Le previsioni economiche ballano

Creato: 23 Settembre 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1928

..... ma la crisi continua la sua corsa

Non passa giorno senza che i governatori delle più importanti banche centrali non si pronuncino sulle prospettive dell’economia mondiale. La cosa ovviamente non rappresenta una novità, ma è la schizofrenia delle previsioni a lasciare molti dubbi sull’attendibilità delle stesse e sulla buonafede degli autori. Infatti, mentre un giorno questi signori rassicurano i mercati circa una rapida risalita della congiuntura, il giorno successivo richiamano all’ordine i vari governi affinché perseverino nelle politiche di risanamento dei bilanci pubblici in quanto l’economica si troverebbe sull’orlo di una nuova fase recessiva. In realtà tali esternazioni non sono il frutto di un’attenta analisi del quadro economico, ma sono di fatto dettate da motivi “elettorali” e servono per giustificare delle vere e proprie rapine nei confronti del mondo del lavoro. Infatti, per esempio, basta una semplice dichiarazione del Bernanke di turno per far paurosamente oscillare il corso del dollaro o deprimere la borsa di New York, con la conseguenza di imporre ai vari governi nazionali misure draconiane nei confronti dei lavoratori.

Con questa tecnica lo scorso mese di maggio, grazie ad una speculazione al ribasso sul corso dell’euro pilotata ad arte, i vari governi dei paesi dell’Unione Europea sono riusciti ad imporre alla propria classe lavoratrice una stangata che non ha precedenti nella più recente storia del capitalismo.

Il paventato pericolo di dissoluzione dell’euro, come conseguenza della crisi greca, è stato pagato a caro prezzo dal proletariato europeo. Giusto per fare un esempio, in Romania il governo ha imposto un taglio alle pensioni e agli stipendi nominali pari al 25%; misure analoghe sono state prese nei paesi dell’est dell’Unione Europea. In Italia, il giochetto della speculazione ha determinato il blocco degli stipendi pubblici per il triennio 2010-2013 e pesantissimi tagli alla spesa pubblica con la conseguenza di abbandonare al proprio destino 200 mila precari soltanto nel mondo della scuola.

Le misure prese dai vari governi nazionali nei confronti dei lavoratori pubblici rappresentano un inevitabile punto di riferimento al ribasso anche per il mondo del lavoro nelle imprese private, in tal senso la vicenda di Pomigliano è veramente emblematica.

Dal mese di maggio ad oggi, in soli tre mesi, quella stessa borghesia che paventava la fine dell’euro e la frantumazione dell’Unione Europea in quanto la valutazione della moneta unica era scesa nei confronti del dollaro ad un valore pari ad 1.20, si lamenta che propria a causa della rivalutazione dell’euro sono aumentate le difficoltà ad esportare verso i paesi extraeuropei. In realtà la borghesia ha talmente affinato il proprio dominio di classe da creare con estrema semplicità le premesse ideologiche per scatenare i propri attacchi contro il proletariato. Tale compito oggi è fortemente favorito dalla totale incapacità da parte del mondo del lavoro di opporre una seppur minima resistenza di classe. Ai lavoratori hanno chiesto di sostenere pesanti sacrifici in nome dell’euro perché troppo svalutato e in pericolo di sopravvivenza, ma fra non molto, visto che in soli tre mesi l’euro si è rivalutato e il pericolo di una frattura nel seno dell’Unione Europea sembra scampato,  chiederanno di tirare ulteriormente la cinghia perché le imprese, proprio a causa della rivalutazione della moneta unica, non riescono ad essere competitive sui mercati internazionali.

Se abbandoniamo le dichiarazioni interessate per gli sporchi giochi degli speculatori e tentiamo di analizzare il quadro economico che si è delineato in questi ultimi mesi non possiamo osservare che l’effimera ripresa dell’economia mondiale si è rapidamente sgonfiata lasciando il posto ad un’altra più pesante recessione. Tanti sono i guasti sociali determinati dalla crisi che sono rimasti veramente in pochi a pronosticare una ripresa e l’avvio di una nuova fase di sviluppo economico in cui effettivamente migliorano le condizioni di vita e di lavoro della maggior parte dei lavoratori.  Ormai, anche i più strenui difensori del libero mercato sono costretti ad ammettere che una nuova fase recessiva dell’intera economia mondiale è tutt’altro che improbabile. I più ottimisti prevedono invece che la ripresa sarà lenta e talmente debole da non poter riassorbire neppure in minima parte gli attuali disoccupati figuriamoci la creazione di nuovi posti di lavoro.

