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Mentre la crisi si aggrava gli economisti marxisti discutono di statistica…

Creato: 25 Settembre 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3161
[EN][ES] Dalla  rivista  D-M-D' n °5

Se si vuole evitare la barbarie, è necessaria la rivoluzione del proletariato mondiale. Che implica necessariamente l’elaborazione del programma e la costruzione del Partito comunista, lasciando agli economisti borghesi la querelle sull’attendibilità di questo o quel dato statistico.


La tesi secondo cui la causa dell’attuale crisi risiede nell’abnorme crescita della sfera finanziaria e negli eccessi speculativi del sistema bancario, dopo l’insuccesso di tutte le manovre di politica monetaria adottate per fronteggiarla, è rimasta quasi del tutto orfana dei suoi sostenitori. Di contro, da qualche tempo, sono, invece, sempre più numerosi gli economisti che, nel tentativo di comprenderne le cause, si richiamano a Marx e alla sua critica dell’economia politica ma con risultati così divergenti che a volte si fa fatica perfino a cogliere il comune riferimento all’autore de Il Capitale. Infatti, taluni riconducono la crisi alla famosa, quanto controversa, legge della caduta del saggio medio del profitto descritta da Marx nei capitoli 13°, 14° e 15° del Terzo libro del Capitale, con i relativi richiami ai capitoli dal 6° al 10° del Primo libro; altri invece sostengono che si tratta di una crisi da sovrapproduzione determinata dalle politiche neo-liberiste adottate in tutto il mondo a partire dai primi anni ‘80 del secolo scorso che, favorendo la riduzione generalizzata dei salari e la polarizzazione della ricchezza in poche mani, avrebbero causato anche una considerevole contrazione della domanda aggregata.

In qualche modo, in questa tesi riecheggia quella sostenuta da Rosa Luxemburg agli inizi del secolo scorso secondo cui, in estrema sintesi, all’interno della struttura di un sistema capitalistico puro è impossibile la costituzione di una domanda supplementare capace di assorbire la crescente produzione di merci derivante dall’impiego nella loro produzione di una massa di capitali via via crescente. Pertanto, concludeva Rosa Luxemburg, la riproduzione allargata del capitale poteva svolgersi con successo soltanto in presenza, accanto alle aree capitalistiche, di aree non capitalistiche. Da qui il fenomeno dell’imperialismo derivante dalla necessità per i paesi capitalisticamente più avanzati, di assicurarsi il controllo di queste aree e, nella misura in cui ciò implicava la loro inclusione in quelle capitalistiche, l’ineluttabilità della crisi del modo di produzione capitalistico e della necessità “della rivolta della classe operaia internazionale”.

Gli attuali sostenitori della crisi da sovrapproduzione, invece giungono a conclusioni di segno diametralmente opposto e cioè che con politiche economiche di sostegno della domanda aggregata di tipo keynesiano, le crisi non solo possono essere superate ma perfino evitate.[1]

Vi è da dire che, purtroppo, anche coloro che si richiamano alla legge della caduta del saggio medio del profitto, salvo qualche rara eccezione, tendono a eludere il fatto che, una volta assunta la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto quale causa ultima della crisi, si deve necessariamente ammettere anche la sua ineluttabilità nonché il carattere transitorio del modo di produzione capitalistico e dunque della necessità della rivoluzione comunista soprattutto in una società capitalistica matura quale quella odierna.

E’, questa, un’assenza davvero clamorosa che, peraltro, anziché favorire l’ampliamento del confronto e l’affinamento dell’analisi delle cause della crisi e delle sue prospettive, lo confina in ristrette cerchie, per lo più del mondo accademico, riducendolo a una discussione scolastica sui metodi di determinazione dei dati statistici che gli uni e gli altri apportano a sostegno delle loro rispettive tesi.

Per parte nostra, come è noto, abbiamo sempre sostenuto che un’analisi esaustiva delle cause della crisi non possa in alcun modo prescindere dalla legge della caduta tendenziale del saggio del profitto e che il fenomeno della sovrapproduzione, se la legge è correttamente interpretata, non la contraddice ma vi è pienamente compreso.


