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Il dominio della finanza

Creato: 08 Settembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3158

[EN]

Dal 1980 al 1992, mentre la crescita lorda di capitale fisso nei paesi Ocse è stata mediamente del 2,3%, quella di capitale finanziario è stata del 6%[1]. Contemporaneamente le transazioni finanziarie hanno raggiunto una dimensione tale che ormai "solo il 2 per cento dei movimenti di capitali corrisponde agli scambi di beni e servizi".[2] Nella stragrande maggioranza, gli economisti borghesi e gli operatori finanziari, di fronte al dilagare di questo fenomeno, anche quando esso è foriero di profonde crisi come quella che di recente si è abbattuta sui mercati finanziari asiatici, lo esaltano immaginandolo al contempo come un vero e proprio Eldorado, una nuova inesauribile fonte di arricchimento e di sviluppo e un fenomeno naturale al pari della pioggia e della siccità che però trova nel mercato le forze capaci di arginarlo e di ripristinare il punto di equilibrio ogni qual volta si verificano eccessi in un senso o nell'altro. In pochi, invece, avvertono i rischi che gli sono impliciti e sollecitano interventi correttivi prima che esso esploda. Da qualche tempo, fra questi ultimi vale la pena di segnalare la presenza del noto finanziere e speculatore statunitense Soros. " Se - ha avvertito in un recente intervento sulla stampa statunitense - non rivedremo il nostro concetto, il nostro modo di intendere il mercato, andremo incontro a un collasso perché stiamo creando mercati finanziari globali senza averne compreso la natura. E' diffusa l'idea, basata su una teoria sbagliata, che i mercati, abbandonati ai loro propri meccanismi, tendano all'equilibrio"[3] e sollecita, per dare stabilità ai mercati una loro "regolamentazione internazionale". Però, se è vero che è sbagliata l'idea che i mercati · tendano per virtù propria all'equilibrio, altrettanto lo è quella che ritiene che una loro regolamentazione in chiave stabilizzatrice sia possibile e sufficiente a ricondurre la sfera finanziaria e la speculazione a essa connessa in ambiti più ristretti e tali da non esporre il sistema nel suo complesso al rischio di un crollo verticale. In realtà, entrambe prescindono dal fatto che le spinte alla crescita e alla mondializzazione della sfera finanziaria traggono origine dalle contraddizioni del processo di accumulazione capitalistica che hanno determinato, sul finire degli anni sessanta, una caduta del saggio medio del profitto di dimensioni tali da indurre un numero e una massa crescente di capitali a cercare la propria remunerazione nella speculazione.

L'appropriazione parassitaria di plusvalore, marginale fino a quando i capitali hanno trovato adeguata remunerazione come capitale industriale, è andata via via crescendo rompendo tutti gli argini che erano stati appositamente costruiti nella prima metà degli anni trenta e all'indomani della seconda guerra mondiale determinando modificazioni cosi profonde nei sistemi monetari e nelle interconnessioni fra questi e i mercati finanziari mondiali da configurare il fenomeno della prevalenza della sfera finanziaria e della sua mondializzazione non già come fenomeno occasionale, un'anomalia ( e perciò delimitabile con l'introduzione di opportune correzioni amministrative), ma l'approdo a cui è pervenuto il processo di appropriazione del plusvalore in questa fase del capitalismo .

Dalla moneta merce alla moneta di credito

La moneta "non è qualcosa che cade dal cielo ( come <<la manna celeste>>, come vorrebbe farci credere Milton Friedman, il celebre economista conservatore...) ma, al contrario, si tratta di un'istituzione sociale molto complessa soggetta a cambiamenti storici."[4] che non può - aggiungiamo noi - non obbedire alle istanze di conservazione del sistema, adattandosi plasticamente alle esigenze di valorizzazione del capitale così come vanno determinandosi in relazione al grado di sviluppo delle forze produttive e, in quest'ambito, all'andamento del ciclo di accumulazione del capitale. D'altronde lo stesso sistema dei lacci e dei lacciuoli, ovvero della finanza amministrata, aveva sostituito, sotto la spinta della grande crisi del 1929, il sistema incentrato sui biglietti convertibili ancorato all'oro che, pur avendo assicurato per un lungo periodo di tempo una notevole stabilità, a un certo punto, non fu più in grado di soddisfare le nuove esigenze del processo di accumulazione capitalistica così come andavano configurandosi con lo sviluppo della grande industria e della produzione industriale su vasta scala. Per questo, nel 1931 con il New Deal di Roosvelt negli Stati Uniti, e poi via via in tutti gli altri pesi, si diede vita a un sistema monetario più flessibile incentrato sulla moneta di credito o bancaria in sostituzione della moneta-merce ·, come poteva in definitiva essere considerata quella su cui faceva perno il sistema precedente, passando così da un sistema di regolamentazione endogena della massa monetaria a un sistema di regolamentazione amministrato direttamente dallo stato tramite la banca centrale. "Le banche centrali come la Federal Reserve negli Stati Uniti potevano intervenire direttamente sull'offerta di moneta modificandone la quantità in circolazione, o indirettamente, regolando la creazione di moneta da parte delle banche commerciali (Emissione di assegni bancari garantiti da prestiti concessi con quote di capitali depositati presso di loro, anticipazioni su titoli di credito ecc. ndr). Ma nel momento stesso in cui il nuovo sistema monetario assegnava un ruolo centrale alla moneta bancaria, esso controbilanciava la natura fondamentalmente instabile della creazione di moneta motivata dai profitti delle banche commerciali con un complesso di regolamenti che separavano queste ultime dagli altri intermediari finanziari e che, contrariamente alle pratiche di altri paesi industrializzati (Germania, Francia e Giappone) limitava fortemente a queste ultime l'accesso ai mercati obbligazionari del paese. Gli strumenti di politica monetaria, quali le operazioni di mercato aperto (il collocamento dei buoni del tesoro) o la regolazione della remunerazione dei depositi e gli interessi sui prestiti, con tassi massimi prefissati, hanno permesso alla Fed di mantenere i tassi di interesse bassi garantendo nello stesso tempo alle banche un differenziale di rendimento utile fra la remunerazione dei depositi e i tassi dei prestiti." [5]

La creazione di moneta sotto il controllo della banca centrale, risultò essere funzionale alle esigenze di espansione del - per usare un'espressione oggi di moda - nascente regime di accumulazione fordista poiché consentì di canalizzare ingenti masse di capitale finanziario verso lo sviluppo della base produttiva sia mediante il finanziamento in deficit della spesa pubblica e la concessione di crediti agevolati, sia aumentando la capacità di spesa dei consumatori con la concessione di prestiti a basso tasso di interesse. Inoltre, con gli accordi di Bretton Woods, sottoscritti nel 1943, anche il sistema dei pagamenti internazionali fu in qualche modo incentrato sulla moneta di credito amministrata dallo Stato visto che il dollaro, anche se dichiarato convertibile con l'oro in rapporto di 35$ per oncia, era di fatto inconvertibile e poteva essere scambiato con le altre valute a un tasso di cambio prefissato secondo le regole previste dall'accordo. Nei paesi industrializzati dell'occidente, difficilmente si sarebbe avuto il poderoso sviluppo degli anni '50 e '60 se l'economia non si fosse avvalsa della duttilità del nuovo sistema di regolazione della massa monetaria e della stabilità finanziaria internazionale garantita dal regime dei cambi fissi.

