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Rileggendo l’accumulazione originaria di Marx

Creato: 07 Febbraio 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3379

Dalla  rivista  D-M-D' n °8

Ripubblichiamo ampi stralci del capitolo XXIV del primo libro del Capitale di Karl Marx. Il processo di formazione del capitalismo nell’analisi del filosofo di Treviri; a distanza di quasi 150 anni dalla sua pubblicazione, avvenuta nel 1867, dopo una lunga e faticosa gestazione, molte delle analisi rimangono attuali e ci aiutano a comprendere meglio le contraddizioni del moderno sistema capitalistico mondiale.

accumulazioneRiproporre ampi stralci del capitolo XXIV de “Il Capitale” di Marx, quello dedicato all’accumulazione originaria, su una rivista come DMD’, il cui scopo, peraltro già dichiarato nel sottotitolo, è quello rilanciare l’alternativa del comunismo nel nuovo millennio, può sembrare un’operazione fuori tempo massimo.

Il trascorrere del tempo, modificando incessantemente il relativo contesto storico e sociale, rischia di far apparire ingiallite e superate le pagine di libri come quelli del Capitale che ancora oggi sono necessari per interpretare la realtà del moderno capitalismo.

Sono passati quasi 150 anni da quando Marx, dopo un processo di elaborazione durato molti decenni[1], ha dato alle stampe la sua opera; a nostro avviso, ancora oggi molte delle questioni teoriche e metodologiche trattate in questo capitolo del primo libro del Capitale possono aiutarci per interpretare meglio le complessità del mondo globalizzato.

Abbiamo tralasciato tutta la prima parte del capitolo sull’accumulazione originaria, quella dedicata alla questione della proletarizzazione dei contadini e alla relativa legislazione che ha imposto l’obbligo del lavoro salariato alle masse espulse dalle campagne ed attratti nel circuito dei centri urbani. Sull’argomento lo studio pioneristico di Marx è stato ripreso da importanti storici nel corso del secolo scorso, pertanto  riproponendo questa parte del lavoro di Marx avremmo corso il rischio di sminuire lo sforzo compiuto dalla storiografia più recente nel far luce su questo particolare aspetto del processo di formazione del capitalismo. Chi più di altri ha ripreso Marx su questi aspetti è lo storico polacco Brorislaw Geremek, che durante la sua lunga carriera accademica ha pubblicato numerosi studi sulla formazione del proletariato urbano[2]. La legislazione sanguinaria ha dipinto poveri e mendicanti come dei nemici da abbattere per poter costruire un mondo fondato sull’uguaglianza e sulla libertà. Il mondo borghese si è imposto attraverso la violenza di classe e nel distruggere le forze reazionarie del mondo feudale ha creato nello stesso tempo i presupposti economici e giuridici per sfruttare liberamente la forza lavoro delle masse contadine espropriate da qualsiasi mezzo di produzione.  Il capitalismo ai suoi albori si è potuto affermare imponendo il sistema del lavoro salariato alle masse spodestate dai mezzi di produzione; l’imposizione giuridica del nuovo sistema di sfruttamento è stata funzionale alla formazione del moderno proletariato urbano e alla irreggimentazione nel sistema della fabbrica. Nella società globalizzata del XXI secolo il capitalismo non ha più il problema di imporre l’obbligo del lavoro semmai lo nega a milioni di esseri umani. In seguito alla formazione di un unico mercato mondiale della forza-lavoro si è allargato a dismisura quello che Marx ha definito l’esercito industriale di riserva con miliardi gli essere umani costretti a svendersi al miglior offerente. La definizione marxiana di esercito industriale di riserva non coglie fino in fondo la condizione del moderno proletariato mondiale per il semplice fatto che la sterminata massa di proletari senza salario è funzionale a tutto il sistema capitalistico e non solo a quello industriale; tali attività, almeno nelle aree più avanzate del capitalismo, rappresentano una percentuale molto più bassa rispetto ai tempi in cui fu scritto il Capitale e l’esercito dei senza salario determina una spinta verso il basso del costo della forza-lavoro in tutti i settori economici e in tutto il pianeta.

Un aspetto di estrema attualità trattato nel capitolo del Capitale che di seguito pubblichiamo è quello relativo alla questione del debito pubblico. Non nel senso che il debito pubblico svolga ora le stesse funzioni che Marx descrive nel capitolo XXIV, ma nel senso che lungo tutto l’arco storico del capitalismo il sistema del debito pubblico ha assunto un ruolo fondamentale nel processo di produzione e di conservazione del capitalismo.

