Sei qui
L'Istituto è anche Social
FacebookTwitterGoogle Bookmarks

Il capitalismo è in crisi. La sua alternativa, il socialismo, incute timore

Creato: 07 Maggio 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 4074

[EN] Dalla  rivista  D-M-D' n °4

Sono trascorsi poco meno di quattro anni dall’erompere della crisi dei subprime e l’economia mondiale che soltanto pochi mesi fa la maggior parte degli analisti prevedeva in forte e decisa ripresa, è invece sull’orlo del baratro.

L'immissione in dosi massicce di liquidità effettuata in questi anni da tutte le banche centrali e in particolare dalla Federal Reserve e dalla Bce, se da un lato ha favorito il salvataggio del sistema bancario internazionale, dall’altro ha impresso una fortissima accelerazione alla crescita del debito pubblico tale da renderlo insostenibile per molti paesi.

Di fatto sono già in default la Grecia, il Portogallo e l’Islanda, ma l’elenco è destinato ad allungarsi fino comprendere, nel breve e medio periodo, anche paesi ad alta industrializzazione come l’Italia e, secondo alcuni analisti, perfino gli Stati Uniti.

La necessità di evitare il default del debito pubblico e con esso quello delle grandi banche internazionali che lo detengono, induce gli stati a varare manovre finanziarie che colpiscono duramente, oltre a quel che resta del welfare, salari, stipendi e pensioni. Pertanto, proprio in un momento in cui occorrerebbero manovre a favore del suo rilancio, la domanda aggregata si contrae riverberando i suoi effetti negativi sull’occupazione. Si contraggono, quindi, anche il pil e il reddito nazionale e gli interessi sul debito anziché diminuire crescono ulteriormente fino a determinare, nel rapporto debito/reddito nazionale, una riduzione del denominatore (il reddito nazionale), maggiore di quella del numeratore (debito) e dunque il debito anziché ridursi cresce ulteriormente. Esattamente come è accaduto in Grecia.

Il timore che la Grecia non resti un caso isolato e che, manovra dopo manovra, la crisi possa avvitarsi su se stessa e far sprofondare l’intera economia mondiale in una catastrofe senza precedenti nella storia del capitalismo moderno è quindi tutt’altro che infondato.

Lo è a tal punto che anche all’interno della stessa borghesia cresce il numero di coloro che si rendono conto che occorre ben altro e, come il multimiliardario americano Buffet, invocano l’introduzione di imposte straordinarie, anche di una certa consistenza, sui grandi patrimoni, sulle rendite e una tassa sulle transazioni finanziarie ( Tobin Tax).

Invece, nella variegata area della cosiddetta sinistra si va dalla riproposizione, in senso keynesiano, dell’intervento dello stato nell’economia all’idea di un nuovo modello di sviluppo e di accumulazione capitalistica incentrato sulla produzione delle cosiddette energie alternative (green economy). L’economista francese Latouche si spinge ancora più in là. Muovendo dal presupposto che la crisi nasce della contraddizione fra la finitezza delle risorse disponibili, ivi compresa la Terra, e l’illimitatezza implicita nel processo di accumulazione capitalistica ( D-M-D’), auspica un modello economico incentrato sulla decrescita. Ovvero, in ultima istanza, una sorta di riproduzione semplice del capitale senza che muti la forma capitalistica della produzione. Per cui, ammesso che la cosa sia possibile, si tratterebbe comunque di una forma di riproduzione capitalistica.[1]

Domina, insomma, l’idea che al capitalismo possa succedere solo… il capitalismo. In qualche misura modificato, ma sempre e solo il capitalismo benché siano sempre più evidenti i limiti strutturali che ne denunciano la sua transitorietà.

Contrariamente a quanto sostengono i suoi corifei, la crisi in cui è precipitato scaturisce da una contraddizione insuperabile e intrinseca al processo di accumulazione capitalistica che determina quella che Marx ha chiamato la legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto ( Il Capitale – Libro III – Cap. 13°, 14° e 15°). Tendenziale perché le stesse contraddizioni che l’attivano generano nel contempo anche delle cause antagonistiche “che ostacolano, rallentano e parzialmente paralizzano questa caduta”.