La crisi della finanza amministrata e la liquidazione di Bretton Woods

Quando alla fine degli anni '60, negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo industrializzato, la discesa del saggio medio del profitto assunse una rilevanza statistica anche in termini assoluti, questo sistema che era unanimemente ritenuto il toccasana con cui il capitalismo era riuscito a sconfiggere le sue stesse contraddizioni, mostrò le prime crepe. Nella generale convinzione che il calo dei profitti e dei salari fosse un fatto congiunturale che sarebbe stato riassorbito di li a poco, la Fed, per sostenere la domanda aggregata in funzione prociclica, ribassò i tassi d'interesse favorendo l'indebitamento sia pubblico sia privato. Le banche, a loro volta, per contenere la diminuzione dei profitti, aggirarono i limiti imposti dalla Fed nella concessione di prestiti, creando nuovi strumenti monetari a breve termine (vendite con patto di riscatto, certificati di deposito negoziabili ecc.). L'indebitamento contratto dalle banche statunitensi in queste nuove forme passò dal 2 per cento dell'intero passivo nel 1965 al 21 per cento nel 1978, dando vita a un vero e proprio processo di creazione di moneta di credito fuori dal controllo governativo.[6] Altresì, la diffusa presenza nei diversi settori produttivi di posizioni monopolistiche e oligopolistiche rese possibile a molte imprese la difesa dei propri margini di profitto mediante l'aumento dei prezzi dei prodotti finiti. Stagnazione e dilatazione della massa monetaria, incentivata dalla crescita dell'indebitamento, provocarono la contemporanea crescita dell'inflazione e della disoccupazione dei fattori produttivi. Il fenomeno, mai osservato prima, tanto che venne indicato facendo ricorso a un neologismo stagflazione (stagflation), consentì una gestione morbida della crisi evitando crolli verticali, ma attivò dinamiche dirompenti che avrebbero fatto emergere di li a poco altre e non meno laceranti contraddizioni. Un ruolo importante nella genesi e nella gestione della stagflazione ha svolto lo stato che nella sua duplice veste di debitore e, in quanto produttore di moneta di credito, di creditore di ultima istanza - come sottolinea il già citato Guttman - " ha permesso la socializzazione delle perdite private e dei rischi dividendoli fra tutti coloro che utilizzavano la moneta nazionale. Un tale tampone monetario ha per altro reso più soffice l'aggiustamento brutale legato alla deflazione dell'indebitamento, evitando la distruzione massiccia di capitale che era stata una caratteristica delle precedenti depressioni economiche"[7] La continua crescita della massa monetaria senza una corrispondente crescita sia economica sia delle riserve auree, come previsto dagli accordi di Bretton Woods, determinò una sopravvalutazione del dollaro di dimensioni tali da compromettere l'intero impianto del sistema dei cambi fissi. Già a partire dalla fine degli anni sessanta, con i primi segni di flessione del saggio medio del profitto, soprattutto le grandi imprese multinazionali statunitensi e, in misura minore quelle britanniche, incontrando crescenti difficoltà nella messa in valore del capitale investito nella sfera produttiva, cominciarono a trattenere una quota crescente dei profitti realizzati all'estero presso le banche londinesi nel cosiddetto settore off-shore dando vita al mercato dell'eurodollaro, un vero e proprio mercato finanziario parallelo a quello ufficiale caratterizzato da una forte vocazione alla speculazione. Il dollaro sopravvalutato era un occasione troppo ghiotta perché fosse lasciata cadere, tanto più che per il riequilibrio delle parità fra il dollaro e le altre valute dei paesi più industrializzati, premevano potenze come Giappone e Germania costrette, per pagare le loro importazioni soprattutto di petrolio, ad acquistare dollari a un prezzo più alto del loro reale valore assorbendo di fatto una buona parte dell'inflazione statunitense. Ondate speculative sempre più imponenti cominciarono così ad abbattersi sull'ormai fragile sistema dei pagamenti incentrato sul regime dei cambi fissi. Nel tentativo di arginare le ondate speculative ribassiste contro il dollaro, il presidente Nixon, dapprima, nell'agosto del 1971, decretò anche ufficialmente l'inconvertibilità della moneta statunitense, e poi, nel marzo 1973, denunciò gli accordi di Bretton Woods liquidando il sistema dei cambi fissi. La svalutazione del dollaro che ne consegui diede un certo respiro all'apparato industriale statunitense, ma accelerò il processo inflazionistico che raggiunse tassi a due cifre. E l'inflazione, se da un lato consentiva di tamponare in qualche modo la diminuzione dei profitti industriali mediante la crescita dei prezzi e la svalutazione automatica dei salari, dall'altro attivò una sorta di "processo di accumulazione nominale..."[8] come conferma la tabella 1 che mostra la progressiva divaricazione percentuale fra il tasso di crescita del PNL e quello del livello generale dei prezzi nei principali paesi industrializzati.

Tabella 1

Crescita economica e inflazione nei principali paesi industrializzati*

1970-79

1980-89

1990-95

Crescita del PNL %

3,6

2,8

2,0

Aumento prezzi %

10,7

5,1

3,3

* Sati Uniti, Giappone, Francia, Italia, Gran Bretagna e Canada - Fonte Ocse

A un certo punto anche il capitale finanziario, stretto nella morsa della svalutazione monetaria e dei bassi tassi di interesse reali ( vedi tabella 2), vide compromessa ogni possibilità di autovalorizzazione e incrementò la pressione sulla Fed affinché modificasse radicalmente la propria politica monetaria. E un cambio di rotta si rese necessario anche per fronteggiare meglio il nodo costituito dal doppio deficit della bilancia commerciale e del bilancio pubblico che si andavano accumulando in progressione geometrica. Nell'ottobre del 1979, il grido di dolore venne accolto dall'allora presidente della banca centrale statunitense Volker che pose fina alla lunga stagione dei bassi tassi di interesse avviando un feroce controllo sulla massa monetaria e abolendo tutti i sostegni al credito agevolato. Sei mesi più tardi, con l'abolizione anche dei vincoli sui depositi e i prestiti bancari, il sistema del credito controllato fu liquidato definitivamente.

