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L’Unione europea nella tormenta della crisi infinita

Creato: 29 Dicembre 2017 Ultima modifica: 29 Dicembre 2017
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 1148

Dalla rivista D-M-D' n°11

brexeurCostretta a viaggiare come il vaso di terracotta di manzoniana memoria “in compagnia di molti vasi di ferro” rischia di rompersi al primo sobbalzo.  Ma non sarebbe il ritorno sic et simpliciter di ognuno al suo orticello, di ognuno alla sua moneta e tutti fuori dalla crisi. Non è soltanto una questione di moneta, è tutto questo mondo che non va. Ne occorre uno radicalmente nuovo e con assoluta urgenza.

Quando nel 1988 il Consiglio Europeo si riunì a Madrid per dare avvio alla prima fase dell’Unione monetaria europea, la decisione apparve ai più quando non un atto di pura follia, un’iniziativa destinata comunque al fallimento.  Si mettevano insieme le monete di paesi troppo diversi fra loro per grado di competitività, di solidità finanziaria, ma soprattutto si progettava una moneta comune senza che prima si fosse proceduto a una qualche forma di unificazione politica com’era sempre stato prima per ogni moneta nazionale.

 Ancora oggi, nonostante l’euro sia, dopo il dollaro, la valuta più usata nel sistema dei pagamenti internazionali, è opinione diffusa che esso non abbia vita lunga e che la sua costruzione sia troppo sbilenca per superare indenne la crisi mondiale tuttora in corso. Né, per la stessa ragione, è migliore la prognosi riservata all’intera costruzione comunitaria, soprattutto dopo la vittoria del leave al referendum tenutosi il 23 giugno scorso in Gran Bretagna.

Le si imputa di tutto: dalla sua incapacità a contenere il flusso dei migranti provenienti dal Medioriente e dall’Africa e, come nel caso della Gran Bretagna, anche di quelli provenienti dai paesi dell’Europa dell’est. In Gran Bretagna la vittoria del leave è stata costruita interamente agitando lo spauracchio dell’idraulico polacco che ruba il lavoro a quello britannico.

Grazie a un’accorta strategia mediatica composta da un miscuglio di nazionalismo identitario e di malcelato razzismo, l’unione europea è divenuta un’entità figlia di nessuno, che sembra essersi fatta da sé, un soggetto prevaricatore e causa prima del profondo malessere sociale che regna in tutto il continente. Prima la si demolisce e meglio è. Prima si torna ognuno alla propria moneta nazionale e prima si esce da una crisi altrimenti destinata a non finire mai. Il mantra è così efficace da costituire per molte forze politiche e in particolare quelle della destra più nazionalista, xenofoba quando non del tutto razzista il fulcro della loro propaganda elettorale.

 Ma è davvero così?  Basta uscire dall’euro e/o dall’Unione perché il cielo torni a splendere sul vecchio continente? Ed è veramente la moneta unica la causa per cui il sistema economico continentale zoppica vistosamente senza dare alcun segno tangibile di quella robusta ripresa che sarebbe necessaria per riassorbire la dilagante disoccupazione, causa prima del crescente malessere sociale? O siamo in presenza di una campagna tutta ideologica il cui fine, più che lo smantellamento dell’impianto comunitario e della moneta unica, è l’occultamento delle vere cause del continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di strati sempre più ampi della società?  

Prendiamo in esame la costruzione dell’euro. Di esso, si sostiene che in definitiva non è stato altro che un grosso regalo alla Germania e ai suoi più stretti partner. Voluto soprattutto dalla Francia per contenere le eventuali mire espansionistiche della Germania riunificata si è invece trasformato, per una sorta di eterogenesi dei fini, nello strumento più efficace per farne la potenza leader di tutta l’Unione.

Infatti, rendendo impossibile ai paesi con un più basso grado di produttività la svalutazione competitiva delle loro monete nazionali, avrebbe consentito alla Germania di sbaragliare il campo e di assumere la leadership incontrastata del sistema economico dell’intera Unione fino al punto che ormai non si muove foglia che Berlino non voglia e soprattutto che non voglia la Bundesbank e il ministro dell’economia tedesco.

Si evita però di dire che la svalutazione competitiva intanto funziona in quanto, incrementando l’inflazione, si risolve in una svalutazione di salari, stipendi e pensioni. E si tace sul fatto che l’incremento dell’inflazione, comportando inevitabilmente anche l’incremento dei tassi di interesse e dei prezzi delle importazioni, alla fine annulla i vantaggi ottenuti con la svalutazione monetaria.