Sono gli stessi numeri forniti dalla borghesia a segnalare che i guasti dell’economia mondiale sono ben lontani dall’essere risolti. Non è il caso, in questa sede, di riproporre tutte le statistiche sfornate giornalmente dalla stampa borghese; infatti per capire come stanno andando le cose  basta dare qualche ragguaglio su ciò che sta accadendo nel cuore dell’imperialismo mondiale, gli Stati Uniti d’America. Nell’ultimo trimestre l’economia statunitense ha subito un forte rallentamento nella propria crescita, assestandosi ad un più 1,6% rispetto al trimestre precedente, mentre ci si aspettava una crescita del Pil superiore al 2,5%. Può sembrare un dato poco significativo, ma questa frenata  è indice di un’ulteriore distruzione di posti di lavoro, tant’è che il tasso ufficiale di disoccupazione è tornato ad essere superiore al 10%. In sostanza si distruggono posti di lavoro nonostante ci sia una crescita del prodotto interno lordo, un dato fortemente contraddittorio che dimostra come il capitalismo in questa fase del suo ciclo storico sia in grado di offrire ben poco per risolvere i drammatici problemi di milioni di proletari.

La frenata nella crescita economica statunitense trova una sua prima ragione nel fatto che il flusso di dollari riversati dalle varie Amministrazioni nelle casse delle banche per risanare i loro fallimentari bilanci, intossicati dai cosiddetti titoli spazzatura, in quest’ultimo periodo è rallentato e nello stesso tempo le varie istituzioni finanziarie sono state ben accorte nel far rifluire nell’economia reale i soldi pubblici ricevuti. La ripresa dell’economia nei primi mesi del 2010 non ha prodotto alcun effetto positivo sul piano dell’occupazione ed uno dei principali motivi è da ricercarsi nel fatto che i finanziamenti pubblici anziché essere  investiti direttamente nelle attività produttive sono stati utilizzati dalle banche per acquistare titoli del debito pubblico statunitense. In altri termini le banche hanno ottenuto dallo stato finanziamenti a tassi d’interessi prossimi allo zero, e molti di questi soldi sono stati utilizzati per finanziare il debito pubblico statunitense ottenendo degli interessi sicuramente più alti rispetto a quelli pagati alla Federal Reserve. In tal modo si è creato un vero e proprio circolo vizioso in cui i finanziamenti pubblici alle banche hanno fatto schizzare alle stelle il debito pubblico statunitense che a sua volta ha fatto aumentare i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico. Una vera e propria manna dal cielo per il grande capitale finanziario. Sommando il debito federale e quello delle amministrazioni locali, il totale del debito statunitense nel corso del 2010 ha sfiorato la cifra record del 119%[1] raggiunta soltanto durante la seconda guerra mondiale. Un debito da economica di guerra, ma una guerra combattuta dalla borghesia contro il proletariato per difendere i propri interessi di classe e perpetuare l’attuale modo di produzione capitalistico.

Con la crescita del debito statunitense aumentano globalmente i rischi di un default dell’intero sistema finanziario mondiale, e sono sempre più insistenti le voci che vorrebbero riportare sotto la soglia del 100% il debito e contemporaneamente ridurre le imposte. In sostanza si propone la solita minestra riscaldata di rilanciare l’economia attraverso un taglio delle tasse, che avrebbero come effetto quello di liberare risorse da utilizzare negli investimenti. In realtà si sta preparando un altro salasso nei confronti del mondo del lavoro; infatti secondo alcuni calcoli, quasi la metà della popolazione statunitense già non paga le tasse sul reddito essendo questo molto basso. Perciò una riduzione non farebbe che avvantaggiare le fasce sociali con redditi molto alti, rendendo ancor più iniqua la già iniqua distribuzione statunitense della ricchezza.

Come abbiamo più volte sostenuto[2], lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime americani ha aperto una nuova fase nella gestione della crisi da parte della borghesia internazionale. Le forme di dominio imperialistico basate sulla produzione di capitale fittizio esigono più che in passato che la borghesia attacchi costantemente il mondo del lavoro, attraverso un aumento dei ritmi produttivi[3] ed una drastica riduzione del costo del lavoro, che tende ad essere sempre più ancorato agli standard cinesi. Dato questo meccanismo d’appropriazione della ricchezza attraverso forme di appropriazione parassitarie, il sistema capitalistico, per continuare la sua corsa, nonostante gli straordinari aumenti della produttività del lavoro, è costretto ad imporre condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori.

Lorenzo Procopio



[1] Il dato è stato citato da Kenneth Rogoff nell’articolo “America, non sai più crescere” pubblicato lo scorso 3 settembre 2010 dal Sole 24 ore.

[2] Vedi a proposito il nostro libro “La crisi del Capitalismo” e il primo numero della rivista DMD’ nonché i numerosi articoli pubblicati sul nostro sito.

[3] Vedi l’accordo siglato alla Fiat di Pomigliano, in cui di fatto si è eliminata la pausa pranzo.