Tabella 2

Evoluzione dei tassi di interesse reali a lungo termine

(Tassi annuali medi in %)

60-69

70-79

80-89

1990

1991

1992

1993

1994

Francia

1,5

-0,5

6,8

8,2

7,1

7,6

5,2

5,7

Stati uniti

1,1

-0,3

6,5

5,8

5,7

5,0

3,4

3,9

Germania

2,5

3,2

4,9

3,3

4,6

5,6

4,5

4,7

Italia

0,4

-6,1

5,3

9,1

8,8

10,6

8,4

7,2

Gran Bretagna

1,7

-3,0

5,8

7,5

6,7

6,9

5,1

5,6

Giappone

1,2

-0,1

5,2

5,4

5,4

4,7

3,7

3,8

Media G7

0,8

-0,5

6,0

6,2

6,1

5,9

4,3

4,6

La svolta monetarista

L'abbandono del sistema dei cambi fissi e dei tassi agevolati controllati centralmente, diede il via, prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti, a una serie di riforme il cui fine era lo smantellamento delle politiche di sostegno della domanda mediante il finanziamento in deficit della spesa pubblica ritenute responsabili della crisi e ispirate alla teoria economica keynesiana. " Al suo posto, e contro di essa, - scrive l'economista M. Albert - emergono delle nuove correnti... I teorici dell'offerta (supply side economics) e i monetaristi, (che) sotto la guida del gran sacerdote Milton Friedman, propongono una politica che va in senso inverso..."[9] I monetaristi, confondendo o facendo finta di confondere il potere del denaro di trasformarsi in ricchezza con la ricchezza stessa, considerano la sfera finanziaria capace, alla stessa stregua di quella produttiva, di generare plusvalore e poiché, come per gli economisti prericardiani anche per loro il plusvalore si crea nella fase della circolazione delle merci, la libera circolazione del denaro su una scala sempre più ampia avrebbe offerto un nuovo modello per una nuova fase di sviluppo. Prima la Tatcher in Gran Bretagna e poi Reagan negli Stati Uniti si fecero paladini del nuovo pensiero economico rimuovendo ogni ostacolo al libero svolgersi dell'attività economica e finanziaria. Negli Stati Uniti con l'elezione di Reagan "... Vengono intraprese molte riforme spettacolari. E' l'Era (Economic Recovery Act)- scrive ancora A. Michel - che costituisce la punta di diamante di questa politica. Comporta tre elementi essenziali: a) la deregolamentazione nel settore petrolifero, delle telecomunicazioni, del trasporto aereo, della banca, della concorrenza... b) una vasta riforma del sistema fiscale... riducendo la pressione impositiva soprattutto sui redditi più alti. la lotta all'inflazione condotta attraverso il controllo drastico della massa monetaria.... Conseguenza immediata: il costo del denaro si alza, la festa è finita. I tassi di interesse, in effetti, raggiungeranno livelli spettacolari, superando persino il 20 per cento nel 1980 - 1981. Così il dollaro sale, sale, fino a superare la soglia delle 2.000 lire nel 1985."[10] Come si può vedere dalla tabella n° 3, è in questi anni che i tassi di interesse tornano a essere positivi. A questo punto la svolta si è completata: dall'economia incentrata sul sostegno della domanda aggregata mediante il sistema del credito controllato (bassi tassi d'interesse) si passa all'economia incentrata sul sostegno diretto al capitale finanziario, mediante il controllo degli aggregati monetari e la regolazione dei tassi d'interesse e dei cambi affidata al mercato.

Tabella 3

Il rialzo dei tassi di interesse reali americani dopo la liberalizzazione

60-69

70-79

80-89

1990

1991

1992

1993

1994

Francia

1,5

-0,5

6,8

8,2

7,1

7,6

5,2

5,7

Stati Uniti

1,1

-0,3

6,5

5,8

5,7

5,0

3,4

3,9

Germania

2,5

3,2

4,9

3,3

4,6

5,6

4,5

4,7

Italia

0,4

-6,1

5,3

9,1

8,8

10,6

8,4

7,2

Gran Bretagna

1,7

-3-0

5,8

7,5

6,7

6,9

5,1

5,6

Giappone

1,2

-0,1

5,2

5,4

5,4

4,7

3,7

3,8

Media G7

0,8

-0,5

6,0

6,2

6,1

5,9

4,3

4,6

Fonte: Council of Economic advisors. The Economico Report of President, U.S. Government.

NB- I rendimenti del tesoro son ridotti dal deflettore del PIL, i rednimenti delle obbligazioni emesse dalle società private ridotti dall'indice dei prezzi alla produzione, i rendimenti dei prestiti ipotecari ai privati ridotti dell'indice dei prezzi al consumo

Questo mutamento strategico nella politica economica statunitense ha obbedito, in relazione alle esigenze di processo di accumulazione in contrazione, alla stessa logica con cui gli Stati Uniti avevano imposto nel 1945 ad alleati e vinti gli accordi di Bretton Woods: allora, per sfruttare al massimo il vantaggio di essere la più grande potenza industriale del mondo che produceva il 40 per cento dell'intera produzione industriale mondiale, ora per imporre il proprio strapotere finanziario basato su quello che M. Albert chiama il privilegio monetario.

" Dal 1945 (accordi di Bretton Woods) il dollaro serve da moneta di riferimento nelle transazioni internazionali. Esso rappresenta anche la principale moneta delle riserve monetarie delle banche centrali. Che straordinario privilegio imperiale è quello di pagare, prendere in prestito, finanziare le sue spese con la propria moneta! Un privilegio che nei fatti va molto al di là di quanto non si pensi comunemente. L'economista americano John Nueller lo spiega senza giri di parole: Immaginate per un momento che tutte le persone che incontrate accettino in pagamento gli assegni che voi stampate. Aggiungete a questo che tutti i beneficiari dei vostri assegni, sparsi per il mondo, non vadano a incassarli e se ne servono come moneta per pa-gare le proprie spese. Ciò avrebbe per le vostre finanze due conseguenze importanti. La prima sarebbe che , se tutto il mondo accettasse i vostri assegni , non avreste più bisogno di servirvi di moneta, il vostro libretto degli assegni sarebbe sufficiente. La seconda conseguenza sarebbe che prendendo visione del vostro estratto-conto, avreste la sorpresa di scoprirvi un saldo superiore alla somma da voi non spesa. Perché? Per il motivo che si è detto, gli assegni da voi stampati circolerebbero ( da una mano all'altra ) senza mai essere incassati..." A partire da questo ragionamento, Nueller stima che:"gli Stati Uniti hanno potuto disporre di circa cinquecento miliardi di dollari in più rispetto a quelli che hanno riscosso con le tasse pagate dai contribuenti americani e con i titoli sottoscritti dai risparmiatori americani o stranieri... L'America regna dunque sul denaro, il suo e quello degli altri. Il dollaro è a un tempo il segno e lo strumento di questo potere."[11] Esportando la propria inflazione e poi con la politica degli alti tassi di interesse e del sostegno all'offerta anziché alla domanda aggregata, gli Stati Uniti, hanno completato un percorso che li ha portati a spostare il fulcro della loro egemonia dalla potenza del loro apparato industriale a quello del loro potere finanziario. Grazie agli alti tassi d'interesse, il rischio di un crack finanziario di dimensioni colossali fu evitato. Il finanziamento del debito pubblico poté essere garantito dall'afflusso dei surplus di capitali accumulati soprattutto da giapponesi e tedeschi grazie agli attivi delle loro bilance commerciali e dalla gran massa di euro e petrodollari in circolazione. Qualunque altro Stato che avesse adottato una simile politica sarebbe rimasto strozzato da tassi di quella dimensione, ma gli Stati Uniti potendovi far fronte con la semplice emissione di assegni stampati da loro stessi, ne trassero invece enormi vantaggi. I paesi del cosiddetto terzo mondo, che fino allora erano stati inondati di dollari inflazionati si trovarono improvvisamente costretti a fronteggiare una vertiginosa rivalutazione del loro debito estero e degli interessi che gravavano su di esso. L'incremento fu di tali dimensioni che da importatori divennero esportatori netti di capitali e in molti casi il solo costo del servizio sul debito divenne pari all'ammontare del loro intero PNL.