La legge in breve [2]

Innanzitutto va ricordato che Marx, con la legge della tendenza alla decrescita del saggio del profitto, non scopre il fenomeno, ma, riconducendolo alle contraddizioni proprie del processo di accumulazione del capitale, dimostra che esso non può essere attribuito alla natura - come sosteneva nella teoria della rendita il pensiero economico classico e in particolare Ricardo - ma ai limiti propri del modo di produzione capitalistico. Tant’è che con questo fenomeno, successivamente, ha dovuto farvi i conti anche la scuola marginalista. Infatti, data la legge della domanda e dell’offerta e la tendenza al raggiungimento del punto di equilibrio ( il punto in cui l’offerta e la domanda si pareggiano) che ne deriva, è inevitabile una progressiva riduzione del prezzo e quindi anche del profitto fino al suo annullamento quando, raggiunto il punto di equilibrio, il prezzo si livella sul costo marginale (costo dell’ultima unità prodotta).

Per Marx, ovviamente, il fenomeno ha origine diversa e può essere compreso soltanto se lo si riconduce alla legge del valore-lavoro e al fatto che la produzione delle merci non il fine in sé del capitalista ma il mezzo per poter, mediante lo sfruttamento della forza-lavoro, accrescere, giusto la formula generale del capitale D-M-D’, il suo capitale (accumulazione o riproduzione allargata del capitale).

Vediamo in breve in che modo. Per produrre una determinata merce occorrono determinati mezzi di produzione e una certa quantità di forza-lavoro ovvero un certo numero di operai. Il capitalista pertanto deve necessariamente investire una quota parte del suo capitale monetario D nell’acquisto dei mezzi di produzione e un’altra parte in forza-lavoro ovvero nei salari con cui retribuirà gli operai. Marx chiama capitale costante (c) quello investito nei mezzi di produzione e capitale variabile (v) quello investito in forza-lavoro, mentre la relazione fra queste due componenti, sia dal punto di vista tecnico che di quello relativo al loro valore, la chiama composizione organica del capitale.[3]

Chiama costante il capitale investito nei mezzi di produzione perché questi, avendo già incorporato il plusvalore estorto alla forza-lavoro impiegata nella loro produzione, alla nuova merce non possono che trasferire soltanto il loro valore. Ovverosia: l’investimento in capitale costante non genera nuovo plusvalore e dunque neppure il profitto che di esso si sostanzia.

Per la ragione opposta, per essere cioè l’unica fonte del plusvalore, Marx chiama invece variabile il capitale investito in forza-lavoro.

Dato, per esempio, un salario X per una giornata lavorativa di otto ore e supposto che gli operai ne impieghino quattro per produrre la quantità di merci equivalenti al valore del loro salario (tempo di lavoro necessario), poiché il capitalista con quel determinato salario si assicura il diritto di appropriarsi di tutte le merci che vengono prodotte nell’intera giornata lavorativa, ne consegue che egli si appropria delle quattro ore eccedenti il tempo di lavoro necessario senza retribuirle. Marx chiama pluslavoro o, se considerato sotto l’aspetto del valore, plusvalore, il segmento della giornata lavorativa eccedente il tempo di lavoro necessario, mentre chiama saggio del plusvalore il rapporto fra il plusvalore e il capitale variabile (Pv/v) e saggio del profitto il rapporto fra il plusvalore e il capitale complessivo (Pv/C dove C= c+v).

Seppure in estrema sintesi, questa è la legge del valore-lavoro che Marx ha posto a fondamento della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto.

Dunque, mediante la produzione delle merci, il capitale in essa investito, incorporando il plusvalore estorto alla forza-lavoro, si accresce in misura tale per cui il capitale iniziale D, quando le merci saranno vendute, risulterà pari a D’= D+pv.[4]

In altre parole, grazie allo sfruttamento della forza-lavoro, in ogni nuovo ciclo produttivo, il capitale iniziale D sarà maggiore di quello del ciclo precedente. Ciò implica che, affinché la riproduzione allargata possa svolgersi almeno con la stessa velocità e intensità del ciclo precedente, ad ogni ciclo si accresca anche la quantità di plusvalore estorta alla forza lavoro.

Per raggiungere questo obbiettivo, il capitalista dovrà quindi incrementare sia i mezzi di produzione, ossia il capitale costante, sia la forza-lavoro talché, fermo restando il rapporto fra le due componenti, possa essere realizzato un plusvalore addizionale, anche il nuovo capitale possa essere remunerato e accrescersi almeno nella stessa misura di quello investito nel precedente ciclo produttivo.

Supponiamo, ora, che il capitalista, spinto dalla necessità di incrementare la produzione di plusvalore, introduca più macchine che forza-lavoro e che, per una qualsiasi ragione, il saggio del plusvalore rimanga invariato, poiché il saggio del profitto è dato dal rapporto Pv/C, si osserva che, all’incremento del capitale costante, farà ineluttabilmente riscontro una diminuzione del saggio del profitto. In altre parole, a un incremento del capitale costante in misura relativamente maggiore di quello variabile, corrisponderà necessariamente, una riduzione del saggio del profitto La qualcosa, si badi bene, non esclude che, aumentando la produzione complessiva, possa accrescersi la massa del profitto.