E’ quindi tutto da dimostrare che, per esempio, l’Italia, un paese che importa quasi tutte le materie prime di cui abbisogna, fuori dall’euro sarebbe stata più competitiva rispetto alla Germania e di conseguenza che l’ognun per sé sia davvero il passepartout per l’accesso all’Eldorado. E’ molto significativo- a dimostrazione dell’intento prevalentemente propagandistico dei fautori del ritorno a questo ognun per sé ma fermo restando il capitalismo, il caso della Gran Bretagna. Dopo la vittoria del leave, coerenza avrebbe voluto che il nuovo governo presieduto dalla conservatrice Theresa May e di cui fa parte anche l’ex sindaco di Londra, lo sfegatato antieuropeista Boris Jhonson, notificasse nel più breve tempo possibile al Consiglio europeo l’intenzione del suo paese di voler recedere dall’Unione. Ma sono trascorsi ormai più di sei mesi e di questa notifica non c’è ancora traccia, benché la commissione europea l’abbia più volte sollecitata. Ancora più significativo è  il caso della Grecia. Qui, com’è noto, Syriza, la coalizione di sinistra tuttora al governo, dopo aver vinto le elezioni e un referendum popolare con la promessa che avrebbe posto fine alle politiche di austerità imposte dalla trojka quale conditio sine qua non per rimanere nell’unione monetaria, non appena questa eventualità si è fatta concreta, pur di restarvi, ha accettato tutte le condizioni che le sono state imposte da Bruxelles, compreso alcune sfacciatamente punitive per l’aver indetto quel referendum.[1] Il fatto è che la costruzione dell’unione monetaria, di cui peraltro la Gran Bretagna non ha mai fatto parte, non è stata né un errore né un regalo alla Germania ma è stata ideata e concepita, pur con tutte le sue criticità, perché ritenuta lo strumento più efficace per la migliore difesa degli interessi di tutta la borghesia europea in relazione ai profondi mutamenti delle forme del dominio imperialistico indotti dalla crisi strutturale dei primi anni ’70 del secolo scorso.

Un passo indietro

E qui, per capire la natura di questi interessi, occorre fare un passo indietro nel tempo e tornare esattamente al 15 agosto del 1971 quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Nixon, decretò l’inconvertibilità del dollaro in oro sancendo così anche la liquidazione degli accordi di Bretton Woods del 1944.

Com’è noto, questi prevedevano che tutte le transazioni internazionali fra i paesi firmatari fossero regolate in dollari e che il dollaro dovesse essere convertibile in oro in un rapporto di 34 dollari per oncia. Il che – si badi bene- non comportava per la Federal Reserve l’obbligo di accantonare effettivamente un’oncia di oro ogni 34 dollari emessi, ma di convertire in oro sulla base di questa parità solo i dollari di cui di volta in volta ne veniva fatta richiesta.

Di conseguenza la Federal Reserve poteva emettere una quantità di dollari il cui valore era di gran lunga maggiore di quelle delle riserve auree effettivamente in suo possesso. Era come se alla Federal Reserve fosse stato conferito, in una certa misura,  il potere di trasformare la carta in oro e di poterla vendere come se fosse oro, come se fosse, cioè,  una moneta-merce[2].  In termini ancora più concreti era come poter pagare una certa quantità di beni e servizi prodotti all’estero mediante assegni (dollari) emessi allo scoperto con la certezza che una considerevole parte di quelli utilizzati all’estero come valuta di scambio e di riserva internazionale, non sarebbe  mai stata presentata all’incasso.  

Ufficialmente questa manna si configurava come il costo per il servizio che espletava il dollaro con garanzia aurea nello svolgimento del commercio internazionale. In realtà non era che una predazione imperialistica pretesa e concessa agli Usa in quanto vincitori della seconda guerra mondiale. E così la tipografia della Federal Reserve prese a funzionare 24 ore su 24 e per tutti i giorni dell’anno. Prima, per ripagarsi delle ingenti spese sostenute nella seconda guerra mondiale, poi per finanziare quella in Corea e successivamente quella del Vietnam. Ma ne furono emessi così tanti che ai primi cenni di rallentamento dell’economia mondiale, a seguito della crisi dei primi anni ’70 del secolo scorso, una gran parte degli assegni che la Federal Reserve continuava a emettere senza sosta, a causa del rallentamento del commercio internazionale, cominciò a rimanere invenduta e a far ritorno in patria per essere convertita in quell’oro che la Federal Reserve aveva accantonato solo in minima  parte. Da qui il decreto sull’inconvertibilità dell’agosto del 1971 e paradossalmente non la disfatta degli Usa, ma l’ulteriore rafforzamento del loro potere imperiale.  