Marx ha magnificamente descritto l’importanza del debito pubblico nel processo di formazione della società capitalistica, nell’espansione del credito e nella formazione del mercato azionario. Se consideriamo i valori assoluti e l’importanza relativa assunta allora dal debito pubblico, quella di Marx deve essere a tutti gli effetti considerata una vera e propria intuizione che solo ora, grazie  all’affermarsi su scala mondiale delle forme più raffinate di produzione di capitale fittizio, possiamo comprendere fino in fondo. Le considerazioni di Marx sul debito pubblico hanno da un lato smentito tutte quelle teorie economiche che attribuivano alla mano invisibile del mercato il perfetto funzionamento dell’economia dall’altro hanno colto in pieno una necessità del sistema del capitale fin dalla sua formazione ossia quella di centralizzare la gestione della massa monetaria e creditizia e contestualmente attribuire ai poteri pubblici una funzione regolatrice dell’economia. Senza l’azione dello stato e senza il debito pubblico il capitalismo non solo sarebbe collassato da un pezzo sotto il peso delle proprie contraddizioni ma non avrebbe avuto neanche la possibilità di diventare il sistema economico dominante.

Con lo scoppio della bolla speculativa dei mutui sub-prime statunitensi l’intera economia mondiale è piombata in una crisi dalla quale non riesce a venir fuori. Per sostenere il sistema finanziario e alimentare la speculazione borsistica, gli stati hanno iniettato nell’economia mondiale una massa monetaria di una tale dimensione che non ha precedenti nella storia del capitalismo. La produzione di tale capitale fittizio per i soli Stati Uniti è pari a 70 miliardi di dollari al mese, una cifra mostruosa senza la quale il sistema finanziario internazionale sarebbe di colpo imploso. Una cifra molto vicina a quella americana è iniettata nel sistema dalla banca centrale europea. Questo sostegno si è tradotto nel volgere di pochissimo anni nella crisi del debito pubblico, e grazie a tale meccanismo sono stati scaricati sull’intera collettività i costi sociali della crisi del capitale. Non vogliamo in questa sede riprendere l’analisi della crisi economica di questi ultimi anni rinviando a quanto già scritto su questa stessa rivista nei precedenti numeri, ma ci sembra opportuno ribadire come a distanza di sei anni dagli inizi della crisi non una sola delle sue cause sono state rimosse. L’euforia finanziaria di questi ultimi mesi maschera a mala pena la formazione di una nuova bolla speculativa pronta ad esplodere da un momento all’altro e la recente crisi dell’Argentina è solo il primo eclatante caso. Il ruolo del debito pubblico è diventato sempre più centrale nei processi d’accumulazione e nei meccanismi di gestione della crisi economica. Negli ultimi anni il debito pubblico, per la centralità che ha assunto nei meccanismi di gestione della crisi, è cresciuto in termini esponenziali e la borghesia ha avuto la straordinaria capacità di utilizzarlo in un’arma ideologica per attaccare quel che rimane dello stato sociale.  Pur essendo determinato dal funzionamento del capitale, e qui Marx è veramente geniale nella sua intuizione, la borghesia utilizza l’arma del debito pubblico per giustificare i tagli ai salari, alle pensioni e continuare a precarizzare il mondo del lavoro. Il caso della Grecia in tal senso è veramente emblematico, senza dimenticare quello che sta accadendo nel resto d’Europa o negli Stati Uniti d’America dove il welfare state è un pallido ricordo di un periodo ormai alle spalle del capitalismo decadente.

Prima di cedere il passo a Marx ci sembra opportuno in questa sede fare una brevissima precisazione di ordine metodologico su una frase scritta dal nostro verso la fine del testo che qui ripubblichiamo e che spesso è stata interpretata in termini che riteniamo non in linea con il materialismo storico. La frase di Marx che a nostro avviso ha indotto in errore molti militanti, che pur si richiamano al marxismo rivoluzionario, è quella in cui scrive  “Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione.” L’inciso dell’ineluttabilità di un processo naturale è stato interpretato nel senso di porre sullo stesso piano i fenomeni sociali a quelli naturali. In altri termini la questione del comunismo la si affronta e la si risolve studiando la società umana con gli stessi strumenti analitici utilizzati dalle scienze sperimentali. Secondo questa interpretazione il comunismo non sarà realizzato dall’agire degli individui organizzati in classi sociali ma da meccanismi che trascendono dalla stessa volontà umana. Porre sullo stesso piano lo studio dei fenomeni naturali e quelli delle formazioni sociali offre il fianco all’insorgere di interpretazioni meccanicistiche che sul piano prettamente politico alimentano da un lato il movimentismo dall’altro l’attesa messianica di un mondo migliore. Niente è più distante dal materialismo storico e forse la frase incriminata ( lo stesso Marx ci mette in guardia dichiarando di aver civettato in alcuni passaggi del Capitale con la dialettica hegeliana) ha involontariamente contribuito al diffondersi di tali interpretazioni.



