La COP26 conferma che per salvare il pianeta bisogna affrancarsi dal capitalismo

Creato: 01 Dicembre 2021 Ultima modifica: 01 Dicembre 2021
Scritto da Carmelo Germanà Visite: 308

La cosiddetta “transazione ecologica” ha senso per il vigente modo di produzione alla sola condizione che si creino opportunità di profitto, con buona pace dei propositi di facciata a difesa dell’ambiente e ancora meno per la tutela della salute della collettività

 mareggiataIl processo di accumulazione capitalistico ha quale unico scopo spremere la maggiore quantità possibile di plusvalore dai lavoratori. A tal fine l’essere umano, la natura, o qualunque altra cosa sono semplici strumenti subordinati alla logica del massimo profitto, tutto il resto non ha importanza. Pensare che il capitalismo possa invertire la rotta e accogliere gli allarmi che da tutte le parti vengono lanciati sul degrado del pianeta e quindi sui pericoli per la stessa sopravvivenza dell’umanità, è pura illusione. La COP26 (26esima Conferenza delle Parti), meeting annuale sui cambiamenti climatici organizzato dalle Nazioni Unite, svoltosi recentemente a Glasgow, è l’esemplare dimostrazione dell’impotenza dei rappresentanti delle varie borghesia nazionali di poter agire al di sopra delle ferree leggi impersonali del capitale.

La Conferenza di Parigi del 2015 aveva stabilito che tutti i Paesi a partire dal 2020 avrebbero dovuto impegnarsi a ridurre le emissioni di gas serra per contenere l’aumento della temperatura a 1,5 °C entro fine secolo rispetto all’epoca preindustriale. Nell’era industriale, i dati di riferimento partono dalla metà dell’Ottocento sino ai nostri giorni, la temperatura è già aumentata di 1,1 °C, quindi si tratterebbe di contenere l’aumento per i prossimi ottant’anni solo di uno 0,4 °C. E’ ovvio che tale prospettiva è assolutamente irrealistica, non soltanto per i generici impegni presi dagli Stati, ma anche per le stesse proposte formulate, frutto di compromessi e contenziosi tra le fazioni nazionali del capitalismo globale. Verosimilmente le previsioni degli esperti indicano un aumento reale delle temperature tra i 2,4 °C e i 2,7 °C entro il 2100, con conseguenze disastrose.

Le dichiarazioni ufficiali di volere tagliare del 45% le emissioni dei combustibili fossili entro il 2030 e raggiungere l’obiettivo di “emissioni nette zero” nel 2050, ossia le aziende per ogni tonnellata di gas serra immessa nell’atmosfera devono impegnarsi nel rimuoverne altrettanta, dissimulano la volontà manifesta di trasformare tutta la faccenda in un gigantesco business. Un esempio paradigmatico di cosa intenda la borghesia per “salvaguardia del pianeta” in riferimento al problema della deforestazione, anche in questo caso il proposito della COP26 è di arrestare il disboscamento entro il 2030, viene dalla multinazionale brasiliana Suzano Papel e Celulose la più grande azienda di cellulosa e carta dell'America Latina. I disastri ambientali prodotti dalla multinazionale agroindustriale vengono compensati con i cosiddetti Pagamenti per Servizi Ambientali (PSA), basati sul perverso meccanismo di distruggere per poi aggiustare, eliminare la biodiversità e impiantare la monocultura di alberi. Si tratta di un’operazione di greenwashing tesa a mascherare la totale mercificazione della questione ambientale: «La creatività in termini di neologismi risalta sull’idea per cui le imprese che inquinano poi pagano. Questo permette di misurare, attraverso i prezzi di mercato, il volume della biodiversità devastata e di compensare il disastro con qualche progetto di conservazione in un altro ecosistema mercificato.»[1] Il sistema dei PSA rivela l’essenza stessa del capitalismo moderno, ovvero il carattere speculativo e parassitario, dove la stessa produzione di merci è finalizzata alla creazione di capitale fittizio: «Essendo gli accordi PSA formalizzati mediante contratti a lungo termine, generano crediti futuri, ovvero diritti di pagamento futuri per la fornitura di servizi ambientali nel corso dell’esecuzione dei progetti […] i circuiti del gioco d’azzardo nei mercati dei derivati hanno trovato, nei contratti PSA e crediti simili, un ulteriore impulso per la loro riproduzione parassitaria.»[2]

Alcuni punti fermi vanno affermati categoricamente per denunciare le incompatibilità tra il sistema capitalista e la salvaguardia dell’ambiente evidenziando che un cambiamento di rotta è possibile alla sola condizione di abbattere il vigente modo di produzione per creare una comunità umana basata sul soddisfacimento dei bisogni di tutti.

