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Sulle cause della crisi e delle sue prospettive

Creato: 19 Dicembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2949

Dalla  rivista  D-M-D' n °2

Quando nell’agosto del 2007 si sono avvertiti i primi scricchiolii nell’impalcatura finanziaria internazionale nessun economista borghese ha avuto l’immediata percezione che il capitalismo mondiale sarebbe piombato in una crisi dalla quale non riesce ancora a tirarsi fuori. Anche per i più pessimisti, per esempio gli economisti che nel recente passato si erano tanto prodigati nel criticare le politiche neoliberiste,  il 2010 doveva rappresentare l’anno in cui i guasti generati dallo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime sarebbero stati finalmente superati. Le reali dinamiche del capitalismo internazionale stanno clamorosamente smentendo le previsioni e l’anno che chiude il primo decennio del ventunesimo secolo non solo non ha rappresentato il punto di svolta nella congiuntura economica internazionale ma nere e pesanti nuvole s’addensano all’orizzonte rendendo sempre più concreto il precipitare in una lunga fase depressiva dell’economia mondiale.

Le difficoltà che sta incontrando il capitalismo mondiale nel superare con lo stesso slancio del passato l’attuale crisi non sono assolutamente determinate da cattive scelte nella politica economica utilizzata dai governi. Sarebbe fuorviante sostenere che il suo prolungarsi sia da attribuire all’incapacità di Obama, Sarkozy o del “divo” Silvio di dispiegare una politica adeguata al nuovo contesto mondiale, in realtà è maturata in seno al sistema capitalistico tutta una serie di contraddizioni che rendono ogni giorno più difficoltoso il processo d’accumulazione.

Una crisi che colpisce il cuore dell’imperialismo

La crisi finanziaria del 2008 presenta delle notevoli differenze rispetto a quelle scoppiate negli ultimi trent’anni. Una prima e fondamentale peculiarità di questa rispetto alle precedenti consiste proprio nella sua stessa dimensione geografica, ossia che questa, esplosa in tutta la sua virulenza negli Stati Uniti, colpendo cioè il cuore del maggiore centro imperialistico, si è estesa a tutto il mondo. In verità, anche la crisi dei primi anni settanta del secolo scorso,  partita dagli Stati Uniti, si estese a scala mondiale, ma allora gli Usa nel volgere di pochissimo tempo, riuscirono a scaricare sul resto del mondo i costi economici e sociali di essa. Infatti grazie alla rottura del trattato di Bretton Woods[1] e alla successiva dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro gli Stati Uniti in un breve lasso di tempo furono in grado di scaricare sui paesi appartenenti alla propria sfera d’influenza l’inflazione generata dalla montagna di dollari stampati senza la necessaria copertura aurea.

L’avvio della crisi di questo terzo ciclo d’accumulazione si è determinato negli Usa e, grazie alla forza dell’imperialismo americano, nel corso degli anni settanta del secolo scorso le contraddizioni maturate nel cuore dell’imperialismo sono state scaricate pesantemente sui paesi periferici. Le crisi scoppiate in Messico, nei paesi del Sudest asiatico, in Brasile, Russia, Argentina non sono state altro che le punte più avanzate della più generale crisi del sistema capitalistico mondiale. Con puntualità svizzera e con perfetto passo cadenzato nei punti più deboli del sistema, in questi ultimi decenni, è scoppiata una crisi finanziaria dopo l’altra che ha affamato il proletariato ora di questo ora  di quel  paese fino a interessare sostanzialmente l’intera classe lavoratrice mondiale.

Lo scoppio della bolla speculativa nel 2008 segna la chiusura del cerchio; partita negli settanta dagli Stati Uniti, come uno spettro che sistematicamente si manifesta in un determinato luogo del pianeta, la crisi economico-finanziaria è tornata ad investire con tutta la sua potenza il paese in cui per prima si era manifestata. In questi ultimi due anni nonostante le eccezionali misure varate dal governo statunitense per affrontare l’emergenza, e sulle quali parleremo in seguito, e per la prima volta in questo secondo dopoguerra, stiamo assistendo al fatto che gli Stati Uniti, pur rimanendo la maggiore potenza imperialistica mondiale, non riescono a risollevarsi scaricando sugli altri paesi i costi della crisi economica con la stessa relativa facilità degli anni ‘70. E questo è un dato assolutamente nuovo destinato a segnare un punto di svolta negli equilibri interimperialistici anche se da ciò sarebbe assolutamente errato trarre la conclusione che il declino statunitense possa aver luogo senza che l’intero capitalismo mondiale subisca dei terribili sconvolgimenti.