Il finanziamento della ristrutturazione dell'apparato militare in funzione antisovietica, che assorbì oltre 500 miliardi dollari, non sarebbe stato neppure immaginabile se non si fosse escogitato il modo di scaricarne i costi sulla collettività mondiale. Vantaggi enormi trassero anche le banche. Molte di esse ormai sull'orlo del fallimento a causa della forte esposizione debitoria con i paesi periferici accumulata negli anni precedenti, poterono finalmente rimpolpare i loro profitti e le banche commerciali, grazie all'abolizione dei vincoli previsti dalla precedente legge bancaria, poterono impegnarsi più a fondo nell'investimento finanziario puro. La tabella n°4 mostra le modificazione delle loro fonti di reddito nel periodo 1974 - 1994. Né minori sono stati i vantaggi per la grande industria soprattutto quella facente capo alle grandi multinazionali. Con il dollaro sopravvalutato anche la massa di dollari accumulati mediante quella sorta di processo di accumulazione nominale incentrato sull'inflazione, risultò rivalutata e così esse poterono finanziare il processo di delocalizzazione delle produzioni ad alto contenuto di capitale variabile nelle aree con presenza di manodopera a bassissimo costo e nel contempo rilanciare gli investimenti nei nuovi settori ad alta tecnologia come quello dell'informatica e delle telecomunicazioni. Questi vennero stimolati anche dal progetto di ristrutturazione dell'apparato militare sulla base dell'applicazione della microelettronica e di tutte le tecnologie a essa collegate nel settore bellico. Famoso è rimasto lo scudo spaziale che da solo ha assorbito più di 250 milioni di dollari "il dieci per cento dei quali per la sola ricerca".[12] Tralasciamo qui l'esame delle conseguenze che la svolta monetarista ha avuto nello sviluppo del processo di mondializzazione industriale e la conseguente nuova divisione internazionale del lavoro e liberalizzazione del mercato del lavoro e di cui ci siamo già occupati in nostri precedenti lavori. Qui ci interessa sottolineare le conseguenze che la svolta ha determinato nei rapporti fra la sfera finanziaria e quella industriale. Durante la fase keynesiana la creazione della moneta e dei suoi derivati era stata pensata, organizzata e subordinata allo sviluppo della base produttiva che assicurava una buona profittabilità ai capitali in esso investiti. Il monopolio esercitato dallo stato sulla creazione della moneta era pertanto funzionale alla necessità di mantenere bassi e costanti nel tempo i tassi di interesse (il prezzo della moneta) in relazione alle esigenze di programmazione pluriennale degli investimenti industriali. La determinazione del loro livello, di conseguenza, non poteva essere affidata al mercato ma doveva necessariamente essere controllata in modo da dare certezza alla previsione dei costi programmati e lo stesso per i tassi di cambio. Il tasso di cambio, infatti, non è altro che il prezzo della moneta sul mercato internazionale ed è strettamente correlato al suo prezzo interno ( tassi di interesse); a nulla sarebbe valso il controllo dei tassi di interesse senza un sistema di cambi fissi che consentisse il contenimento delle oscillazioni delle valute entro margini molto ristretti. Viceversa, quando il saggio medio del profitto industriale è sceso ed è stato necessario integrarlo con quote crescenti di extra-profitto, la moneta è stata pensata e organizzata come produttrice di valore. Ma poiché, contrariamente a quanto sostengono i monetaristi, essa può, mediante le sue oscillazioni, solo trasferire il valore fra luoghi e soggetti diversi ma non crearlo, è stato necessario favorirne i movimenti rimuovendo tutti gli ostacoli in modo da rendere possibili le migrazioni di valore da e per ogni luogo. La liberalizzazione del mercato dei cambi prima e quello dei tassi di interesse poi, ha obbedito dunque a precise esigenze di sostegno del processo di accumulazione capitalistica mediante l'appropriazione parassitaria di plusvalore.

Tabella 4

La trasformazione delle fonti di reddito

delle banche commerciali

1974

1994

Finanziamento di mutui a operatori non finanziari

35,7%

22,6%

% di fondi comuni gestiti dalle banche

7,0 %
(1983)

Reddito esclusi gli interessi in % sul totale dei redditi delle banche

21%

34,3%

Fonte Kaufman e Mate (1994)

Da La mondialisation financièr

La crescita della sfera finanziaria

Se da un lato la liberalizzazione, e la conseguente mondializzazione finanziaria, hanno risolto molti dei problemi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (Non bisogna dimenticare che dopo il dollaro, la moneta più usata nei pagamenti internazionali era la sterlina e che Londra è tuttora una delle più importanti piazze finanziarie del mondo), dall'altro hanno dato l'incipit a un processo di espansione della sfera finanziaria senza precedenti nella storia del capitalismo. In un primo momento il contributo maggiore alla crescita della sfera finanziaria e delle attività speculative a essa connesse, è venuto proprio dai governi che per agevolare il finanziamento dei loro deficit di bilancio mediante l'emissione di buoni del tesoro, hanno dato impulso alla nascita di mercati obbligazionari non soggetti a vincoli di sorta e aperti al capitale straniero. In quegli anni, l'indebitamento pubblico subì una vera e propria esplosione. Per esempio quello complessivo dei paesi europei, comprensivo anche di quello delle amministrazioni locali e sociali, passò da una media del 32 per cento del Pil negli anni 1961 - 1973, al 58,8 negli anni 1987 - 1994 e ha raggiunto, nel 1995, il 70,6.[13] Addirittura spettacolare è stata la crescita di quello degli Stati Uniti che è passato dai 1000 mld di dollari del 1980, ai 4000 del 1992 quadruplicando in soli dodici anni il debito accumulato nei due secoli precedenti. Gli Stati Uniti, in particolare, con un debito pubblico pari, secondo il FMI, al 39 e, secondo uno studio della McKinsey, al 50 per cento del debito di tutti i paesi Ocse messi assieme, sono stati il motore propulsore della nascita di quel che F. Chesanais chiama " il regime della dittatura dei creditori", emettendo valanghe di Buoni del tesoro ad alto rendimento. " I mercati obbligazionari pubblici - egli scrive - sono ... divenuti la spina dorsale dei mercati obbligazionari internazionali... il luogo ove sono detenuti circa il 30 per cento degli attivi finanziari mondiali garantiti da rendimenti stabili e liquidi ( la liquidità è assicurata dai mercati secondari dove i titoli sono negoziabili in permanenza).[14]
L'attivo dei fondi pensione statunitensi, per esempio, è balzato da 667,7 mld di dollari nel 1980 a 3571,4 nel 1992 e, secondo dati del Fmi, come quelli appena citati, nei principali paesi Ocse, l'attivo complessivo delle Istituzioni finanziarie (Fondi-pensione, Compagnie d'assicurazioni sulla vita, Compagnie di assicurazioni e Fondi comuni d'investimento), è passato da 1606,9 mld di dollari nel 1980, pari al 59,3 per cento del Pil degli Usa, a 8008,4 mld di dollari nel 1992 pari al 125,6 per cento del Pil Usa e al 165,3 per cento di quello della Gran Bretagna.[15]
Una volta attivatosi, questo imponente mercato finanziario ha agito come una vera e propria calamita per tutte quelle istituzioni che, vivendo della raccolta e della gestione del capitale finanziario, sono perennemente alla ricerca di investimenti ad alto grado di liquidità. In particolar modo i fondi-pensione e i fondi comuni che proprio in quegli anni hanno conosciuto un formidabile sviluppo tanto da costringere, con la loro concorrenza, anche le banche commerciali a una profonda diversificazione dei loro strumenti di raccolta del risparmio e delle fonti di reddito dando, come si può vedere sempre nella tabella n° 4, un forte impulso all'attività dei loro fondi comuni. Un discorso a parte meritano i fondi pensione. Essi hanno avuto origine nel mondo anglosassone come istituzioni private, con la funzione di raccogliere fondi, costituiti dai contributi obbligatori dei lavoratori e delle imprese, allo scopo di garantire ai lavoratori stessi una pensione stabile e sicura. Dato il meccanismo di accumulo obbligatorio, fin quando i posti di lavoro crescevano e il numero dei lavoratori in entrata superava quello in uscita (pensionati), i fondi raccolti erano sempre maggiori delle erogazioni e di conseguenza gli interessi sui montanti accumulati, benché i tassi non fossero molto elevati, erano più che sufficienti a garantire buoni rendimenti alla gestione e stabilità e certezza alle pensioni. Le cose sono cambiate quando il trend occupazionale si è invertito ed è scoppiata l'inflazione. Da un lato, l'inflazione li ha favoriti svalutando il valore delle pensioni rispetto ai contributi versati in precedenza e accrescendone la liquidità; dall'altro, la riduzione dei posti di lavoro comportando anche riduzione della raccolta di fondi li ha spinti sempre più verso l'investimento a breve e ad alta liquidità. Favoriti dal rialzo dei tassi di interesse e dalla rivalutazione del dollaro in breve essi sono diventati il fulcro della finanza e della speculazione internazionale.

