La crisi dell’euro: nuovi equilibri interimperialistici all’orizzonte

Creato: 13 Luglio 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1857

“ Le crisi vengono usate come pretesto per imporre politiche che non si potrebbero adottare in condizioni di stabilità.” La giornalista canadese Naomi Klein nel suo libro “Shock Economy” sostiene questa tesi e riesce alquanto difficile darle torto alla luce della crisi che sta attualmente interessando, con particolare intensità, l’area dell’euro.

Una crisi – c’è da dire - ascrivibile ai meccanismi della speculazione finanziaria, nel suo insieme, ma di cui si offre una chiave di lettura volutamente parziale additandone le cause ai cosiddetti paesi europei dell’area mediterranea, nella fattispecie Grecia,Spagna e Portogallo.

La rappresentazione che ne è data è univoca e fuorviante in quanto tale crisi non può essere semplicisticamente ascritta a tratti specifici di questo novero di paesi – il cosiddetto ClubMed – ma è tutta interna ai processi di accumulazione capitalistica, quindi una crisi che ha a che vedere con i problemi strutturali del capitalismo medesimo ed in una dimensione che non può essere né mediterranea, né europea ma internazionale.

Riesce pertanto un tantino difficile accettare una versione che tenta di dar credito alla presenza, accanto agli anelli deboli in seno alla UE, di paesi “virtuosi” con conti pubblici che tanto virtuosi effettivamente non sono se rapportati ad una dinamica che vede prevalere “una politica intrapresa, su consiglio delle autorità economiche, dalle principali istituzioni finanziarie private dei paesi sviluppati per recuperare profitti dopo i salassi subiti nel 2008 e 2009.”[1]

Una politica incentrata sul prendere a prestito danaro, a breve, a tassi vicini allo zero per poi impiegarlo per comprare debito pubblico, a media e lunga scadenza, che i governi sono costretti ad emettere proprio per finanziare gli interventi di salvataggio delle banche e delle società d’assicurazione a cui sono stati costretti dopo la crisi dei “subprime”.

La speculazione ha cominciato, così, ad attaccare nei mercati dei titoli di stato dei paesi più deboli per poi passare ai titoli bancari nelle borse ed ancora ai titoli delle imprese proprio in previsione di un restringimento del credito da parte delle banche alle imprese stesse.

Meccanismo – come si vede – a tutto tondo, in cui, ad esempio, la “virtuosa “ Germania, dopo gli strepiti iniziali, si vede costretta a soccorrere Atene per il solo fatto che” banche, fondi d’investimento e assicurazioni tedesche detengono ben 43 miliardi di obbligazioni greche e non desiderano che gli si polverizzino tra le mani.”[2]

Che dire? Di certo una virtuosità pelosa se al rigore invocato per alcuni paesi si accompagna una diversità di atteggiamento nei confronti di altri: come valutare la poca attenzione nei confronti dei conti pubblici dell’Irlanda, ben peggiori di quelli della Grecia, se non col fatto che “l’isola di smeraldo” è sede di decine di multinazionali e che rappresenta il più grosso centro off-shore d’Europa?

Ma chi dovrebbe destare, sotto questo aspetto, maggiori allarmismi è la stessa Gran Bretagna che presenta il rapporto deficit/prodotto lordo più alto tra tutti i 26 paesi dell’unione e che, in quanto capitale finanziaria per eccellenza, è immune da attacchi speculativi. Anzi, gran parte degli ordini di vendita e di acquisto che hanno messo in crisi Grecia, Spagna e Portogallo provenivano proprio da Londra.

Le considerazioni sviluppate portano a desumere che lo stesso Forum economico mondiale tenutosi a Davos nel gennaio di quest’anno, come pure i G 20 riunitisi prima a Busan e poi a Toronto hanno visto un dialogo tra sordi con la finanza che ha vinto ancora una volta e che ha continuato a speculare contro il debito pubblico europeo, contro le banche più esposte, contro l’euro.

Ed è prendendo come riferimento proprio la crisi dell’euro che val la pena analizzare come vadano delineandosi nuovi equilibri interimperialistici così come nuovi riposizionamenti all’interno della stessa Unione europea all’interno della quale stanno sempre più esplodendo le divergenze tra le due più importanti economie: quella tedesca e quella francese. Esse collidono in quanto Parigi presenta dei deficit sempre più sostenuti mentre Berlino va in controtendenza con l’andamento delle economie dell’Unione.

I dati sono abbastanza eloquenti: la Germania è il secondo paese esportatore al mondo, dopo la Cina, e la sua bilancia commerciale, nel 2009, presentava un saldo attivo pari a 136 miliardi di euro.

Per di più, all’interno del mercato della zona euro, il peso della Germania è passato dal 25 al 27%, tutto al contrario di quel che avviene alla Francia la cui rilevanza scema dal quasi 19 al 13% e con una bilancia commerciale che, sempre riferendosi al 2009, accumula deficit per oltre 43 miliardi di euro.

