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I fantasmi di una recessione prossima ventura. Le sue implicazioni sul piano di classe e su quello internazionale.

Creato: 14 Novembre 2019 Ultima modifica: 14 Novembre 2019
Scritto da Greco Gianfranco Visite: 79

I fantasmi di una recessione prossima ventura. Le sue implicazioni sul piano di classe e su quello internazionale.

“Se volete vedere come muoiono i poveri, guardate la Grenfell Tower. In quest’era di

austerità, i poveri muoiono per l’altrui prosperità. Sono morti affinchè si potessero

risparmiare soldi.”

(Da una poesia di Ben Okri, poeta nigeriano)

di Gianfranco Greco

L’incendio della Grenfell Tower è la tragedia che ha riguardato un grattacielo, o meglio un termitaio, in cui erano accatestati/alloggiati poveri, immigrati, gente comune che ha avuto origine dall’incendio, nel 2017, di pannelli altamente infiammabili che costituivano il rivestimento esterno del medesimo grattacielo, pannelli il cui utilizzo – dato tristemente rilevante – consentiva un miserevole risparmio di 2,5 euro a metro quadro ma che – a causa della loro pericolosità – erano stati già banditi dal resto d’Europa. Al tirar delle somme quello spregevole risparmio, in linea con le regole auree  dell’economia borghese, ha avuto quale tragico   corrispettivo la morte di 78 persone. Il fattaccio della Grenfell Tower emblemizza, con cruda trasparenza, le crescenti criticità che involgono una realtà britannica tutta sospesa all’interno di una stucchevole pantomima, la Brexit, che, contrariamente ai desiderata di settori della borghesia britannica che hanno sempre considerato il permanere del Regno Unito nella UE come fastidioso orpello capace di mortificare i sogni degli hardbrexiters, tutti presi a favoleggiare di una “Singapore on Thames”, ossia un regno della finanza ultra-liberista completamente avulso da regole sul lavoro e sull’ambiente, è rimasta impantanata in tutta una serie di problemi, risolti i quali ne sorgerebbero – come per le teste dell’Idra di Lerna – altri ancora. Stando a tale scenario Londra metterebbe a profitto la fuoriuscita dall’Unione europea attestandosi quale spazio di intermediazione tra il sistema finanziario Usa e società della UE il cui preminente obiettivo sarebbe  l’accesso ai mercati statunitensi. In un contesto in cui i capitali si muovono sempre più globalmente la Gran Bretagna – sempre secondo i desiderata degli hard brexiters - avrebbe tutto per diventare un polo molto attrattivo che farebbe concorrenza alla stessa Svizzera, similarmente a quel che avviene, ad esempio, tra la città/stato di Singapore ed il mercato orientale. Che possa tutto ciò rappresentare una suggestione alimentata ad arte da chi ha tutto l’interesse a che non solo il Regno Unito ma la stessa Unione Europea siano attraversate da dinamiche divisive che rendano a gioco lungo non praticabile il progetto dell’Europa Unita, è più che una semplice congettura.  Infatti, tanto per restare in tema di infiammabilità, non possiamo non  riferirci al presidente USA Donald Trump il quale in una intervista rilasciata al Sunday Times ha sostenuto che la Gran Bretagna dovrebbe semplicemente “andarsene”, rifiutandosi di pagare i 39 miliardi di sterline previsti per il divorzio, rassicurando col dichiarare, allo stesso tempo, che alla Brexit farebbe seguito un accordo di libero scambio USA-Gran Bretagna. Non sfugge certamente come dietro questo “endorsement” si stagli nitidamente il fine ultimo di tale disinteressata esortazione: l’indebolimento, la frammentazione, la polarizzazione e quindi la deriva di una costruzione europea che, a sua volta ed a gioco più o meno lungo, si prefigge, sostanzialmente, di affrancarsi dal cosi denominato “impero a credito” (quello a stelle e strisce) e di attenuare, se non eliminare del tutto, una dipendenza dal corso del biglietto verde che già nella Francia del generale De Gaulle veniva etichettata come “privilegio esorbitante del dollaro”. Ma, a voler entrare più nel merito delle proposte avanzate da Trump, prescindendo per un momento dal retropensiero che “l’Europa non s’ha da fare né ora né mai”, resta l’ineludibile punto che l’Unione europea è il principale partner  commerciale del Regno Unito. E’ facile rilevare come circa la metà del commercio britannico avviene con la UE e che, inoltre, secondo uno studio del Centre for Economic Performance “Si stima che, a seguito della Brexit, le entrate di tutti i paesi UE diminuiranno. Il calo generale del PIL nel Regno Unito dovrebbe assestarsi tra i 26 e i 55 miliardi di sterline, circa due volte la probabile diminuzione di ricchezza che si avrebbe nel resto dei paesi UE messi insieme, ovvero tra 12 e 28 miliardi di sterline.”[1]