La nascita dell’euro

Per la mancanza di una valida alternativa, Il dollaro rimase lo stesso, seppure molto svalutato, il mezzo di scambio e di riserva internazionale per eccellenza. Era la prima volta nella storia moderna che a svolgere questa funzione fosse un biglietto inconvertibile: denaro puramente fittizio, emesso, cioè, a prescindere dalla produzione o dal possesso di una corrispondente quantità di ricchezza reale e che, quasi per incanto, diveniva l’equivalente di valore di tutte le merci che si scambiavano per suo mezzo e, specularmente, che anche il valore di queste si incarnasse in esso. Per esempio, se un barile di petrolio era venduto a 50 dollari, 50 dollari erano anche l’equivalente di un barile di petrolio, in altri termini era come se petrolio e dollaro fossero la stessa cosa per cui a ogni variazione del prezzo del petrolio non poteva non corrispondere anche una variazione del valore del dollaro e viceversa. E ciò per tutte le merci scambiate sui mercati internazionali per mezzo del dollaro.[3] In tal modo una considerevole parte della ricchezza reale prodotta all’estero si configurava come un’ estensione della ricchezza realmente prodotta negli Usa.

Bastava, quindi, una guerra in Medioriente perché il prezzo del petrolio salisse e automaticamente il dollaro si rivalutasse in egual misura e di contro si svalutassero le valute di tutti quei paesi che, dovendo acquistare petrolio, dovevano acquistare necessariamente anche dollari a un prezzo maggiorato.

In tal modo gli Usa aggiungevano al privilegio di cui già godevano, anche il comando sulla politica monetaria dei paesi ricadenti nella loro area di influenza e, dopo il crollo dell’Urss, del mondo intero.

Soggiacere a questo comando o rendersi  autonomi da esso?  Questo è stato il dilemma che la borghesia europea ha dovuto sciogliere e, consapevole che l’Ue costitutiva ormai la maggiore area economica mondiale, l’ha fatto dandosi a sua volta una valuta di scambio internazionale che servisse a regolare almeno gli scambi intracomunitari che già allora costituivano la gran parte del commercio estero dei paesi aderenti.

L’Argentina, per ragioni opposte (nel suo commercio estero era prevalente l’interscambio con gli Usa) optò per l’ancoraggio del pesos al dollaro.  Poiché la Federal Reserve in quel momento praticava tassi d’interesse molto bassi, fissando i propri tassi a un livello leggermente superiore riuscì a far confluire su tutti i suoi asset finanziari (obbligazioni, azioni, titoli del debito pubblico etc) un fiume di dollari così consistente che ben presto le loro quotazioni schizzarono verso l’alto, tanto che al governo argentino e a molti investitori sembrò di aver scoperto la moderna pietra filosofale che permetteva di trasformare ogni cosa in oro. Di lì a qualche anno però la Federal Reserve, per propria ed esclusiva convenienza, rialzò i propri tassi  d’interesse, il fiume invertì il suo corso e l’Argentina finì letteralmente sul lastrico.

I vantaggi dell’euro

E’ inutile – scriveva nel 1998 l’economista Marcello De Cecco – far finta di non comprendere che l’Europa di Maastricht, pur con tutte le sue contraddizioni ed esitazioni, è stata pensata dai suoi ideatori e realizzatori come un’alternativa alla globalizzazione selvaggia che si predica e si pratica da oltre Atlantico…Quando la moneta di transazione e di riserva internazionale è una sola chi la emette sa di godere di un privilegio esorbitante. Essa non si confronta con nessun’altra. Non è difficile che l’emittente perda il senso della misura e riesca a far pagare le proprie spese al mondo intero”.[4]   

Tanto più che, trattandosi di un biglietto inconvertibile, consentiva di produrre anche una quantità supplementare di capitale monetario non già a partire da una propria produzione di ricchezza reale ma in ragione di quella prodotta da altri. Cosa questa che permette non solo di comprare beni e servizi all’estero pagando con delle monete invece che con altre merci, ma anche di metter in circolazione capitale monetario assolutamente fittizio che però, operando in tutto e per tutto come se fosse capitale reale, consente di produrre, a partire da esso, altro capitale fittizio in tutte le sue possibili forme: obbligazioni pubbliche e private, azioni e tutti i loro derivati. [5]