Le cause antagonistiche

Ora, poiché la riproduzione allargata del capitale può aver luogo soltanto se all’incremento del capitale costante corrisponde anche un incremento del plusvalore, il capitalista nella misura in cui il capitale costante cresce relativamente più di quello variabile dovrà necessariamente trovare il modo per aumentare la produzione di plusvalore, ossia il grado di sfruttamento del lavoro. I procedimenti per raggiungere questo obbiettivo sono sostanzialmente due: a) mediante l’introduzione nei processi produttivi di macchine tecnologicamente sempre più sviluppate, il che implica anche un ulteriore incremento del capitale costante; b) mediante il prolungamento della giornata lavorativa.

Con il primo, grazie all’incremento della produttività del lavoro, potendo un operaio produrre in una medesima unità di tempo una quantità maggiore di merce, fermo restando la durata della giornata lavorativa e il valore del salario, si riduce il tempo di lavoro necessario a vantaggio del pluslavoro e quindi del plusvalore (plusvalore relativo). Con il secondo, invece, poiché si accresce il pluslavoro, il plusvalore (plusvalore assoluto) si accresce pur rimanendo, caeteris paribus, immutato il tempo di lavoro necessario.[5] L’un procedimento non esclude l’altro benché, dal punto di vista del capitalista, il prolungamento della giornata lavorativa, non implicando una modificazione della composizione organica del capitale, si presenti come il più vantaggioso. Questo procedimento, però, si scontra con dei limiti oggettivi che poi sono i limiti fisiologici dell’uomo. L’uomo, come peraltro qualsiasi animale, per lavorare ha bisogno anche di riposare, mangiare, insomma: svolgere tutte quelle funzioni senza le quali la sua stessa sopravvivenza e riproduzione non sarebbero possibili. Inoltre, come è stato osservato in numerosi studi svolti da cento e più anni a questa parte, oltre un certo punto, il prolungamento della giornata lavorativa risulta incompatibile con l’incremento della produttività del lavoro.

In Gran Bretagna, dopo l’introduzione della macchina a vapore, la giornata lavorativa fu prolungata fino a raggiungere le 16 ore giornaliere. Ma a questo punto, oltre che per la forte opposizione della classe operaia, in molti settori della stessa borghesia (oggi diremmo: la borghesia illuminata) maturò la consapevolezza che una giornata lavorativa così lunga minava sin nelle fondamenta la stessa formazione sociale capitalistica e nel contempo impediva gli ulteriori incrementi della produttività del lavoro che i continui perfezionamenti del sistema delle macchine rendevano possibili. Allora, lo Stato, in quanto portatore delle istanze di conservazione generali del sistema, pose un limite legale alla durata della giornata lavorativa, riducendola prima, nel 1844, a 12 ore e poi, nel 1847, a 10 ore.

Da allora, l’aumento della produttività del lavoro è stato il procedimento più efficace per incrementare la produzione di plusvalore.

Da qualche tempo a questa parte, però, grazie al fatto che con la nuova organizzazione del lavoro basata sulla robotica molte mansioni lavorative particolarmente defatiganti sono state trasferite al sistema delle macchine, la tendenza al prolungamento della giornata la giornata lavorativa ha ricevuto un nuovo impulso.

Oltre all’incremento del grado di sfruttamento del lavoro, si oppongono alla caduta del saggio del profitto, la riduzione del salario al di sotto del suo valore; la diminuzione del prezzo degli elementi del capitale costante; la sovrappopolazione relativa; il commercio estero; l’accrescimento del capitale azionario.[6] Marx le chiama cause antagonistiche e al loro esame dedica l’intero capitolo 14° del terzo libro del Capitale a cui rinviamo per eventuali ulteriori approfondimenti.

Qui ci interessa evidenziare la conclusione a cui giunge Marx e cioè che: “in generale le medesime cause che determinano la caduta del saggio del profitto danno origine a forze antagonistiche che ostacolano, rallentano e parzialmente paralizzano questa caduta… In tal modo la legge si riduce a una semplice tendenza, la cui efficacia si manifesta in modo convincente solo in condizioni determinate e nel corso di lunghi periodi.”[7]

In altre parole, la legge si manifesta pienamente soltanto quando, data una determinata composizione organica media del capitale totale, nonostante le cause antagonistiche, il rapporto tra il plusvalore complessivamente estorto alla forza-lavoro e il capitale anticipato nella produzione di merci risulta via via decrescente.