I prodotti finanziari derivati

L'enorme crescita della massa di capitale finanziario in cerca di investimenti fortemente redditizi e ad alta liquidità ha avuto come immediato riscontro la trasformazione del mercato in un mercato essenzialmente finanziario e la nascita di una serie di nuovi prodotti finanziari. Ai vecchi contratti a termine, si è aggiunta una nuova linea di prodotti ad alto rischio e ad alto rendimento che hanno fatto dell'economia mondiale un immenso casinò. Alcuni di essi, gli swaps e le opzioni sulle valute, sono nati per limitare i rischi legati alle oscillazioni dei tassi d'interesse e dei tassi di cambio. Altri come i junk bonds (obbligazioni spazzatura), per facilitare le più spericolate speculazioni sul mercato azionario. Per i riflessi che hanno poi avuto sui flussi macroeconomici mondiali, ci soffermeremo soprattutto sulle opzioni azionarie e sulle valute. Dei junk bonds, è sufficiente dire che sono titoli obbligazionari emessi da privati e garantiti dalla sola promessa di un alto guadagno. A fronte della loro emissione non vi è cioè il patrimonio di una impresa industriale o di una società immobiliare, né alcun bene patrimoniale di qualunque tipo, ma solo una promessa basata sulla presunta abilità dell'emettitore di riuscire a sfruttare a proprio favore, e a favore dei sottoscrittori di junk bonds che saranno remunerati con tassi molto elevati, le variazioni delle quotazioni azionarie determinate dall'investimento dei capitali raccolti. Veniamo alle opzioni. Secondo quando tramandano gli storici della filosofia l'inventore delle opzioni sarebbe stato Talete.

Racconta Aristotele che Talete, per smentire le accuse di scarso senso pratico che gli venivano rivolte per la sua perenne distrazione, avendo previsto per quell'anno, in base a suoi calcoli astronomici, un abbondante raccolto di olive, pagò, molto tempo prima della raccolta, il diritto di affittare i frantoi della zona a un canone prestabilito. Al momento della raccolta, poiché la previsione si avverò, la forte domanda di frantoi fece aumentare il canone ed egli subaffittandoli poté lucrare sulla differenza tra il canone pagato e quello riscosso. Se la previsione fosse risultata fallace egli, invece, avrebbe potuto rinunciare ad affittare i frantoi rimettendoci solo la somma versata per garantirsi il diritto di farlo.

Da Talete alle opzioni azionarie e sulle valute il passo è stato lungo nel tempo, ma tecnicamente breve. Negli anni '70 gli operatori della borsa di Chicago, per ridurre i rischi connessi all'attività di compravendita delle azioni, crearono "il diritto di opzione sulle azioni", noto anche come diritto di sottoscrizione azionaria. Nei precedenti contratti a termini sia il compratore sia il venditore si impegnavano a comprare o a vendere una determinata quantità di titoli a un prezzo prestabilito. Il compratore correva il rischio che se, alla scadenza del contratto, le quotazioni del titolo fossero diminuite, le azioni acquistate avrebbero perduto di valore ed egli avrebbe pagato a più caro prezzo qualcosa che sul mercato costava meno. Il venditore correva invece il rischio, in caso di rialzo, di dover vendere i titoli a un prezzo più basso di quello di mercato. Se poi aveva venduto allo scoperto, senza cioè possedere i titoli, avrebbe dovuto comprarli al prezzo di mercato e rivenderli a quello più basso pattuito alla stipula del contratto. Era come se Talete anziché acquistare il diritto di affittare i frantoi a un canone prestabilito e presumibilmente, data la previsione di un raccolto abbondante, più basso di quello di mercato, avesse stipulato un contratto di fitto dei frantoi. In caso di cattivo raccolto egli avrebbe dovuto pagare comunque l'intero canone con una perdita enorme sia perché il canone sarebbe stato più basso di quello da lui pagato sia perché molti frantoi sarebbero rimasti sfitti. Le nuove opzioni, invece, "offrivano una via per aggirare questo ostacolo. L'acquirente di un'opzione di acquisto sulle azioni di una società (contratto a premio dont) pagava il diritto di comprare le azioni a un certo prezzo, chiamato prezzo di battuta. Se la quotazione del titolo fosse salita al di sopra del prezzo di battuta, l'acquirente del contratto a premio dont avrebbe potuto esigerne la consegna e venderlo, ricavandone un profitto. Lo stesso avveniva per le opzioni di vendita, le opzioni put (vendite a premio). Se il prezzo del titolo fosse calato, il detentore dell'opzione avrebbe potuto comprare le azioni al prezzo di mercato, ed esercitare l'opzione di vendita al più remunerativo prezzo di battuta.."[16] Entrambi, in caso di previsione sbagliata, cosa molto probabile in periodi di alta inflazione, avrebbero potuto rinunciare a comprare o vendere i titoli rimettendoci solo quanto pagato per l'acquisto dell'opzione. In questo modo anche il rischio legato alla normale oscillazione dei corsi azionari poteva essere ridotto. "... Il proprietario di un pacchetto azionario poteva comprare delle opzioni put per garantirsi da una caduta delle quotazioni. Se il prezzo delle azioni fosse calato, tali opzioni sarebbero aumentate di valore e le perdite sulle azioni dell'investitore sarebbero state compensate dai profitti sulle opzioni."[17] Ma ben presto, le opzioni sono diventate qualcosa di più di una polizza di assicurazione. Non prevedendo, come i vecchi contratti a termine, l'effettivo passaggio di mano dei titoli, le opzioni potevano essere emesse in numero illimitato e i grandi centri di gestione finanziaria si sono così trovati fra le mani un potente strumento di controllo del mercato azionario e un'eccellente fonte di reddito. Le opzioni, infatti, pur essendo qualcosa di diverso dal titolo di riferimento, potevano influenzare le tendenze del mercato in un senso o nell'altro. Così, mentre in passato erano le quotazioni dei titoli, in relazione all'andamento economico dell'impresa, a determinare guadagni e perdite, ora le parti si erano invertite. Chi disponeva di grosse da somme da investire in opzioni poteva influenzare l'andamento delle quotazioni a proprio piacimento e realizzare al momento opportuno guadagni enormi. Una simile innovazione si è immediatamente ripercossa sul mercato: da luogo deputato essenzialmente alla raccolta del risparmio per finanziare gli investimenti produttivi, si è trasformato in un luogo in cui il capitale finanziario, sfruttando il suo potere di comando sul fatto economico, realizza profitti di natura essenzialmente speculativa. La nascita delle opzioni insieme a quella dei junk bonds e alla liberalizzazione delle Opa (offerte pubbliche di acquisto), ha così dato impulso a una sorta di accumulazione del capitale realizzata essenzialmente mediante le annessioni di imprese, i riscatti e le fusioni. "Le fusioni e le acquisizioni, rileva l'economista Edwuard J. Epstein, naturalmente non sono una novità: da almeno trenta anni le società americane vi hanno fatto ricorso per aumentare la propria quota di mercato, diversificare i rischi, migliorare i bilanci...[ma] mentre le fusioni e le acquisizioni convenzionali, soprattutto quando era un gruppo a dare inizio all'operazione, erano finalizzate alla crescita del gruppo stesso e si preoccupavano solo secondariamente di possibili ribassi momentanei del valore delle azioni, le Opa recenti sono finalizzate al rialzo dei valori azionari..." [18] e - aggiungiamo noi - a rafforzare il potere monopolistico della grandi imprese, ormai, transnazionali che governano il mondo.[19] Ma questo folle meccanismo, questa sorta di delirio finanziario - come lo chiama M. Albert - con cui taluni pensano di poter sostituire la produzione reale della ricchezza con quella della carta moneta, dai mercati azionari si è ben presto esteso a quelli valutari. Fino al 1971 il solo modo per acquistare o vendere valuta estera consisteva nel rivolgersi a una banca che a sua volta doveva dare conto di tutte le operazioni in valuta a un apposito Ufficio governativo che le autorizzava solo se a esse corrispondeva un effettivo movimento di merci. Le oscillazioni dei cambi erano quindi minime e facilmente governabili dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale che a questo compito erano preposti. "Tuttavia nel 1971 - su pressioni delle lobbies bancarie legate al neonato mercato dell'eurodollaro n.d.r. - fu fondato, presso la borsa di Chicago (Chicago Mercantile Exchange), il Mercato Internazionale monetario, che cominciò a trattare i futures sulle valute. I futures erano simili ai contratti a termine, ma non richiedevano il coinvolgimento di banche. Come i contratti a termine, i contratti future erano impegni vincolanti: nessuna delle due parti poteva avere ripensamenti."[20] Ma intanto assicuravano una maggiore liberà di azione alla speculazione. Questo fino ai primi anni '80 quando l'instabilità dei mercati valutari divenne così forte da creare seri problemi alle grandi imprese multinazionali soprattutto a quelle statunitensi.