Così, per esempio, un titolo del debito pubblico statunitense o un bund tedesco poiché li si suppone, in quanto denominati in euro, emessi come se il loro sottostante fosse una moneta merce con un suo concreto valore intrinseco e non una comune moneta cartacea, ossia denaro puramente fittizio, saranno sottoscritti, perché ritenuti più sicuri, a tassi molto più bassi di quelli aventi per sottostante una valuta a sola circolazione nazionale.  A volte perfino con tassi negativi.

E’ quanto accade oggi con i bund tedeschi con cui la Germania, già da qualche tempo, riesce a finanziare una buona  parte della sua spesa pubblica a costo zero.

La stessa cosa ovviamente vale anche per i titoli del debito pubblico italiano. Prima dell’euro superavano le due cifre ora, benché l’economia italiana sia sostanzialmente in stagnazione e non offra le stesse garanzie di stabilità di quella tedesca, sono al loro minimo storico. Chi li sottoscrive sa, infatti, che anche nel caso dell’avverarsi della più infausta previsione per l’economia italiana, potrà sempre convertirli in euro spendibili tanto in Italia quanto in Germania, Olanda e anche in Cina.

Alla luce di tutto ciò è difficile non concordare con gli economisti E. Lohoff e N.Trenkle che in un loro recente scritto scrivono: “La via che ha sostituito all’ancoraggio unilaterale [come l’Argentina n.d.r.] tra valute l’unione monetaria, andrebbe considerata come un colpo di genio: il congedo dalla rispettiva moneta ha permesso alla Grecia, alla Spagna e a tutti gli altri paesi, di evitare il destino dell’Argentina sbarazzandosi delle loro merci di secondo ordine, cioè dei titoli di proprietà, di obbligazioni, azioni quote fondiarie etc. a condizioni altrettanto favorevoli di quelle di cui godevano la Germania e l’Olanda”.[6] E alla Germania di godere a sua volta di tutti i vantaggi che offre il poter di emettere una valuta di scambio e di riserva internazionale quale, comunque non avrebbe mai potuto essere il solo marco. 

Poter vendere qualcosa a un prezzo maggiore del suo valore, in ultima istanza, non è altro che appropriazione parassitaria di plusvalore, manna caduta dal cielo.

 L’euro ha funzionato, funziona e la borghesia europea se lo terrà ben stretto proprio perché ha consentito tutto questo anche se in alcuni paesi dovesse andare al governo una di quelle forze politiche che ha fatto della riconquista della cosiddetta sovranità monetaria il cavallo di battaglia della propria campagna elettorale.

I tagli allo stato sociale, alle pensioni, la crescita della disoccupazione e lo spostamento medio di oltre quindici punti percentuali di reddito dai salari ai profitti registrato negli ultimi quindici anni in Europa e che molti imputano all’euro quando non del tutto all’intera costruzione comunitaria, hanno ben altra causa.

Più sfruttamento e più conflitto

Con ciò non si vuol certo dire che con l’euro sia tutto rose e fiori né che esso costituisca una fonte di benessere anche per tutti coloro che vivono esclusivamente del proprio lavoro, ma che farne l’origine della crisi infinita in cui da decenni si dimena il vecchio continente, come peraltro tutto il resto del mondo, è falso e volutamente fuorviante, poiché lascia supporre che l’uscita dall’euro spalanchi automaticamente le porte dell’Eldorado permanendo il sistema capitalistico in irreversibile e lapalissiana decadenza.[7]

La crisi infinita, con tutto il suo carico di povertà e di dilagante degrado sociale, è in realtà il rovescio della medaglia di questo nuovo regime di accumulazione in cui l’appropriazione parassitaria di plusvalore mediante la produzione di capitale fittizio, il dilagare della disoccupazione, della povertà e della miseria è divenuta una condizione imprescindibile per la conservazione del sistema. Nuovo – è bene precisare – non perché non si fondi o si fondi meno sull’estorsione del plusvalore ma per significare che questa é sempre più appannaggio del capitale fittizio, sebbene esso non contribuisca in alcun modo alla sua produzione. 