Ora, poiché, come abbiamo visto, il capitale monetario D viene trasformato in capitale industriale M solo in vista del suo accrescimento in D’, è evidente che venendo meno l’aspettativa di remunerare almeno al precedente saggio del profitto anche il nuovo capitale, il processo di riproduzione del capitale rallenta fino a dare origine a quelle crisi che ciclicamente scuotono fin dalle fondamenta il modo di produzione capitalistico.

Quindi, in relazione alla diversa velocità con cui avviene il processo di riproduzione del capitale, nell’ambito di un intero ciclo di accumulazione del capitale complessivo, si distingue una fase ascendente, in cui le cause antagonistiche annullano la tendenza alla diminuzione del saggio del profitto e una discendente quando, nonostante la loro opposizione, la diminuzione viene rallentata, ma non annullata. In entrambe le fasi, comunque, sono sempre possibili brusche accelerazioni e altrettanto bruschi rallentamenti dovuti a fattori puramente congiunturali.


Una questione metodologica

Questo, soprattutto nella fase ascendente e quando essa si protrae per molto tempo come sta accadendo nella crisi attuale, ha sempre offerto agli oppositori della legge lo spunto, sulla base dei dati relativi all’incremento della massa totale del profitto che si registrano in questi momenti, per sostenerne l’infondatezza della legge, pur essendo evidente una tendenza generale di segno opposto e che non necessariamente l’incremento della massa dei profitti implichi immediatamente anche l’aumento del saggio del profitto. Stupisce, pertanto, che anche coloro che si rifanno alla legge, si lascino così spesso intrappolare in discussioni basate sull’attendibilità o meno dei dati utilizzati o sul metodo usato per determinarli.

Peraltro, per determinare l’andamento del saggio del profitto generale in relazione alle modificazioni della composizione organica del capitale, così come lo definisce Marx, è cosa estremamente complessa, per non dire impossibile. La stessa determinazione della composizione organica del capitale, trattandosi di stimare in termini di valore il rapporto tra la composizione tecnica e quella di valore del capitale a scala mondiale, implica la conoscenza di un numero esorbitante di prezzi peraltro spesso diversi fra loro anche se riferiti a un medesimo elemento costitutivo del capitale. Per non dire della difficoltà di disporre di dati sufficientemente omogenei riferiti a momenti diversi. A maggior ragione, dunque, lo sarà anche la determinazione del saggio del saggio del profitto.

D’altra parte, come quella schiera infinita di economisti che, a tutte le ore del giorno e della notte, sfornano previsioni sull’andamento del ciclo economico, rimedierebbe i famosi quattro soldi per il lesso di carducciana memoria, se, grazie alla sequela di dati statistici con cui le accompagnano, non le spacciassero come frutto di attenta ricerca scientifica? Tanto più nell’epoca dei computer quando è possibile costruire complessi modelli econometrici in minor tempo di quanto un tempo occorreva per eseguire un problema risolvibile con le sole quattro operazioni.

E’ una maledizione del nostro tempo, che purtroppo non risparmia neppure gli economisti di scuola marxista, soprattutto se accademici, quella di ritenere che i fenomeni e le leggi inerenti allo svolgersi del processo economico siano assimilabili ai fenomeni e alle leggi della fisica.

Il processo economico, poiché scaturisce dall’intreccio dinamico di fattori oggettivi e soggettivi, esclude che le leggi che lo riguardano e le anticipazioni che a partire da esse si possono formulare, possano essere verificate, come per quelle della fisica, sperimentalmente in laboratorio. Un computer capace di calcolare il grado di resistenza della classe operaia all’incremento del grado di sfruttamento della forza-lavoro che il processo di accumulazione del capitale determina, non è stato ancora inventato e abbiamo fondate ragioni di ritenere che mai lo sarà.

Pertanto, per verificare la fondatezza della legge della caduta tendenziale del saggio generale del profitto non c’è altro modo che confrontare la rispondenza delle anticipazioni formulate, a partire da essa, con gli esiti del processo economico nel corso del suo sviluppo, cioè storicamente. Il che, nel caso in questione, comporta anche la rispondenza del fenomeno indagato con la sottostante legge del valore-lavoro. Di converso, la dimostrazione della sua eventuale infondatezza implica anche quella dell’infondatezza della legge del valore-lavoro e del corollario che ne deriva: che la produzione di plusvalore può derivare unicamente dallo sfruttamento della forza-lavoro ( lavoro vivo).