Per esempio - scrive l'esperto finanziario Millman - "...per comprare trattori Caterpillar i canadesi dovevano procurarsi dei dollari, ma i dollari erano diventati così cari che un trattore Caterpillar costava adesso una volta e mezza un Komatsu. La conseguenza era che nonostante la Caterpillar non avesse cambiato i suoi prezzi in dollari, era come se li avesse aumentati notevolmente nei mercati esteri in cui si usavano altre valute... E non c'era solo la Caterpillar. Le automobile tedesche e giapponesi divennero una presenza familiare sulle strade degli Stati Uniti... I pianificatori aziendali si trovarono nell'impossibilità di redigere budget attendibili, perché non sapevano in che misura i corsi di cambio delle valute avrebbero inciso sui prezzi e sulla concorrenza. "[21] C'era un solo modo per limitare i rischi: estendere le opzioni al mercato delle valute, cosa che puntualmente avvenne. E ha ragione Millman a dire che: " Bisogna risalire all'invenzione della carta moneta per trovare un'innovazione di tale portata nella storia finanziaria. Le banche centrali la paragonano alla scoperta dell'energia nucleare." Per lui, monetarista convinto, " L'opzione [sulle valute- n.d.r] è indubbiamente il più potente e versatile dei nuovi strumenti finanziari sviluppati dai mercati privati per far fronte al caos economico".[22] Ecco, questo è un bell'esempio della disinvoltura con cui il pensiero unico dominante rovescia la realtà. I fatti successivi e le crisi finanziarie che si sono succedute nel corso degli ultimi 15 anni fino a quella recente che ha travolto i mercati finanziari dei paesi dell'Est asiatico, sono proprio li a dimostrare che è vero l'esatto contrario. Le opzioni sulle valute, come quelle azionarie o gli swaps sui tassi d'interesse, in quanto surrogati (derivati) di titoli la cui emissione è tuttora soggetta a controlli, possono invece essere creati illimitatamente e a misura di chi ha l'esigenza di mantenere posizioni di grande liquidità e nel contempo dispone di abbondanti capitali da investire e cioè a misura delle grandi istituzioni finanziarie. Quindi, benché concepite per limitare i rischi delle oscillazioni valutarie sono, in breve tempo, divenute uno dei più potenti strumenti a disposizione della speculazione finanziaria. Fino al punto che questa attività prima "occasionale, che normalmente si sviluppava al momento dell'accelerazione dell'inflazione durante i periodi di boom e suscettibile di crollare quando il ciclo fletteva, è divenuta indipendente dal processo ciclico e rappresenta una fonte importante di reddito per le imprese, le istituzioni finanziarie e i risparmiatori individuali".[23] E le opzioni sulle valute più delle altre innovazioni hanno favorito questo sviluppo perché, essendo un derivato monetario, hanno quei requisiti di liquidità, mobilità e universalità che allettano la speculazione più di qualsiasi altra forma di investimento. "La crescita della speculazione finanziaria - scrive ancora R. Guttman - non è stata in nessun altro luogo pronunciata come sul mercato delle divise... Oggi le operazioni sulle divise rappresentano in media 1400 miliardi di dollari, di cui al massimo solo il 15% corrisponde a dei flussi commerciali e a dei flussi di capitale a lungo termine. Il resto costituisce capitale speculativo che prende posizioni a breve termine destinate ad assicurare i portafogli contro i rischi del prezzo e profitti sulle fluttuazioni dei tassi dei cambi." [24] E' così imponente questa massa di capitali che circola quotidianamente sui mercati valutari di tutto il mondo da sfuggire ormai a qualunque controllo e così, mentre un tempo erano le banche centrali a orientare il movimento del capitale finanziario, ora è il capitale finanziario che orienta la politica monetaria delle banche centrali e di conseguenza anche quella economica degli stati. Soprattutto per i paesi più piccoli e più deboli ciò ha significato la totale perdita di autonomia nella formulazione della propria politica economica. E' ormai un classico l'attacco condotto, nel 1987, dall'esperto in operazioni valutarie della Salomon Brothers, Andy Krieger, sull'intera massa monetaria della Nuova Zelanda. Pare che Krieger con un investimento di 100 mila dollari in opzioni sulle valute riuscisse di fatto a controllare dai 30 ai 40 milioni di dollari. Tenuto conto che poteva muovere 50 milioni di dollari, riuscì a vendere allo scoperto l'intera massa monetaria neozelandese realizzando profitti che mai nessuno è riuscito a quantificare con esattezza. E' certo invece che la Nuova Zelanda, per evitare di essere travolta dall'inflazione, fu costretta ad adottare una politica monetaria fortemente restrittiva e a tagliare la spesa sociale.