 Ripercussione che andrebbe ad assommarsi ad altri contraccolpi nel caso si pervenisse alla “Hard-Brexit” suggerita dal tycoon newyorchese, il che fa dire al governatore della Bank of England ed alla stessa Confindustria inglese che in caso di uscita “dura” si perverrebbe al doppio della disoccupazione ed a  un’inflazione al 6,5%. E’ tale la ventata di sano ottimismo suscitato dalla Brexit che il “chief” di Airbus, Tom Enders, ha minacciato di prendere il largo qualora si dovesse arrivare al “no deal”, prontamente seguito, tra i tanti, dalla Sony e dalla Nissan che hanno già annunciato il trasferimento delle proprie attività, rispettivamente in Olanda e in Giappone. E come rimarca Il Manifesto:” Il tutto mentre si affastellano notizie di tregenda come l’industria siderurgica nazionale che cola a picco (e con essa 5.000 posti di lavoro, il Labour vuole nazionalizzarla), o quelle diffuse dallo speciale relatore Onu per la povertà, Philip Alston, che denuncia nel Paese “sistematici e tragici” livelli di povertà al termine di una lunga indagine (ha paragonato la situazione odierna alle case di lavoro vittoriane descritte da Dickens).”[2]

Il grande balzo all’indietro

Philip Alston altro non fa se non apportare – con la sua denuncia – ulteriore contributo ad un fenomeno che sta connotando sempre più l’età contemporanea ed i cui tratti salienti fanno sì che “sul piano del salario, dell’orario, delle condizioni materiali, della sicurezza, della precarietà occupazionale, dei diritti, si è assistito all’arretramento sociale più grave che si sia mai verificato in età contemporanea. E’ il fenomeno più sconvolgente della nostra epoca.”[3]

 Quanta distanza, quale differenza dal “grande balzo in avanti” - di cui ha scritto Jared Diamond nel suo impareggiabile “Armi, Acciaio e Malattie” - che 70.000 anni addietro consentiva agli uomini anatomicamente moderni di diffondersi su tutto il pianeta. Un procedere a ritroso e conquiste, costate lotte ed ancora lotte, che vengono azzerate. Segno inequivocabile degli ineffabili tempi che ci è dato vivere. Sarà senz’altro che le piacevolezze a produzione illimitata che fanno da sfondo alla realtà contemporanea e che costituiscono gli aspetti più appariscenti del dogma neoliberista, non riescono per nulla a scalfire le intrinseche ed insanabili contraddizioni che sono proprie ed appartengono tutte al sistema di produzione capitalistico. Tant’è che ad una narrazione incentrata sul mantra della crescita o sulle virtù taumaturgiche del mercato sta facendo seguito un ripiegamento associato all’esplicita ammissione che l’economia attuale è in piena fase recessiva. Una crisi di sistema, di un sistema capitalistico che, in quanto tale, è entrato in una fase di inevitabile declino. D’altra parte come altrimenti configurare una fenomenologia imperniata sul produrre sempre di più ed impiegando, al contempo, sempre meno forza-lavoro? A quale altra fantomatica categoria aggrapparsi se in un decennio (1991-2001) il pil mondiale cresce del 66% mentre il tasso di occupazione globale diminuisce dell1,1% ? O, per quale arcano motivo, soltanto il 27% della liquidità emessa col “quantitative easing” dalla Banca centrale europea è affluita nell’economia reale intanto che il 73%  privilegiava i più comodi e remunerativi approdi speculativi? Evidentemente le narrazioni ammannite dagli esegeti dell’ incontestabilmente “migliore tra tutti i mondi possibili” hanno finito per mostrare il fiato corto laddove “La verità è, purtroppo, molto più semplice e disarmante: la crescita del reddito mondiale è da molto tempo rallentata , così come il commercio mondiale dei beni e servizi. La guerra valutaria e commerciale hanno esacerbato la tendenza e non l’hanno determinata.”[4] Per poi proseguire stigmatizzando l’insipienza di organismi internazionali che, irresponsabilmente, non prendono atto del rischio che “ possa esplodere la bolla finanziaria dei derivati; quest’ultimi valgono 2,2 milioni di miliardi, cioè 33 volte il pil mondiale.”[5]