Un esempio

Esaminiamo un fenomeno comune sia alla crisi che ha preceduto la prima guerra mondiale, sia a quella del 1929, sia all’attuale: la crescita bulinimica della sfera finanziaria.

Stando alla legge della caduta del saggio del profitto il fenomeno si verifica, dato che il fine dei capitalisti è l’accrescimento del capitale comunque investito, quando viene meno l’aspettativa che questo scopo possa essere raggiunto mediante la trasformazione del capitale iniziale D in capitale industriale. Allora, gli agenti capitalisti anziché immobilizzare i loro capitali addizionali nella produzione delle merci, preferiscono mantenerli liquidi; non tanto per tesaurizzarli quanto per poterli investire nella sfera finanziaria medesima come capitali produttori d’interesse o nella speculazione.

Dal punto di vista del singolo capitalista, infatti, è del tutto indifferente che il suo capitale iniziale D si accresca mediante la produzione di merci oppure investendolo come capitale produttore di interessi o in attività speculative. Però non lo è rispetto al ciclo di accumulazione del capitale complessivo.

Stando alla legge del valore-lavoro, nel ciclo D-D’ non vi è produzione di plusvalore ex novo, per cui quella che per il singolo capitalista è una riproduzione allargata di capitale in realtà altro non è che trasferimento di capitali da una mano all’altra; in alcuni casi, come per esempio la produzione di moneta da parte dello stato, anticipazione di un’eventuale produzione futura di plusvalore e/o appropriazione parassitaria di plusvalore proveniente comunque dalla cosiddetta economia reale. Nel corso del tempo, è inevitabile, quindi, il prodursi di una divaricazione accelerata fra la produzione complessiva della ricchezza reale e quella nominale di capitali che si verifica nella sfera finanziaria. Pertanto, quando la divaricazione supera una certa soglia, inevitabilmente i mercati finanziari saranno scossi da crisi sempre più frequenti e devastanti in cui, dalla sera alla mattina, masse enormi di capitale finanziario svaniscono nel nulla, confermando così la natura effimera, fittizia del capitale monetario prodotto a partire da altro capitale monetario e senza la mediazione della produzione delle merci. In altre parole, il succedersi di crisi finanziarie sempre più frequenti costituisce ad un tempo un’ulteriore conferma della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto e della legge del valore-lavoro.

Secondo uno studio della società di consulenza McKinsey “ Nel 1980, il valore complessivo delle attività finanziarie a livello mondiale era grosso modo equivalente al Pil mondiale; a fine 2007, il grado di intensità finanziaria a livello mondiale (world financial depth), ossia la proporzione di queste attività rispetto al prodotto lordo, era del 356%”. Non è un caso, quindi, che mentre negli anni dal 1945 al 1971, a scala mondiale, non si è verificata alcuna crisi bancaria, tra il 1975 e il 2010 si sono verificate “non meno di 160 crisi finanziarie e 54 crisi bancarie.[8]

Ma nonostante le crisi dei mercati finanziari, e fino a quando l’intero sistema non si paralizza, per i singoli agenti capitalisti resta il fatto che l’investimento finanziario è, se non più redditizio, per il fatto che la liquidità è maggiore, almeno più attraente dell’investimento industriale.

Il risultato di tutto quanto è che si determinano fra la sfera finanziaria e quella industriale, nel senso stretto del termine, saggi di rendimento diversi. Per i capitali investiti nel mondo della produzione e che non possono essere smobilizzati, porre in essere tutte le condizioni che possano favorire l’incremento della produzione di plusvalore mediante lo sfruttamento di una medesima o ridotta quantità di forza-lavoro diventa questione di vita o di morte. E poiché, come abbiamo già visto, il modo più efficace è aumentare il grado di sfruttamento della forza-lavoro, nel mondo della produzione delle merci si osserva, da un lato, un rallentamento del flusso dei capitali supplementari in essa investiti e, dall’altro, una spinta a impiegare una quantità ridotta di forza-lavoro per la produzione di una medesima o maggiore quantità di merci. Il risultato è l’incremento della disoccupazione, la crescita dell’esercito industriale di riserva e l’incremento della concorrenza fra i lavoratori e, perciò, l’inevitabile svalutazione del salario. E così facendo si rafforza anche la spinta a modificare la composizione organica del capitale a spese del capitale variabile. In altre parole, l’intero processo per il quale le medesime cause che determinano la riduzione del saggio del profitto sono anche quelle che attivano le cause che vi si oppongono, subisce una fortissima accelerazione.

