La crisi non è uguale per tutti

Creato: 05 Maggio 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1943

Si concentra la ricchezza, dilaga la povertà ma non cresce l’opposizione sociale

Secondo l’Istat nel 2009 il reddito medio delle famiglie italiane è diminuito rispetto all’anno precedente del 2,8 per cento. Il dato, pur non aggiungendo nulla a quanto già si sapeva e cioè che la crisi ha falcidiato Pil e Reddito nazionale, dà però una rappresentazione della realtà alquanto mistificata. Stando a esso, come con i famosi polli di Trilussa, sembrerebbe che, per effetto della crisi, gli italiani siano diventati tutti egualmente un po’ più poveri quando ciò è vero solo per la gran parte della società e in particolar modo per il mondo del lavoro.

Il presidente del Consiglio Berlusconi, per esempio, nella sua qualità di maggior azionista della Fininvest, ha in questo stesso periodo incrementato il suo reddito di circa 9 milioni di euro. E, come per lui, le cose sono andate bene anche per un altro bel po’ di ricconi. Secondo uno studio della rivista Forbes, pubblicato lo scorso marzo, infatti, nel 2009 i miliardari con un patrimonio superiore al miliardo di dollari sono aumentati del 20 per cento: da 793 a 1001 e oggi, tutti insieme, questi signori posseggono un patrimonio di 3.600 miliardi, il 30 per cento in più dell’anno precedente, il doppio del Pil italiano.  E non è finita qui. Nei giorni scorsi la famigerata Goldman Sachs ha reso noto che nel primo trimestre del 2010 ha raddoppiato gli utili netti avendo realizzato profitti per 3, 296 miliardi di dollari contro il miliardo e 659 milioni di un anno fa. [1] Né si è trattato di un caso isolato.  “…Lunedì ( il 19.04.2010 – ndr) ci informa il Manifesto - era stato comunicato che Citigroup nel primo trimestre ha fatto profitti per 4,4 miliardi di dollari quasi il triplo rispetto allo steso trimestre del 2009 e una netta inversione di tendenza rispetto alla perdita di 7,58 miliardi degli ultimi tre mesi del 2009… Altri colossi bancari che hanno annunciato utili sostanziosi sono Jp Morgan e Bank of America”.[2] Nei prossimi giorni sono attesi i dati relativi alle trimestrali di tutte le altre banche e gli analisti danno per scontato che anche questi confermeranno il trend estremamente positivo fatto registrare da Goldman Sachs e Citigroup.

Di contro, nello stesso periodo, la disoccupazione è continuata a crescere senza sosta. Nella Ue, lo scorso febbraio, il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,5 per cento, il peggiore da sei anni a questa parte. Risulta leggermente più basso in Italia ma solo perché dal calcolo sono esclusi i lavoratori in cassa integrazione. Negli Usa, nel mese di marzo, era  pari al 9,7 per cento. Nella Ue non trova lavoro il 20,6 per cento dei giovani compresi nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni; in Italia il 28,2; negli Usa, nella fascia di età fra i 14 e 19 anni, il 26 per cento. E se nel calcolo si includono anche i disoccupati che non cercano più il lavoro perché scoraggiati, negli Usa il tasso di disoccupazione risulta pari al 16.9 per cento.  Insomma, sia al di qua che al di là dell’oceano, per chi vive di solo lavoro, le cose stanno andando in direzione diametralmente opposta a quelle dei pochi miliardari e delle banche di cui essi sono in gran parte anche proprietari. In altre parole, mentre per un numero ristretto di ricchi la crisi è divenuta l’occasione per un ulteriore arricchimento, per la gran parte della società e in particolare per il mondo del lavoro, essa ha impresso un’ulteriore accelerazione al trend del progressivo impoverimento. E’ molto interessante notare che il fenomeno riguarda non solo le cosiddette tute blu ma anche fasce sempre più ampie dell’aristocrazia operaia e della piccola e media borghesia.

In Italia, stando all’ultimo Rapporto della Commissione di indagine sull’esclusione sociale, nel 2008, quando la crisi era solo agli inizi, l’incidenza della povertà relativa tra le famiglie operaie aveva raggiunti il livello record del 14, 5 per cento, al sud del 20,7 per cento. “ Se poi, come osserva Marco Revelli, dalla <<povertà relativa>> si passa all’indicatore della <<povertà assoluta>>- il quale misura il numero di coloro che non possono permettersi neppure una quantità minima di beni e servizi giudicati indispensabili per una vita dignitosa: cibo, vestiario, medicine, trasporti- le cose vanno peggio. Dall’analisi per <<gruppi>> condotta dall’Istat sul milione e duecentomila famiglie italiane censite come <<assolutamente povere>>, al fine di individuarne la composizione, risulta che quasi la metà di esse è costituita da lavoratori- in prevalenza dipendenti, ma non solo – o comunque da famiglie in cui la <<persona di riferimento>> svolge un lavoro… A cui va aggiunta la massa, certamente più consistente, delle povertà occulte: di chi non è censibile ufficialmente come povero, in base all’entità formale del reddito e del consumo, ma di fatto lo perché appesantito dalle rate del mutuo o del credito al consumo, da una separazione, un divorzio, una terapia relativamente costosa. O semplicemente da uno stile di vita diventato economicamente incompatibile con il proprio bilancio ma socialmente irrinunciabile, pena la perdita delle relazioni primarie ”.[3]

Una conferma che la povertà si sta estendendo anche agli strati medio - alti della società viene anche dalla crescita della disoccupazione dei laureati. Nel 2010 il tasso dei laureati occupati è diminuito del 7 per cento rispetto allo scorso anno quando era del 69 per cento e la media del loro stipendio oscilla fra i 1050 e i 1.110 euro mensili, come il salario medio di un operaio metalmeccanico.