Intensificazione dello sfruttamento della forza-lavoro

Si produce sempre di più e si impiega, allo stesso tempo, sempre meno forza lavoro. Questo è un dato di fatto. Al quale, tuttavia, si aggiungono altri fattori che danno plastica rappresentazione a quelle fatidiche contraddizioni che accompagnano il modo di produrre capitalistico, sintetizzabili nel fatto, ad esempio, che l’ampio ricorso all’innovazione tecnologica riduce, conseguentemente, l’unica fonte della produzione di plus-valore, ossia la forza lavoro. Tutto ciò, in un effetto domino, determina una contrazione dei salari che a sua volta comporta una domanda aggregata sempre più asfittica che ha come ultima determinazione un processo di proletarizzazione di strati sempre più ampi della società ed, in contemporanea, una concentrazione di ricchezza in pochissime mani come non si era mai visto. Una crisi – partendo da tali premesse – dalla quale non si esce. Una crisi infinita, quindi, che, da un lato, impone l’intensificazione di un inaudito sfruttamento della forza-lavoro superstite, considerato che – giova ripeterlo – il profitto è realizzabile alla sola condizione che venga sfruttata la forza-lavoro, e dall’altro determina che questa ricerca di plusvalore da accaparrarsi - in ogni dove ed in larghissima parte per via parassitaria – vada ad alimentare frizioni, conflitti su scala internazionale con la conseguenza che le dinamiche di una guerra imperialistica permanente vadano sempre più rafforzandosi. E questo sta avvenendo in un contesto in cui un po’ tutti sono impegnati a recitare il “redde rationem” della globalizzazione, cioè di un processo che, al tirar delle somme, si è tradotto in una multinazionalizzazione dell’economia, cioè a dire sulla dilatazione della concorrenza su scala globale, sulle liberalizzazioni, la deregolamentazione, la privatizzazione delle imprese pubbliche, il ridimensionamento del settore pubblico. Alle corte, in un ampliamento del processo di concentrazione della ricchezza e del potere in poche centinaia di  imprese globali ed in una contemporanea e costante falcidia dei salari reali, in una crescente disoccupazione, diritti sempre più volatili, licenziamenti di massa ed il taglio pressochè continuo dello stato sociale. Il che induce l’economista Vincenzo Visco ad additare “ gli effetti significativi ed impressionanti afferenti la distribuzione funzionale del reddito, quella tra redditi di lavoro e capitale (profitti, interessi, royaty, rendite, ecc.) che è peggiorata di 10-15 punti in tutti i paesi Ocse; oggi in Italia meno del 50% del valore aggiunto complessivo va ai redditi da lavoro rispetto al 60-65% del passato.”[6]

Che tutte queste mirabilie abbiano poi prodotto spaesamento, risentimento, rancore e altre disarmonie a seguire, ebbene si tratta di un lascito ascrivibile interamente a lor signori i quali, forti della loro ideologia di classe dominante, hanno saputo bene impaniare il malcontento, il disagio, la rabbia del proletariato facendoli convergere su istanze populiste, xenofobe e autonomiste che hanno niente a che spartire con gli interessi storici del proletariato medesimo. I fantasmi di una recessione prossima ventura

Washington consensus. Quale futuro?