A questo punto ci sembra importante mettere in evidenza che, prendendo le mosse dalla legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, non spieghiamo solo lo specifico fenomeno messo in evidenza dalla crisi – in questo caso, la crescita della sfera finanziaria, ma cogliamo anche il suo intrecciarsi dinamico con tutti gli altri fenomeni che la crisi mette in luce e che, insieme a quello considerato, sono riconducibili, senza contraddizione alcuna fra loro, alla medesima legge.

Una volta che la questione è posta in questi termini, emerge anche quanto artificiosa, forzata, se non capziosa, sia la contrapposizione fra crisi determinata dalla legge della caduta del saggio del profitto e crisi da sovrapproduzione, essendo evidente che la diminuzione del saggio del profitto, determinando una contrazione dell’occupazione e la svalutazione dei salari, determina anche una contrazione della domanda aggregata e quindi anche una sovrapproduzione relativa di merci e/o una sottoutilizzazione degli impianti benché una grande quantità di bisogni umani resti insoddisfatta.

La crisi e la mancata guerra imperialista

Ma c’è un altro aspetto della questione, per molti versi dirimente, che a nostro avviso, nel dibattito sull’origine delle crisi del ciclo di accumulazione, non viene preso nella dovuta considerazione. Ci riferiamo alla relazione crisi/guerra imperialista.

Data la legge della caduta del saggio medio del profitto, proprio perché immanente al modo di produzione capitalistico, le crisi che periodicamente ne derivano sono inevitabili e, fermi restando i rapporti di produzione capitalistici, insuperabili per motu proprio. Cioè, che ci si affidi alla mano invisibile del mercato o all’intervento dello Stato a sostegno della domanda e/o dell’offerta, il processo di accumulazione nel suo insieme non può ripartire se non quando si saranno rideterminati una nuova composizione organica del capitale complessivo e un saggio del profitto tali per cui l’investimento diretto nella produzione delle merci torni a essere sufficientemente profittevole. In altre parole, un nuovo ciclo di accumulazione del capitale non può cominciare senza una significativa distruzione generalizzata dei capitali accumulati in eccesso.

E’ stato così per la crisi della fine del 19° secolo, sfociata nella prima guerra mondiale e per quella del 1929 sfociata, nonostante il New Deal e l’adozione in tutto il mondo di politiche economiche keynesiane, nella seconda guerra mondiale. Un dato ci sembra molto significativo per mettere  in luce la funzione decisiva avuta dalla seconda guerra mondiale: negli Usa, allora la maggiore potenza industriale del mondo e non certo casualmente l’epicentro della crisi, la produzione industriale raggiunse i livelli pre-crisi soltanto nel 1946, cioè a guerra conclusa.

Tornando all’oggi, ecco che constatiamo che nonostante i primi segnali dell’attuale crisi risalgano ai primi anni ’70 del secolo scorso, la grande guerra non c’è ancora stata.

E’ crollata l’Urss ma per implosione e dopo 40 anni di crisi non una sola bomba è caduta su Berlino, su New York o su Tokio piuttosto che su Roma, Parigi, Mosca o Pechino. Un trascinarsi della crisi per un tempo così lungo non si era mai dato nella storia del moderno capitalismo.

Noi stessi che, nei primi anni ’70, siamo stati fra i primi e più convinti assertori che la crisi che andava manifestandosi fosse da ricondurre alla legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto e che quindi si era chiusa la fase ascendente del ciclo di accumulazione iniziato dopo la seconda guerra mondiale, assunta la legge come causa della crisi, prevedevamo, in assenza della rivoluzione comunista, in un arco di tempo più o meno lungo ma certamente non di 40 anni, come inevitabile lo scoppio della guerra imperialista generalizzata.

Se ne potrebbe, quindi, dedurre che, non essendosi verificata una delle più significative anticipazioni che, a partire dalla legge, è possibile formulare, la crisi attuale non è riconducibile alla legge della caduta del saggio del profitto o che la legge è infondata.