[1] Sulla lunga gestazione del Capitale e sui numerosi ripensamenti circa la formulazione di alcuni passaggi cruciali dell’opera è particolarmente interessante il libricino di Francis Wheen – Marx; Il capitale. Una biografia. – Newton Compton

[2] Tra le numerosi opere pubblicate da Bronislaw Geremek segnaliamo “Salariati e artigiani nella Parigi medievale (secoli XIII-XV)” – ed Sansoni – La Pietà e la Forca – ed. Laterza – ed infine “Uomini senza padroni” – Ed. Einaudi

 

GENESI DEL CAPITALISTA INDUSTRIALE.

La genesi del capitalista industriale[1] non è avvenuta nella stessa maniera graduale di quella del fittavolo. Senza dubbio molti piccoli mastri artigiani e un numero anche maggiore di piccoli artigiani indipendenti o anche operai salariati si sono trasformati in piccoli capitalisti, e poi, mediante uno sfruttamento a poco a poco sempre più esteso del lavoro salariato e la corrispondente accumulazione, in capitalisti sans phrase. Nell’epoca dell’infanzia della produzione capitalistica le cose sono spesso andate come nel periodo dell’infanzia del sistema delle città medievali, quando il problema chi fra i servi della gleba fuggiti in città doveva essere padrone e chi servo, veniva risolto in gran parte mediante la data più antica o più recente della loro fuga. Ma il passo di lumaca di questo metodo non corrispondeva in nessun modo ai bisogni commerciali del nuovo mercato mondiale, creato dalle grandi scoperte della fine del secolo XV. Il Medioevo però aveva tramandato due forme di capitale, che maturano nelle più svariate formazioni sociali economiche e che prima dell’era del modo di produzione capitalistico sono considerate come capitale quand même — il capitale usurario e il capitale commerciale. « Oggi tutta la ricchezza della società va per prima cosa in possesso del capitalista... è lui che paga il fitto al proprietario fondiario, il salario all’operaio, al collettore delle imposte e delle decime quel che loro è dovuto; e serba per sè la parte maggiore, che cresce di giorno in giorno, del prodotto annuo del lavoro. Ora il capitalista può essere considerato come proprietario di prima mano di tutta la ricchezza sociale, benché nessuna legge gli abbia trasferito il diritto su questa proprietà... Questo cambiamento riguardo alla proprietà è stato effettuato mediante il prendere interesse sul capitale... e non è poco strano che i legislatori di tutt’Europa volessero impedire questo mediante leggi contro l’usura... il potere del capitalista su tutta la ricchezza del paese è una rivoluzione completa del diritto di proprietà, e per mezzo di quale legge o di quale serie di leggi è stata attuata questa rivoluzione?»[2] . L’autore avrebbe dovuto dirsi che le rivoluzioni non si fanno con le leggi.

Il capitale denaro formatosi mediante l’usura e il commercio veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale[3], nelle campagne dalla costituzione feudale, nelle città dalla costituzione corporativa. Questi limiti caddero con il discioglimento dei seguiti feudali, con l’espropriazione e parziale espulsione della popolazione rurale. La nuova manifattura venne impiantata nei porti marittimi d’esportazione o in punti della terraferma che erano al di fuori del controllo dell’antico sistema cittadino e della sua costituzione corporativa. Quindi in Inghilterra si ebbe una lotta accanita delle corporate towns contro questi nuovi vivai industriali.

La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra e continua ancora nelle guerre dell’oppio contro la Cina, ecc.

I vari momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica.

Un uomo che si è fatto una specialità del cristianesimo, W Howitt, così parla del sistema coloniale cristiano: «Gli atti di barbarie e le infami atrocità delle razze cosiddette cristiane in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riuscite a soggiogare, non trovano parallelo in nessun’altra epoca della storia della terra, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e incolta, spietata e spudorata»[4]. La storia dell’amministrazione coloniale olandese e l’Olanda è stata la nazione capitalistica modello del secolo XVII — «mostra un quadro insuperabile di tradimenti, corruzioni, assassini e infamie»[5]. Più caratteristico di tutto è il suo sistema del furto di uomini a Celebes per ottenere schiavi per Giava. I ladri di uomini venivano addestrati a questo scopo. Il ladro, l’interprete e il venditore erano gli agenti principali di questo traffico, e principi indigeni erano i venditori principali. La gioventù rubata veniva nascosta nelle prigioni segrete di Celebes finché era matura ad essere spedita sulle navi negriere. Una relazione ufficiale dice: « Questa sola città di Makassar per esempio è piena di prigioni segrete, una più orrenda dell’altra, stipate di sciagurati, vittime della cupidigia e della tirannide, legati in catene, strappati con la violenza alle loro famiglie». Per impadronirsi di Malacca gli olandesi corruppero il governatore portoghese, che nel 1641 li lasciò entrare nella Città; ed essi corsero subito da lui e l’assassinarono per «astenersi» dal pagamento della somma di 21.875 sterline, prezzo del tradimento. Dove gli olandesi mettevano piede, seguivano la devastazione e lo spopolamento. Banjuwangi, provincia di Giava, contava nel 1750 più di ottantamila abitanti, nel 1811 ne aveva ormai soltanto ottomila. Ecco il doux commerce!