La crisi nell’era del capitale fittizio

Oltre alla sua geografia del suo epicentro, a differenziare questa crisi da quelle del passato è anche, se non soprattutto, il fatto che ad incepparsi sono stati i più sofisticati meccanismi di appropriazione parassitaria basati sulla produzione di capitale fittizio.

Lo scoppio della bolla speculativa nel 2008, determinata dal mancato pagamento dei mutui subprime da parte di milioni di statunitensi, come più volte abbiamo sostenuto[2] segna un punto di rottura storico rispetto al passato, in quanto giunge dopo una lunga fase in cui a dominare sono state le forme di appropriazione parassitarie basate sulla produzione del capitale fittizio e in cui processi di concentrazione e centralizzazione delle leve del comando capitalistico hanno raggiunto un altissimo grado. Quella scoppiata in questi ultimi anni non è la solita bolla speculativa, una tra le tante che periodicamente accompagnano la contraddittoria vita del modo di produzione capitalistico, ma si differenzia rispetto alle altre in quanto è esplosa in un contesto in cui i fenomeni speculativi hanno assunto una dimensione inimmaginabile fino a qualche decennio addietro intrecciandosi a filo doppio con i meccanismi di funzionamento della cosiddetta economia reale. Proprio a causa dei strettissimi rapporti che intercorrono tra il mondo della finanza e quello dell’economica reale, la crisi finanziaria scoppiata negli ultimi due anni ha trascinato nella recessione l’intera economia mondiale ed affamato milioni di lavoratori in ogni angolo del pianeta.

La verità è che la crescita della sfera finanziaria, al contrario di quanto sostiene gran parte del pensiero economico, anche di ispirazione marxista o sedicente tale, con tutto il suo portato di attività speculative e parassitarie, non è il frutto di una semplice distorsione dei “normali” meccanismi d’accumulazione del capitale conseguente all’adozione delle politiche neoliberiste in voga in questi ultimi decenni, ma è stata determinata proprio dalle contraddizioni operanti nel rapporto tra capitale e lavoro.

Alle origini della crisi

Per comprendere in tutto il suo portato l’attuale crisi e le sue drammatiche conseguenze sulle condizioni di vita e di lavoro per miliardi di proletari sparsi per il pianeta, occorre, seppur per grandi linee, tracciare le varie tappe che hanno condotto all’esasperazione delle attività parassitarie e alla produzione abnorme di capitale fittizio. Prima però ci sembra opportuno tentate di dare una definizione del concetto di capitale fittizio, partendo proprio dalle intuizioni di Marx contenute nel capitolo 14° del terzo libro del Capitale, dedicato alle “Cause antagonistiche alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto”. “A misura che la produzione capitalistica, che va di pari passo con la l’accumulazione accelerata, si sviluppa, una parte del capitale viene calcolata ed impiegata unicamente come capitale produttivo d’interesse: non però nel senso che ogni capitalista il quale presti del capitale si accontenta degli interessi, mentre il capitalista industriale intasca il guadagno di imprenditore. Questo non ha nulla a che vedere col livello del saggio generale del profitto, poiché per esso il profitto corrisponde all’interesse + profitto di qualsiasi natura + rendita fondiaria, indipendentemente dalla ripartizione fra queste diverse categorie; ma nel senso che questi capitali quantunque investiti in grandi imprese industriali, come per es. le ferrovie, una volta dedotti tutti i costi, rendono semplicemente degli interessi più o meno considerevoli, i cosiddetti dividendi. Questi capitali non entrano nel livellamento del saggio generale del profitto, dando essi un saggio del profitto inferiore alla media: qualora vi entrassero questo saggio diminuirebbe in misura ben maggiore. Da un punto di vista teorico si potrebbe tenerne conto e si otterrebbe allora un saggio del profitto minore di quello che esiste in apparenza e che fa decidere i capitalisti, poiché è precisamente in queste imprese che il capitale costante è più grande in rapporto a quello variabile.[3] La lunga citazione ci offre l’opportunità di cogliere una prima definizione del concetto di capitale fittizio e di come questi operi nei confronti della legge della caduta del saggio di profitto. Ai tempi di Marx due erano gli strumenti con i quali si era in grado di creare capitale fittizio: il debito pubblico prodotto dallo stato e  quello relativo alla circolazione del capitale azionario delle grandi imprese. Tralasciamo per motivi di spazio di analizzare la funzione del debito pubblico, che nel corso dello sviluppo storico del capitale ha assunto una crescente importanza nel sostenere l’intero processo d’accumulazione, e concentriamo la nostra attenzione sulla produzione di capitale fittizio attraverso la circolazione delle azioni delle società commerciali.

