Il ricatto del dollaro

Creato: 10 Dicembre 2009 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1742

Il ricatto del dollaro

Dallo scorso marzo a oggi il dollaro si è svalutato del 15 per cento rispetto all’euro. Si tratta di una svalutazione attesa e per molti versi auspicata e voluta dalla Federal Riserve; sicuramente in qualche modo subita da gran parte del resto del mondo e in particolare da Cina, Giappone e Ue.

D’altra parte, dopo che gli Usa hanno inondato i mercati finanziari di liquidità in dollari, la svalutazione del biglietto verde, e con essa dell’imponente deficit della loro bilancia commerciale, era il minimo che potesse accadere. Nell’ultimo anno, secondo alcuni analisti, la banca governata da Bernanke ha immesso nel sistema liquidità per circa 3.500 miliardi di dollari, qualcosa pari a più di un quarto dell’intero Pil statunitense. In considerazione di ciò e dell’imponente deficit commerciale pari a più di 5.000 miliardi di dollari, la svalutazione che il dollaro ha subito è stata, in realtà, molto più contenuta di quanto avrebbe dovuto essere. Al di là di queste considerazioni, resta però il fatto che il dollaro, nonostante il suo evidente declino, vanta ancora oggi  una tale posizione di forza che,  paradossalmente,  consente agli Usa di trarre grandi vantaggi anche dal suo indebolimento. Si è svalutato il loro debito, ne ha tratto una buona boccata d’ossigeno la bilancia commerciale e grazie a ciò buona parte dei costi del risanamento del sistema finanziario è scaricata sul resto del mondo. Il che non è poco per quello che da molti è ritenuto un moribondo.

Il nuovo Sansone

Agli occhi dell’economista borghese un simile paradosso risulta quasi un mistero; in realtà esso è la conferma che l’attuale crisi affonda le sue radici nelle contraddizioni del processo di accumulazione del capitale e non negli squilibri della sfera finanziaria. La forza del dollaro debole è la conseguenza di quel lungo processo, iniziato nei primi anni ’70 per far fronte alla caduta dei saggi di profitto industriali, che ha dato luogo all’attuale mercato e all’attuale divisione internazionale del lavoro. Che se da un lato ha sancito il definitivo declino degli Usa quale grande potenza industriale, dall’altro, ha ingigantito la loro potenza finanziaria fino al punto che il loro debito, ovvero la loro produzione di capitale fittizio, è divenuto il motore primo che detta i ritmi del processo di accumulazione su scala mondiale: se si ferma il motore primo si ferma tutto.

E’ come se sul dollaro, oltre all’effige di Washington, fosse stato stampato anche il monito: Attenzione! Se muore Sansone muoiono anche tutti i Filistei! E così, volenti o nolenti, i Filistei non possono fare altro che puntellare le colonne del tempio e continuare a comprare dollari e sottoscrivere  buoni del tesoro americani. In primis la Cina, seguita a ruota dai paesi del Medio ed Estremo Oriente, dal  Giappone e dalla  Ue che da un eventuale repentino crollo, essendo i maggiori creditori degli Stati Uniti, non hanno nulla da guadagnare.

Hanno molto da perdere anche se si dovesse verificare la svalutazione del dollaro solo di qualche punto percentuale. Ciò comprometterebbe quel loro export da cui, data l’attuale divisione internazionale dal lavoro, le loro economie non possono prescindere. Tanto più che nell’ultimo anno, l’import americano è già diminuito di circa il 3 per cento del Pil Usa, ovvero di qualcosa pari a circa 400 miliardi di dollari [i] e con la fila dei disoccupati che cresce ogni giorno di più un  rilancio dei consumi e della loro domanda estera appare alquanto improbabile. Attualmente “ Nella nazione più ricca del mondo – ci informa F. Rampini su La repubblica del 30 us - il 12 per cento della popolazione può comprare pane e latte al supermercato solo grazie a questa carta( i food stamp n.d.r.)dei poveri: 130 dollari al mese per comprare alimenti” e il ricorso ai buoni cibo : “ si allarga a ritmi vertiginosi, ogni giorno recluta 20.000 nuovi assistiti”.  Nell’area attorno a Detroit e nel vicino Ohio ci dice ancora Rampini: “La classe operaia è caduta nella trappola della miseria i food- stamp sono in aumento dal 60 all’84 per cento”

