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A novantuno anni da Livorno

Creato: 23 Gennaio 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3119

Al XVII Congresso del Partito socialista italiano, la frazione comunista ruppe con gli opportunisti fondando il 21 gennaio 1921 il Partito comunista d'Italia, della cui costituzione ricorre il 91° anniversario.

 

Già l'anno precedente, ad Imola, i comunisti si riunirono in un Convegno nel quale vide appunto la luce la Frazione, intesa come momento preparatorio per la nascita di una sezione italiana della Terza Internazionale. Ricorda Bordiga: “Nell'autunno del 1920 si tenne ad Imola un Convegno dei Comunisti che accettavano senza riserve tutte le deliberazioni del Secondo Congresso mondiale[1], tra cui le condizioni di ammissione all'Internazionale[2] e, per conseguenza, la espulsione dei riformisti dal Partito. Al Convegno erano presenti il gruppo dell'Ordine Nuovo e quello del Soviet. Questo gruppo annunziò il pubblico scioglimento della frazione astensionistica, la quale non si sarebbe posto come obiettivo la tesi anti-elezionista; non l'avrebbe più proposta al Congresso del Partito Socialista Italiano, pur non escludendo di ripresentarla ai futuri congressi dell'Internazionale Comunista, dopo che si fosse avuta una prova pratica della possibilità di attuazione della linea Bucharin-Lenin per un parlamentarismo effettivamente rivoluzionario. Fu deciso, con la piena adesione dei delegati di Torino e di Napoli, come anche di Milano e di altre città e zone d'Italia, di costituire la Frazione Comunista del Partito Socialista Italiano. L'obiettivo di tale nuova organizzazione non era certo di conquistare la maggioranza dei voti al Congresso di Livorno, ma di preparare le ossature del vero partito comunista, che poteva uscire soltanto dall'aperta scissione tra i seguaci di Mosca e gli altri; in quanto era chiaro che la numericamente preponderante corrente massimalista non avrebbe votato la espulsione di Turati e compagni. Fu stabilito che organo della frazione sarebbe stato il quindicinale Il Comunista, da pubblicare a Milano, e che l'ufficio di organizzazione sarebbe stato ad Imola; i compiti del lavoro furono affidati a me e a Bruno Fortichiari. Ricordo bene che, in un incontro con lo stesso Giacinto Menotti Serrati prima del Congresso di Livorno, non feci mistero che noi stavamo organizzando il Partito Comunista d'Italia e non un successo maggioritario nel Congresso socialista. La questione di mandar via i riformisti era ormai già stata risolta e decisa al Congresso di Mosca e non restava che praticarla in via disciplinare, rompendo i ponti sia coi riformisti che con i massimalisti, qualunque fosse l'esito del voto di Livorno. Al Convegno di Imola era dunque già deciso che, nel caso che quel voto avesse posto noi in minoranza, tutti i comunisti già inquadrati nella frazione avrebbero abbandonato il Congresso ed il Partito Socialista per costituire senz'altro indugio il nuovo Partito Comunista, Sezione della III Internazionale”.[3]

“[...] Sotto molti rapporti”, sottolinea Onorato Damen, “il Convegno di Imola ha svolto un ruolo non solo di preparazione del Congresso di Livorno, ma ha sciolto i nodi di contraddizioni e d’immaturità che irretivano da troppo tempo le maggiori correnti della sinistra rivoluzionaria ancora incapsulate nei ranghi del Partito Socialista”[4].

Di fronte ai delegati al congresso, Bordiga intervenne per la frazione comunista, denunciando la collocazione della maggioranza socialista al di fuori della Terza Internazionale. Si consumava la scissione.

“Voi dite a noi 'secessionisti', - argomentò Bordiga rivolgendosi alla maggioranza del PSI - voi ci dite: 'Ve ne andrete e finirete dove altri hanno finito perché la bandiera della lotta di classe è rimasta a questo vecchio tradizionale Partito Socialista che attraverso ai suoi urti di tendenza è rimasto finora all'avanguardia dell'azione del proletariato italiano, voi siete piccoli gruppi di gente, di illusi, di arrabbiati o maniaci della violenza che andate e che subirete la stessa sorte degli altri...'. Se questo avverrà, ebbene, noi, o compagni, vi diciamo che vi sono due ragioni che ci differenziano da tutte le scissioni che sono fino ad oggi avvenute. Vi è la ragione che noi rivendichiamo, e voi avete ancora la possibilità di venire a confutare questi argomenti di dottrina e di metodo, noi rivendichiamo la nostra linea di principio, la nostra linea storica con quella sinistra marxista che nel Partito socialista italiano con onore, prima che altrove, seppe combattere i riformisti. Noi ci sentiamo eredi di quell'insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e che oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l'onore del vostro passato, o compagni!