Questa particolare forma di capitale assume l’aggettivo di fittizio in quanto non viene direttamente investito nelle attività produttive, contribuendo in tal modo a produrre plusvalore, ma in quanto capitale si assurge il diritto di accaparrarsi una fetta nella spartizione del frutto dello sfruttamento della forza lavoro. ( Vedi proposta di modifica dopo note di chiusura) Il capitale investito nelle attività industriali nel corso della sua metamorfosi D-M-D’ ha una sua base reale che è data dalle fabbriche in cui si è incorporato nonché dalla produzioni di merci, mentre il capitale fittizio è tale in quanto salta completamente la fase D-M e trova la propria valorizzazione direttamente attraverso la formula D-D’ in cui del denaro, pur non partecipando ad alcuna attività produttiva in maniera diretta, proprio perché capitale chiede ed ottiene una quota del plusvalore prodotto in chissà quale angolo del globo. Nel corso del XX secolo gli strumenti messi in campo dal capitalismo per alimentare la produzione di capitale fittizio sono stati spaventosamente numerosi, e la loro crescita è stata quasi un parallelo con l’operare della legge della caduta del saggio medio di profitto. E’ nell’aver colto questo aspetto, caduta del saggio del profitto e aumento della produzione di capitale fittizio, che consiste la grandezza dell’intuizione di Marx.

Da Bretton Woods ai derivati sintetici

La prima sostanziale accelerata fatta dal capitalismo nel promuovere su grande scala la produzione di capitale fittizio è avvenuta con gli accordi di Bretton Woods nel 1944. Come già detto sopra, grazie a questi accordi, gli scambi internazionali erano regolati non più dall’oro ma direttamente dalla moneta statunitense. Le scelte di Bretton Woods sono state dettate dai predominanti interessi imperialistici degli Stati Uniti. Grazie alla vittoria che si profilava nel corso del secondo conflitto mondiale l’economia americana aveva incamerato nelle proprie casseforti oltre l’ottanta percento delle riserve auree mondiali e l’intera sua economia rappresentava nel 1946 oltre il 60% del prodotto interno lordo mondiale. La centralità del dollaro nell’ambito del sistema creato a Bretton Woods era quindi giustificato dal ruolo economico svolto dagli Stati Uniti nell’ambito dell’intera economia mondiale.

Ora se riflettiamo con attenzione sul meccanismo creato a Bretton Woods possiamo osservare che grazie al Dollar Standard[4] gli Stati Uniti avevano, ovviamente entro i limiti imposti dal trattato, l’autonomia di stampare dollari e farli circolare sui mercati internazionali. Per la prima volta nella storia del capitalismo si è assistito che a regolare i pagamenti degli scambi internazionali e a rappresentare le riserve delle diverse banche centrali non era più una cosa concreta come l’oro, ma semplicemente un pezzo di carta stampato da una banca centrale di un particolare paese. La politica monetaria mondiale è stata di fatto consegnata nelle mani della banca centrale statunitense e ciò ha consentito agli Stati Uniti di avere l’opportunità di produrre una massa monetaria senza alcuna corrispondenza con le proprie riserve auree, alimentando in tal modo una forma più raffinata, rispetto ai tempi di Marx, di produzione di capitale fittizio. Questa opportunità è stata ampiamente sfruttata dagli Stati Uniti nel corso degli anni sessanta del secolo scorso, ma eravamo solo all’inizio di un lungo processo ancora in atto.

Nell’agosto del 1971 gli Stati Uniti, alle prese con una crisi economica pesantissima originatasi a causa dell’operare della legge sulla caduta dei saggi di profitto industriali, rompono unilateralmente gli accordi di Bretton Woods dando avvio alla stagione dei cambi flessibili. I cambi tra le divise del mercato monetario internazionale sono liberi di fluttuare, in rapporto ad alcuni parametri macroeconomici, e il dollaro non è più convertibile in oro. Una vera e propria rivoluzione che ha offerto alla banca centrale statunitense l’opportunità di creare capitale fittizio, nella sua forma di liquidità monetaria, senza più avere il limite di garantire la convertibilità in oro. Se gli accordi di Bretton Woods hanno limitato di fatto la crescita della produzione di liquidità monetaria degli Stati Uniti, in quanto la stessa doveva essere subordinata alla capacità di garantire la sua convertibilità in oro, dagli inizi degli anni settanta gli Usa hanno potuto inondare il mondo di dollari e scaricare in tal modo sul resto del pianeta l’inflazione che si è in tal modo generata.