Il capitale fittizio, per essere il frutto della semplice stampa di moneta e dei suoi derivati, si riproduce, infatti, molto più rapidamente del capitale reale. Di conseguenza esso si accresce molto più rapidamente di quanto possa accrescersi la massa del plusvalore necessario per la sua valorizzazione.

Si calcola che già ora, per ogni unità di capitale reale che si genera nell’attività produttiva, se ne producono diecimila di capitale fittizio. E che, dato l’attuale grado medio della produttività su scala mondiale, la fabbrica dell’industria dovrebbe lavorare a pieno ritmo per circa due secoli prima che essa possa colmare il gap accumulato nei confronti della fabbrica della finanza e senza che nel frattempo si consumi una sola briciola della ricchezza prodotta.

E’ dall’impossibilità oggettiva di valorizzare questa massa crescente di capitali, che trae origine il susseguirsi ciclico di crisi come quella dei subprime del 2008 e, soprattutto, la necessità di intensificare lo sfruttamento della forza-lavoro fino all’inverosimile, fino ad annullare in ogni lavoratore qualsiasi traccia della sua essenza umana per farne una macchina produttrice di plusvalore in ogni istante della sua vita. Per un numero crescente di lavori e di lavoratori, il salario medio ormai non è più neppure sufficiente a garantire quel limite vitale che le stesse teorie economiche borghesi reputano un limite invalicabile oltre il quale c’è l’implosione del sistema. Ma la fame di plusvalore è tanta che non c’è più un solo capitalista che riesca a vedere oltre l’angusto orizzonte dei suoi interessi immediati. Conta solo spremere la bestia fino al suo sfinimento, tanto ve ne sono a milioni che, rese superflue dall’imperiosa avanzata dell’automazione, scalpitano e si azzuffano per un pugno di biada e a volte anche per meno.

Da qualche tempo si sta addirittura diffondendo sempre più il lavoro gratuito. Un’assurdità sotto qualsiasi profilo: economico, umano, individuale o collettivo. Eppure sono sempre più numerose le forme contrattuali che non prevedono alcuna retribuzione. Dal contratto di apprendistato allo stage obbligatorio nell’ambito di un percorso formativo scolastico –solo per citarne due - il salario consiste nella generica e sola promessa di un’assunzione futura più o meno stabile. E non sono neppure pochi i casi in cui questa promessa bisogna pagarla.  Accade per i master post laurea, per moltissimi stage di formazione o per il praticantato obbligatorio previsto per alcune attività professionali.[8]

Ma neppure questo è sufficiente. La massa dei capitali da valorizzare si accresce molto più rapidamente della produzione del plusvalore e di conseguenza anche lo scontro per il suo accaparramento si fa sempre  più duro. Coloro che possiedono una valuta di scambio internazionale lottano fra loro per imporre la supremazia della propria e contro coloro che non la possiedono e/o che aspirano ad averla o anche solo a cambiare quella a cui fanno riferimento nella speranza di trarne maggiori vantaggi o minori perdite.  Qualche analista l’ha definita guerra delle monete, non cogliendo però la stretta relazione che intercorre fra essa e l’intensificarsi e l’estendersi del conflitto bellico in tutte quelle aree del pianeta in cui si trovano materie prime strategiche i cui prezzi sono quotati in una valuta di scambio internazionale.

E’ ormai ufficialmente documentato che la guerra contro la Libia è stata scatenata su iniziativa degli Usa e della Francia per bloccare il progetto di Gheddafi di creare una moneta comune africana in alternativa al dollaro e al franco cfa (Franco della comunità francese dell’Africa) [9]; così come quella scatenata dagli Usa contro l’Iraq quando Saddam Hussein manifestò l’intenzione di quotare il petrolio irakeno nel neonato euro e non più in dollari.

Da allora la guerra non ha più avuto soluzione di continuità. Infuria, seppure con diversi gradi di intensità, in quasi tutto il pianeta e vi  sono coinvolte tutte le maggiori potenze mondiali (Usa, Russia Cina) e regionali (Turchia, Iran, Arabia Saudita) e ovviamente anche quelle europee, ma in più circostanze ognuna per suo conto e a volte perfino su fronti opposti.