Al Forum dei banchieri centrali tenutosi a Sintra (Portogallo) il 18 giugno, il presidente della BCE, Mario Draghi, è tornato a rilanciare l’uso del Quantitative easing, forte della convinzione che, per contrastare la debolezza dell’economia europea, questo “allentamento quantitativo” sia non solo utile ma che abbia ancora uno spazio considerevole di applicazione. Tanto è bastato perché Donald Trump si esibisse in una delle sue più che frequenti intemerate e replicasse alle dichiarazioni di Draghi denunciandone, a suo dire, il fine non tanto recondito: il rafforzamento del dollaro sulle altre monete con conseguente contrazione delle esportazioni statunitensi. Indubbiamente posture da nerboruti con le quali cercare anche di occultare una situazione interna che presenta diverse criticità, non ultima un debito statale attualmente posizionato sui 21 trilioni di dollari ed un rapporto debito/pil superiore al 100%. Più che un campanello d’allarme talchè il dollaro sta diventando sempre meno affidabile a riprova del fatto che “ Le banche centrali, che dovrebbero fungere da riserva, detengono sempre meno dollari rispetto al 2004. Ci sono meno pagamenti in dollari tramite lo SWIFT (il sistema di scambio per i trasferimenti interbancari) rispetto al 2015. La metà del commercio internazionale è fatturata in dollari , sebbene la quota degli Stati Uniti sul totale del commercio internazionale sia solo del 10%.”[7]7 Ne è passata di acqua sotto i ponti! Da eversore della Storia, almeno stando alla narrazione mainstream degli anni ’90 del secolo appena trascorso, ad un soft power (sempre quello a stelle e strisce) in costante ribasso e che si tenta di tenere in piedi tramite il ricorso all’opzione militare, dispiegata per mezzo di servizievoli sodali quando non del tutto per via diretta. E questo dà plastica rappresentazione a come la credibilità, l’affidabilità degli Stati, nelle relazioni internazionali, stiano diventando merce sempre più rara, da un lato, e dall’altro dà ulteriore spessore ad una tendenza in atto già da tempo e da più parti: affrancarsi dal signoraggio del dollaro percepito come esorbitante privilegio monetario derivante da fatto che, quale valuta nazionale prevalente negli scambi internazionali, costituisce tuttora, sebbene in declino, un blocco valutario del 53% con l’euro attestato al 30%. Un prestito illimitato – perché di questo si tratta – finanziato con la stampa di denaro non può non ingenerare nel tempo collusioni andando ad alimentare dinamiche di sganciamento dal biglietto verde con annessa riconfigurazione del sistema finanziario a livello globale. Non è quindi un caso se il Portogallo assurge a primo paese dell’Eurozona a lanciare una emissione in yuan sul mercato cinese: si tratta del collocamento dei cosiddetti “Panda Bond”. Potrebbe questo, tuttavia, rappresentare il meno se rapportato ad un dato assai significativo: “In appena un anno, la Banca Centrale russa si è liberata dei circa 90 miliardi di dollari di Treasury Bond  (TI Bond) statunitensi di cui era in possesso, per incrementare le riserve in yuan da 0 a qualcosa come il 15% del totale. Percentuale sbalorditiva, che supera di molto la media – prossima al 5% - delle riserve in yuan di cui dispongono i 55 paesi interessati dal mega-progetto della Belt and Road Initiative (Nuova via della seta).”[8]8 Proseguendo, l’articolista evidenzia inoltre come “Il grado di internazionalizzazione della moneta cinese dal 2030 al 2040 dovrebbe essere elevato al 20% dall’attuale 0,41%. Questo farebbe in modo che, in due o tre decenni, il sistema monetario internazionale non sia più dominato dal dollaro, ma assuma una struttura ternaria che comprenda il dollaro, l’euro e lo yuanrenmimbi.” [9] Solleva, per di più, palesi inquietudini la circostanza che la Cina ha preso a disertare le aste del Tesoro Usa facendo salire inevitabilmente il livello di uno scontro a tutto campo. Le cronache narrano, infatti, del ruolo giocato da Pechino nel fallimento tecnico, ai primi di maggio, di due aste di Titoli di Stato, circostanza del tutto inedita e che dà da pensare in quanto se è vero che le esportazioni cinesi si reggono preminentemente sul mercato americano è altrettanto vero quanto sia rimarchevole la consistenza del portafoglio di Treasury Bond in mano  cinese. Al tirar delle somme resta un fatto inequivocabile: per quanto detto in precedenza l’America di Trump ha l’imperativo di finanziare il proprio debito a basso costo. Diventa quindi imprescindibile il ruolo giocato dalle istituzioni estere così come diventa determinante il modo in cui queste ultime saranno sollecitate a continuare a farlo.