In realtà, nel formulare quell’anticipazione, è sfuggito o non è stato tenuto nella debita considerazione, e ci sembra che a molti sfugga tuttora, che le crisi con il loro corollario di guerre e distruzioni non riportano tutto al punto di partenza sic et simpliciter; al contrario esse, oltre che mezzo di distruzione, sono anche un potente mezzo di accelerazione dello sviluppo e affinamento delle forme del dominio capitalistico e, dunque, che queste nel corso dello sviluppo del modo di produzione capitalistico mutano considerevolmente. Invece una corretta interpretazione della legge impone che se ne tenga conto, altrimenti sarebbe come pretendere che sia il passato a confermare il presente quando invece è il presente, nel suo concreto svolgimento, che deve confermare la legge che una volta confermata si arricchisce a sua volta di nuove determinazioni sempre più precise.[9]

Così, nella fattispecie, non si è tenuto conto che la seconda guerra mondiale non aveva modificato soltanto il peso e il ruolo delle diverse potenze imperialistiche sullo scacchiere internazionale ma aveva creato anche le basi perché si potesse compiere quello che forse è stato il più grande mutamento delle forme del dominio imperialistico: la sostituzione negli scambi internazionali della moneta-merce con un biglietto inconvertibile. Gli accordi di Bretton Woods, prima, e la loro denuncia da parte degli Usa, poi, hanno segnato un punto di svolta epocale nella storia del capitalismo.[10] Senza i primi non avremmo avuto il superamento, nel sistema dei pagamenti internazionali, del gold standard e con la loro denuncia la definitiva affermazione, come mezzo di pagamento internazionale, di un biglietto inconvertibile, quale il dollaro, in sostituzione della moneta-merce (oro).

La produzione della moneta e dei suoi derivati, almeno quella delle maggiori potenze imperialistiche e in particolare del dollaro, una volta che è stato possibile produrli, seppure non illimitatamente, a prescindere dalla produzione della ricchezza del paese emittente, è divenuta, grazie anche alla deregulation dei mercati finanziari, al pari dei titoli del debito pubblico e/o del capitale azionario e dei loro derivati, al tempo stesso produzione di capitale fittizio e base di partenza per la produzione di altro capitale fittizio. Che è come dire che il più diffuso mezzo di pagamento internazionale è divenuto anche il più potente mezzo per spostare enormi quantità di plusvalore da una parte all’altra del mondo.[11] In tal modo, la crescita esponenziale della sfera finanziaria, ha potuto congiungersi con i processi di delocalizzazione della produzione industriale e alimentarsi con quote consistenti del plusvalore estorto alla forza lavoro delle aree interessate da questi processi. [12]

Non solo, si sono profondamente modificati, creando nuove convergenze e divergenze di interessi determinate dal grado di dipendenza delle diverse economie nazionali e/o continentali dal nuovo mezzo di pagamento internazionale, anche i rapporti interborghesi a scala mondiale. Non è stata bombardata New York, ma la guerra, proprio perché queste convergenze e divergenze mutano in permanenza con il mutare dell’andamento del ciclo economico del paese emettitore del mezzo di pagamento internazionale, da occasionale è divenuta permanente. E’, per esempio, il caso della guerra per il petrolio che dai primi anni ’70 del secolo scorso, di fatto, non ha conosciuto soluzione di continuità. Infatti, il controllo delle aree di produzione del petrolio e attraversate dai suoi flussi, essendo il prezzo dell’oro nero espresso prevalentemente in dollari, è una variabile fondamentale per la determinazione della quantità della massa monetaria emessa dalla Federal Reserve e quindi di tutte le variabili macroeconomiche del processo economico-finanziario a scala mondiale.

In ogni caso, tutto ciò non esclude che la guerra generalizzata non possa deflagrare già domani.

Dunque, non è infondata la legge ma è stata malamente applicata formulando l’anticipazione, sulla base della sola astrazione e a prescindere dal presente e concreto svolgimento del processo economico e dei fenomeni a esso connessi.

E poi c’è che la crisi, nonostante i fattori che hanno potenziato tutte le cause che si oppongono alla caduta tendenziale del saggio del profitto, fra alti e bassi, non ha conosciuto soluzione di continuità. Anzi, intanto che gli economisti marxisti discutono di statistica, c’è il rischio imminente che possa sfociare in una catastrofe sociale senza precedenti: un medioevo del capitalismo che è difficile anche solo immaginare.

“L’horror – scriveva Marx- che essi (gli economisti borghesi n.d.r.) provano di fronte alla tendenza a decrescere del saggio del saggio del profitto, è ispirato soprattutto dal fatto che il modo capitalistico di produzione trova nello sviluppo delle forze produttive un limite il quale non ha nulla a che vedere con la produzione della ricchezza come tale; e questo particolare limite attesta il carattere ristretto, semplicemente storico, passeggero del modo capitalistico di produzione; prova che esso non rappresenta affatto l’unico modo di produzione che possa produrre la ricchezza, ma al contrario, giunto a una certa fase, entra in conflitto con il suo stesso sviluppo”.[13] Che questo horror lo provino anche certi economisti marxisti? Oppure che si pensi, commettendo un errore ancora più grande, che l’ineluttabilità della crisi implichi anche quella del comunismo? “Il capitalismo – ammoniva O. Damen - non muore per esaurimento o perché ha portato a compimento il suo compito storico di classe, può continuare a vivere, come infatti vive, anche se non ha nulla più da dire sotto il profilo economico e di sviluppo sociale e culturale.”