[...] noi andiamo con la Terza Internazionale. La Terza Internazionale non è la cosa perfetta che si dice, la Terza Internazionale si può criticare nei suoi comitati, nei suoi congressi, poiché ovunque si possono trovare debolezze e miserie, ma voi compagni non dovete dimenticare che vi è qualche cosa che resta al di sopra di qualunque critica che possa colpire un dettaglio di questa organizzazione formidabile, di questa conclusione colossale che si aderge all'orizzonte della storia e dinanzi alla quale tremano, condannate alla decisiva sconfitta, tutte le forze del passato. Vi sarà dell'autoritarismo, del difetto tecnico di funzione, degli esecutori che mancano, tutto voglio concedere, ma credete proprio voi che queste piccole cose possano svalutare questo fatto storico grandioso? Quelle parole che allora piovvero come fredde ed inascoltate tesi teoriche, quell'affermazione della unione del proletariato di tutti i paesi per la sua rivoluzione e per la sua dittatura e non solo per la tesi fredda della semplice socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, comune persino ai rinnegati di Amsterdam, sono la base di una dottrina che è stata sparsa da pochi illuminati oggi in ogni paese del mondo. Uomini proletari, lavoratori sfruttati di tutte le razze, di tutti quanti i colori, si organizzano e si costituiscono con mille difetti, ma con una idea che sicuramente ci dice che si tratta di una costruzione definitiva della storia. Essi costituiscono così questo ingranaggio di lotta, questo esercito della rivoluzione mondiale. Credete voi che dinanzi ad una cosa così grande vi siano i piccoli errori che possano fare ritrarre chicchessia che non sia un avversario di principio? Che possa fare esitare chicchessia quando si deve scegliere se stare con la Terza Internazionale, il che vuole dire nella Terza Internazionale, come vuole la Terza Internazionale, per andarsene invece, purtroppo per allontanarsi, purtroppo per rimanere estraneo a questo sommovimento di pensiero, di critica, di discussione, di azione, di sacrificio e di battaglia?

[...] Noi sappiamo di essere una forza collettiva che non sparirà come una piccola frazione, come una diserzione di pochi militi. Vi è un grande esercito che sarà invece il nucleo attorno a cui verrà domani il grande esercito della rivoluzione proletaria del mondo”[5].

Il nuovo partito nacque al teatro San Marco di Livorno, costituendosi sulla base dei seguenti princìpi:

“1. Nell’attuale regime capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.

2. Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.

3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.

4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendosi dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultanti contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.

5. La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato fra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.

6. Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato sociale borghese e con la instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello Stato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.

7. La forma di rappresentanza politica dello Stato proletario è il sistema dei consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.

8. La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.

9. Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

10. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, eliminandosi la divisione della società in classi andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane”.[6]

Qual è il significato di quella scissione, della nascita del Partito comunista d'Italia, quale senso conserva oggi?

Dopo appena 3 anni da Livorno, Gramsci, che la vulgata stalinista ha per decenni voluto il vero padre del Partito comunista, scriveva:

“Il Congresso di Livorno, la scissione avvenuta al Congresso di Livorno furono riallacciati al II Congresso, alle sue 21 condizioni, furono presentati come una conclusione necessaria delle deliberazioni "formali" del II Congresso. Fu questo un errore, e oggi possiamo valutarne tutta l'estensione per le conseguenze che esso ha avuto. Noi [...] ci limitammo a batter sulle quistioni formali, di pura logica, di pura coerenza, e fummo sconfitti, perché la maggioranza del proletariato organizzato politicamente ci diede torto, non venne con noi, quantunque noi avessimo dalla nostra parte l'autorità e il prestigio dell'Internazionale che erano grandissimi e sui quali ci eravamo fidati.