Un’area di insofferenza, pertanto, che va ulteriormente allargandosi ed al cui interno sta assumendo una collocazione apicale la questione iraniana, tutta incentrata sul controllo di quel che viene definito, non a torto, per la sua rilevanza strategica, “Golfo del petrolio”. Frizioni, provocazioni, simulazioni di ciò che potrebbe essere si susseguono a ritmo incalzante quasi quotidianamente ed hanno come oggetto del contendere  un riposizionamento geostrategico in un’area in cui si concentrano le maggiori riserve energetiche mondiali e che, al contempo, costituisce, sin dai tempi di Alessandro il Grande, la porta di accesso all’Eurasia. Essenziale diventa quindi controllarne i gangli vitali ed ancor più vitale diventa assumere la leadership di questa importante regione. Sta qui il nocciolo della questione in una guerra, finora a bassa intensità, e combattuta prevalentemente tramite interposte potenze locali o regionali che siano. In questo pacato e leggiadro scenario trova modo di introdursi l’annosa querelle del pagamento del petrolio: l’Iran, infatti, non accetta più il pagamento in dollari e li ha sostituiti con l’euro. Ma il vero colpo di teatro, paradossale per quanto si voglia ma perfettamente in linea con l’odierna e generalizzata disposizione verso “alleanze a contesto variabile” che fa sì che l’Arabia Saudita possa firmare con la Cina un’intesa tramite cui siglare contratti  energetici in yuan. Quel che allarma, tuttavia, ancor di più l’amministrazione americana è l’acquisto, da parte dei Saud, di missili balistici dalla Cina, il che potrebbe, da un lato, sollevare seri problemi sulla relazione Washington-Rhyad mentre dall’altra confermerebbe quale arma a doppio taglio possano essere i cosiddetti “accordi bilaterali”. A questo punto una considerazione va fatta sui possibili scenari che possono scaturire da una eventuale guerra nel Golfo Persico. Che gli americani intendano destabilizzare il regime degli ayatollah è fuori discussione. Altrettanto lo è un “regime change”. Ma, realizzatosi tutto ciò, la tappa successiva sarebbe rappresentata dalle repubbliche del Centro Asia tra le quali Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan direttamente confinanti con Cina e Russia. Quali potrebbero essere le gli ulteriori sviluppi?

Unione europea, cosa fare da grande

All’interno di queste dinamiche di affrancazione l’Europa della UE non poteva non svolgere un ruolo significativo perfettamente organico a ciò che realmente rappresenta: una popolazione di 508 milioni di abitanti, un mercato unico che gli consente di essere una delle maggiori potenze commerciali al mondo ed un’economia che, in termini di valore totale di tutti i beni e servizi prodotti (PIL) è maggiore della stessa economia statunitense. Un’area che, forte di tali presupposti, al di là della sola unione monetaria che oggigiorno la contraddistingue, ambisce a diventare polo imperialistico cercando di portare avanti, in tal senso, un faticoso e tutt’altro che lineare processo di unificazione a livello fiscale, politico, militare. Un processo di aggregazione che, in quanto tale, contrasta col punto di vista americano - ben sintetizzato dal presidente Trump che accomuna UE e Cina quali principali nemici da combattere – fedele al principio, connaturato alla logica della guerra fredda, della gestione “from behind” dei territori (l’Europa) che intermediano secondo una visione squisitamente geopolitica, propria del periodo dei due blocchi, tra le due potenze: USA e Russia. Evidentemente questa “vocazione” coatta sta un po’ stretta alla borghesia europea la quale, per bocca del presidente della Bce, Mario Draghi, ha avuto modo di ribadire, stigmatizzando le spinte centrifughe presenti all’interno della UE, come” le sfide globali si affrontano insieme, l’Europa - e l’euro per i 19 paesi che lo condividono – in un mondo dominato da altri, Usa e Cina che si sfidano, resta un’arma di sovranità.”[10] Da rimarcare l’accentuazione della “sovranità”, ossia dell’indipendenza, dell’autonomia soprattutto quando è la stessa UE ad essere messa in discussione, dal Gruppo di Visegrad, da altri sovranisti di infimo conio, dalla Brexit. Brexit che, per paradossale che possa sembrare, ha sortito l’effetto di rafforzare lo stesso concetto di adesione all’Europa in considerazione, soprattutto, dello psicodramma britannico tuttora rappresentato nonchè della percezione di cosa ci sarebbe da perdere in caso di fuoriuscita dall’Unione europea. Una Unione europea, quindi, obbligata a riaffermare la propria sovranità soprattutto accentuando una certa distanza da un bisogno di tutela che non è più nelle cose e che sempre più verrebbe a rappresentare un ostacolo all’emersione di un polo europeo in competizione in un mondo multipolare che si è lasciato alle spalle il “messianesimo profondo” di zio Sam. “La posta in gioco per Washington, era e resta impedire l’emergere in Eurasia di una concentrazione di potere capace di contendere agli Usa il primato planetario. Minaccia che potrebbe materializzarsi sotto forma di Europa tedesca allineata con Mosca, forse perfino con Pechino.”[11]Da cui discende l’esigenza, tutta americana, di destabilizzare, possibilmente frammentare il territorio europeo per disarticolare le iniziative sia russe che cinesi secondo il vecchio e sempre valido “divide et impera”. Da qui l’iniziativa tedesca - ossia del primattore europeo, quello che si contrappone al “paese con il massimo debito al mondo” ostentando il suo “più alto surplus commerciale” – che trova espressione nelle parole della Merkel quando dice che l’Europa non può più fidarsi degli altri e deve prendere i problemi nelle sue mani, il che dà corpo alle inquietudini statunitensi, accentuate, in special modo, dalla svolta del governo tedesco di investire 130 miliardi di euro, nei prossimi quindici anni, nel potenziamento delle proprie Forze armate (Bundeswehr), a cui altri paesi hanno possibilità di collegarsi andando a formare reparti integrati a guida tedesca. Percorso per niente facile, cosparso anzi di insidie di ogni genere caratterizzato però da una crescente consapevolezza che non si può prescindere da un processo di integrazione a tutto tondo pena il disfacimento e la totale irrilevanza.