La Compagnia inglese delle Indie Orientali aveva ottenuto, come si sa, oltre al dominio politico nelle Indie Orientali, il monopolio esclusivo del commercio del tè, del commercio con la Cina in genere e del trasporto delle merci dall’Europa e per l’Europa. Ma la navigazione costiera dell’India e fra le isole, come pure il commercio all’interno dell’India, erano divenuti monopolio degli alti funzionari della Compagnia. I monopoli del sale, dell’oppio, del betel e di altre merci erano miniere inesauribili di ricchezza. I funzionari stessi fissavano i prezzi e scorticavano a piacere l’infelice indù. Il governatore generale prendeva parte a questo commercio privato. I suoi favoriti ottenevano contratti a condizioni per le quali, più bravi degli alchimisti, essi potevano fare l’oro dal nulla. Grossi patrimoni spuntavano in un sol giorno come i funghi; l’accumulazione originaria si attuava senza l’anticipo neppure di uno scellino. Il processo di Warren Hastings pullula di tali esempi. Ecco un caso. A un certo Sullivan viene accordato un contratto di fornitura d’oppio al momento della sua partenza — per incarico pubblico — per una parte dell’India lontanissima dai distretti dell’oppio. Sullivan vende il suo contratto a un certo Binn per quarantamila sterline; Binn lo rivende lo stesso giorno per sessantamila e l’ultimo compratore, che poi eseguì il contratto, dichiara di averne tratto ancora un guadagno enorme. Secondo una lista presentata al parlamento, la compagnia e i suoi funzionari si erano fatti regalare dagli indiani fra il 1757 e il 1766 sei milioni di sterline! Fra il 1769 e il 1770 gli inglesi fabbricarono una carestia acquistando tutto il riso e rifiutando di rivenderlo fuorché a prezzi favolosi[6].

Il trattamento degli indigeni era naturalmente più rabbioso che altrove nelle piantagioni destinate soltanto al commercio di esportazione, come nelle Indie Occidentali, e nei paesi ricchi a densa popolazione, abbandonati alla rapina e all’assassinio, come il Messico e le Indie Orientali. Tuttavia neppure nelle colonie vere e proprie il carattere cristiano dell’accumulazione originaria si smentiva. Quei sobri virtuosi del protestantesimo che sono i puritani della Nuova Inghilterra misero nel 1703, con risoluzioni della loro assembly, un premio di quaranta sterline su ogni scalpo d’indiano e per ogni pellirossa prigioniero; nel 1720 misero un premio di cento sterline per ogni scalpo, nel 1744, dopo che Massachusetts-Bay ebbe dichiarata ribelle una certa tribù, i premi seguenti: per uno scalpo di maschio dai dodici anni in su, cento sterline di valuta nuova, per prigionieri maschi centocinque sterline, per donne e bambini prigionieri cinquantacinque sterline, per scalpi di donne e bambini cinquanta sterline! Alcuni decenni dopo, il sistema coloniale si prese la sua vendetta contro i discendenti dei pii pilgrim fathers che nel frattempo erano diventati sediziosi. Per istigazione inglese e al soldo inglese essi furono tomahawked (uccisi a colpi di scure di guerra dei pellirossa). Il parlamento britannico dichiarò che i cani feroci e lo scalpi erano «mezzi che Dio e la natura avevano posto in sua mano».

Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Le società monopolia (Lutero) furono leve potenti della concentrazione del capitale. La colonia assicurava alle manifatture che sbocciavano il mercato di sbocco di un’accumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madre patria e qui si trasformava in capitale. L’Olanda, che è stata la prima a sviluppare in pieno il sistema coloniale, era già nel 1684 all’apogeo della sua grandezza commerciale. Era «in possesso quasi esclusivo del commercio delle Indie Orientali e del traffico fra il sud-ovest e il nord-est europeo. Le sue imprese di pesca, la sua marina, le sue manifatture superavano quelle di ogni altro paese. I capitali della repubblica erano forse più importanti di quelli del resto d’Europa nel loro insieme». Il Gillich dimentica di aggiungere che la massa popolare olandese era già nel 1648 più logorata dal lavoro, più impoverita e più brutalmente oppressa di quella del resto d’Europa nel suo insieme.

Oggigiorno la supremazia industriale porta con sè la supremazia commerciale. Invece nel periodo della manifattura in senso proprio è la supremazia commerciale a dare il predominio industriale. Da ciò la funzione preponderante che ebbe allora il sistema coloniale. Esso fu «il dio straniero» che si mise sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità.

Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli servì da serra. Così prese piede anzitutto in Olanda. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato — dispotico, costituzionale o repubblicano che sia — imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico7Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.

Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poichè la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna.

Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote. Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa8.

Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto, e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.