Accade però che ciclicamente, nonostante queste cause antagonistiche, si determini nella produzione delle merci un saggio medio del profitto tale da non garantire un’adeguata valorizzazione del capitale prodotto, si verifichi cioè una sovraccumulazione di capitale.

A differenza delle crisi congiunturali, che per le ragioni più svariate possono interessare uno o più settori del sistema produttivo ma che non minacciano il regolare svolgimento di tutto il processo di accumulazione capitalistico, queste, proprio perché lo minacciano nel suo complesso, sono definite dalla critica marxista dell’economia politica crisi strutturali o del ciclo di accumulazione del capitale.

Quella attuale ha cominciato a manifestarsi già nei primi anni ’70 del secolo scorso e ha avuto come epicentro gli Stati Uniti. Finora vi si è fatto  fronte incrementando fino all’inverosimile il grado di sfrut-tamento della forza lavoro, una, se non la più importante, delle cause antagonistiche. Cosa resa possibile dalla concomitanza di diversi fattori: l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, l’unificazione del mercato mondiale della forza-lavoro che ha fatto crescere fino all’inverosimile l’esercito industriale di riserva e la concorrenza fra i lavoratori stessi, nonché la delocalizzazione della gran parte della produzione industriale in aree con un costo della forza-lavoro centinaia di volte più basso di quello delle metropoli capitalistiche.

Da questo punto di vista la dilatazione della sfera finanziaria è dunque una conseguenza della crisi della cosiddetta economia reale e non la causa come comunemente si pensa e si vuol far credere. D’altra parte, a favorirla ha contribuito in maniera decisiva la liberalizzazione dei mercati finanziari e della produzione di capitale fittizio, avviata nei primi anni ’80 dalla Gran Bretagna di Margaret Thatcher e, a ruota, dall’amministrazione Reagan con il duplice scopo di favorire gli spostamenti, in entrata e in uscita, dei capitali connessi ai processi delocalizzazione industriale e a drenare verso le metropoli capitalistiche quote crescenti del plusvalore estorto alla forza-lavoro su scala mondiale.

In tal modo, le contraddizioni da cui la crisi scaturisce sono state in qualche modo contenute e gestite consentendo la sua dilatazione nel tempo e nello spazio. Nondimeno a conferma che si tratta di una crisi strutturale, la base monetaria è  pari a 18 volte il Pil mondiale (nel 2007 era 13 volte) a cui va aggiunta una massa di derivati finanziari di cui non si conosce l’effettiva quantità.

Nella storia del moderno capitalismo si sono avute crisi di questa natura già due volte: nel 1873 e nel 1929. Entrambe sono state superate soltanto grazie a due guerre mondiali e in entrambi casi è potuto ripartire un nuovo ciclo di accumulazione solo dopo che si è proceduto a una massiccia distruzione dei capitali precedentemente prodotti.

Ora, se si tiene contro che quelle crisi interessarono solo le poche aree industrializzate del pianeta e che, in entrambe, erano appena nati quei settori produttivi che sarebbero risultati poi il fulcro della produzione capitalistica per tutto il 20° secolo, mentre oggi l’unico suscettibile di ulteriori significativi sviluppi è quello informatico che a ogni suo progresso cancella centinaia di migliaia di posti di lavoro, si comprende il timore di coloro che non escludono neppure il collasso dell’intera società e il suo sprofondamento in una sorta di medioevo del capitalismo.[2]

Vi contribuisce anche il fatto che il solo cenno alla costruzione di una società socialista, ovvero all’unica possibile alternativa alla catastrofe che si annuncia, evoca catastrofi economiche altrettanto drammatiche nonché fantasmi di orwelliana memoria.

Perfino in certi analisti, che pure dicono di richiamarsi alla critica marxista dell’economia politica, e che non negano il carattere strutturale della crisi, si coglie una sorta di horror a farvi cenno; ricorrono piuttosto a ogni sorta di eufemismo quando non del tutto a giri di parole così fumosi e confusi da risultare un’elencazione di banali luoghi comuni.