Rara abilità tutta americana: gettare la Russia nelle braccia della Cina

Laddove si verificasse un progressivo allentamento della presa nel settore eurasiatico - stando alle asserzioni di Brzezinski contenute ne “La Grande Scacchiera” – ciò rappresenterebbe un reale pericolo per l’egemonia americana nel versante asiatico-pacifico. L’attuale contrapposizione sino-americana in questa importante area fa venire un po’ in mente il “Grande Gioco”, ossia il conflitto che contrappose, lungo tutto il diciannovesimo secolo, la Russia ed il Regno Unito, naturalmente in proporzioni assai più congrue, e racchiusa, da una parte, in una dottrina – il Pivot to Asia – che, varata da Obama nel 2011 e tesa a riaffermare e rinsaldare il ruolo degli Stati Uniti in questo rilevante scacchiere ma, segnatamente, di contenere le mire di espansione del dragone cinese, è passata dalle schermaglie, dalle tensioni dell’era Obama ad un ampio repertorio fatto di frizioni, di inasprimenti che rappresentano la cifra  dell’amministrazione Trump. Dall’altro versante le cose assumono tutt’altro aspetto ed una potenza come la Cina che mira a conseguire in futuro la preminenza globale, non può non avere come obiettivo prioritario quello di sostituire gli Stati Uniti quale cliente principale delle proprie esportazioni. Si tratta, in tal senso, di mettere in discussione la scala gerarchica del mondo puntando ad allargare il campo, ampliando il mercato internazionale per le merci cinesi, ben sapendo che va ad aprirsi uno scontro geopolitico poiché geopolitiche sono le mire di fondo comuni a tutti e due gli attori. Materia del contendere è la leadership globale alla quale va ad aggiungersi, da parte di Washington, la necessità di gestire la propria decadenza tant’è – come fa rilevare Pieranni su Il Manifesto – “ Non mancano gli analisti che specificano come, all’interno di questa guerra commerciale, il problema non sia Pechino, bensì l’economia interna americana.”[12] Un paese, gli Usa – detto per inciso – “che ha infatti una bilancia commerciale in rosso con molti altri paesi (perfino con il Vaticano).”[13] La strategia su cui poggia  l’orientamento geostrategico cinese ha un nome che rievoca antichi fasti e che ha segnato in profondità la storia del continente eurasiatico trattandosi di un fenomeno vecchio di almeno 2.500 anni e che, soprattutto nel Medioevo e nel Rinascimento per quel che attiene l’Europa e l’Italia da un lato e la Cina dall’altro, ha inciso significativamente sui loro rapporti economici. “Da noi arrivano nel Medioevo e nel Rinascimento la seta e la porcellana cinesi, manufatti di cotone, pietre preziose e gioielli dall’India e poi ancora le spezie anche da altre parti del continente asiatico. Ma al di là delle merci, viaggiavano attraverso tale via le tecniche, le religioni, le arti e gli scambi culturali, le lingue, gli stessi popoli.”[14] Un nome, un’arteria che ha costituito – secondo quanto sostiene lo storico britannico Peter Frankopan – la spina dorsale del mondo: ci si sta riferendo alla “Nuova Via della Seta” o “One Belt, One Road” che dir si voglia e che fa riferimento ad una strategia che ha come obiettivo la creazione di una estesa rete di trasporto e tecnologica che attraversa il continente euroasiatico toccando pure la maggior parte dei paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano. L’estensione del progetto è dato dalle cifre che fanno riferimento ad un corridoio di 3.000 km, all’interno del quale si sviluppano strade, ferrovie, dighe idroelettriche, oleodotti ed altre infrastrutture a seguire, per un valore di quasi 45 miliardi di dollari. Un progetto, quindi, che oltre a rappresentare l’esigenza di crearsi nuovi mercati sui quali allocare le proprie merci, mostra, in controluce, l’esigenza di proiettare, estendendola, la propria egemonia, col pervenire, in tal modo, ad un equilibrio del potere geostrategico spostato verso l’Asia. Qualcosa del genere l’aveva intuita nel 1919 un diplomatico inglese, Halford Mackinder, che aveva definito l’Eurasia “Isola del mondo” sostenendo, inoltre, che “Chi governa l’isola governa il mondo”. Ebbene, per esemplificare un po’tutto, basti pensare che “Le ferrovie ad alta velocita Nuova Via della Seta ridurranno il tempo necessario per spostare merci da Rotterdam a Pechino da un mese a due giorni. La visione di Mackinder potrebbe arrivare perfino ad eclissare la tesi di Mahan sulla centralità del potere marittimo, che per oltre un secolo ha dominato le menti di tutti gli strateghi.”