Primo, il capitalismo è un rullo compressore che tutto appiattisce nella sua incessante necessità di produrre merci su scala allargata, condizione che deve essere soddisfatta per non ostacolare il normale svolgimento del processo di accumulazione capitalistico, parlare di decrescita o non tenere conto dell’aumento dei costi di produzione rinunciando anche parzialmente alle attuali fonti energetiche sarebbe un suicidio per il capitale. Proprio per questo le cosiddette produzioni ecologiche green ricavate da fonti rinnovabili vanno a rilento e si realizzano alla sola condizione che siano remunerative e non intacchino i saggi di profitto. Risultato: i combustibili fossili non soltanto ancora oggi coprono oltre 85% del fabbisogno energetico mondiale, ma vari Stati come Cina, Stati Uniti, Brasile, Gran Bretagna ecc. hanno in programma nuove estrazioni e trivellazioni di carbone e di idrocarburi. Secondo, non è dato che qualsivoglia prodotto realizzato nel vigente modo di produzione possa esclusivamente soddisfare un bisogno, perché è solamente il valore di scambio che giustifica il successo e la continuità dell’investimento. Pertanto tutto ciò che attiene il risanamento ambientale necessariamente è finalizzato alla realizzazione di profitto, in quanto creazione e scambio di valori, le devastazioni causate dal sistema si traducono ancora una volta in affari, nella mercificazione della natura esattamente come mercificata è la stessa umanità. Terzo, le nuove frontiere tecnologiche che secondo la borghesia dovrebbero rispondere all’emergenza climatica nella logica invasiva e irrazionale del capitale generano l’effetto contrario: «Per molto tempo l’industria digitale è stata considerata pulita perché “immateriale”. Contro i giganti del petrolio e dell’automobile, la Silicon Valley appariva come l’alleata naturale delle politiche di lotta contro i cambiamenti climatici. Quest’illusione sta svanendo. Un’inchiesta condotta su più continenti rivela il costo ambientale esorbitante del settore delle tecnologie di punta.»[3]  Quattro, gli enormi interessi

in gioco inerenti la transizione ecologica, che poco hanno a che fare con la difesa dell’ambiente e tanto col guadagno, non faranno che scatenare ulteriormente le brame e lo scontro interimperialistico nella competizione economica per accaparrarsi quote di mercato, dagli investimenti e soprattutto dalla speculazione. Andando a ingigantire gli aspetti parassitari caratterizzanti il capitalismo degli ultimi decenni, con la produzione di capitale fittizio in aggiunta allo straripante capitale fittizio già esistente.

Il Moloch che si chiama capitalismo divora tutto ciò che trova sulla sua strada, sempre più imprescindibile è fermarlo e cancellarlo dalla storia. Arduo compito per il proletariato internazionale, dati i rapporti di forza attuali e il grado di coscienza che esso ha di sé rispetto alla tracotanza del proprio avversario di classe, ma gli svolti della storia sono imprevedibili e la necessità può concretarsi in possibilità. Cresce l’esigenza di comunismo, epurato da tutte le falsità che le vicende storiche e le convenienze ideologiche gli hanno incollato per infangarlo. Ricordando le parole del giovane Marx, oggi ancora più attuali che mai, l’uomo ha bisogno di riappropriarsi della propria umanità e il comunismo: «[…] è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo; la verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere. E’ il risolto enigma della storia e si sa come tale soluzione.»[4]

[1]    Tratto dall’ottimo articolo di Helder Gomes Il mondo della speculazione e il bonus verde sul sito https://www.infoaut.org/date/2021/11/15

[2]    Ibid

[3]    Sottotitolo dell’articolo Se il digitale distrugge il pianeta uscito su Le Monde diplomatique - il manifesto, ottobre 2021

[4]    K. Marx, Opere filosofiche giovanili - Manoscritti economico-filosofici del 1844, Editori Riuniti, Roma, III ristampa gennaio 1977, pag. 226