Sul decreto lavoro 2023 della “sorella” Meloni

Creato: 20 Maggio 2023 Ultima modifica: 20 Maggio 2023
Scritto da Giorgio Paolucci e Alessandro Esotico Visite: 554

La barbarie non ha ancora raschiato il fondo

Nihil sub sole novum[1]. Nulla di nuovo sotto il sole del capitalismo nella sua versione italica; non che le cose stiano diversamente altrove, ovunque «la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura[2]»: lo sfacelo imperialistico che sta gettando nella miseria sociale ed esistenziale miliardi di persone in tutto il mondo.

Venendo alle questioni nostrane, per la precisione al decreto lavoro del governo Meloni,tornano alla mente le parole di Tancredi Falconeri ne il Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E a cambiare a quanto pare saranno le forme welfaristiche e di politiche attive sul lavoro sempre più ridotte al lumicino. Via il reddito di cittadinanza la cui abolizione è stata uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale dell’attuale esecutivo, al suo posto subentrano due misure: la prima è rivolta ai non occupabili, si chiamerà “Assegno di inclusione”

«Da gennaio arriva l’Assegno di inclusione, di cui potranno beneficiare i nuclei con disabili, minori, over 60. L’importo è fino a 6mila euro all’anno, 500 al mese, più un contributo affitto (per le locazioni regolari) di 3.360 euro l’anno, 280 al mese. Se il nucleo è costituito da tutte persone almeno 67enni o disabili gravi l’importo mensile è di 630 euro più 150 euro di contributo d’affitto. La misura è erogata per 18 mesi. Poi dopo un mese di stop è rinnovata per periodi ulteriori di 12 mesi[3]

L’altra misura, sulla scorta della distinzione manichea tra occupabili e no, sarà il “Supporto per la formazione al lavoro”

«Come avevamo promesso noi distinguiamo chi può lavorare da chi non può farlo, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni annunciando la riforma del reddito di cittadinanza contenuta nel Decreto Lavoro approvato nella data simbolica del 1° maggio. Dal 2024 famiglie in difficoltà che hanno al loro interno un minore, un anziano o un disabile potranno continuare a contare sull’assegno di inclusione, che arriva a un importo massimo di 780 euro per una sola persona da moltiplicare per la scala di equivalenza. I cittadini e le cittadine che, allo stesso modo, vivono una condizione di fragilità economica ma non hanno i requisiti per ottenerlo dovranno impegnarsi in percorsi formativi per ricevere un sostegno economico di 350 euro, il supporto per la formazione e il lavoro. È questa, in estrema sintesi, la novità che arriva da settembre 2023.[4]»

Insomma: da settembre 2023 tutte le persone occupabili ree di non aver trovato lavoro - perché si sa che alla fine è tutta questione di volontà: se uno una cosa la vuole la se la prende- potranno ottenere la bellezza di 350 euro mensili alla sola condizione di frequentare corsi di formazione professionale. Non solo: basterà rifiutare una sola proposta di lavoro, anche se a mille km di distanza dalla propria residenza, per perdere il beneficio[5]. A questo quadro idilliaco va aggiunta l’estensione dell’utilizzo dei voucher fino a 15 mila euro annui, insomma per i lavoratori attualmente inoccupati si prefigura un valzer tra la miseria e la precarietà.

Potremmo dire che sul piano “sovrastrutturale” la retorica bottegaia strimpellata in ogni tv e organo di informazione del “nessuno ha voglia di lavorare, ci manca la manodopera ed è tutta colpa del reddito!” ha trovato la sua pezza d’appoggio anche nell’invidia, abilmente suscitata da una martellante campagna mediatica, riversata dal sottopagato all’inoccupato percettore di reddito. In realtà, non sono i lavoratori che mancano o sono tutti degli sfaccendati, (La disoccupazione giovanile, per esempio, è stabilmente oltre il 20%). Il fatto è che ormai il salario medio è così basso che spesso non è sufficiente neppure per far fronte alle sole spese di sostentamento anche del singolo lavoratore. Con l’automazione dei processi produttivi e gestionali è accaduto esattamente quanto previsto da Marx sin dalla seconda metà degli anni ’50 del XIX secolo:

«Il lavoro immediato [il lavoro vivo – n.d.r] e la sua qualità scompaiono come principio determinante della produzione […] e vengono ridotti sia quantitativamente a proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto […] all’applicazione tecnologica delle scienze naturali [il sistema delle macchine n.d.r.] da un lato e rispetto alla produttività generale […], dall’altro.»[6]

Il lavoro, cioè, si è ridotto ormai a così poca cosa da configurarsi sempre più come una merce molto abbondante e di scarsissima qualità. Ne è conseguita una tendenza strutturale alla sua svalutazione fino al punto che -come si diceva prima- il salario medio non assicura neppure il minimo vitale. Da qui la mancanza, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, di un sufficiente numero di soggetti ( proletari) disposti a vendere la loro merce (forza-lavoro) letteralmente sottocosto. Peraltro, la situazione è destinata ad aggravarsi. È proprio di questi giorni la notizia che la Ibm ha annullato la prevista assunzione di 7.800 dipendenti, potendoli tutti sostituire con l’IA. Di più: secondo uno studio recente della banca statunitense Goldman Sachs, nei prossimi anni, su scala mondiale ben 300 milioni i posti di lavoro saranno sostituiti con l’intelligenza artificiale.

Resta però che il plusvalore, e quindi il profitto, deriva unicamente dallo sfruttamento della forza lavoro per cui, espellendo forza-lavoro dai processi produttivi, il capitalismo di fatto, per dirla ancora con Marx:

«Lavora alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione».[7]

Alla luce di questa enorme contraddizione, per quanto ai corifei del capitale e in particolare a quelli del governo Meloni, possa apparire paradossale, le forme di reddito universale proposte in alcuni paesi e il reddito di cittadinanza italiano o il salario minimo imposto per legge, non hanno alcunché di rivoluzionario, ma sono funzionali alla stessa conservazione capitalistica in quanto evitano, o quanto meno ritardano, l’erompere di questa enorme contraddizione che minaccia il sistema fin nelle sue stesse fondamenta.

Cecità? Certo, per questo governo c’è sicuramente anche la necessità di offrire un contentino a quella parte del suo elettorato di piccola e media borghesia imprenditoriale che sopravvive di lavoro nero e sottopagato. Ma soprattutto, l’impossibilità, dato l’incalzare della crisi strutturale in cui versa il sistema capitalistico, di destinare risorse agli ammortizzatori sociali utili a contenere il conflitto di classe, sottraendole alle imprese e a ogni sorta di rendita. E così, come sapevano bene i realisti latini di un tempo: “se vuoi la pace prepara la guerra”. E come se non indebolendo vieppiù il proprio nemico? Ed ecco dunque, insieme al “decreto lavoro”, il decreto “Cutro” che, limitando ulteriormente il “diritto di asilo”, rende ancora più ricattabile quello sterminato esercito di immigrati ridotto già ora in condizioni di semischiavitù e in feroce concorrenza con tutti gli altri lavoratori.

E poiché la contraddizione è comunque insanabile: via via fino al lavoro obbligatorio e/o alle workhouses di vittoriana memoria? E allora, ancora con Marx: “Proletari di tutto il mondo unitevi!” La barbarie non ha ancora raschiato il fondo.

[1]Ecclesiaste 1:10.

[2]M. Horkheimer, T. Adorno, Dialettica dell’illuminismo. P11.

[3]https://www.ilsole24ore.com/art/decreto-lavoro-taglio-cuneo-esteso-dicembre-meloni-e-priorita-AEfly9ND

[4]https://www.informazionefiscale.it/supporto-formazione-lavoro-350-euro-assegno-di-inclusione

[5]ttps://www.ilsole24ore.com/art/assegno-inclusione-si-puo-rifiutare-lavoro-distante-novita-decreto-10-domande-e-risposte-AEugmpOD#U4029651867504Z

[6] K. Marx – Lineamenti fondamentale della critica dell’economia politica – Vol. 2 – pag. 394 – Ed. La nuova Italia

[7] Ib. pag. 395