Un esempio.  “ Le vecchie ricette keynesiane -scrive Paolo Cacciari su il Manifesto del 29 ottobre u.s. – non hanno realmente più margini di applicazione dentro una crisi strutturale di queste dimensioni e qualità. Le politiche riformiste, anche quelle più caute sono tagliate fuori sia sul versante del modello economico, sociale ed ecologico, sia su quello della distribuzione della ricchezza. E’ ormai chiaro che le risposte possono venire solo uscendo dalle regole e dai dogmi del mercato.  Dovremmo pensare ad un altro tipo di ricchezza, ad un altro tipo di benessere, ad un altro modo di lavorare, ad un altro modo di relazionarsi tra le persone che non sia quello che passa attraverso il portafogli. Ed ecco quel che si dovrebbe fare: “Se provassimo a mettere la cura e la fruizione dei beni comuni ( l’acqua, la terra le foreste, il patrimonio naturale, ma anche quello culturale: la conoscenza i saperi) al centro della nostra idea di società, riusciremmo facilmente e con grande soddisfazione individuale e collettiva a fare a meno dell’ossessione del Pil.”  E così via per tutto un articolo in cui non solo la parola socialismo non compare ma manca qualsiasi riferimento al fatto che senza rottura rivoluzionaria del modo di produzione capitalistico e senza aver posto fine alla schiavitù del lavoro salariato, parlare di “cura e fruizione dei beni comuni” è come parlare del sesso degli angeli.

Insomma siamo in presenza di un vero e proprio paradosso della storia per cui proprio quando il modo di produzione capitalistico mostra tutti i suoi limiti e conferma, con l’erompere delle sue contraddizioni, la sua transitorietà, il socialismo è parola vuota di significato. A questo radicale svuotamento di senso della parola socialismo ha sicuramente contribuito la controrivoluzione stalinista. Lo stalinismo, prima è riuscito a spacciare per socialismo una delle forme più feroci di dittatura del capitale e poi, con il suo crollo, ne ha sancito anche il fallimento.

Ma non solo lo stalinismo. Vi hanno contribuito anche, almeno nelle aree economicamente più avanzate, il poderoso sviluppo della grande industria e l’affermarsi con essa delle moderne forme del dominio imperialistico che hanno reso  possibile la crescita dei ceti medi, la nascita del Welfare e la diffusione di un certo benessere economico anche fra ampi strati della classe operaia proprio nelle aree in cui il movimento operaio e socialista è nato e si è sviluppato.

L’insieme di queste circostanze ha schiuso all’ideologia dominante un’immensa prateria in cui essa ha potuto scorazzare per affermare l’assolutezza del modo di produzione capitalistico ovvero che esso è l’unico modo possibile di produzione della ricchezza in quanto tale.

Così, quella che doveva essere l’alternativa a un modo di produzione che per più di un secolo non aveva fatto altro che accrescere lo sfruttamento e la miseria, ha perduto molta della sua forza di attrazione e la falsa idea che il capitalismo moderno, se ben governato, può assicurare nel contempo lauti profitti e benessere diffuso per tutto il corpo sociale, si è profondamente radicata anche nella coscienza della classe operaia. Così anche enormi masse di diseredati, che di quel benessere hanno solo sentito parlare, oggi anelano a raggiungere il cosiddetto Occidente che ai loro occhi appare il vero Eldorado.

E’ talmente radicata l’idea che il modo di produzione capitalistico non abbia alternativa che, anche oggi che la crisi imperversa e la stessa borghesia riconosce apertamente che l’epoca del benessere diffuso si è chiusa per sempre, è opinione comune che è sempre meglio pagare i prezzi altissimi che richiede il salvataggio del sistema capitalistico che avventurarsi in un qualcosa che alla prova dei fatti è stato un fallimento.

D’altra parte anche quei pochi audaci che parlano esplicitamente della necessità della rottura del modo di produzione capitalistico quale presupposto per la costruzione di una società socialista, lo fanno riproponendo l’alternativa socialista negli stessi termini con cui essa è stata rappresentata per tutto il XIX secolo: la soluzione del problema economico del proletariato sottraendo le forze della produzione alla logica del profitto per destinarle al soddisfacimento dei bisogni della collettività.