La fine degli accordi di Bretton Woods non segna l’inizio del declino del dollaro come moneta principale del sistema finanziario mondiale. Il suo dominio permane e addirittura si rafforza negli anni seguenti tanto che agli inizi del decennio successivo, con l’avvento al potere del presidente Reagan, il biglietto verde è uno degli strumenti più efficaci attraverso il quale si esercita il dominio imperialistico degli Stati Uniti[5]. Il dollaro è lo strumento attraverso il quale gli Stati Uniti attraggono nella propria orbita capitali da ogni angolo del pianeta. Tale processo trasforma gli USA da grande potenza industriale nel più grande centro finanziario del mondo e lo strumento migliore per attrarre capitali da ogni angolo del pianeta è appunto il dollaro. Ciò avviene per il semplice fatto che la moneta statunitense, anche dal momento in cui non è più convertibile in oro, ha mantenuto la sua funzione nell’ambito dei mercati monetari internazionali e nelle riserve valutarie delle banche centrali del pianeta. Gli scambi nel mercato internazionali utilizzano esclusivamente il dollaro come parametro monetario[6] e le riserve valutarie delle banche centrali a tutt’oggi sono rappresentate in una grossa percentuale nella moneta statunitense. Per gli Stati Uniti il vantaggio che ne deriva dal ruolo svolto dal dollaro è enorme in termini di rendita finanziaria, in quanto offre loro la possibilità di stampare carta moneta che circolerà sui mercati internazionali ricevendo in cambio dal resto del mondo merci e servizi.

Ad alimentare il signoreggio del dollaro sui mercati internazionali in questi ultimi decenni è stato il suo strettissimo legame con il prezzo del petrolio. Le guerre per il petrolio combattute in questi ultimi decenni hanno trovato le loro più intime ragioni nella rendita petrolifera che gli Stati Uniti incassano proprio per il fatto che l’oro nero viene venduto sui mercati mondiali solo ed esclusivamente in dollari[7].

Ma è nel meccanismo del circuito finanziario che vanno colte le nuove forme del dominio imperialistico americano. Forme che sono ovviamente diverse rispetto a quelle che ha analizzato Lenin all’inizio del secolo scorso. Infatti mentre ai tempi del rivoluzionario russo uno degli strumenti più raffinati con cui si è esplicato il potere imperialistico è stata l’esportazione del capitale, con la creazione di un notevole surplus nella bilancia dei pagamenti, oggi gli Stati Uniti sono il paese più indebitato al mondo e non per questo sono vittime dell’imperialismo. Gli elementi di novità consistono nel fatto che l’imperialismo ha affinato i propri strumenti e uno dei più efficaci è proprio quello di riuscire ad attrarre nella propria orbita capitali e merci da tutto il mondo. Tutto questo si è potuto realizzare proprio attraverso la loro capacità di produrre capitale fittizio, alimentando in tal modo un meccanismo con il quale gli Stati Uniti creano debiti che vengono finanziati dal resto del mondo.

Semplicemente stampando dollari gli Stati Uniti s’assicurano la possibilità di attrarre capitali da ogni angolo del pianeta a tassi d’interesse notevolmente più bassi rispetto a quelli che si avrebbero se il dollaro non svolgesse l’attuale sua funzione. E’ grazie a tale meccanismo che gli Stati Uniti sono finora riusciti a sostenere contemporaneamente un deficit commerciale e un debito pubblico che in questi ultimi anni è diventato una vera e propria montagna di dollari.

La crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ha aperto una nuova fase in cui si sono inceppati i meccanismi attraverso i quali gli Stati Uniti hanno cercato di sostenere la propria economia attraverso l’esasperazione della produzione di capitale fittizio. Per oltre due decenni le contraddizioni dell’economia mondiale e statunitense in maniera particolare, derivanti dall’operare della legge della caduta dei saggi di profitto nelle attività industriali, sono state affrontate attraverso la creazione di strumenti finanziari altamente speculativi. La normativa che è stata varata in questi ultimi anni è stata sempre tesa a favorire la creazione di capitale fittizio, eliminando tutta una serie di norme che di fatto limitavano la creazioni di strumenti finanziari. Dai contratti “pronto contro termine” soggetti al controllo degli organismi di borsa, si è passati in questi anni alla creazione di strumenti finanziari che non hanno alcun rapporto con la realtà produttiva e non soggetti ad alcun tipo di controllo.