Poiché il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno si è integrato necessariamente nel sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano nuove spese straordinarie. Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposte non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per render l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e... sovraccarico di lavoro. Tuttavia qui l’influsso distruttivo che questo sistema esercita sulla situazione dell’operaio salariato, qui ci interessa meno dell’espropriazione violenta del contadino, dell’artigiano, in breve di tutti gli elementi costitutivi della piccola classe media, che il sistema stesso porta con sè. Su ciò non c’è discussione, neppure fra gli economisti borghesi. E la efficacia espropriatrice del sistema è ancor rafforzata dal sistema protezionistico che è una delle parti integranti di esso.

La grande parte che il debito pubblico e il sistema fiscale ad esso corrispondente hanno nella capitalizzazione della ricchezza e nell’espropriazione delle masse, ha indotto una moltitudine di scrittori, come il Cobbett, il Doubleday e altri a vedervi a torto la causa fondamentale della miseria dei popoli moderni.

Il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno. Gli Stati europei si sono contesi la patente di quest’invenzione e, una volta entrati al servizio dei facitori di plusvalore, non solo hanno a questo scopo imposto taglie al proprio popolo, indirettamente con i dazi protettivi, direttamente con premi sull’esportazione, ecc., ma nei paesi da essi dipendenti hanno estirpato con la forza ogni industria; come per esempio la manifattura laniera irlandese è stata estirpata dall’Inghilterra. Sul continente europeo il processo è stato molto semplificato, sull’esempio del Colbert. Quivi il capitale originario dell’industriale sgorga in parte direttamente dal tesoro dello Stato. «Perchè», esclama il Mirabeau, « andar a cercar così lontano la causa dello splendore manifatturiero della Sassonia prima della guerra dei Sette anni? Centottanta milioni di debito pubblico!»[9].

Sistema coloniale, debito pubblico, peso fiscale, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodo della manifattura in senso proprio crescono come giganti nel periodo d’infanzia della grande industria. La nascita di quest’ultima viene celebrata con la grande strage erodiana degli innocenti. Le fabbriche reclutano il proprio personale, come la regia marina, attraverso l’arruolamento forzoso. Se Sir F. M. Eden parla con annoiato scetticismo degli orrori dell’espropriazione della popolazione rurale e della sua espulsione dalla terra a partire dall’ultimo terzo del secolo XV fino al tempo suo, che è la fine del secolo XVIII, e si congratula tutto compiaciuto di questo processo; secondo lui «necessario» per «stabilire» l’agricoltura capitalistica e «la vera proporzione fra terra arabile e pascoli», egli non dà prova però della stessa comprensione economica per la necessità del furto dei ragazzi e della loro schiavitù per la trasformazione della conduzione manifatturiera in conduzione di fabbrica e per stabilire la vera proporzione fra capitale e forza- lavoro. Egli dice: «Può esser degno dell’attenzione del pubblico considerare se una manifattura, che per essere gestita con successo deve saccheggiare cottages e workhouses in cerca di bambini poveri per farli sgobbare, a turni, la maggior parte della notte e derubarli del riposo...; una manifattura che inoltre mescola insieme, stipati, gruppi di entrambi i sessi, di differenti età e di differenti inclinazioni, cosicché il contagio dell’esempio non può fare a meno di condurre alla depravazione e alla scostumatezza, — se tale manifattura possa aumentare la somma della felicità nazionale e individuale?»[10].

«Nel Derbyshire, nel Nottinghamshire e particolarmente nel Lancashire», dice il Fielden, «le macchine di recente inventate venivano adoperate in grandi fabbriche, costruite vicinissimo a corsi d’acqua capaci di far girare la ruota. In questi luoghi, lontani dalle città, si chiedevano all’improvviso migliaia di braccia; e specialmente il Lancashire, che fino a quel momento era relativamente poco popolato e sterile, ebbe bisogno ora anzitutto di popolazione. E si ricercavano soprattutto le dita piccole e agili. Subito sorse l’abitudine di procurarsi apprendisti (!) dalle diverse workhouses delle parrocchie, da Londra, Birmingham e altrove. Molte e molte migliaia di queste creaturine derelitte, dai sette ai tredici o quattordici anni, vennero così spedite al nord. Era costume che il padrone (cioè il ladro di ragazzi) vestisse e nutrisse i suoi apprendisti e li alloggiasse in una casa degli apprendisti vicino alla fabbrica. Venivano nominati dei guardiani per sorvegliare il loro lavoro. Era interesse di questi aguzzini di far sgobbare i ragazzi fino all’estremo, perché la loro paga era in proporzione della quantità di prodotto che si poteva estorcere al ragazzo. La conseguenza di ciò fu naturalmente la crudeltà... In molti distretti industriali, specialmente del Lancashire, queste creature innocenti e prive d’amici, consegnate al padrone della fabbrica, venivano sottoposte alle torture più strazianti. Venivano affaticati a morte con gli eccessi di lavoro.., venivano frustati, incatenati e torturati coi più squisiti raffinamenti di crudeltà; in molti casi venivano affamati fino a ridurli pelle e ossa, mentre la frusta li manteneva al lavoro... E in alcuni casi venivano perfino spinti al suicidio!... Le belle e romantiche vallate del Derbyshire, del Nottinghamshire e del Lancashire, lontane dall’occhio del pubblico, divennero raccapriccianti deserti di tortura... e spesso di assassinio!... I profitti dei fabbricanti erano enormi. Ma questo non faceva che acuire la loro fame da lupi mannari, ed essi dettero inizio alla prassi del «lavoro notturno», cioè dopo aver paralizzato col lavoro diurno un gruppo di braccia, ne tenevano pronto un altro gruppo per il lavoro notturno; il gruppo diurno entrava nei letti che il gruppo notturno aveva appena lasciato, e viceversa. È tradizione popolare nel Lancashire che i letti non si raffreddavano mai»[11].

