Grecia docet

Creato: 17 Maggio 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2075

La crisi greca è la crisi del capitale

Quando due anni fa le reali dimensioni della crisi economica sono apparse in tutta la loro drammaticità sociale, uomini politici ed economisti, per tranquillizzare i mercati in fibrillazione, si sono prontamente prodigati nello spargere a piene mani previsioni ottimistiche circa una lenta ma duratura ripresa dei processi d’accumulazione del capitale negli anni a venire. Per diffondere fiducia tra l’opinione pubblica, avevano previsto che il grande crack della finanza mondiale, causato dallo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime americani, avrebbe fatto sentire i propri nefasti effetti soltanto per il biennio 2008-2009 e che la ripresa economica si sarebbe effettivamente concretizzata a partire dal 2010.

 

Tra i corifei del capitale c’era chi avanzava addirittura la tesi che la crisi in corso poteva rappresentare un momento catartico, durante il quale il capitalismo aveva l’occasione di purificarsi dalle tossine rappresentate dai titoli finanziari basati sui famigerati mutui subprime americani e riprendere la sua normale marcia di sviluppo espandendo contestualmente la democrazia in ogni angolo del pianeta.

Come spesso accade in questi casi, le bugie hanno, ovviamente, le gambe corte e la realtà prontamente ha smentito le false promesse della classe dominante. In questa prima parte del 2010, non solo la crisi del capitale è ben lungi dall’essere superata, ma in questi ultimi mesi ha subito una violenta e, per gli economisti borghesi, inattesa accelerazione. Nelle ultime settimane gli indici delle borse hanno subito pesanti perdite a causa del declassamento da parte delle Agenzie di Rating dei titoli del debito pubblico greco, declassamento che è stato interpretato dai famigerati mercati finanziari come l’indizio di una probabile insolvibilità della Grecia e dell’intera struttura sulla quale si regge l’euro. Nonostante l’economia greca abbia nel contesto europeo un peso molto modesto, rappresentando soltanto il 2% del Pil della Ue, il fronte di crisi che si è aperto nel paese ellenico ha trascinato nel panico l’intera economia europea e mondiale cosicché la crisi greca ha mostrato di essere soltanto la punta più avanzata di una situazione internazionale che vede il capitalismo dimenarsi nelle proprie insanabili contraddizioni.

E l’anno in corso non rappresenta il punto di svolta che segna la ripresa dell’economia, ma un altro gradino di quell’irreversibile percorso intrapreso dal capitalismo in cui a dominare sono le forme più raffinate di produzione di capitale fittizio. Infatti, la crisi greca, per essere compresa nella sua reale dimensione, deve essere inquadrata in questo nuovo contesto in cui il capitale fittizio, esasperando le attività speculative, esige di essere remunerato adeguatamente nonostante non generi neanche un atomo di plusvalore.

Quando è scoppiata la crisi finanziaria nell’estate del 2008 in molti tra i rappresentanti del riformismo speravano che sarebbero state prese delle misure di politica economiche atte a ridimensionare le attività finanziarie rilanciando in tal modo la produzione industriale e l’intera economia reale; il paladino di questo nuovo corso doveva essere il neo presidente statunitense Barak Obama. Per evitare il collasso dell’intero sistema finanziario internazionale i governi di tutto il mondo, in primis quello statunitense guidato, appunto, da Obama, hanno varato dei piani di salvataggio accollandosi l’onore di acquistare dalle varie banche i cosiddetti titoli tossici, ossia quelli basati sui mutui subprime statunitensi che valevano in realtà quanto della carta igienica usata. In altre parole, banche e istituti finanziari hanno ottenuto linee di credito a tassi d’interesse vicini allo zero, ma anziché reinvestirli nel mondo della produzione, così come auspicavano politici ed economisti, hanno pensato bene di acquistare titoli del debito pubblico alimentando in tal modo la produzione di capitale fittizio. La recessione che è seguita allo scoppio della bolla finanziaria ha fatto aumentare in ogni paese deficit e debito pubblico, con l’inevitabile conseguenza di determinare un innalzamento dei tassi d’interesse dei titoli di stato in paesi come la Grecia che più di altri hanno subito le pressioni delle attività speculative.