Il socialismo non è solo la soluzione di un problema economico

Il marxismo rivoluzionario ha sempre considerato la costruzione della società in cui il lavoratore, una volta abolita la proprietà borghese dei mezzi di produzione” …Riceve dalla società un buono che dimostra che ha prestato un tanto di lavoro … e con questo buono ritira dai depositi sociali una quantità di oggetti di consumo corrispondente al valore del suo lavoro. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società sotto una forma, la riceve sotto un’altra forma” [3], come la necessaria fase di transizione dalla società capitalistica a una società comunista e ciò per due ragioni fondamentali. La prima perché soltanto con l’affermazione del comunismo “ la società potrà scrivere sulle sue bandiere: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” [4] e dunque soltanto in essa potrà essere eliminata qualsiasi diseguaglianza fra gli individui che la compongono. La seconda perché, avendo eliminato lo sfruttamento e le diseguaglianze sociali, in essa potrà scomparire anche quella che è, forse, la più feroce delle schiavitù, quella che Marx definisce “la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro”[5]. In altre parole, potrà definitivamente essere rimosso quello che è stato il presupposto delle diverse forme di proprietà che si sono succedute nella storia e soprattutto la divisione in classi della società per cui gli individui nascendo trovano già “ predestinate le loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla classe la loro posizione nella vita e con essa il loro sviluppo personale…”[6] ; che per i proletari, in quanto membri di una classe sottomessa, si traduce nell’essere predestinati alla schiavitù del lavoro salariato cioè a farsi merce. Infatti, essi, non possedendo null’altro che la loro forza- lavoro, possono vivere alla sola condizione che riescano a venderla al miglior prezzo possibile. Ma vendere la propria forza lavoro significa, in ultima istanza, vendere la gran parte del proprio tempo; è necessario, cioè, che questi venditori per vivere cessino di esistere come individui per farsi una merce fra le tante, una cosa fra le cose.

Ai proletari, dunque, per una condizione loro imposta dal caso, è negata a priori la possibilità in quanto individui, associandosi con altri individui, di dar vita a una comunità in cui potersi sviluppare, mediante il lavoro che è l’attività umana che per eccellenza distingue gli uomini da tutti gli altri animali, come individui liberi da ogni schiavitù. Invece, nelle formazioni sociali finora esistite, essi sono liberi – come rilevava già il giovane Marx - soltanto nello svolgimento delle loro “ funzioni animali come il mangiare, il procreare e tutt’al più ancora l’abitare una casa, il vestirsi… Ciò che è animale diventa umano e ciò che è umano diventa animale.” [7]

La classe è per essi una vera camicia di Nesso che una volta che si è stretta intorno al proprio corpo non lascia scampo. Solo per i membri della classe dominante, in quanto titolari della proprietà dei mezzi di produzione,[8] la classe di appartenenza assicura le condizioni per potersi sviluppare e affermare come individui  liberi  sia  rispetto  alla  loro classe che alla

società nel suo insieme.

“Nei surrogati - scrive Marx- di comunità che ci sono stati finora, nello Stato ecc. [in cui-ndr]…la libertà personale esisteva soltanto per gli individui della classe dominante [mentre – ndr]...per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una catena”. [9]

Nella società divisa in classi, insomma, non può esserci libertà senza sottomissione, non può esserci libero sviluppo degli individui senza lo sfruttamento di altri individui.

Il socialismo, in quanto fase di transizione dalla società capitalista a quella comunista non è soltanto quella formazione sociale in cui è possibile la soddisfazione dei bisogni della collettività senza lo sfruttamento dei lavoratori; ma, nella misura in cui rende possibile ciò, pone anche le basi materiali perché possa compiersi la più grande rivoluzione della storia che consiste nel rendere: “impossibile tutto ciò che esiste indipendentemente dagli individui, nella misura in cui questo non è altro che un prodotto delle precedenti generazioni degli individui stessi” [10] .Che finora li ha resi, nelle più svariate forme, sempre e soltanto degli schiavi.

Con il comunismo, dunque, si pone fine non solo al capitalismo, ma a tutta quell’epoca, iniziata molto prima del capitalismo stesso, in cui il destino degli individui è sempre dipeso dal caso che ne determinava l’inclusione  in  uno o nell’altra classe sociale o sur-

rogati di comunità.

