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Atene come Pechino. E la Grecia non è un’eccezione

Creato: 11 Aprile 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2346

L’allarme per l’eccessivo  debito pubblico europeo  e le manovre per contenerlo  sono parte integrante di  un disegno ben preciso: livellare i salari dell’Europa Occidentale su quelli dell’Europa Orientale

 

Dopo tre anni di bombardamenti a colpi di spread in rialzo e di rating rivisti al ribasso, l’occupazione manu pecuniaria della Grecia è stata completata.

La troika ( Fmi, Bce e Ue), per concederle la prima tranche di 28 miliardi di euro dei 130 concordati per onorare un debito pubblico che è ancora pari al 140% del pil, nonostante quasi tutti i creditori abbiano accettato una riduzione del valore nominale dei titoli del 75 %,  ha preteso da parte di Atene la resa senza condizioni.

La troika, oltre a un altro pesante piano di austerity, con ulteriori tagli a salari, stipendi e pensioni e licenziamenti in massa nel pubblico impiego, ha imposto l’insediamento permanente ad Atene di una sua rappresentanza con il compito di monitorare il rispetto degli accordi che prevedono la riduzione, entro il 2020, del rapporto debito/Pil al 120% , benché sia del tutto palese che questo obbiettivo sia irraggiungibile. Infatti, il nuovo piano comporterà per molti anni inevitabilmente,  un’ulteriore contrazione del pil già sceso, nel 2011 rispetto al 2010, del 7,5 %. Esattamente come è accaduto negli anni scorsi quando, in seguito alle politiche economiche imposte dalla Ue, il rapporto fra debito e pil non solo non si è ridotto ma è costantemente cresciuto passando dal 106% del pil del 2004 al 170%  del 2011.

Rimane quindi un mistero come qualcuno possa seriamente ritenere che una manovra ancora più recessiva delle precedenti possa riuscire laddove le prime hanno fallito.

Il seppure cauto ottimismo manifestato da quasi tutti i rappresentanti dei governi europei, a cominciare dalla cancelliera Merkel fino al presidente del consiglio italiano Monti, che la Grecia possa uscire dal tunnel della crisi del debito sovrano, appare, quindi, del tutto infondato. D’altra parte se l’obbiettivo che si voleva raggiungere era veramente una significativa riduzione del debito pubblico greco, non si capisce perché il prestito non sia stato concesso allo stesso tasso dell1% che la Bce sta praticando alle banche europee e per importi di gran lunga maggiori.

Evidentemente, più che l’abbattimento del debito, stava a cuore ben altro: creare le condizioni affinché, grazie all’espulsione dei dipendenti pubblici e il fallimento delle imprese marginali che in Grecia erano le più numerose, si potesse immettere sul mercato del lavoro, nel frattempo completamente deregolamentato, una quantità supplementare di forza-lavoro per favorire la  discesa vertiginosa del salario diretto, indiretto e differito.

Da un punto di vista squisitamente di classe, si è trattato, cioè, di un attacco deliberato alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato, e degli strati di piccola e media borghesia in via di rapida proletarizzazione, per spalancare le porte alla cinesizzazione del mercato del lavoro europeo, in vista dell’acutizzarsi dello scontro interimperialistico su scala mondiale.

Si sono quindi create le condizioni per una riduzione strutturale e permanente della domanda interna con l’intento di stimolare le esportazioni quale unica via di uscita dalla crisi .

In questo senso la Grecia non è un’eccezione poiché è del tutto evidente che, se si ritiene questa la condizione sine qua non per uscire dalla crisi, è necessario che l’intera area dell’euro vi si conformi.

Non prelude forse a questo la controriforma del mercato del lavoro che in Italia si accinge a varare il governo Monti? A cosa mira lo svuotamento dell’articolo 18 se non a favorire i licenziamenti e quindi a immettere sul mercato, nel mentre la sua domanda cala, quote supplementari di forza-lavoro per far scendere i salari?

Senonché, avendo la crisi dimensione  mondiale, lo stesso problema lo ritroviamo negli Usa, in Giappone e nei paesi che costituiscono il cosiddetto Bric ( Brasile, Russia India e Cina).

Nella regione del Guangdong, l’area più industrializzata della Cina , per esempio, “ in sei mesi, oltre quattro milioni di migranti sono rimasti disoccupati”.[1] La causa?  Il calo della domanda mondiale e l’aumento, a seguito di una forte ondata di scioperi (Mille nel solo Guangdong), del salario orario minimo passato da 65 a 75 centesimi di dollaro all’ora; pertanto oggi, per una giornata lavorativa di 12 ore per sei giorni la settimana, il salario di un operaio può raggiungere anche la stratosferica cifra di 200 euro al mese.

Troppo per i terzisti cinesi che producono per le grandi multinazionali americane ed europee. Meglio delocalizzare la produzione in Vietnam, Cambogia, in Africa e ovunque il costo del lavoro sia più basso e, soprattutto, tenda sempre al ribasso perché ormai i salari scendono dappertutto e la concorrenza si fa sempre più accanita tanto che “Analisti britannici stimano che entro il 2015 produrre in Nord America, o nell’Europa Orientale, costerà (appunto- n.d.r.) quanto in Cina, considerati gli oneri di spedizione.”[2]

Alla luce di un’analisi non appiattita suoi luoghi comuni dell’ideologia dominante, appare dunque evidente che l’allarme per l’eccessivo  debito pubblico europeo ( peraltro molto più contenuto di quello statunitense, britannico o giapponese) e le manovre per contenerlo  sono parte integrante di  un disegno ben preciso: livellare i salari dell’Europa Occidentale su quelli dell’Europa Orientale per poter competere ad armi pari perfino con la Cina.

E’ l’ennesima conferma  che, data l’attuale composizione organica media del capitale su scala mondiale, l’accumulazione capitalistica non può aver  successo se non facendo arretrare di qualche secolo le condizioni di vita e di lavoro del proletariato.[3]

D’altra parte, è propria del mercantilismo settecentesco l’idea che il benessere di un paese è dato dal prevalere delle esportazioni sulle importazioni e del liberismo ottocentesco quella  secondo cui si ha piena occupazione soltanto se a determinare il  livello dei salari  sia il libero gioco della domanda e dell’offerta.

Ma è ipotizzabile un’economia- mondo dove tutti esportano più di quanto importano? E quanto può reggere il sistema della grande industria, per definizione basato sulla produzione su vasta scala, in concomitanza di una costante riduzione della massa dei salari?

Hic Rhodus, hic salta, direbbe Marx.

Giorgio Paolucci



[1] G. Visetti – La frenata del Dragone – La repubblica del 29 marzo 2012

[2] Ib.

[3] Al riguardo,  su questo stesso sito -nella sezione Sulla crisi -  vedi: La legge della caduta tendenziale del saggio del profitto.

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