Non è dunque un caso che, come ha di recente reso noto l’Istat, sia i consumi alimentari sia la propensione al risparmio delle famiglie nell’ultimo anno siano calati rispettivamente dell’ 1,4 e dello 0,7 per cento.  E secondo l’Adoc, il calo dei consumi alimentari sarebbe stato molto più consistente se una famiglia su tre non avesse fatto la spesa nei discount dove si trovano marci a più buon mercato ma di scarsa qualità.

Lo smarrimento del proletariato

L’acuirsi della tendenza al generale impoverimento della società, la polarizzazione della ricchezza in poche mani e la crescente proletarizzazione degli strati sociali intermedi, da un lato smentiscono la tesi secondo cui lo sviluppo della grande industria, pur permanendo i rapporti di produzione capitalistici, avrebbe prodotto il superamento della divisione in classe della società, dall’altro, però, conferma che non vi è fra l’acuirsi della crisi e la crescita dell’opposizione sociale una relazione causa-effetto di tipo meccanicistico, con grande delusione di coloro che sulla base di questa presunzione avevano riposto le aspettative di una significativa ripresa della lotta di classe.

Si tratta dell’errore tipico di chi, confondendo il materialismo storico con il materialismo volgare non comprende, per dirla con Marx, che “le circostanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze”[4] e quindi anche che negli ultimi trenta anni le une e gli altri sono mutati come mai prima in passato.

Sono profondamente mutati perfino molti dei fattori che in passato hanno caratterizzato in modo quasi antropologico il proletariato, definendone l’identità e le aspettative.

Il proletariato industriale, classicamente inteso, è stato privato dalla nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro perfino dei luoghi fisici che ne favorivano l’aggregazione sociale, e la sua arma migliore, lo sciopero, è stata spuntata dalla crisi e dall’inasprirsi della concorrenza fra gli stessi proletari.

Se a ciò si aggiunge la crescente spinta all’atomizzazione sociale impressa dal dilagare del consumismo e dei nuovi mezzi di comunicazione, le ragioni per cui a  tutt’oggi il proletariato risulta del tutto incapace o, se si vuole, impossibilitato, di battersi per il miglioramento delle proprie condizioni e di attrarre su questa base a sé i nuovi proletari che, peraltro, vivono la loro nuova condizione come una vergogna, un qualcosa da negare a sé stessi e agli altri e tendono perciò a rinchiudersi in se stessi e nel rimpianto del proprio passato se non a rifugiarsi nelle istanze più reazionarie quali il razzismo e la xenofobia.

Una lettera emblematica

La lettera di uno psichiatra milanese, apparsa su La repubblica dell’11 aprile scorso, che riporta la confessione di una sua paziente, una donna in carriera nel mondo degli affari, illustra in modo emblematico il profondo senso di smarrimento in cui vengono a trovarsi queste nuove vittime della crisi.  Scrive lo psichiatra: “ Faccio un esempio. Una donna tra i trenta e i quaranta anni; bella semplice, senza ritocchi. Mi ha detto: Sono una donna che non posso vivere come tale, non posso prendermi cura della mia età; ho la percezione dolorosa per la prima volta di essere giudicata, vista, come l’opposto di ciò che sono. Vorrei dare alla mia età la dignità che merita, vorrei regalare, avere iniziative. Non voglio arretrare perché economicamente non posso. Perché ogni gesto, ogni proposta implica i soldi che non ho o farli spendere a chi li ha. Non sto cercando di risparmiare. Non li ho proprio. Per la prima volta vengo considerata una donna avara (comincia a piangere dicendo che è il difetto che più detesta perché l’avarizia è sempre anche un’avarizia del cuore). Vengo considerata una donna fredda, l’opposto di quel che sono. L’unica cosa bella e preziosa che ho è il mio essere. Ed è questo che mi addolora. E che la causa di questo siano i soldi. Vorrei essere dentro ciò che il mio denaro mi permette di essere fuori”.  D’altronde, notava già Marx, nella società capitalistica “Il potere che ogni individuo esercita sulle attività degli altri e sulle ricchezze sociali, egli lo possiede in quanto proprietario di valori di scambio, di denaro” [5]. Venendo meno il denaro, dunque, viene meno non solo la possibilità di soddisfare i propri bisogni, molti dei quali del tutto fittizi, ma tutto un mondo. E in assenza di una critica pratica dei rapporti sociali esistenti, che in quanto tale costituisca anche l’elemento fondante per il loro superamento rivoluzionario, il venir meno del denaro può significare perfino il venir meno della ragione stessa della vita. E forse è proprio dagli effetti devastanti della completa mercificazione della maggior parte degli uomini e della loro vita, che si è prodotta con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, che bisogna ricominciare per capire e ricostruire.

Giorgio Paolucci



[1] Dati tratti da: il Manifesto del 21.04.2010.

[2] R, Tesi – Goldman Sachs, utili a valanga – il Manifesto, cit.

[3] M. Revelli – Povertà in tuta bluil Manifesto del 5.02.2010

[4] K. Marx – L’ideologia Tedesca – Op. Compl. Ed. Riuniti, 1972 – pag. 39

[5] K. Marx – Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse) – Quaderno I - Ed. La nuova Italia – Vol. 1° - pag. 97