Non avevamo saputo condurre una campagna sistematica, tale da essere in grado di raggiungere e di costringere alla riflessione tutti i nuclei e gli elementi costitutivi del Partito socialista; non avevamo saputo tradurre in linguaggio comprensibile a ogni operaio e contadino italiano il significato di ognuno degli avvenimenti italiani degli anni 1919-20; non abbiamo saputo, dopo Livorno, porre il problema del perché il congresso avesse avuto quella conclusione; non abbiamo saputo porre il problema praticamente, in modo da trovarne la soluzione, in modo da continuare la nostra specifica missione che era quella di conquistare la maggioranza del popolo italiano.

Fummo - bisogna dirlo - travolti dagli avvenimenti; fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiolo incandescente, dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo: avevamo una consolazione, alla quale ci siamo tenacemente attaccati, che nessuno si salvava, che noi potevamo aver previsto matematicamente il cataclisma, quando gli altri si cullavano nella più beata e idiota delle illusioni”.[7]

Di segno opposto un articolo di Onorato Damen nel quarantesimo anniversario di quella scissione, “L'attualità di Livorno e il gracchiare dei corvi dell'opportunismo”, e sulle sue considerazioni intendiamo soffermarci. Damen commenta Gramsci che “aveva affermato la necessità di un ritorno ad una situazione pre-Livorno, per la ragione che a quel Congresso il taglio era stato operato troppo a sinistra. Lungo tale linea di revisione si muoveranno poi, il grado dell’opportunismo non conta, tutti coloro che, come Nenni, facendo il processo alla ideologia di Livorno, intendono farlo alla dottrina e alla prassi del marxismo rivoluzionario”.[8]

“La scissione di Livorno”, sottolinea Damen, “ha aperto il solco invalicabile di classe; ha diviso definitivamente i riformisti dai rivoluzionari ed ha caratterizzato fin qui, e caratterizzerà fino alla loro conclusione, le forze politiche che si richiamano al proletariato”. Qui è condensato il suo significato storico, che resiste alle vicende che porteranno alla sconfitta quella esperienza di partito.

“L’importanza storica di Livorno”, prosegue Damen, “sta nella nascita del Partito di classe, con la sua rigida interpretazione del marxismo, con la visione strategica della rivoluzione come il solo mezzo esistente per rompere il corso reazionario e fascista del capitalismo. La storia del ventennio non avrebbe avuto lo sviluppo che in realtà ha avuto, se dal profondo travaglio che si è concluso a Livorno non fossero usciti i quadri di combattimento e la decisa avversione di classe al fascismo, e se tutto ciò non avesse rappresentato il presupposto ideale e fisico alla lotta su due fronti, continuata fra le più grandi difficoltà materiali, contro il capitalismo a maschera fascista e contro la degenerazione stalinista che rappresenterà più tardi l’altra maschera, quella democratica e antifascista dello stesso capitalismo”. Il Partito comunista d'Italia nasce quando il proletariato era già “praticamente sconfitto”. I compiti immediati che aveva davanti erano “una difficile ritirata per salvare il salvabile e tenere in piedi ciò che in uomini, in organismi e in mezzi materiali, avrebbe dovuto assicurare la continuità delle idee, del programma e dello spirito di Livorno”. Difatti “il Partito Comunista nasceva, come era logico e naturale che nascesse, non in una fase di ascesa del movimento operaio, ma in quello della sua tragica ritirata; nasceva, cioè, come l’amministratore d’una situazione fallimentare e di sconfitta del proletariato nella quale si sarebbero bruciati non pochi quadri, per quanto limitati, ma validi fino all’eroismo e al sacrificio, del giovane movimento rivoluzionario”[9].

Il ritardo della scissione nasce anche da errori della Sinistra, che “non aveva saputo porre tempestivamente, al Congresso di Bologna, il problema fondamentale del partito rivoluzionario, disperdendo gli sforzi in un espediente tattico di dettaglio, contingente e di importanza, comunque, marginale come quello dell’astensionismo”. La scissione comunque ha significato per la corrente marxista non restare “incapsulata nelle maglie dell’opportunismo”; se si fosse mantenuta l'unità con gli opportunisti, la “Sinistra rivoluzionaria si sarebbe così esaurita in una sterile posizione nell’interno del partitone; le sue idee e la sua azione sarebbero rimaste senza eco di fronte al proletariato e infine sarebbe stata messa nella impossibilità di ancorarsi ad un saldo centro di iniziativa rivoluzionaria nella fase storica precedente il Secondo conflitto mondiale”. Nel corso della vicende storiche che vedranno la sinistra sconfitta e il partito stalinizzarsi, PSI e PCI si ritroveranno “sullo stesso piano di fronte all’antifascismo, tipo Fronte Popolare; di fronte alla guerra di liberazione; di fronte alla loro partecipazione al governo della repubblica. Sempre con l’obiettivo di imporre una soluzione democratico-parlamentare contro quella rivoluzionaria e socialista; per imporre il governo di sua maestà la repubblica contro il potere del proletariato e della sua dittatura di classe”.