Il dominio del capitale fittizio

Già Marx, nel terzo libro del capitale accenna a una distinzione fra due tipi di capitale finanziario: quello dato in prestito a medio e lungo termine che produce interessi e quello che egli chiama capitale fittizio. Quest'ultimo si distingue dal primo perché è costituito da crediti scambiabili con titoli, come i titoli del debito pubblico, il cui valore è dato non da una contropartita diretta in capitale produttivo, ma dalla capitalizzazione anticipata di redditi futuri. Ora, a ben riflettere, la creazione di moneta di credito, sia se monopolizzata e regolamentata dallo Stato sia se lasciata libera, può assumere tutte e due le forme. E' capitale finanziario che genera interessi quando viene data in prestito a fronte di un investimento produttivo, è capitale fittizio quando funge da base di partenza per la creazione di altra moneta di credito. Per esempio, con i depositi bancari e la concessione in prestito di una parte di essi, le banche creano moneta per mezzo della moneta stessa.

"In un regime di moneta di credito, una gran parte del capitale monetario è dunque creazione ex nihilo a partire dal niente, nel seno del sistema bancario, come un anticipo di un reddito futuro e non come espressione di un reddito già realizzato risultante dall'accumulazione riuscita del capitale produttivo."[25] E' evidente che il prevalere dell'una o dell'altra forma di capitale dipende dalla gestione monetaria: se regolamentata e mirata allo sviluppo della base produttiva, prevale la prima forma; se invece, svincolata da ogni controllo e regola e mirata alla creazione di moneta ex nihilo, prevale la seconda come succede attualmente. Le crisi finanziarie che periodicamente si abbattono sui mercati mondiali e poi da questi si trasferiscono nell'economia reale, traggono origine dal fatto che ai grandi gruppi finanziari, alle banche e agli stessi stati per finanziare il debito, è consentita la creazione di moneta di credito per mezzo della moneta stessa. I derivati finanziari in generale e le opzioni sulle valute in particolare, che sono appunto una creazione di valori dal nulla, costituiscono il grimaldello con cui il capitale fittizio può aprire qualunque cassaforte. Potendo concentrare una quantità di capitale enorme grazie all'effetto moltiplicatore delle opzioni, specialmente quelle sulle valute, i gestori delle istituzioni finanziarie possono far salire le quotazioni di qualunque listino borsistico e di qualunque valuta alle stelle. Una volta raggiunta la vetta, una volta cioè che si è creata la grande bolla, si taglia la corda. Le opzioni vengono liquidate e convertite in valuta di riserva che, per le ragioni che abbiamo già visto, è quasi sempre il dollaro. Ma nella fuga la loro natura fittizia si svela e perdono di valore. Il listino a sua volta crolla e crolla la sua valuta di riferimento. Chi ha fatto bene i calcoli e le previsioni guadagna cifre a nove zeri come se fossero noccioline, qualcuno invece ci lascia le penne. Ma non finisce qui. Poiché ogni borsa è ormai una sezione staccata del grande mercato finanziario mondializzato, la crisi di un mercato diventa la crisi del mercato mondiale. Le banche centrali, per evitare fallimenti a catena mantengono alta la liquidità e il sistema imbarca inflazione. Gli investitori che sono usciti per tempo, prevedendo che l'inflazione causerà un rialzo dei tassi e in maniera particolare di quelli delle monete svalutate, concentrano su queste i loro investimenti in swaps, che operano sui tassi di interesse come le opzioni sulle valute. L'investimento è sicuro, basta solo aspettare: i tassi rialzeranno e le rendite si moltiplicheranno. I monetaristi, che ritengono la moneta il centro del creato, osservando che la svalutazione colpisce le monete più deboli ne traggono la conclusione che essa si era sopravvalutata perché troppo protetta dallo Stato; così il Fondo Monetario Internazionale, che è l'alcova del neo-liberismo e dei potenti del mondo, impone, in cambio dei prestiti necessari a fronteggiare la crisi, la sua ricetta basata su un'ulteriore liberalizzazione dei mercati, sulle privatizzazioni e, per evitare che i tassi in rialzo strozzino completamente l'economia, sui tagli. Tagli al finanziamento della spesa sociale, tagli ai salari, agli stipendi, alle pensioni e a tutto quanto è ritenuto superfluo. E siccome i tagli li decidono i ricchi e i ricchi non mangiano pane, il superfluo è quasi sempre il pane. In via teorica, in questo ciclo infernale basato sull'alternarsi di inflazione e deflazione e distruzione di capitali, la valuta di riserva dovrebbe subire oscillazioni speculari ai movimenti delle singole valute; ma poiché è valuta di riserva mondiale e su di essa convergono i movimenti di tutte le valute, i costi dei processi inflattivi e deflattivi endogeni possono essere guidati e trasferiti sulle valute più deboli. Da ciò si deduce che il pensiero neo-liberista rappresenta esattamente il contrario di ciò che dice di voler rappresentare poiché Il libero mercato che esso difende è in realtà lo strumento più raffinato di comando nell'epoca del capitalismo monopolistico.

Una strada senza ritorno

Invece per il pensiero economico dominante, Il fatto che mediante la creazione di pezzi di carta, come le opzioni, ci si possa arricchire, costituisce la prova provata che è possibile, accanto a quella tradizionale, una forma più moderna di accumulazione basata sul movimento della moneta e indipendente dall'economia reale. Siamo in presenza di una forma di accumulazione fittizia che, fra l'altro, ha come contropartita proprio la crescita di quel debito che si dice di voler combattere. Cos'altro è un'anticipazione di reddito futuro se non un debito? E infatti nel 1997 "Il debito mondiale (che comprende quello delle imprese, degli stati e delle famiglie) ha superato i 33.100 miliardi di dollari, pari al 130% del Pil mondiale, e aumenta a un tasso del 6-8% l'anno, vale a dire oltre il quadruplo della crescita del Pil mondiale.[26] I neokeynesiani, come M. Albert, rilevano invece che questa economia, poiché si basa sulla liquidità, è una economia di breve termine che non consente un'adeguata programmazione degli investimenti a danno dell'industria e dello sviluppo e vi oppongono una versione aggiornata del modello keynesiano. Come negli anni '30, l'alternativa sarebbe Capitalismo contro Capitalismo. Più articolata è invece la valutazione critica del pensiero economico che si richiama e nel contempo ispira il neo-riformismo. Pur facendo correttamente discendere l'assurgere impetuoso della sfera finanziaria a principale settore dell'economia mondiale dalla crisi del ciclo di accumulazione, esso ammette la reversibilità del fenomeno. I suoi sostenitori lo fanno per contestare le tesi del pensiero economico dominante che lo considera come un qualunque altro fenomeno naturale, ma non si avvedono che finiscono per sostenere la possibilità di superare una crisi strutturale come quella del ciclo di accumulazione con qualche intervento legislativo. "Dichiarare che l'ipertrofia finanziaria e il suo corteo di mali sarebbero irreversibili - scrive F. Chesnais - è un cadere in una forma molto sospetta di determinismo storico. Si tratterebbe di attribuire a dei processi sociali, prodotti dall'attività umana, uno statuto analogo a quello dell'evoluzione biologica."[27] Ma l'alternativa, per la quale si auspica finanche una radicalizzazione dello scontro sociale è racchiusa tutta in una nuova diversa politica monetaria. "Essendo data l'ideologia dominante attuale del laissez-faire, - conclude il suo saggio R. Guttman - non sarà facile spingere coloro che prendono le decisioni politiche verso un'azione concreta nel senso di un nuovo regime monetario che stabilisce un corretto equilibrio fra la funzione di bene pubblico e di merce privata della moneta...".[28] Pur astenendoci da ogni altra considerazione su quest'ultimo duplice aspetto della moneta, l'idea di fondo è che l'alternativa sia fra due possibili sistemi monetari, come se i sistemi monetari non fossero un prodotto storico specifico di ogni fase del capitalismo, ma un qualcosa che cala, non dal cielo come la manna, ma da un suo quartiere di periferia: la volontà dei politici. E dunque la critica del monetarismo approda al...monetarismo.