Dato questo contesto, per sottrarsi al ricatto alla versione moderna dell’eroe biblico, i paesi esportatori, come peraltro molto ipocritamente richiede la Federal Reserve, dovrebbero poter rilanciare i consumi interni. In particolar modo dovrebbe farlo la Cina, la cosiddetta fabbrica del mondo. In qualche misura ha pure tentato di farlo, ma il riassorbimento dei suoi surplus commerciali nelle dimensioni richieste dalla contrazione della domanda internazionale, con un incremento della domanda interna, è più semplice a dirsi che a farsi. In realtà, chi lo ritiene possibile non tiene in alcun conto che il processo di accumulazione del capitale nell’ultimo trentennio si è completamente mondializzato determinando interconnessioni e intrecci di interessi fra i diversi segmenti della borghesia internazionale tali per cui se si recide anche un solo nodo dell’ordito tutto rischia di crollare.

Cina/Usa: un connubio emblematico

Emblematico è proprio il caso del rapporto fra Cina e Stati Uniti. E’ vero che la Cina, oltre  alle maggiori riserve in dollari, detiene anche la maggior parte dei titoli del debito pubblico statunitense, che è come dire che vende agli Usa merci ricevendone in cambio dei semplici pezzi di carta, ma è anche vero che essa realizza la gran parte del suo surplus commerciale utilizzando il dollaro che le consente di importare  ed esportare merci  da e verso ogni angolo del mondo, oltre che negli Usa. Merci che altrimenti non avrebbero neppure ragione di essere prodotte poiché la borghesia cinese realizza la maggior parte dei  suoi  profitti proprio grazie alla divaricazione esistente tra i bassi salari monetari interni e i prezzi di vendita delle sue merci all’estero.

Nella nuova divisione internazionale del lavoro, la Cina, come ha recentemente sottolineato J. Halevi, (vedi l’articolo: Tra usa e Cina è un matrimonio combinato - il Manifesto - 18 novembre u.s.)- è ormai divenuta il centro che “garantisce al mondo capitalistico una forza-lavoro attiva con salari da esercito di riserva”. Cioè a dire che  a estrarre plusvalore e profitti da questo immenso esercito di riserva, (che per la verità pur essendo più concentrato in Cina e in Asia, è sparso un po’ ovunque nel mondo) non è solo la borghesia cinese, ma anche gran parte della borghesia internazionale con in testa quella statunitense. Sottolinea ancora Halevi: “Da questa differenza (fra i salari monetari cinesi e i prezzi di vendita all’estero n.d.r.) viene ricavata anche una bella fetta dei proventi delle società della grande distribuzione, come Wallmart, e di tutte le società che subappaltano in Cina le cui esportazioni, appunto, originano per oltre il 60% da filiali di multinazionali estere”.

L’idea che la domanda statunitense possa essere compensata incrementando i consumi interni cinesi, è plausibile solo in via puramente teorica. Nei fatti implica un totale sconvolgimento dei già traballanti equilibri su cui poggia il processo di accumulazione capitalistico su scala  mondiale da risultare impraticabile. Infatti, sarebbe per forza di cose necessario che i salari della forza-lavoro impiegata in Cina e nelle aree ad essa assimilabili non fossero più da esercito di riserva, ma notevolmente più alti. La qualcosa non potrebbe non tradursi in una consistente riduzione dei profitti su scala mondiale compromettendo, come abbiamo visto, l’intero processo di accumulazione capitalistica che peraltro è già alquanto traballante..

In poche parole si tratterebbe di ripristinare quel mercato e quella divisione internazionale del lavoro che la borghesia ha consapevolmente smantellato proprio per poter intensificare oltre ogni immaginazione il grado di sfruttamento della forza-lavoro su scala mondiale. E’ più facile prevedere, invece, che si andrà in direzione completamente opposta. Ovvero che si rafforzerà ulteriormente la spinta ad ampliare la forza- lavoro attiva retribuita con salari da esercito di riserva, delocalizzando altri segmenti della produzione industriale nelle aree più ricche di manodopera a costo ancora più basso di quello cinese anche se ciò incrementerà le fila dei disoccupati e di coloro che vivono di food stamp e di sussidi come il fenomeno della cosiddetta ripresa jobless (vedi su questo stesso sito l’articolo: Il Punto sulla crisi . La situazione è drammatica ma non è seria) sta già ampiamente dimostrando.

Al dunque, Filistei e Israeliti saranno anche fratelli nemici, ma a portare la croce è sempre e solo chi non ha da vendere che la sua forza-lavoro.

gp


[i] Da:  M. De Cecco – Tasse & debiti di Frau Merkel – La Repubblica – Affari & Finanza del 5.10. us