Dalla scissione tra rivoluzionari e opportunisti, nelle parole di Bordiga, “vi era tutto da guadagnare per le buone prospettive rivoluzionarie e nulla da rimpiangere per la maggior forza numerica che corrispondeva alla situazione pre-Livorno. L'argomento che prima della scissione il fronte proletario, sempre da noi respinto come arma strategica, avrebbe avuto base più estesa, era già stato accampato demagogicamente da tutti gli unitari tipo Serrati, e debitamente e definitivamente respinto da tutti gli scissionisti, da Lenin fino a noi, suoi convinti seguaci, perché era questa la sola linea storica che ben si adagiava sull'avvento della vittoria rivoluzionaria in Italia e in Europa. Non avemmo dunque la minima esitazione nel preparare ed attuare la rottura ed io sono ben lieto e anche fiero per aver letto dalla tribuna del Congresso la irrevocabile dichiarazione di tutti i votanti la mozione di Imola, che abbandonarono la sala del teatro Goldoni per recarsi in corteo al teatro San Marco, dove fu fondato il Partito Comunista d'Italia. [...] D'altra parte nessuno fra noi, che responsabilmente ci schierammo nell'ala staccata dal partito, poteva in quel momento pensare che l'azione del proletariato contro il capitalismo e le sue forze reazionarie potesse dal nuovo partito essere demandata ad un informe ed equivoco "fronte popolare", ossia ad un blocco apertamente collaborazionista tra correnti proletarie e correnti più o meno confusamente piccolo-borghesi. Certamente neanche Gramsci lo pensava in quella fase storica, sia pure davanti ad un fascismo che aveva già fatto la sua apparizione. In un simile "blocco", o "fronte" che sia, deve infatti esistere un organo o comitato, nella disciplina del quale il partito estremo, veramente rivoluzionario e combattivo, non avrebbe potuto evitare di trovarsi con le mani fatalmente legate. Di una tale situazione totalmente disfattista da quel giorno, e fino al periodo post-fascista, abbiamo conservato lo stesso, costante orrore”[10].

L'apertura di questo “solco invalicabile di classe”, col suo patrimonio programmatico, di principi e di strategia, resta oggi, a oltre novant'anni dal Congresso di Livorno, la principale eredità di quell'avvenimento.

“Basterebbe soltanto questo per considerare il Congresso di Livorno come una pietra miliare lungo il tormentato cammino del socialismo per la formazione del partito della rivoluzione”.[11]

Un'eredità che non si può esaurire in una memoria storiografica che ripropone infinitamente un medesimo evento. Saper analizzare e comprendere il capitalismo contemporaneo, la condizione della nostra classe sociale, il rapporto partito-classe, le prospettive della rivoluzione, significa anche avere il coraggio di confrontarsi problematicamente sulle esperienze passate, assumendo le loro conquiste senza fideismi di sorta.

Già Onorato Damen, nel cinquantenario della fondazione del Pcd'I, si orientava verso un “aggiornamento storico-politico e nel contempo critico dell’avvenimento”, “un severo e pensoso riesame critico di quel lontano avvenimento, passato, per ragioni di evidente tornaconto politico, al centro dell’attenzione non solo di certa storiografia e di certa pubblicistica ufficiale che attinge a piene mani e ad occhi chiusi nel magma di una agiografia di partito i motivi, le impostazioni e il ruolo di certi uomini al posto di certi altri secondo una precettistica propria della cultura borghese solita a portare acqua al mulino del più forte e in genere di chi ha saputo fare”.[12]