Ce n’è abbastanza perché venga apertamente denunciata l’aggressività commerciale tedesca il cui surplus dei conti correnti, a detta dei francesi, altro non rappresenterebbero se non i deficit congiunti degli altri, visto che il 44% delle esportazioni germaniche vanno verso i paesi della UE. Questo sbilancio potrebbe ulteriormente allargarsi in considerazione del fatto che, grazie ad un euro svalutato quasi del 17% ed al prezzo di comprimere i salari e di mantenere bassa la domanda interna, la Germania è l’unica a presentare una certa crescita grazie proprio alle sue esportazioni.

I rapporti, come è facile dedurre, sono tutt’altro che idilliaci tanto che cominciano a prendere sempre maggior consistenza voci che metterebbero in discussione la stessa coesione della zona euro ed altre ancora che fanno esplicito riferimento ad una Europa a due velocità.

E’ indubbio, a tal proposito, che, avendo la crisi distrutto ricchezza e lavoro ed avendo inciso anche sui paesi più ricchi in termini di minore propensione a finanziare sviluppo e stato sociale, possano emergere meccanismi di dissociazione che hanno il precipuo scopo di selezionare aree che si caratterizzano per una certa omogeneità (vedi Germania, Benelux, Austria e paesi scandinavi), lasciando che  altri si arrangino per conto loro. E’ questa la sirena a cui prestano un’attenzione più che interessata movimenti come la Lega Nord in Italia o la Vlaams Belang in Belgio.

La crisi finanziaria dei paesi UE di sicuro va a ridisegnare anche i rapporti economici internazionali soprattutto con i paesi emergenti che presentano dei tassi di crescita ancora sostenuti e che aggravano la situazione dell’industria europea ma anche americana e qui si inserisce l’annosa questione dei rapporti Cina – USA con un eccesso di consumi e debiti in America contrapposto ad un eccesso di attività commerciali e di risparmi in Cina. Di qui una sempre più pressante richiesta di rivalutazione dello yuan che automaticamente andrebbe a ridurre l’export cinese e darebbe un impulso ai consumi interni. Non solo. Ma alla rivalutazione della moneta cinese dovrebbero accompagnarsi politiche di rilancio della domanda interna da parte della Germania e della UE.

Tali richieste si possono anche capire dato che si fondano su dati inoppugnabili: il PIL riferito al primo trimestre 2010 è risultato inferiore a quanto previsto e la ripresa USA va, via via, perdendo slancio. A ciò si aggiunga un debito federale pari al 90% del PIL. Cioè a dire: la medesima esposizione di paesi come la Grecia o il Portogallo.

Di certo i piani di exit-strategy dalla crisi, per quanto concerne i paesi sviluppati, si fondano su prospettive di crescita assai contenute e, a causa di ciò, potrebbe rendersi necessario un loro notevole ricorso all’indebitamento pubblico tale da portare, di qui a pochi anni, il rapporto debito/PIL alla fatidica soglia del 100%.

Si dovrà allora necessariamente puntare, da parte di tutti i paesi sviluppati, ad un massiccio sforzo di esportazione, sulla falsariga di quanto sta avvenendo già in Cina o nella stessa Germania, con il correlato contenimento del costo della forza-lavoro.

Ma se si cerca di esportare le merci che non possono essere più assorbite dal mercato interno è ragionevole domandarsi chi è che potrà mai comprarle “dato che queste merci i paesi sviluppati se le scambiano essenzialmente tra loro e che i paesi emergenti sono, a loro volta, esportatori netti.”[3]

Potrà la mitica classe media cinese, da sola e per lungo tempo, sostenere il boom del mercato automobilistico o quello della vendita di cellulari o degli utenti Internet?

Potrà, al contempo, essere realizzata una riforma della finanza  che, per come viene esposta, mostra la sua insignificanza soprattutto se rapportata alle più che notevoli resistenze opposte da piazze finanziarie come la City o Wall Street? Tanto varrebbe se davvero si volesse por mano a questa decantata riforma procedere alla nazionalizzazione dell’intero sistema bancario.

Se la polifonia di voci è notevole, se le ricette proposte sono più che interessate mostrando con nitidezza le contrapposizioni insanabili dei vari imperialismi è pur vero, però, che questa crisi il capitalismo la stia utilizzando per portare un ulteriore e violentissimo attacco al mondo del lavoro che può essere sintetizzato, da un lato, dai tagli al Welfare, dal blocco degli stipendi e altro ancora mentre, dall’altro, viene rivista, in peggio, l’intera organizzazione del lavoro di modo che “Un’azienda deve puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza produrre utilità; dall’altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile.”[4]

Tutto ciò viene chiamato “World Class Manufacturing” ed altro non è, in termini meno roboanti, se non il tentativo di adeguare sempre più, in termini retributivi e di condizioni di lavoro durissime, il mondo del lavoro tutto ai parametri in auge nei cosiddetti paesi emergenti.



[1] M. De Cecco : “Perché la Germania manda in tilt la UE” – Repubblica 22.03.10

[2] G. Ambrosino : “Merkel,quel rigore invocato solo per la cicala Atene” – Manifesto 28.04.10

[3] M. De Cecco : “Chi gioca a sfasciare Maastricht” – Repubblica 03.05.10

[4] L. Gallino : “La globalizzazione in casa” – Repubblica 14.06.10