Con lo sviluppo della produzione capitalistica durante il periodo della manifattura la pubblica opinione europea aveva perduto l’ultimo resto di pudore e di coscienza morale. Le nazioni cominciarono a vantarsi cinicamente di ogni infamia che fosse un mezzo per accumulare capitale. Si leggano per esempio gli ingenui annali commerciali del galantuomo A. Anderson. Vi si strombetta come un trionfo della saggezza politica inglese il fatto che l’Inghilterra estorcesse alla Spagna, nella pace di Utrecht, col trattato d’asiento (gli spagnoli chiamavano asiento i permessi per il traffico con le colonie, altrimenti monopolio della madre patria.)  il privilegio di esercitare da quel momento la tratta dei negri, che fino allora gli inglesi avevano esercitato soltanto fra l’Africa e le Indie Occidentali inglesi, anche fra l’Africa e l’America spagnola. L’Inghilterra ottenne il diritto di provvedere l’America spagnola di 4.800 negri all’anno, fino al 1743. In tal modo veniva anche coperto ufficialmente il contrabbando inglese. Liverpool è diventata una città grande sulla base della tratta degli schiavi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria. E fino ad oggi gli «onorabili» di Liverpool sono rimasti i Pindaro della tratta degli schiavi, la quale — si confronti lo scritto citato del dott. Aikin del 1795 — «acuisce lo spirito d’iniziativa commerciale fino alla passione, forma marinai magnifici e rende enormi somme di denaro». Nel 1730 Liverpool impiegava per la tratta degli schiavi 15 navi; nel 1751, 53; nel 1760, 74; nel 1770, 96; nel 1792, 132.

L’industria cotoniera, introducendo in Inghilterra la schiavitù dei bambini, dette allo stesso tempo l’impulso alla trasformazione dell’economia schiavistica negli Stati Uniti, prima più o meno patriarcale, in un sistema di sfruttamento commerciale. In genere, la schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavitù sans phrase nel nuovo mondo[12 .

Tantae molis erat il parto delle «eterne leggi di natura» del modo di produzione capitalistico, il portare a termine il processo di separazione fra lavoratori e condizioni di lavoro, il trasformare a un polo i mezzi sociali di produzione e di sussistenza in capitale, e il trasformare al polo opposto la massa popolare in operai salariati, in liberi «poveri che lavorano», questa opera d’arte della storia moderna[13]. Se il denaro, come dice l’Augier, «viene al mondo con una voglia di sangue in faccia»[14], il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro[15].

7. TENDENZA STORICA DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA.

A che cosa si riduce l’accumulazione originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? In quanto non è trasformazione immediata di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè semplice cambiamento di forma, l’accumulazione originaria del capitale significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale.

La proprietà privata, come antitesi della proprietà sociale, collettiva, esiste soltanto là dove i mezzi di lavoro e le condizioni esterne del lavoro appartengono a privati. Ma, a seconda che questi privati sono i lavoratori o i non lavoratori, anche la proprietà privata assume carattere differente. Le infinite sfumature che la proprietà privata presenta a prima vista sono soltanto un riflesso degli stati intermedi che stanno fra questi due estremi.

La proprietà privata del lavoratore sui suoi mezzi di produzione è il fondamento della piccola azienda; la piccola azienda è condizione necessaria dello sviluppo della produzione sociale e della libera individualità dell’operaio stesso. Certo, questo modo di produzione esiste anche nella schiavitù, nella servitù della gleba e in altri rapporti di dipendenza, ma esso fiorisce, fa scattare tutta la sua energia, conquista la sua forma classica e adeguata soltanto là dove il lavoratore è libero proprietario privato delle proprie condizioni di lavoro ch’egli stesso maneggia: quando il contadino è libero proprietario del campo che coltiva e così l’artigiano dello strumento che maneggia da virtuoso.