Il nostro tentativo di riallacciarci criticamente e senza passatismi (e, d'altra parte, senza la sindrome della dimenticanza) alla tradizione che va da Marx alla Sinistra comunista, nasce, ancora una volta, da una rottura. Con la “consapevolezza dei grandi vuoti teorici e politici da colmare, dei propri immensi limiti e della necessità di compiere ogni sforzo per superare i confini angusti del proprio orticello”, siamo lontani dall'auto-proclamazione di fantasiosi partitini. In un impegno alla serietà politica, non intendiamo rendere vana l'esperienza delle organizzazioni che si sono susseguite nella storia del nostro movimento. Il lavoro del loro bilancio ci riporta ancora al noto “Che fare?”.Questa è tuttora la domanda inevasa a cui urge dare risposta”, chiudeva l'editoriale del terzo numero della nostra rivista. “I movimenti spontanei registrati nel Nord Africa, in Medioriente e recentemente, seppure con modalità e intensità diverse, anche in Spagna e in Italia, hanno dimostrato ampiamente che il proletariato, tanto più quello contemporaneo in cui è massiccia la presenza di una forte componente di origine piccolo-borghese, in assenza del partito comunista su scala internazionale è destinato a rifugiarsi sotto la grande ala protettrice che la borghesia di volta in volta sa dispiegare. Si impone, quindi, un grande sforzo di elaborazione teorica e un rigoroso bilancio della propria esperienza e delle proprie sconfitte. Un compito a cui, con tutta evidenza, non può attendere chi non comprende che l’elaborazione teorica, se è realmente tale, è la forma più elevata della prassi e non volgare culturalismo. Di contro stiamo constatando che non siamo i soli ad avvertire questa esigenza. A queste medesime nostre conclusioni sono giunti, all’interno della stessa Sinistra comunista e – vale la pena di sottolinearlo- gli uni indipendentemente dagli altri, anche compagni provenienti da esperienze contigue ma diverse dalla nostra. Si tratta di un dato politico qualitativamente molto rilevante poiché lascia intravedere che esistono concrete possibilità di dar vita a quel laboratorio di sistematizzazione teorica e politica dei dati inerenti questa fase del capitalismo al fine di delineare con una sufficiente approssimazione i suoi possibili sviluppi e quelli della lotta di classe. In altre parole, appare meno improbabile la possibilità di poter aprire in tempi non più storici il cantiere per la costruzione del nuovo partito comunista internazionale e internazionalista. [...]

Se si vuole porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, all’uomo ridotto a semplice merce e come tale a oggetto al servizio della macchina e senza una briciola di tempo, come direbbe Marx- per le sue funzioni umane; se non si vuole il saccheggio del pianeta che ci ospita, la guerra permanente, in una: la barbarie, questa macchina va semplicemente demolita per poter finalmente costruire una società realmente moderna, libera dalla dittatura del denaro e delle leggi che attendono alla sua accumulazione. Altro che indignazione, ci vuole la rivoluzione, ci vuole il partito”.[13]

Un lavoro da riprendere, in un rapporto “pensoso”, a dirla con Damen, con le “fonti”, i “modelli ideali” e il “metodo” “che sono stati alla base della elaborazione teorico-politica che concludeva col Congresso di Livorno in una paurosa sintesi le esperienze della prima guerra mondiale, dell’imperialismo e della rivoluzione d’Ottobre”[14].

Mario Lupoli

Letture consigliate

Dal Convegno d'Imola al Congresso di Livorno nel solco della Sinistra italiana, Ed. Prometeo, Milano 1971

Storia della Sinistra Comunista, Volume III, Dal 1920 al 1921, Ed. Programma comunista, Milano 1986

Storia della Sinistra Comunista, Volume IV, Dal 1921 al 1922, Ed. Programma comunista, Milano 1997

Giorgio Galli, Storia del PCI, KAOS Edizioni, Milano 1993

Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, Volume I, Einaudi, Torino 1967

Luigi Cortesi, Le origini del PCI, Franco Angeli, Milano 1999



[1] Della Terza Internazionale.

[2] “Il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista pone le seguenti condizioni per l’appartenenza alla Internazionale Comunista:

1. Tutta quanta l’agitazione e la propaganda deve avere un carattere realmente comunista e corrispondere al programma e ai deliberati della Terza Internazionale. Tutti gli organi della stampa del Partito devono essere diretti da Comunisti fidati, i quali abbiano dimostrato la loro devozione alla causa del proletariato. Della dittatura del proletariato non si deve parlare semplicemente come di una banale formula imparata a memoria, ma essa deve essere così propagandata che ogni semplice operaio, operaia, soldato, contadino, ne comprenda la necessità dai fatti della vita quotidiana, sistematicamente osservati e giorno per giorno sfruttati dalla nostra stampa.
La stampa periodica e non periodica e tutte le imprese editrici del Partito debbono essere completamente sottoposte alla direzione del Partito, senza preoccuparsi se, in quel dato istante, il Partito nella sua collettività sia legale o illegale. È inammissibile che le Case Editrici abusino della loro autonomia e facciano una politica che non corrisponde pienamente alla politica del Partito.
Nelle colonne dei giornali, nei comizi popolari, nei sindacati, nelle cooperative di consumo, dovunque i seguaci della Terza Internazionale riescano ad entrare, è necessario bollare a fuoco sistematicamente non solo la borghesia, ma anche i suoi complici, i riformisti di ogni sfumatura.

2. Qualunque organizzazione voglia unirsi alla Internazionale Comunista, deve regolarmente e sistematicamente allontanare da tutti i posti più o meno responsabili del movimento rivoluzionario (organizzazioni del partito, redazioni, sindacati, gruppi parlamentari, cooperative, amministrazioni comunali) i riformisti e centristi, sostituendoli con provetti comunisti, senza preoccuparsi se, specialmente in principio, al posto di “esperti” opportunisti subentrano semplici operai provenienti dalla massa.

3. In quasi tutti i paesi d’Europa e d’America la lotta di classe entra nella fase di lotta civile. In siffatte condizioni i comunisti non possono avere fiducia nella legalità borghese. Essi sono obbligati a creare dappertutto un apparato di organizzazione parallelo e illegale che, nel momento decisivo, aiuti il Partito a compiere il suo dovere verso la rivoluzione. In tutti i Paesi nei quali, in seguito allo stato d’assedio e alle leggi eccezionali, i Comunisti non hanno la possibilità di fare legalmente tutto il loro lavoro, è assolutamente necessario combinare l’attività legale con quella illegale.

4. Il dovere di diffondere le idee comuniste include implicitamente in sé il dovere di una energica, sistematica propaganda nell’esercito. Dove questa agitazione è ostacolata da leggi eccezionali, bisogna farla per vie illegali. La rinuncia a un tale lavoro equivarrebbe a un tradimento del dovere rivoluzionario e sarebbe incompatibile con l’appartenenza alla Terza Internazionale.

5. È necessaria una agitazione sistematica e regolare nelle campagne. La classe operaia non può vincere, se non ha dietro di sé i proletari rurali o almeno una parte dei contadini più poveri, e se non si è assicurata, con la sua politica, la neutralità di una parte della restante popolazione rurale. Il lavoro comunista nelle campagne ha ora una importanza preminente. Esso deve essere fatto precipuamente con l’aiuto degli operai rivoluzionari e comunisti della città e della campagna, che hanno connessioni con la campagna. La rinuncia a questo lavoro o l’affidarlo a mani malfidate o mezzo riformiste equivale a una rinuncia alla rivoluzione proletaria.

6. Qualunque Partito desideri far parte della Terza Internazionale, è obbligato a smascherare, non soltanto l’aperto socialpatriottismo, ma anche la insincerità e la ipocrisia del socia]-pacifismo; deve sistematicamente mostrare agli operai che, senza il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, nessun tribunale arbitrale internazionale, nessun accordo intorno alla limitazione degli armamenti di guerra, nessun “democratico” rinnovamento della Società della Nazioni sarà in grado di impedire nuove guerre imperialistiche.

7. I Partiti che desiderano appartenere alla Terza Internazionale Comunista sono obbligati a riconoscere la completa rottura col riformismo e con la politica del “Centro” e a propagandare questa rottura nella più ampia cerchia politica comunista.
L’internazionale Comunista chiede incondizionatamente e ultimativamente l’effettuazione di questa rottura nel più breve tempo possibile. La Internazionale Comunista non può tollerare che opportunisti notori, quali Turati, Kautsky, Hilferding, Hillquit, Longuet, Mac’Donald, Modigliani, ecc. abbiano diritto di passare per membri della Terza Internazionale. Ciò avrebbe per conseguenza che la Terza Internazionale si assomiglierebbe alla Seconda Internazionale.

