi, il Partito non è “il commesso viaggiatore della coscienza di classe”. “La questione è dunque il legale dialettico tra l'elaborazione del programma e la vita reale della classe. Il Partito non è il mediatore tra la coscienza che preesiste e la classe, è il crogiuolo dove si produce la sintesi di tutti i dati della vita reale della classe, che il Partito ritorna alla classe sotto forma di indicazioni politiche perché questa sia all'altezza dei suoi compiti. Non è idealismo ma l'interpretazione corretta della prima tesi su Feuerbach...”[44].

 

13.  Quando/se la classe operaia arriverà al potere, il suo rapporto col Partito non muterà qualitativamente rispetto alla fase precedente; tuttavia il Partito stesso, come il Semi-Stato (la Comune), si estinguerà col procedere della trasformazione rivoluzionaria, quindi con la progressiva scomparsa delle classi sociali. Il Partito non sostituisce e non si sovrappone al Semi-Stato proletario. Esso “svolge il suo ruolo di guida politica se e in quanto la classe si riconosce nelle indicazioni che questo emana. In tali condizioni è naturale che negli organi esecutivi del potere proletario siano eletti nell'ambito dei Consigli i quadri del Partito”[45].

 

Queste tesi che espresse l'allora PCInt (Bc) hanno il pregio di sintetizzare con estrema efficacia il rapporto tra classe, partito, coscienza, potere, rimuovendo dalle formulazioni comuniste dei primi del Novecento importanti ambiguità, anche alla luce della drammatica esperienza storica del secolo scorso.

 

 

 

Ma restano ulteriori prospettive e problemi che non possono essere tralasciati. La loro rassegna critica ci permetterà di proporre infine una prima sintesi.



 

[1] Mario Lupoli, «Classe coscienza e potere», Prima parte, D emme D', Problemi del socialismo nel XXI secolo, n. 8, Febbraio 2014

 

[2] Mario Lupoli, «Il sacro e la coscienza», istitutoonoratodamen.it, Aprile 2014

 

[3] Ibidem

 

[4] Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel [1843], in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1966, pagg. 64-65

 

[5] Ivi, pag. 65

 

[6] Ivi, pag. 66

 

[7] Ivi, pag. 71

 

[8] Friedrich Engels, Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca [1886], in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pag. 1147

 

[9] Karl Marx, Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista [1848], Editori Riuniti, Roma 1973, pag. 112. Il passo qui estrapolato è in riferimento ai comunisti in Germania; i due fondatori del socialismo scientifico spiegano che in questo Paese i proletari si trovano a combattere assieme alla borghesia quando questa assume una posizione rivoluzionaria contro monarchia, feudalesimo e piccola borghesia reazionaria; ciononostante il lavoro per sviluppare una coscienza dell'antagonismo irriducibile tra proletariato e borghesia non si arresta, nemmeno quando è storicamente necessaria una collaborazione. Dal contesto si evince quindi come questo sia un lavoro proprio dei comunisti, in ogni condizione.

 

[10] Socialista tedesco, emigrato in America, dirigente dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori dal 1872

 

[11] Lettera di Marx a Bolte, 29 novembre 1871, in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1966, pagg. 943-944. Nella lettera Marx impiega la sua caratteristica mescolanza di lingue, tedesco e inglese nella fattispecie. Mentre nelle traduzioni in italiano si lasciano inalterati i termini inglesi, traducendoli in nota, in considerazione della finalità della citazione si è qui preferito facilitare la lettura riportando tutto il testo direttamente in italiano

 

[12] Mario Lupoli, «Classe coscienza e potere», I parte, cit.