Questo modo di produzione presuppone uno sminuzzamento del suolo e degli altri mezzi di produzione; ed esclude, oltre alla concentrazione dei mezzi di produzione, anche la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno degli stessi processi di produzione, la dominazione e la disciplina della natura da parte della società, il libero sviluppo delle forze produttive sociali. Esso è compatibile solo con dei limiti ristretti, spontanei e naturali, della produzione e della società. Volerlo perpetuare significherebbe, come dice bene il Pecqueur, «decretare la mediocrità generale». Quando è salito a un certo grado, questo modo di produzione genera i mezzi materiali della propria distruzione. A partire da questo momento, in seno alla società si muovono forze e passioni che si sentono incatenate da quel modo di produzione: esso deve essere distrutto, e viene distrutto. La sua distruzione, che è la trasformazione dei mezzi di produzione individuali e dispersi in mezzi di produzione socialmente concentrati, e quindi la trasformazione della proprietà minuscola di molti nella proprietà colossale di pochi, quindi l’espropriazione della gran massa della popolazione, che viene privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro; questa terribile e difficile espropriazione della massa della popolazione costituisce la preistoria del capitale. Essa comprende tutt’una serie di metodi violenti, dei quali noi abbiamo passato in rassegna solo quelli che fanno epoca come metodi dell’accumulazione originaria del capitale. L’espropriazione dei produttori immediati viene compiuta con il vandalismo più spietato e sotto la spinta delle passioni più infami, più sordide e meschinamente odiose. La proprietà privata acquistata col proprio lavoro, fondata per così dire sulla unione intrinseca della singola e autonoma individualità lavoratrice e delle sue condizioni di lavoro, viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica che è fondata sullo sfruttamento di lavoro che è sì lavoro altrui, ma, formalmente, è libero[16] .

Appena questo processo di trasformazione ha decomposto a sufficienza l’antica società in profondità e in estensione, appena i lavoratori sono trasformati in proletari e le loro condizioni di lavoro in capitale, appena il modo di produzione capitalistico si regge su basi proprie, assumono una nuova forma la ulteriore socializzazione del lavoro e l’ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente, cioè in mezzi di produzione collettivi, e quindi assume una forma nuova anche l’ulteriore espropriazione dei proprietari privati. Ora, quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta molti operai.

Questa espropriazione si compie attraverso il giuoco delle leggi immanenti della stessa produzione capitalistica, attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne ammazza molti altri. Di pari passo con questa centralizzazione ossia con l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala sempre crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente, la economia di tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale, combinato, mentre tutti i popoli vengono via via intricati nella rete del mercato mondiale e così si sviluppa in misura sempre crescente il carattere internazionale del regime capitalistico. Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalisticoIl monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati.

Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale.

Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazioneÈ la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso.

La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui in proprietà capitalistica è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà socialeLà si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione da parte di pochi usurpatori, qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo[17].

NOTE


] Industriale qui sta in contrasto con agricolo. In senso «categorico» il fittavolo è capitalista industriale quanto il fabbricante.

2 The Natural and Artificial Rights of Property Contrasted, Londra, 1832, pp. 98, 99. Autore di questo scritto anonimo è Th. Hodgskin.

3 Perfino ancora nel 1794 i piccoli pannaioli di Leeds mandarono una deputazione al parlamento a presentare una petizione per una legge che proibisse a ogni commerciante di diventare fabbricante (Dott. AIKIN, Description -ecc.).

4 WILLIAM HOWITT, Colonization and Christianity. A Popular History of the Treatment of the Natives by the Europeans in all their Colonies, Londra, 1838, p. 9. Sul trattamento degli schiavi si ha una buona compilazione in CHARLES COMTE, Traité de la Législation, 3. edizione, Bruxelles, 1837. Si deve studiare questa roba nei particolari per vedere a che cosa il borghese riduce se stesso e l’operaio, quando senza alcun impaccio può modellare il mondo a sua immagine e somiglianza.

5 THOMAS STAMFORD RAFFLES, late Lieut. Governor of Java, History of Java and its dependencies, Londra, 1817.

6 Nella sola provincia di Orissa, più di un milione di indù morì di fame nel 1866. Ciò nondimeno si cercò di arricchire la cassa dello Stato indiano con i prezzi ai quali si cedevano mezzi di sussistenza alla gente che stava per morir di fame.

7 William Cobbett osserva che in Inghilterra tutti gli istituti pubblici vengono designati come «regi», ma che in compenso c’era invece il debito «nazionale» (national debt).

8 «Se oggi i tartari inondassero l’Europa, sarebbe difficile render loro comprensibile che cosa sia, presso di noi, un finanziere». MONTESQUIEU, Esprit des Lois, vol. IV, p. 33, edizione di Londra, 1769.

9 «Pourquoi aller chercher si loin la cause de l’éclat manufacturier de la Saxe avant la guerre! Cent quatre-vingt millions de dettes faites par les souverains! ». MIRABEAU, De la Monarchie Prussienne, vol. VI, p. 101.

10EDEN, The State of the Poor, vol. II, cap. I, p. 421.