8. Nella questione delle Colonie e delle Nazioni oppresse è necessario un atteggiamento particolarmente chiaro e spiccato dei Partiti in quei paesi la cui borghesia è in possesso di Colonie e opprime altre Nazioni. Qualunque Partito desideri appartenere alla Terza Internazionale è obbligato a smascherare gli espedienti dei “suoi” imperialisti nelle Colonie, ad appoggiare non solo con le parole ma anche con i fatti, qualsiasi movimento irredentista nelle colonie e chiedere la cacciata dei suoi connazionali imperialisti da quelle Colonie, a destare nei cuori degli operai del suo paese sentimenti veramente fraterni per la popolazione lavoratrice delle Colonie e delle nazioni oppresse, a fare tra le truppe del suo paese un’agitazione sistematica contro ogni oppressione dei popoli coloniali.

9. Qualunque Partito desideri appartenere all’Internazionale Comunista, deve sistematicamente e tenacemente spiegare un’attività comunista entro i sindacati, nei Consigli degli operai, nei Consigli delle Aziende, nelle Cooperative di Consumo e in tutte le organizzazioni è necessario organizzare cellule comunistiche che con un lavoro persistente e tenace, guadagnino alla causa del Comunismo i sindacati ecc. Queste cellule sono obbligate, nel loro lavoro quotidiano, a smascherare dappertutto il tradimento dei socialpatrioti e le oscillazioni dei centristi. Le cellule comunistiche debbono essere completamente subordinate al Partito.

10. Ogni Partito appartenente alla Internazionale Comunista è obbligato a svolgere una lotta tenace contro la “Internazionale” dei Sindacati gialli di Amsterdam. Esso deve fare energica propaganda fra gli operai organizzati nei sindacati, per dimostrare la necessità di romperla con la Internazionale gialla di Amsterdam. Ogni partito deve, con ogni mezzo, appoggiare la nascente associazione internazionale dei Sindacati Rossi che si uniscono con la Internazionale Comunista.

11. I Partiti che vogliono appartenere alla Terza Internazionale, sono obbligati a sottoporre a una revisione l’effettivo personale dei Gruppi parlamentari, ad allontanare tutti gli elementi malsicuri e subordinare, non solo con la parola ma con i fatti, tutti quei gruppi alle Direzioni dei Partiti, esigendo da ogni deputato comunista che egli assoggetti tutta quanta la sua attività agli interessi di una propaganda e di una agitazione realmente rivoluzionarie.

12. I partiti appartenenti alla Internazionale Comunista debbono essere costruiti sulla base del Centralismo democratico. Nell’attuale epoca dell’acuita guerra civile, il Partito Comunista sarà in grado di fare il suo dovere soltanto se è organizzato nel modo il più possibile centralista, se domina in esso una ferrea disciplina, e se la sua direzione centrale, sorretta dalla fiducia dei membri del Partito ha la forza, l’autorità e le più ampie competenze.

13. Il Partito Comunista di quei paesi in cui i comunisti fanno il loro dovere lealmente debbono, di quando in quando, procedere ad un “repulisti” (nuove registrazioni) dell’effettivo dell’organizzazione del Partito per epurare sistematicamente il Partito dagli elementi piccolo-borghesi che si sono insinuati in esso.

14. Qualunque Partito desideri appartenere alla Internazionale Comunista, è obbligato a dare tutto quanto il suo aiuto a ogni repubblica sovietista nella sua lotta contro le forze controrivoluzionarie. I partiti comunisti debbono svolgere una chiara propaganda per impedire il trasporto di munizioni di guerra ai nemici delle Repubbliche Sovietiche; oltre a ciò debbono, con ogni mezzo, legalmente o illegalmente, fare propaganda ecc. tra le truppe mandate a strangolare le Repubbliche Operaie.

15. I partiti che fin d’ora hanno conservato i loro antichi programmi socialisti, sono ora obbligati a mutare, nel più breve tempo possibile, questi programmi ed ad elaborare in modo rispondente alle condizioni speciali del paese un nuovo programma comunista nel senso dei deliberati della internazionale Comunista. Per regola il programma di ogni partito appartenente alla Internazionale Comunista deve essere confermato dal Congresso dell’Internazionale Comunista o dal suo Comitato Esecutivo. Qualora il programma di un partito non venga confermato dal Comitato Esecutivo della Internazionale Comunista, il Partito in discorso ha il diritto di appellarsi al Congresso dell’Internazionale Comunista.