L’indebitamento del sistema bancario è stato di fatto trasferito sulla collettività attraverso la copertura finanziaria garantita dai governi nazionali e la crescita esponenziale di deficit e debito pubblico. Ma non è stata una soluzione indolore per il proletariato internazionale, che in questi ultimi anni, proprio per contenere l’esplosione del deficit e debito pubblico, ha dovuto subire un pesantissimo attacco alle proprie condizioni di vita e di lavoro. Incrementi dei ritmi produttivi, accentuazione del fenomeno della precarietà del lavoro, aumento del tasso di disoccupazione e drastici tagli alla spesa sociale sono le conseguenza che il mondo del lavoro ha dovuto subire in maniera ancor più violenta che nel passato in questi ultimi anni di crisi economica.

Il ruolo delle agenzie di rating

La crisi greca scoppia in questi ultimi mesi quando si scopre che i conti pubblici nascondevano dei buchi di bilancio artatamente nascosti dal governo. Le Agenzie di rating, le moderne legioni imperialistiche che guidano gli assalti speculativi del capitale fittizio, abbassano progressivamente i propri giudizi sulla solvibilità dei titoli del debito pubblico greco, fino a definirli titoli spazzatura, con l’inevitabile conseguenza di determinare l’innalzamento dei tassi d’interesse. E’ bastata l’ammissione del governo greco che il deficit pubblico era del 13% rispetto al Pil, una percentuale leggermente più bassa di quella per esempio dell’Inghilterra, a far scattare come avvoltoi sulla Grecia capitali speculativi alla ricerca della massima rendita. La patri di Socrate, dopo essere stata per anni osannata come uno dei paesi più virtuosi nell’ambito dell’Unione Europea, si è trovato così sull’orlo del fallimento, incapace di finanziare il proprio debito pubblico per mancanza di sottoscrittori internazionali. Per evitare il suo collasso e contestualmente quello dell’euro, i paesi dell’Unione hanno prima varato un piano di salvataggio, concedendo una linea di credito di 110 miliardi di euro ad un tasso del 5%, e successivamente hanno creato un fondo di ben 750 miliardi di euro attraverso il quale affrontare eventuali altre crisi regionali simili a quella greca.

Gli aiuti alla Grecia non saranno indolore per la classe lavoratrice ellenica, che sarà chiamata a subire pesantissimi tagli a salari e stipendi e vedere di fatto azzerata gran parte della spesa pubblica. Le condizioni imposte dalla Unione Europea alla Grecia per ottenere i finanziamenti sono devastanti; infatti il tasso del 5% applicato sul finanziamento sfiora l’usura, soprattutto in un contesto di bassi tassi d’interesse e con una congiuntura economica che non ha ancora superato le secche della recessione.

Il futuro dell’economia greca è quindi ipotecato dalla voracità del capitale fittizio, che in nome della difesa dei propri interessi scaraventa nella miseria più nera milioni di esseri umani.

Ma tenuto conto che ormai la stragrande maggioranza degli Stati dovrà fare i conti con enormi  debiti e deficit pubblici, le misure adottare dalla borghesia per’affrontare la crisi della Grecia rappresentano per molti versi il modello che sarà con molta probabilità utilizzato nei prossimi anni nei paesi dell’Unione Europea e non solo. Da questo punto di vista, il paese ellenico  rappresenta un terreno ove sperimentare la tenuta sociale in un contesto in cui vengono prese misure di politica economica che di fatto affamano il paese: testare la capacità della borghesia di imporre le proprie scelte e capire quale sia il livello di risposta che i lavoratori sono in grado di esprimere in questo nuovo contesto.

Di chi è la responsabilità della crisi in Grecia? La risposta che viene data da politici ed economisti borghesi è quella che individua le responsabilità in una spesa pubblica eccessiva, in stipendi pubblici elevati e in un livello di produttività molto basso. Sarebbe cioè la cattiva politica ad aver determinato le situazioni di crisi del capitale, per cui  basta porre dei seri rimedi per ripristinare il giusto equilibrio. In altre parole si accusa il governo greco di essere stato molto generoso in passato, allargando oltre misura il settore pubblico rispetto a quello privato e ora  si tratta ora di far rientrare nelle “giuste” dimensioni spesa pubblica, salari e stipendi per riacquistare la fiducia dei mercati.

Ma intanto già si levano alti i proclami dei governi europei che annunciano severe politiche di contenimento della spesa pubblica, non ultimo il ministro dell’economia Tremonti che sta approntando una mnovra manovra finanziaria che prevede di tagliare la spesa pubblica italiana di trenta miliardi di euro. Insomma: Grecia docet.

Lorenzo Procopio