La parola magica che ha permesso di centuplicare la produzione di capitale fittizio è cartolarizzazione meccanismo che ha di fatto rotto le barriere tra le banche tradizionali e il nebuloso mondo della finanza. Il meccanismo della cartolarizzazione è abbastanza semplice è consiste nel prendere i mutui o prestiti concessi ad aziende e cederli ad un terzo soggetto il quale li trasformerà in titoli da vendere sul mercato. Vediamo come descrive il fenomeno della cartolarizzazione Marco Panara nel suo ultimo libro “Non è un’operazione complicatissima, si prendono cento mutui per un ammontare di 10 milioni di dollari, li si impacchetta e si trasforma il debito che i mutuatari hanno nei confronti della banca in debiti nei confronti del soggetto al quale la banca ha ceduto quei mutui. Questo soggetto ha quindi un credito di 10 milioni, a fronte del quale emette 100 mila titoli da 100 dollari l’uno, i quali saranno remunerati e rimborsati man mano che i mutuatari pagheranno le loro rate. La banca, che da sempre aveva prestato denaro in cambio di un determinato interesse e assumendo su di sé il rischio della mancata restituzione, cambia pelle e quel credito, con i rischi e il rendimento connesso, lo trasferisce ad altri, a una platea di indiscriminati investitori che acquisteranno quei titoli come una qualsiasi obbligazione bancaria o societaria.[8]

Grazie alla cartolarizzazione è proliferata la produzione di capitale fittizio; CMO (Collateralized Mortage Obbligations), CDO (Collateralized Debt Obbligations) o CDS (Credit Default Swap) sono solo alcune sigle che indicano l’evoluzione di questi strumenti finanziari che alimentano un mercato che è pari a quattro volte l’intero Pil mondiale. Una montagna di denaro che vaga nel mondo della finanza per la finanza che secondo dei calcoli, approssimativi per difetto, supera l’astronomica cifra di 200 mila miliardi di dollari[9].

Lo scoppio di quest’ultima bolla speculativa ha infranto i sogni di coloro che pensavano di poter  spingere la produzione di capitale fittizio all’infinito senza minimamente preoccuparsi di sostenere la produzione di plusvalore. Il castello di sabbia costruito in questi anni sul debito è crollato nel momento in cui una fascia consistente di cittadini americani, affamati dalla crisi e dall’innalzarsi dei tassi d’interesse, non ha avuto più la possibilità di pagare le rate dei mutui sulle case. Il mondo della finanza s’è scoperto fragile e con bilanci infestati di crediti che valevano quanto carta igienica usata.

Come è stata affrontata la crisi

Sui meccanismi tecnici che hanno portato al collasso finanziario del 2008 rinviamo a quanto già scritto[10] in altra sede, qui ci interessa analizzare i modi in cui è stata finora affrontata per capire l’evoluzione della crisi e gli impatti sociali della stessa. In piena crisi finanziaria sono stati in molti a ipotizzare che per il capitalismo l’unica via d’uscita sarebbe stata quella di riproporre una politica economica di tipo keynesiana[11]. I più audaci hanno sostenuto la necessità di farla finita con l’espansione delle attività finanziarie, per rilanciare i settori agricolo ed industriale. Il paladino di questa nuova politica economica è stato il presidente statunitense Barak Obama. La sua campagna elettorale e il suoi primi giorni del mandato sono stati incentrati nell’evidenziare i guasti determinati dal partito repubblicano notoriamente propenso a sostenere Wall Street, l’economia finanziaria, rispetto a Main Street, l’economia reale. Chi ha creduto che con Obama iniziasse una nuova fase è rimasto profondamente deluso.

Il piano di salvataggio varato dal governo Bush e sostanzialmente confermato dal nuovo presidente democratico di 800 miliardi di dollari è servito a evitare che il sistema finanziario statunitense e mondiale crollasse sotto i colpi dello scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime. Al di là delle dichiarazioni formali gli interventi dei vari governi su scala planetaria sono stati tutti incentrati nel sostenere, con garanzie pubbliche, il sistema finanziario mondiale iniettando miliardi di dollari ed euro di liquidità monetaria per affrontare la recessione economica che è seguita allo scoppio della bolla speculativa. Nessun ritorno a Keynes è stato tentato in questi due anni di crisi mondiale, anzi le politiche di salvataggio del sistema finanziario sono state accompagnate da un feroce attacco allo stato sociale e alla riduzione del costo della forza lavoro. Altro che incremento della spesa pubblica a sostegno della domanda aggregata, come sosteneva l’economista inglese, ma completo sostegno da parte dello stato al sistema finanziario e compressione della domanda interna.