 

[13] William Morris, Come potremmo vivere, Editori Riuniti, Roma 1979. Ora anche in edizione Endemunde 2013

 

[14] Karl Kautsky, La via al potere [1909], Laterza, Bari 1969

 

[15] Ivi, pagg. 8-9

 

[16] Ivi, pag. 10

 

[17] Ivi, pagg. 54-55

 

[18] Ivi, pag. 55

 

[19] Ivi, pag. 57

 

[20] Ibidem

 

[21] Karl Kautsky, La dittatura del proletariato [1918], SugarCo, Milano 1977, pag. 32

 

[22] Ivi, pag. 57

 

[23] Ivi, pag. 58

 

[24] Ivi, pag. 59

 

[25] Karl Kautsky, Il programma di Erfurt [1907], La nuova sinistra, Ed. Samonà e Savelli, Roma 1971, pag.149

 

[26] Karl Kautsky, La via al potere, op. cit., pag. 59

 

[27] Karl Kautsky, Il programma di Erfurt, op. cit., pag. 159

 

[28] Ibidem

 

[29] Atti degli Apostoli, 2, 1-4, UELCI, Roma 2008

 

[30] Karl Kautsky, Il programma di Erfurt, op. cit., pag. 187

 

[31] «Die Revision des Programms der Sozial-Demokratie in Österreich», Die Neue Zeit, XX, n. 3, 1901-1902, pag. 79; il brano è citato in Lenin, Che fare? [1902], in Opere Scelte, vol. I, Editori Riuniti-Progress, Roma-Mosca 1975,  pagg. 274-275

 

[32] A titolo esemplificativo, rimandiamo alla II Tesi su Feuerbach: “La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l'uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica.” (Karl Marx, Tesi su Feuerbach, in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pag. 188)

 

[33] Si veda ad esempio la «Prefazione alla raccolta Dodici anni», in Lenin, Opere, Volume XIII, Editori Riuniti, Roma 1954-1970, pagg. 84-99

 

[34] Onorato Damen, Gramsci tra marxismo e idealismo, Edizioni Prometeo, Milano 1988, pagg. 18-20

 

[35] [Amadeo Bordiga], «Danza di fantocci, dalla coscienza alla cultura», Sul filo del tempo, Il programma comunista, n. 12, 25/06 - 08/07/1953

 

[36] [Amadeo Bordiga], Russia e rivoluzione nella teoria marxista, Edizioni Il Programma comunista, Milano 1950, pagg. 176-178

 

[37] Damen usa i termini “passaggio dalla classe in sé nella classe per sé” che abbiamo contestato: cfr. il nostro «Classe coscienza e potere», Prima parte, cit.

 

[38] Onorato Damen, Bordiga, Edizioni Prometeo, Milano 1971, pagg. 34-40

 

[39] Ivi, pagg. 124-133

 

[40] Ivi, pagg. 166-168

 

[41] Ivi, pagg. 169-679

 

[42] Il contributo completo della CCI è raccolto in II Conferenza Internazionale della Sinistra Comunista, Atti preparatori, documenti e verbali, Parigi 11-12 novembre 1978, a cura del Comitato Tecnico Internazionale, Milano 1979, pagg. 106-121. Rimandiamo alla stampa periodica e al sito internet internationalism.org per approfondimenti sui testi propri della CCI.

 

[43] Ivi, pagg. 249-251

 

[44] Ivi, pag. 260. La prima Tesi di Marx su Feuerbach era stata prima citata dalla CCI nel corso della discussione, contro le posizioni di BC. La tesi recita: “Il difetto capitale d'ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l'oggetto [Gegenstand, “ciò che sta di fronte”], la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell'obietto (Objekt, “ciò che viene proiettato fuori dal soggetto”] o dell'intuizione; ma non come attività umana sensibile, prassi; non soggettivamente. Di conseguenza il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall'idealismo – che naturalmente non conosce la reale, sensibile attività in quanto tale -. Feuerbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva. Egli perciò, nell'Essenza dei cristianesimo, considera come veramente umano soltanto l'atteggiamento teoretico, mentre la prassi è concepita e fissata solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico. Egli non comprende, perciò, il significato dell'attività «rivoluzionaria», «pratico-critica»” (Karl Marx, Tesi su Feuerbach, in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pagg. 187-188).

 

[45] II Conferenza Internazionale della Sinistra Comunista, cit., pagg. 58-67bis.

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