In questo senso solo la rivoluzione comunista è un’autentica rivoluzione poiché per la prima volta nella storia dell’umanità gli individui “ acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa.”

Il superamento della divisione del lavoro: un sogno divenuto possibile

Finora solo immaginare che la divisione del lavoro poteva essere superata è apparsa una bellissima utopia quando non del tutto pura follia. D’altra parte essa si è sviluppata, dapprima, in modo del tutto spontaneo, in ragione delle diverse attitudini naturali degli individui e, successivamente, si è imposta quale formidabile mezzo per l’accrescimento della produttività del lavoro e della produzione della ricchezza in generale. Non desta meraviglia, dunque, che gli indubbi vantaggi che ne sono derivati abbiano per molto tempo facilmente occultato che era anche il più potente mezzo di separazione degli individui fra loro e di sottomissione di una parte di essi da parte di un’altra. L’inganno ha iniziato a svelarsi con la nascita della grande industria e la crescente meccanizzazione dei processi produttivi che ha progressivamente trasferito al sistema delle macchine molti dei saperi e delle mansioni un tempo specifici degli operai, li ha trasformati sempre più in un puro accessorio della macchina.

Oggi, con l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi e il trasferimento al sistema delle macchine oltre che della quasi totalità del lavoro manuale anche di buona parte di quello intellettuale, quasi tutto il lavoro si è risolto nella semplice ripetizione meccanica di movimenti di facilissimo apprendimento. E proprio per questo già oggi, data la facile intercambiabilità delle mansioni, uno stesso lavoratore può essere impiegato un giorno in una fabbrica automobilistica, il successivo in una alimentare e il successivo ancora – semmai con un contratto a progetto-, all’ufficio dell’anagrafe comunale e nulla vieterebbe l’alternarsi fra loro degli individui, nell’ambito della comunità da loro liberamente costituita, nello svolgimento delle diverse mansioni. Lo impedisce soltanto quella maledetta divisione in classi della società per cui gli individui si trovano “predestinate le loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla classe la loro posizione nella vita”. Ai borghesi, peraltro in numero sempre minore, la massima libertà di sviluppare nel migliore dei modi e dei mondi possibili la loro personalità; a tutti gli altri la condanna a farsi servi delle macchine.

Dunque, con il rivoluzionamento degli attuali rapporti sociali non cambierebbe soltanto la condizione economica del proletariato, ma si creerebbero, per la prima volta nella storia degli uomini, le condizioni per rimuovere il presupposto di ogni forma di schiavitù.

Restituire, in quanto possibilità concreta non scaturente dal pensiero che pensa se stesso, un senso alla parola socialismo, è oggi possibile, a condizione che si proceda a una rivisitazione critica di tutta la precedente elaborazione sulla cosiddetta fase di transizione sviluppata dal marxismo rivoluzionario e in particolare da Marx nel suo già citato Critica al programma di Gotha e da Lenin in Stato e rivoluzione. Occorre ritornarvi perché essa è stata prodotta quando ciò che oggi è realtà allora era fantascienza ( lo scritto di Marx risale al 1875 e quello di Lenin all’agosto del 1917). D’altra parte, poiché la costruzione di una società comunista non si sviluppa a partire da un’ideale, cioè su basi proprie, ma a partire dalla società capitalista, quella elaborazione ha dovuto necessariamente tener conto della realtà e del grado di sviluppo raggiunto dalle forze produttive in quel tempo; nonché delle concrete possibilità di allargamento della rivoluzione socialista su scala mondiale.

La rivoluzione socialista, infatti, poiché il capitalismo, sviluppandosi, ha determinato una crescente interdipendenza e dipendenza dei sistemi produttivi e dei mercati dei singoli paesi fra loro, non può in alcun modo realizzarsi nel chiuso di un solo paese o anche di una singola area economica. Da qui può prendere l’abbrivio, ma se vi rimane circoscritta è destinata inesorabilmente alla sconfitta. Valeva già ai tempi di Marx e Lenin, oggi in misura incommensurabilmente maggiore.