Ma sarebbe un grave errore considerare la strada scelta dalla borghesia internazionale come una scelta ideologica, in realtà è imposta dalle stesse contraddizioni del modo di produzione capitalistiche. Un ritorno a Keynes presupporrebbe che le attività industriali fossero in grado di sostenere l’intero processo d’accumulazione, attraverso adeguati saggi di profitto. In realtà lo sviluppo del capitalismo e lo spaventoso aumento della composizione organica del capitale[12] hanno determinato che i saggi di profitto delle attività industriali siano sempre più bassi, da qui, come abbiamo cercato di evidenziare lungo tutto il nostro lavoro, la spinta alla creazione di nuovi strumenti finanziari che hanno lo scopo di alimentare la creazione di capitale fittizio. L’attuale crisi economico-finanziaria è stata affrontata con gli stessi strumenti e le stesse politiche che hanno creato in questi anni l’affermarsi della gigantesca bolla speculativa. Non un solo dollaro o euro utilizzato dai vari governi in questi ultimi due anni è servito a sostenere la ripresa delle attività produttive, ma i tanti miliardi utilizzati nella gestione della crisi hanno preso la strada del mondo della finanza e della speculazione.

Giusto per fare un solo esempio, i quasi duemila miliardi di dollari finora stanziati dal governo statunitense e dalla Federal Reserve sono stati utilizzati dalle varie istituzioni finanziarie per sfruttare il differenziale tra i tassi d’interesse che loro devono dare alla banca centrale (di fatto prossimo allo zero) e i tassi d’interesse dei titoli di stato. Un modo semplice per alimentare le attività speculative.

Le dinamiche della crisi e i meccanismi di gestione della stessa messi in atto dai vari governi, hanno determinato da un lato il formarsi di giganteschi debiti pubblici e dall’altro un attacco ferocissimo e senza precedenti alle condizioni di vita e di lavoro per miliardi di proletari. I conti pubblici di quasi tutti gli stati del pianeta hanno visto crescere le voci passive proprio a causa degli aiuti elargiti alle istituzioni finanziarie e per sostenere ancor di più il mondo della finanza i governi hanno imposto pesantissimi tagli allo stato sociale e alla spesa pubblica. Tutto il contrario di quello che sosteneva appunto Keynes. Se nella prima fase della crisi la borghesia ha dovuto gestire le difficoltà delle varie istituzioni finanziarie, i cui bilanci soffrivano a causa della presenza di titoli “spazzatura”, nel corso del 2009 e soprattutto nel 2010 sono stati i bilanci pubblici a raggiungere livelli di deficit così elevati da determinare tagli draconiani alla spesa pubblica e impattando negativamente sulla domanda aggregata. Proprio l’esplodere dei deficit pubblici di alcuni paesi europei, come la Grecia e l’Irlanda, hanno determinato che la speculazione finanziaria si concentrasse sulla moneta unica europea scommettendo su un suo ribasso. Con la scusa di sostenere il corso dell’euro e salvare dalla speculazione la moneta unica, nello scorso mese di maggio i governi dell’Unione Europea hanno approvato una manovra economica che ha tagliato in tutti i paesi aderenti la spesa pubblica e, per la prima volta nella storia del capitalismo, gli stipendi monetari del pubblico impiego.

L’attuale crisi è quindi gestita attraverso un continuo sostegno alle attività finanziarie e attaccando il mondo del lavoro. D’altronde la crescita senza precedenti delle più svariate forme di capitale fittizio necessariamente si deve accompagnare alla contrazione del costo della forza lavoro, altrimenti come sarebbe possibile remunerare una massa sempre crescenti di capitali? Se una massa sempre crescente di capitali (fittizi) vaga sui mercati mondiali nel tentativo di valorizzarsi senza che gli stessi contribuiscano ad alimentare la produzione di plusvalore, unica linfa vitale del processo d’accumulazione, è del tutto evidente che il meccanismo speculativo si debba obbligatoriamente accompagnare alla drammatica compressione del costo della forza lavoro. E’ attraverso tale compressione, che si sostanzia in riduzioni dei salari e in vertiginosi aumenti dei livelli della produttività del lavoro, che la massa di capitali fittizi può sperare di ottenere una parte nella spartizione del bottino derivante dallo sfruttamento del lavoro salariato.