[15] Per intanto, tuttavia, il dragone cinese deve fare i conti con i contraccolpi negativi causati dalle sanzioni statunitensi cercando di attutirne gli effetti con l’immettere nuova liquidità, sgravi fiscali e riforme monetarie intanto che diverse aziende cinesi stanno ragionando in termini di delocalizzazione (per aggirare i dazi) e nel mentre il governo cinese sta già facendo sentire il fiato sul collo dei coltivatori di soia e degli allevatori americani, oltre a ribadire – negli appositi contesti – l’incidenza della quota di debito americano detenuta da Pechino. Ma la vera guerra, quella che si staglia sempre più chiaramente e che va ben oltre quella dei dazi, è la guerra in cui la posta in gioco è la supremazia tecnologica mondiale. Come è nello stile del “nostro”, nel 2018 l’amministrazione Trump aveva imposto il 25% di dazi su beni tecnologici cinesi per un ammontare di 50 miliardi di dollari con il precipuo scopo di intralciare la crescita cinese che – occorre sottolinearlo – si è ben avvalsa del “know how” riversato in Cina  dalle aziende americane acquisite dai cinesi. Però questa dimensione di dipendenza è andata nel tempo attenuandosi tant’è che l’autosufficienza in tema di componentistica è ritenuta qualcosa da cui non si possa prescindere. Ne fanno fede, ad esempio, le procedure attivate ed significativamente accelerate, da parte della tanto vituperata Huawei, finalizzate a produrre un sistema operativo suo proprio. Una partita impegnativa quella giocata da Cina e Usa sul filo del reciproco boicottaggio che però presenta un elemento che forse non è stato tenuto in doverosa considerazione: se Trump inserisce Huawei nella “black list” delle aziende che attentano alla sicurezza nazionale americana ed impedisce, quindi, ai fornitori occidentali di rifornirla di chip, ebbene tralascia di considerare una insignificante minuzia: “ Se gli Stati Uniti bloccano il flusso dei microprocessori verso la Cina, la Cina può strozzare il flusso di metalli ( denominati “terre rare”, ad esempio il cobalto o il litio) necessari a realizzarli,concentrati per l’80% sul suo territorio.”[16] In un contesto sempre più caratterizzato da un regolamento di conti per adesso diluito nel tempo ma che – almeno stando alle dinamiche approfondite da Graham Allison nel suo ultimo lavoro “Destinati alla guerra” – dovrà prima o poi avvenire, realtà di una certa consistenza e rilevanza come la UE e la Russia, non possono non esser sollecitate da macrodinamiche geopolitiche che possono essere parallele e convergenti per quel che attiene la Russia e la Cina mentre una dimensione sospesa caratterizza tuttora una Unione europea al cui interno permangono attive spinte che si contraddistinguono per l’alto grado di rissosità. Viene così difficile da capire cos’altro avrebbe potuto fare una Russia che ambiva al graduale recupero della posizione che una volta gli era appartenuta e che in questo veniva sistematicamente osteggiata dagli Stati uniti che – in un empito di benevolenza – erano tutt’al più disposti a riconoscergli lo “status” di potenza regionale. Messa sotto pressione in Ucraina, osteggiata dagli ex paesi satelliti dietro i quali operava la Nato, ossia la lunga mano degli Stati uniti,  scettica per quel che attiene i rapporti con la UE, con una economia squilibrata e poco diversificata in quanto basata, pressochè totalmente, sull’esportazione di idrocarburi, Mosca, impegnata in una lotta per la sopravvivenza, non poteva che riavvicinarsi alla Cina ed, in tal senso, il “Power of Siberia” ha costituito il suggello di una nuova alleanza in virtù della quale “La Russia è divenuta il maggiore esportatore di petrolio in Cina e si prepara a divenirlo anche per il gas naturale. A dicembre entrerà in funzione il grande gasdotto orientale, cui si aggiungerà un altro dalla Siberia, più due grossi impianti per l’esportazione di gas naturale liquefatto. Il piano Usa di isolare la Russia con le sanzioni attuate anche dalla UE, e con il taglio delle esportazioni energetiche russe in Europa, viene in tal modo vanificato.”[17]