Basta pensare che interi cicli produttivi hanno ormai dimensione mondiale, nel senso che iniziano in una parte del mondo e, attraversando diversi paesi, si concludono nella parte opposta, oppure all’abisso che separa il sistema delle comunicazioni moderno da quello della fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, per rendersi conto di quanto diverse siano, rispetto ad allora, le condizioni in cui un’eventuale rivoluzione socialista potrebbe nascere e svilupparsi; e perché, il comunismo sia finora apparso come un approdo confinato sullo sfondo di una prospettiva storica di lungo termine, una sorta di conquista dello spirito. D’altra parte, a quei tempi, poter ricevere in cambio di una determinata quantità di lavoro un’equivalente quantità di beni sufficiente a soddisfare almeno i bisogni vitali di ciascuno era già una grandissima conquista.

Oggi non è più così. L’ulteriore sviluppo del modo di produzione capitalistico, gli ha conferito una così stringente attualità da evidenziarne come mai prima d’ora il suo essere – come direbbe Marx- “un fatto assolutamente materiale” e non il prodotto della speculazione metafisica.

La sua attualità e necessità possono essere verificate perfino nella mera vita quotidiana: la giornata lavorativa che, nonostante il moderno sistema delle macchine, anziché ridursi a qualche ora al giorno si allunga incredibilmente ogni giorno di più; la macchina, ormai capace di svolgere quasi tutte le mansioni più faticose che un tempo erano a capo dei lavoratori, anziché strumento della loro liberazione dalla fatica è divenuta fonte raffinatissima di oppressione e schiavitù.[11]

E, grazie al loro sviluppo, più aumenta la loro capacità di produrre ricchezza più la miseria cresce fino a lambire ormai anche ampie fasce di piccola e media borghesia.

Tuttavia si cadrebbe nel più volgare meccanicismo se si pensasse che solo per questo l’ideologia della classe dominante, che considera il modo di produzione capitalistico come l’unico e il migliore possibile e le conseguenze delle sue contraddizioni strutturali, come eventi naturali, è destinata ineluttabilmente a dissolversi. Occorre una critica più puntuale del moderno capitalismo e di conseguenza anche dei problemi della rivoluzione socialista, fra i quali quello della transizione al comunismo è sicuramente di fondamentale importanza. E affinché il proletariato possa pervenire a fare della rivoluzione socialista il suo progetto di società da contrapporre a quello della classe dominante, occorre il partito. Ma su questa questione, per molti versi ancora più spinosa di quella della transizione, ritorneremo nel prossimo numero di questa rivista.

Giorgio Paolucci

Note

1 Al riguardo vedi K. Marx – Il Capitale – libro primo- cap. 21°.

2 Essi fanno riferimento al saggio di J. Diamond Collasso, come le società scelgono di morire o vivere – Einaudi 2005- dove l’autore per crollo intende: “ una riduzione drastica del numero della popolazione e/o della complessità politica, economica e sociale, in un’area estesa e nel corso di un prolungato lasso di tempo”.

3 K. Marx – Critica al programma di Gotha – pag. 28 - Ed. del Maquis - 1970

4 Ib. pag. 30

5 K. Marx – L’ideologia Tedesca – pag. 62-63. Op. compete – vol. 5°- Ed Riuniti  1972.

6 Ib. pag. 63

7 K. Marx – Manoscritti Economico- filosofici del 1844- pag. 74. Ed Einaudi 1968.

8 Qui ci corre l’obbligo di precisare che, giusta la critica della sinistra comunista e di quella italiana in particolare, la statalizzazione, dati i rapporti di produzione vigenti, non muta il carattere borghese della proprietà.

9 K. Marx - Op. cit. pag.64

10 Ib. pag 67

11 Con la nuova organizzazione del lavoro basata sul sistema world class manifacturing (WCm) tutti i movimenti dell’operaio, persino i suoi bisogni fisiologici, sono programmati e subordinati ai  movimenti e ai tempi delle macchine, in modo da ridurre al minimo quella che Marx chiama porosità del lavoro.

Chi è online

Abbiamo 73 visitatori e nessun utente online