16. Tutti i deliberati dei Congressi dell’Internazionale Comunista, come pure i deliberati del suo Comitato Esecutivo, sono impegnativi per tutti i Partiti appartenenti alla Internazionale Comunista.
L’Internazionale Comunista, che agisce fra le condizioni della più aspra guerra civile, deve essere costruita in maniera di gran lunga più centralizzata di quel che fosse la Seconda Internazionale. Com’è naturale però l’Internazionale Comunista, e il suo Comitato Esecutivo debbono, nella loro attività complessiva, tener conto delle diverse condizioni fra cui sono costretti a lavorare ed a combattere i singoli partiti, e debbono prendere deliberazioni di validità generale soltanto in quelle questioni in cui simili deliberazioni siano possibili.

17. Conforme a ciò tutti i partiti che vogliono appartenere all’Internazionale Comunista, debbono cambiare il loro nome. Qualunque partito voglia appartenere all’Internazionale Comunista, deve portare il nome: PARTITO COMUNISTA del paese così e così (Sezione della Terza Internazionale). La questione del nome non è soltanto questione formale, ma questione politica di grande importanza.
L’Internazionale Comunista ha dichiarato la guerra a tutto il mondo borghese e a tutti i partiti socialdemocratici gialli. E necessario che a ogni semplice lavoratore sia chiara la differenza tra i Partiti Comunisti e gli antichi partiti ufficiali “Socialdemocratici” e “Socialisti” che hanno tradito la bandiera della classe operaia.

18. Tutti gli organi direttivi della stampa dei partiti di tutti i paesi sono obbligati a pubblicare tutti gli importanti documenti ufficiali del Comitato Esecutivo dell’internazionale Comunista.

19. Tutti i partiti che appartengono all’Internazionale Comunista o hanno fatto domanda di entrarvi, sono obbligati a convocare al più presto possibile e al più tardi 4 mesi dopo il II Congresso dell’Internazionale Comunista un congresso straordinario, per esaminare tutte queste condizioni. Le direzioni centrali dei partiti debbono aver cura che le deliberazioni del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista siano rese note a tutte le organizzazioni locali.

20. Quei partiti che vogliono entrare nella Terza Internazionale ma che finora noti hanno radicalmente cambiata la loro tattica, debbono, prima di entrare nella Terza Internazionale, provvedere perchè non meno dei due terzi della loro Direzione e di tutte le più importanti istituzioni centrali si compongano di compagni, che prima ancora del II Congresso dell’Internazionale Comunista si erano pubblicamente e chiaramente pronunciati in favore dell’entrata del partito nella Terza Internazionale.
Eccezioni sono ammissibili previo consenso del Comitato Esecutivo dell’Internazionale. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista ha il diritto di fare eccezioni anche per i rappresentanti della tendenza centrista nominati al punto sette.

21.  Quei membri del partito che respingono per principio le condizioni e le tesi formulate dall’Internazionale Comunista debbono essere espulsi dal partito. Lo stesso vale specialmente per i delegati al Congresso straordinario.” (Condizioni di ammissione all'Internazionale Comunista adottate il 30 luglio 1920)

[3] Edek Osser, intervista ad Amadeo Bordiga, giugno 1970, in Storia contemporanea n. 3, settembre 1973

[4] Onorato Damen, “La strada maestra, a cinquant'anni da Livorno”, Introduzione a “Dal convegno d’Imola al congresso di Livorno, nel solco della sinistra italiana”, Edizioni Prometeo, Milano 1971

[5] Discorso di Amadeo Bordiga, Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, Edizioni Avanti!, Milano 1921

[6] Il Comunista, 31 gennaio 1921

[7] Antonio Gramsci, “Contro il pessimismo”, L'Ordine Nuovo, 14 marzo 1924

[8] Onorato Damen, “L'attualità di Livorno e il gracchiare dei corvi dell'opportunismo”, Battaglia comunista, n. 1 1961

[9] Onorato Damen, “La strada maestra, a cinquant'anni da Livorno”, Milano 1971, cit.

[10] Edek Osser, intervista ad Amadeo Bordiga, giugno 1970, cit.

[11] Onorato Damen, “La strada maestra, a cinquant'anni da Livorno”, Milano 1971, cit.

[12] Onorato Damen, “La strada maestra, a cinquant'anni da Livorno”, Milano 1971, cit.

[13] Giorgio Paolucci, “Ci vuole il partito...”, DemmeD', n.3, Luglio 2011

[14] Onorato Damen, “La strada maestra, a cinquant'anni da Livorno”, Milano 1971, cit.

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