In realtà non esistono due capitalismi, né sistemi monetari che possano essere adottati a proprio piacimento. La crescita della sfera finanziaria e della produzione di capitale fittizio ha fatto certamente della deregolamentazione monetaria il suo trampolino di lancio. Ma la deregolamentazione è stata determinata dalla caduta del saggio medio del profitto che rischiava di travolgere l'intero sistema capitalistico mondiale. Essa è servita a rafforzare il ruolo del dollaro nel quadro dell'economia mondiale in modo da rendere possibile quei trasferimenti di plusvalore senza i quali non si sarebbe avuta la compensazione alla diminuzione dei profitti negli Stati Uniti e nei paesi maggiormente industrializzati. La finanziarizzazione dell'economia è, dunque, il prodotto specifico della fase calante del processo di accumulazione capitalistica nell'epoca del capitale monopolistico. Tant'è che anche i grandi gruppi industriali transnazionali ne traggono vantaggio. Passando dalle loro mani la maggior parte dei flussi commerciali e finanziari del mondo, le transnazionali possono accumulare riserve in valute più e meglio di chiunque altro e con queste operare sui mercati valutari per integrare i loro profitti industriali con quote di rendita finanziaria. La pressione esercitata dai grandi gruppi industriali europei a favore della moneta unica nasce proprio dalla consapevolezza che questa integrazione, dati i bassi saggi di profitto, è divenuta di vitale importanza. l'Euro, che nella propaganda ufficiale dovrà servire a far risparmiare ai turisti in giro per l'Europa le perdite derivanti dai cambi di valuta, in realtà ha come obbiettivo principale la costituzione di un'area con un sistema di cambi fissi per un miglior controllo dei tassi di interesse e di una valuta sufficientemente forte sul piano internazionale da fungere da alternativa al dollaro come valuta di riserva. La dilatazione delle forme di appropriazione parassitaria di plusvalore in definitiva costituisce la logica evoluzione di un sistema in decadenza. Già agli inizi del secolo Lenin rilevava l'insorgere di questa tendenza: " Nei paesi progrediti si è accumulata un'eccedenza di capitali... Finché il capitalismo rimane se stesso, l'eccedenza di capitali è consacrata non a elevare il livello d'esistenza delle masse in un dato paese, poiché ne deriverebbe una riduzione degli utili dei possidenti, ma ad aumentare questi utili per mezzo dello sfruttamento dei capitali all'estero, nei paesi arretrati.” Ma diversamente da oggi "L'esportazione del capitale esercita[va] nei paesi in cui il capitale si introduce[va], una grande influenza sullo sviluppo capitalistico, che viene così ad essere accelerato." [29]

Per i possessori di capitali l'esportazione si concludeva incassando le cedole dei titoli in cui i capitali erano stati investiti, ma il ciclo dei capitali esportati si concludeva con la loro trasformazione in capitale industriale. In tal modo, il capitale eccedente in un'area, contribuiva ad allargare le basi economiche del processo di accumulazione e l'appropriazione parassitaria poteva essere compensata da una produzione aggiuntiva di plusvalore. Oggi poiché questa appropriazione avviene, per le ragioni che abbiamo visto, soprattutto per mezzo della produzione di capitale fittizio, il processo si risolve essenzialmente in un trasferimento di plusvalore verso i centri metropolitani e verso coloro che detengono il controllo della produzione di questa particolare forma di capitale senza che la crescita della sfera economica ne riceva un qualche particolare impulso. Il risultato è una tendenza generale permanente all'impoverimento e alla svalutazione del valore della forza-lavoro su scala planetaria. Non siamo in presenza di un fenomeno occasionale, ma dell'approdo del capitalismo monopolistico alle forme più raffinate ed evolute dell'appropriazione parassitaria quale prodotto delle contraddizioni del processo di accumulazione capitalistica. Nuove politiche monetarie presuppongono quindi l'apertura di un nuovo ciclo di accumulazione che è possibile solo con la distruzione generalizzata dei capitali in eccesso. Intanto le crisi finanziarie, che in ultima istanza ne sono un surrogato, intensificheranno la loro frequenza concentrando ricchezza e spargendo miseria.

Giorgio Paolucci

Dicembre 1997       


Note

[1] Dati di fonte Ocse tratti da La mondialisation financière Genèse, cout et enjeux - aa.vv. - pag. 63 Syros - Parigi -1996.

[2] Alain Touraine - L'ideologia della Globalizzazione -Villaggio Globale - Indice Internazionale - Feb.’96

[3] New Statesman - da La repubblica del 4.11.1997.

[4]R. Guttman - La mondialisation financière Genèse, cout et enjeux - pag. 63.

[5] Op.cit. pag. 63-64

[6] Ib. pag.65

[7] Ib.

[8] Ib.

[9]Michel Albert - Capitalismo Contro Capitalismo - ed il Mulino - 1993 - pag. 37.

[10] Ib. Pag.37-38

[11] Ib. Pag. 41-42

[12] Ib. Pag. 34

[13] Fonte: Economie européenne da La mondialisation Financièr - pag.105.

[14]F. Chesnais - Op. cit. - pag. 27.

[15] ib. pag. 192.

[16] Gregory J. Millman - Finanza Barbara - Ed. Garzanti - pag. 30.

[17] Ib.

[18] Tratta da M. Albert - Op. cit. - pag.79.

[19] Vedi: Frédéric F. Clermont - le Duecento imprese che governano il mondo. Le Monde Diplomatique - Aprile 1997

[20] G. J. Millman – op. cit. pag. 35

[21] Ib. pag, 26

[22] Ib.

[23] R. Guttman - Op.cit. pag. 82.

[24] Ib.

[25]ib. pag. 77.

[26] Fréderic F. Clermont - art. cit.

[27] F. Chesnais - Op. cit. pag.30.

[28] R. Guttman - Op. cit. pag. 96

[29] Lenin - L'imperialismo fase suprema del capitalismo - Munziano Editore pag.125

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