 Una collaborazione – quella sino-russa – che non si limita al solo settore energetico ma, anche, a sviluppare quelli ad alta tecnologia, lo stesso settore spaziale e quello infrastrutturale. Ma a far assumere al tutto un rilievo particolare sono le determinazioni alle quali sono addivenuti i due paesi al recente Forum Economico Mondiale di San Pietroburgo, sintetizzabili nella volontà comune di contrastare la nuova strategia Usa – in campo finanziario – incentrata su dazi, protezionismi e sanzioni, ma, ancor di più, la preminenza del dollaro nel loro interscambio che si attesta tuttora al 75%. Si tratta pertanto di de-dollarizzare le rispettive economie e di sviluppare, coerentemente, le loro relazione sulla base delle loro valute nazionali. In un siffatto quadro in cui lo stesso concetto di egemonia è da declinare secondo modalità del tutto nuove, stante, ad esempio, la situazione in cui versano gli Usa, da un punto di vista economico, con problemi strutturali tutt’altro che risolvibili, con il dollaro in declino e con la imprescindibile necessità di attrarre capitali esteri in grado di finanziare il loro gigantesco debito, considerato che la Cina è sì una potenza che ambisce alla supremazia globale ma che si trova tuttora in una fase interlocutoria, con una moltitudine di progetti in fieri, quindi tutt’altro che consolidati, tenuto conto di una Unione europea che stenta notevolmente a darsi una fattiva struttura unitaria col rischio, essendo al momento il classico vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro, di costituire – è una costante della sua storia – teatro privilegiato sul quale dare  rappresentazione all’ennesimo dramma della guerra. Che gli impulsi, le cause, i pretesti per accostarsi alle “linee rosse” altrui possano essere molteplici è dato dalla situazione appena descritta. Saranno riproposti i soliti clichè o piomberemo in un nuovo ordine mondiale basato interamente sul caos, in una deriva senza fine che mai l’umanità ha avuto modo di conoscere?

Note

[1] Quanto vale il commercio tra UE e Regno Unito? – European Data Journalism Network,

5 novembre 2018

[2] L. Clausi: Bocciato l’ultimo piano Brexit di May – Il Manifesto, 23 maggio 2019

[3] P. Bevilacqua: Il grandioso balzo all’indietro – Il Manifesto 1 maggio 2019

[4] 4 R. Romano: 2019, la grande gelata svela il baco di un sistema che non regge

– Il Manifesto 23 gennaio 2019

[5]  idem

[6] V. Visco: Dove nasce il malessere sociale – La Repubblica 28 gennaio 2019

[7][7] C. Hedges: Goodbye al dollaro – ComeDonChisciotte 15 febbraio 2019

[8] G. Gabellini: Crisi del dollaro? – Critica Scientifica 25 aprile 2019

[9] idem

[10] A.M. Merlo: L’autocritica tardiva di Juncker – Il manifesto 16 gennaio 2019

[11] Editoriale: L’Europa tedesca, incubo americano – Limes n.5/2017

[12] 12 S. Pieranni: Negoziatori Usa a Pechino. Ma l’intesa sembra in bilico – Il Manifesto

29.3.2019

[13] 13 idem

[14] 14 V. Comito: La spina dorsale del mondo: millenni di storia condivisa – Il Manifesto 26

marzo 2019

[15] 15 G. Allison: Destinati alla guerra – Fazi Editore

[16] 16 F. Santelli: Pechino come le Sette Sorelle, l’auto elettrica è nelle sue miniere – La

Repubblica 3 giugno 2019

[17] 17 M. Dinucci: Russia- Cina: il vertice che non fa notizia – Il Manifesto 11 giugno 2019

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