Insomma, se si vuole evitare la barbarie, è necessaria, parafrasando Rosa Luxemburg, la rivolta del proletariato mondiale. Che implica necessariamente l’elaborazione del programma e la costruzione del partito della e per la rivoluzione comunista, lasciando agli economisti borghesi la querelle sull’attendibilità di questo o quel dato statistico.




Note


[1] Vale qui la pena di precisare che Rosa Luxemburg sviluppa, nella sua opera più importante e famosa, L’accumulazione del Capitale, la sua tesi in opposizione per un verso a quelle dall’ala riformista del partito socialdemocratico tedesco, in particolare da Bernestein e, per l’altro, dall’economista russo Tugan-Baranovskij che da una lettura alquanto scolastica degli schemi della “riproduzione del capitale”, che Marx ha elaborato nel secondo Libro del Capitale, traeva la conclusione che non vi fossero limiti di sorta allo sviluppo del modo di produzione capitalistico e che le crisi derivassero dal determinarsi di “sproporzione” o, come ancora oggi qualcuno sostiene, “squilibri” tra produzione e consumo e che pertanto potessero essere evitate, anche nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici, con un’attenta pianificazione da parte dello Stato. Se poi, il proletariato, in quanto maggioranza nella società, vincendo le lezioni ne avesse preso il controllo, con opportune riforme con opportune riforme si sarebbe potuto edificare una società di tipo socialista per via parlamentare.

[2] Sulla legge della caduta del s.m.p. vedi: www.Istitutoonoratodamen.it

[3] Più precisamente Marx chiama la composizione del capitale- considerata dal lato del valore- composizione del valore che “si determina mediante la proporzione in cui il capitale si suddivide in capitale costante ossia valore dei mezzi di produzione e in capitale variabile ossia valore della forza-lavoro, somma complessiva dei salari” e composizione tecnica ossia la composizione del capitale considerata dal lato “della materia” che “ si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione da una parte e della quantità di forza-lavoro dall’altra” e chiama composizione organica del capitale lo “stretto rapporto reciproco” fra le due, ossia: la “ composizione del valore del capitale in quanto sia determinata dalla sua composizione tecnica e in quanto rispecchi le variazioni di questa”. Il Capitale- Libro Primo- Cap. 23° - pag. 753 - Einaudi Editore

[4] Qui supponiamo che tutto il plusvalore si trasformi in profitto e che tutto il profitto in capitale addizionale, ma in realtà il plusvalore si suddivide in profitto, interesse e rendita.

[5] Marx chiama plusvalore assoluto il plusvalore che si ottiene prolungando la giornata lavorativa oltre il tempo di lavoro necessario e plusvalore relativo quello ottenuto riducendo il tempo di lavoro necessario.

[6] Per quest’ultima occorre precisare che Marx la assume tra le cause antagonistiche: “Nel senso che questi capitali quantunque investiti in grandi imprese industriali…, una volta dedotti tutti i costi, rendono semplicemente degli interessi più o meno considerevoli… Questi capitali n entrano del saggio generale del profitto, dando essi un saggio del profitto inferiore alla media: qualora vi entrassero questo saggio diminuirebbe in misura ben maggiore” ( Il Capitale – libro 3°- cap. 14°- pag. 338- Ed. cit.).

[7] Op. cit. Libro 3° - cap. 14° - pag. 336.

[8] Citazione e dati tratti da Titanic Europa di Vladimiro Giacchè – Aliberti editore –pag. 15 - 18.

[9] Su questa importante questione vedi in questo stesso numero M. Lupoli - Il nuovo realismo.

[10] E’ importante ricordare che la denuncia degli accordi di Bretton Woods da parte degli Usa avviene nel 1971e proprio in seguito all’erompere della crisi.

[11] Su questa questione vedi anche G.P. La crisi dei subprime rileggendo Marx www.Istitutoonoratodamen.it

[12] Con la nascita della microelettronica e la rivoluzione dell’organizzazione e della divisione internazionale del lavoro nonché del sistema dei trasporti e delle comunicazioni, che ne è derivata, è stato possibile delocalizzare la gran parte della produzione industriale dai paesi capitalisticamente più avanzati in aree arretrate con salari anche trecento volte inferiori.

[13] K. Marx – ibid. pag. 340

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