Quali prospettive?

Per comprendere quali sviluppi attende ancora la crisi economica attuale dobbiamo ancora una volta guardare verso gli Stati Uniti. E’ verso il cuore dell’imperialismo mondiale che si stanno concentrando tutta una nuova serie di contraddizioni pronte ad esplodere da un momento all’altro. Per rilanciare la propria economia il presidente Barak Obama ha inondato il mercato di dollari, alimentando una vera e propria guerra tra le principali monete del pianeta. Nei giorni immediatamente precedenti il summit del G20 che si è tenuto nel mese di Novembre 2010 in Corea, il governo americano con un operazione di quantitative easing[13] ha immesso sul mercato una massa monetaria di dollari pari a 600 miliardi. Operazione che ha avuto la conseguenza di svalutare ulteriormente il valore della moneta americana e creando fortissime tensioni con la Cina e la Germania, i due paesi che più degli altri risentono in termini commerciali delle oscillazioni del dollaro. Stampare moneta per comprare titoli del proprio debito pubblico è l’ultima trovata per cercare di rilanciare l’economia, in quanto la leva dei tassi d’interesse è di fatto inutilizzabile in quanto questi sono pari allo 0%; la creazione di liquidità è possibile soltanto attraverso un anticipo di denaro a fronte di un debito futuro. Ancora una volta creazione di capitale fittizio basato sul debito.

A differenza di quanto affermano gli economisti borghesi la manovra statunitense di iniettare nel mercato una quantità enorme di liquidità ha la funzione di svalutare il dollaro non tanto per rilanciare le proprie esportazioni quanto per svalutare il proprio debito scaricando quindi sul resto del mondo la propria crisi. Il deficit commerciale americano, che nell’ultimo mese ha raggiunto la cifra record di quasi 80 miliardi di dollari, è determinato da un sistema produttivo non più in grado di reggere la concorrenza di paesi come la Cina e la stessa Germania. Tali difficoltà non sono affatto determinati dall’apprezzamento del dollaro rispetto alle altre monete quanto dall’obsolescenza dei propri apparati produttivi e dallo stato di abbandono in cui versano le infrastrutture del paese. Le rimostranze cinesi e tedesche in occasione del vertice del G20 non sono dovute alle difficoltà che incontreranno nell’esportare negli Stati Uniti a causa della svalutazione del dollaro, quanto per il fatto che ancora una volta attraverso la svalutazione della proprio moneta gli Usa cercano di scaricare sul resto del mondo i costi della propria crisi. Gli oltre duemila miliardi di dollari di riserve valutarie possedute dalla banca centrale cinese, proprio a causa delle immissioni di liquidità della Federal Reserve, subiranno una pesantissima svalutazione. Le formiche cinesi, che hanno accumulato riserve valutarie grazie alle loro esportazioni, si trovano ora nella spiacevole situazione di vedere i loro risparmi svalutarsi in virtù di scelte che dipendono solo ed esclusivamente dal governo e dalla banca centrale statunitense.

In ciò consiste ancora la forza dell’imperialismo americano, far dipendere dalle proprie scelte l’intero corso dell’economia mondiale. La guerra tra le monete che si sta combattendo in questi mesi sui mercati valutari mondiali e la faccia visibile di uno scontro imperialistico che vede da un lato il dollaro cercare di mantenere la sua funzione dominante, nonostante la propria svalutazione, e dall’altro lato paesi come la Cina che iniziano ad ipotizzare di costituire le proprie riserve valutarie utilizzando monete alternative al dollaro. Il quadro che si sta delineando su scala mondiale è caratterizzato da un lato dalla continua rincorsa al ribasso del costo della forza lavoro e della conseguente riduzione della domanda, e dall’altro lato dal tentativo di recuperare attraverso le esportazioni ciò che si è perso a causa della contrazione della domanda interna. L’attuale guerra delle monete ha assunto anche questo significato e le continue minacce di innalzare dazi doganali testimonia di una tensione internazionale sempre crescente.