Il vaso di terracotta fra vasi di ferro

Diversamente dall’euro, dove si è imposta obtorto collo la necessità di far fronte comune alla rinnovata e, per molti versi, insostenibile pressione imperialistica degli Stati Uniti, nell’asperità del conflitto bellico è molto più complicato far convergere su obbiettivi comuni le diverse istanze nazionali. Si pensi, per esempio, al potenziale conflitto fra chi guarda con grande interesse alla nascita di una nuova via della seta Pechino – Mosca- Berlino come la Germania, e i paesi dell’est europeo - la cui adesione alla Ue fu imposta dagli Usa tramite la Gran Bretagna - che invece guardano - temendo la Russia come la peste - in direzione opposta. Da questo punto di vista, l’uscita dall’Unione europea della Gran Bretagna, storicamente legata a filo doppio alla politica estera statunitense, potrebbe alla fine risultare un fattore di maggior coesione anziché di disgregazione. Nondimeno queste divisioni e l’assenza di uno Stato unitario possono, se non colmate, costituire il vero tallone di Achille dell’intera costruzione europea e porla nella medesima condizione del vaso di terracotta di manzoniana memoria “costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro” con grandi probabilità di rompersi al primo sobbalzo un po’ più brusco.

Ma non sarebbe il ritorno sic et simpliciter di ognuno al suo orticello e tutti fuori dalla crisi. E’ più probabile invece, dato l’attuale grado di integrazione dell’economia mondiale e della necessità di dover in ogni caso fare riferimento a una qualche valuta di scambio internazionale, che si inneschi un fuggi fuggi generale dei diversi settori della borghesia europea ognuno alla ricerca dell’approdo più confacente ai propri interessi.  Si pensi alla Scozia che minaccia di uscire dal Regno Unito qualora la Brexit dovesse effettivamente aver luogo perché la sua economia ne sarebbe molto danneggiata; oppure allo spostamento, già in corso, della sede legale di alcune banche d’affari e di imprese multinazionali da Londra in Irlanda perché temono, essendo i loro interessi inestricabilmente connessi con i flussi economico-finanziari intracomunitari, di dover chiudere i battenti.

 E sono forse l’Italia del Nord e quella del Sud più omogenee di quanto lo siano la Scozia e la Gran Bretagna per pensare che le stesse spinte separatiste non possano innescarsi anche nel bel paese? Non era forse proprio la Lega Nord - il partito che oggi è più di ogni altro il paladino della sovranità monetaria nazionale – che voleva la secessione della Padania dal resto dell’Italia ritenuto una palla al piede delle magnifiche sorti e progressive dei figli del Po?

E lo sono forse in Spagna la Catalogna e la Castiglia e in Belgio Le Fiandre e la Vallonia?

In ogni caso, ed è ciò che per noi più conta, non è con la sostituzione di una moneta con un’altra o di una bandiera con un’altra che i lavoratori potranno sottrarsi al destino che assegna loro il capitale: bestie da sfruttare e carne da macello per le sue guerre.

Non è soltanto una questione di moneta, è tutto questo mondo che non va. Ne occorre uno radicalmente nuovo e con assoluta urgenza.

  

[1] Per ulteriori approfondimenti cfr: Lorenzo Procopio – Lezioni elleniche http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/374-lezionielleniche

[2] Si definisce moneta-merce quella merce che opera come intermediaria degli scambi il cui valore come moneta coincide con il valore della materia di cui è formata, normalmente un metallo nobile quale l’oro o l’argento.

[3] Su tutte le possibili variazioni del valore del dollaro rispetto a quelle del prezzo del petrolio cfr: Il saliscendi del prezzo del petrolio ovvero il dominio del virtuale sul reale - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/190-petrolioreale

[4] M. De Cecco – La repubblicaAffari & Finanza del 4/5/1998

[5] Sulla nozione e produzione del capitale fittizio vedi anche: La crisi dei subprime rileggendo Marx -http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/161-subprimemarx

[6] E. Lohoff e N. Trenkle – Crisi: Nella discarica del capitale – pag. 25 - Ed. Mimesis/Eterotopie

[7] Sul concetto di decadenza vedi: http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questioniteoriche/149-apuntosulladecadenza

[8] cfr: Marco Bascetta – Il mercato delle illusioni – lo sfruttamento del lavoro gratuito- Ed. manifestolibri

[9]  E’ la valuta in uso in diversi paesi africani ex colonie della Francia di cui la Banca centrale francese garantisce la convertibilità in euro a un cambio prefissato e tutta una serie di condizioni molto vantaggiose per la Francia, fra le quali l’obbligo per le banche centrali africane di accantonare il 65 per cento delle loro riserve valutarie presso quella francese e il diritto del ministero del Tesoro di Parigi di partecipare alla definizione delle loro politiche monetarie.

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