11 JOHN FIELDEN, The Curse of the Factory System, pp. 5, 6. Sulle infamie originarie del sistema delle fabbriche cfr. il dott. AIKIN (1795), Description of the Country from 30 to 40 miles round Manchester, p. 219, e GISBORNE,Inquiry into the Duties of Men, 1795, vol. II. Siccome la macchina a vapore trapiantò le fabbriche lontano dalle cascate della campagna, nel bel mezzo delle città, il facitore di plusvalore, così «desideroso di rinuncia», si trovò ormai sottomano il materiale infantile, senza bisogno della fornitura di schiavi a colpi di forza dalle workhouses. Quando Sir R. Peel (padre del « ministro della plausibilità») presentò nel 1815 il suo bill per la protezione dei fanciulli, F. Horner (lumen del comitato del bullion [metallo prezioso in verghe] e amico intimo del Ricardo) dichiarò alla Camera bassa: « È un fatto noto che una banda, se si potesse usare tale espressione, di ragazzi di fabbrica è stata pubblicamente messa all’asta e venduta al miglior offerente insieme agli altri effetti di usi bancarottiere. Due anni fa è arrivato davanti al King’s Bench [tribunale del re] un caso orribile. Si trattava di un certo numero di ragazzi. Una parrocchia di Londra li aveva consegnati a un fabbricante, che a sua volta li aveva passati a un altro. Alla fine erano stati trovati da alcune persone umanitarie in uno stato di affamamento assoluto. Un altro caso, ancor più atroce, era venuto a sua conoscenza quando era membro di un comitato parlamentare d’inchiesta Non molti anni fa una parrocchia di Londra e un fabbricante del Lancashire avevano concluso un contratto col quale si stipulava che il fabbricante doveva prendersi un idiota per ogni venti ragazzi sani ».

12 Nel 1790 nelle Indie Occidentali inglesi c’erano dieci schiavi su un uomo libero, in quelle francesi quattordici su uno, in quelle olandesi ventitre su uno (HENRY BROUGHAM, An Inquiry in the Colonial Policy of the European Powers, Edimburgo, 1803, vol. II, p. 74).

13 Il termine «labouring poor» si trova nelle leggi inglesi a cominciare dal momento in cui la classe dei salariati diventa degna di nota. I «labouring poor » sono in antitesi, da una parte, con gli «idle poor» [poveri oziosi], mendicanti ecc., dall’altra parte con gli operai che ancora non sono polli spennacchiati, ma sono proprietari dei loro mezzi di lavoro. Dalla legge il termine «labouring poor» è passato nell’economia politica, dal Culpeper, J. Child ecc, fino ad A. Smith e Eden. Da ciò si può giudicare la bonne foi dell’«execrable political cantmonger» [esecrabile ipocrita politico] Edmund Burke, quando dichiara che il termine «labouring poor» è «execrable political cant» [esecrabile ipocrisia politica]. Questo sicofante, che fece il romantico. contro la Rivoluzione francese al soldo dell’oligarchia inglese, allo stesso modo che aveva fatto il liberale nei confronti dell’oligarchia inglese al soldo delle colonie nordamericane agli inizi del movimento americano, era un volgare borghese fino alle midolla: «Le leggi del commercio sono le leggi della natura e di conseguenza le leggi di Dio» (E. BURKE, Thoughts and Details on Scarcity, pp. 31, 32). Non c’è da meravigliarsi che egli, fedele alle leggi della natura e di Dio, si sia venduto sempre al miglior offerente! Si trova negli scritti del Rev. Tucker — che era prete e tory, ma per il resto persona per bene e valente economista — un ottimo ritratto di questo Edmund Burke nel suo periodo liberale. Data l’infame codardia che regna oggi e crede devotissimamente alle «leggi del commercio», è dovere tornar sempre a bollare a fuoco i Burke, che si distinguono dai loro successori per una cosa sola —- il talento!

14 MARIE AUGIER, Du Crédit Public [Parigi 1842, p. 265].

15 « Il capitale», dice uno scrittore della Quarterly Review, «fugge il tumulto e la lite ed è timido per natura. Questo è verissimo, ma non è tutta la verità. Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c’è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, - e diventa vivace; il cinquanta per cento, e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi» (T. J. DUNNING, Trades’-Unions ecc., pp. 35, 36).

16 «Noi ci troviamo in una situazione del tutto nuova per la società.., tendiamo a separare ogni specie di proprietà da ogni specie di lavoro». (SISMONDI, Nouveaux Principles de I’Èconomie Politique, vol. II, p. 434).

17 «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è l’agente involontario e passivo, Sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce innanzi tutto i suoi propri seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili... Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino. I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi... Essi sono reazionari, essi tentano di far girare all’indietro la ruota della storia (KARL MARX e FRIEDRICH ENGELS, Manifest der komniunistischen Partei, Londra, 1848, pp. 9, 11.

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