Rispetto al recente passato gli Stati Uniti, pur rimanendo ancora la prima potenza finanziaria del mondo, trovano notevoli difficoltà nello scaricare sul resto del mondo le contraddizioni della propria crisi. Mentre nei decenni passati gli Stati Uniti hanno imposto agli altri paesi di pagare il salatissimo conto della crisi economica, utilizzando la forza del dollaro e mandando gli eserciti in ogni angolo del pianeta ove si richiedeva la sua presenza, oggi molte armi a disposizione degli Usa sono meno efficaci. Basta solo riflettere sul fatto che negli ultimi anni si sono create le premesse teoriche affinché il dollaro possa essere scalzato dal suo ruolo dominante da monete come l’euro. L’eventuale ridimensionamento del dollaro avrebbe delle conseguenze economiche internazionali non di poco conto, soprattutto se consideriamo che gli Stati Uniti possono mantenere tali livelli di consumo, alimentando in tal modo la spinta alla crescita dell’intera economia mondiale, solo grazie alla potenza imperialistica del dollaro. Se si contraggono i consumi americani che fine faranno le imprese cinesi che in quel mercato esportano? Questa è solo una dei tanti interrogativi che si pongono rispetto a quello che ci prospetta l’immediato futuro.

Ovviamente il percorso in atto, che vedrà in ogni caso sempre di più il capitale attaccare le condizioni del proletariato mondiale, sarà fortemente contraddittorio e il declino americano, un processo già avviatosi in questi ultimi decenni, senza una vera alternativa all’attuale modo di produzione, rischia di trascinare l’intera umanità nei secoli bui di un nuovo “medioevo capitalistico”.

Lorenzo Procopio



[1] Con il trattato di Bretton Woods, firmato nella piccola cittadina statunitense nel lontano 1944 quando le sorti del secondo conflitto mondiale volgevano a  favore delle potenze alleate, Stati Uniti, Inghilterra e pochi altri paesi buttavano le basi del nuovo sistema monetario internazionale. Nasceva il dollar standard grazie al quale le monete degli altri paesi potevano essere scambiate in dollari secondo una parità prestabilita, con una leggera banda di oscillazione, e il dollaro poteva essere a sua volta eventualmente scambiato in oro secondo un rapporto di 35 dollari per un oncia d’oro. Nell’agosto del 1971 gli Stati Uniti hanno prima svalutato il dollaro rispetto all’oro e poco dopo dichiarato l’inconvertibilità della moneta americana. Questo ha segnato la fine del sistema monetario basato sui cambi fissi e si è aperta la strada verso un sistema dominato dalle nuove forme di capitale fittizio.

[2] Per una disamina più approfondita su questi aspetti si rimanda al nostro libro “La crisi del Capitalismo. Il crollo di Wall Stret” pubblicato nel giugno del 2009 dall’Istituto Onorato Damen.

[3] Karl Marx “Il Capitale – libro terzo – Ed Editori Riuniti pag. 292”

[4] Il sistema monetario creato a Bretton Woods, basato appunto sulla centralità del dollaro nel sistema valutario internazionale.

[5] Sull’argomento è possibile fare un approfondimento attraverso la lettura di numerosi articoli pubblicati sulla Rivista Prometeo, apparsi negli anni ottanta e novanta del secolo scorso. E inoltre utile la lettura del nostro libro “La crisi del capitalismo. Il crollo di Wall Street” ed. Istituto Onorato Damen.

[6] In questi ultimi anni alcuni paesi, tra i quali l’Iran, ha più volte sostenuto la necessità di vendere il proprio greggio in una moneta diversa dal dollaro. La Russia da qualche anno ha rinunciato al dollaro e si fa pagare il petrolio direttamente in rubli. Ma questo è un fenomeno che è appena iniziato e che testimonia di un inesorabile declino degli Stati Uniti.

[7] Per approfondire gli aspetti tecnici sul legale prezzo del petrolio e corso del dollaro rinviamo ai numerosi articoli apparsi negli ultimi decenni sulla rivista Prometeo. Interessante è anche la lettura del libro di Conti e Fazi “Euroil. La borsa iraniana e il declino dell’impero americano” Fazi editore.

[8] Marco Panara “La malattia dell’occidente. Perché il lavoro non vale più?” Edizione Laterza anno 2010 pagg. 84-85

[9] Marco Panara Op. Cit. pag. 64

[10] Vedi nota 2

[11] E’ la tesi sostenuta anche da Joseph E. Stiglitz nel suo ultimo libro “Bancarotta. L’economia globale in caduta libera”- Einaudi 2010.

[12] Il rapporto organico del capitale rappresenta il rapporto tra il capitale costante (macchinari, materie prime, impianti produttivi ecc) e capitale variabile (capitale utilizzato nell’acquisto della forza lavoro). L’aumento del rapporto organico del capitale è all’origine della legge della caduta del saggio medio del profitto.

[13] Alleggerimento quantitativo, che consiste nello stampare moneta per comprare titoli di stato.

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