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I cent’anni di solitudine della scissione di Livorno. Esperienza, significato e lezioni della nascita del partito comunista d’Italia.

Creato: 31 Gennaio 2021 Ultima modifica: 04 Luglio 2021
Scritto da Lorenzo Procopio Visite: 463

Dalla rivista D-M-D' N°16 Traduzioni: [EN][FR]

proleter22Sembrerebbe che ai comunisti non sia rimasto altro da fare che ricordare il glorioso passato, nell’attesa messianica che i bei tempi andati possano miracolosamente tornare per riallacciare quel filo rosso drammaticamente spezzato dal trascorrere del tempo. Infatti, per il quinto anno consecutivo siamo qui a ricordare una data importante nella storia del movimento operaio e comunista italiano ed internazionale; dopo il centenario della rivoluzione russa del 2017, il bicentenario della nascita di Marx del 2018, il centenario della morte di Rosa Luxemburg del 2019, il bicentenario della nascita di Engels del 2020, in questi giorni è un proliferare di iniziative per celebrale il centenario della fondazione del partito comunista d’Italia.

E’ passato esattamente un secolo da quando al XVII congresso del Partito socialista italiano poco più di un terzo dei delegati, su indicazione del loro leader Amadeo Bordiga, abbandona il teatro Goldoni di Livorno dandosi appuntamento alle ore 11 al teatro San Marco , distante poco più di un chilometro, per costituire il Partito comunista d’Italia – sezione della terza Internazionale. Si consuma così, in un gelido venerdì 21 gennaio 1921, la scissione socialista, una rottura sofferta che covava all’interno del partito ormai da qualche anno e sulla quale sono stati versati fiumi d’inchiostro lungo questo secolo. Di quei fatti lontani non è rimasto nulla. E’ scomparso il luogo della fondazione, essendo il già fatiscente teatro San Marco stato abbattuto nell’immediato dopoguerra, ed è scomparso nel 1991 lo stesso partito comunista dopo una lunga storia in cui sono state quasi immediatamente abbandonate e tradite le ragioni politiche della sua stessa nascita. A testimonianza del luogo e dell’immediato tradimento delle ragioni della scissione di Livorno è rimasta una lapide installata nel 1949 dalla locale sezione del partito in cui sono scolpite le seguenti parole “Tra queste mura il 21 gennaio 1921 nacque il partito comunista italiano, avanguardia della classe operaia. Alla testa della democrazia nella ventennale battaglia contro il fascismo, popolò dei suoi migliori le carceri e i campi di guerra. Sorretto dalla ideologia di Marx, di Engels, di Lenin e di Stalin, dall’esempio di Gramsci sotto la guida di Togliatti prosegue la lotta per rompere le catene di un duro servaggio, per la pace e l’indipendenza dell’Italia nella realtà del socialismo”. Sono parole che suonano lontane anni luce dal clima politico che si respirava a Livorno nel gennaio del 1921, parole che testimoniano in maniera chiara un percorso di repentino abbandono di quegli ideali rivoluzionari che animarono la fondazione del partito. Per cogliere la differenza basta citare la testimonianza di Luigi Amadesi[1], riportata da Paolo Spriano nella sua Storia del partito comunista italiano, in cui dichiara “Siamo cresciuti in ambienti già socialisti; poi è venuta la rivoluzione sovietica che ha suggestionato profondamente i giovani. Avevamo compreso proprio dall'esempio sovietico che era possibile farla finita, che era possibile fare la rivoluzione. Non vi è paragone che consenta di far comprendere la potenza del mito della rivoluzione sovietica sulle nostre coscienze di allora. Tutto questo ci ha come ispirato ed aperto la mente: una via c'era, una soluzione c'era... Allora la questione si poneva sul piano della conquista del potere. Noi guardavamo al parlamentarismo come ad una espressione marcia della corruzione borghese. La sola via che avevamo dinanzi era l'azione rivoluzionaria”[2]. Quanta distanza corre tra queste parole e quelle scolpite sulla lapide. Lungo il nostro saggio cercheremo di capirne le ragioni di questo repentino cambiamento, analizzando il contesto in cui si è materializzata la nascita del partito, verificare se vi era lo spazio politico per opporsi a quanto accaduto e soprattutto cogliere gli insegnamenti e i limiti di una esperienza come quella della scissione di Livorno.

Ovviamente  non è nostra intenzione glorificare il passato, vivere di ricordi, commemorare, altri sono i nostri intenti nel ritornare ancora una volta a parlare di Livorno 1921. Pensiamo, invece, che sia assolutamente necessario comprendere se le ragioni di fondo che hanno portato alla scissione di Livorno possano essere di qualche utilità ai compiti a cui sono chiamati i rivoluzionari del XXI secolo. Ci sembra altresì importante ricostruire per sommi capi gli eventi che hanno portato alla scissione di Livorno e nello stesso tempo osservare la sua evoluzione nel corso del suo primo quinquennio di vita. Da Livorno 1921 a Lione 1926, sede e data del terzo congresso del partito, si consuma la sconfitta delle ragioni della stessa scissione. E’ questo l’arco temporale all’interno del quale il partito di Livorno si trasforma da organo che deve guidare la rivoluzione comunista in Italia a strumento di difesa degli interessi dello stato russo. Ci sembra opportuno ritornare su quegli eventi, non perché non ci sia una sterminata letteratura in materia, ma perché ancora oggi constatiamo che anche le ultime pubblicazioni[3] dedicate alla scissione di Livorno risentono della solita impostazione che riscrive la storia con l’occhio del vincitore, esaltando il ruolo svolto da Gramsci nel processo di fondazione del partito oppure accusare la corrente cui fa capo Bordiga di settarismo parareligioso[4]. Per noi la scissione di Livorno non rappresenta esclusivamente un problema storico, un tentativo di ricostruire i fatti che sono accaduti in quel contesto, ma riveste anche un carattere politico che si sostanzia nel comprendere l’importanza di costruire un moderno partito rivoluzionario che abbia la capacità di saper interpretare le contraddizioni del capitalismo del ventunesimo secolo e nello stesso tempo rappresentare un chiaro punto di riferimento di classe per il moderno proletariato internazionale.    

Un secolo non passa mai senza modificare profondamente il contesto economico e sociale in cui si svolgono le vicende umane; questo ci deve insegnare che non possiamo pensare che sia in futuro replicabile quel che accadde il 21 gennaio 1921 a Livorno. Troppo diverso è il contesto in cui quell’evento si è concretizzato per ipotizzare una sua replica negli stessi termini e con le stesse modalità. Ma è tempo di tornare indietro per osservare, a distanza di un secolo, le ragioni e le cause della scissione di Livorno.

Alle origini del partito comunista d’Italia

La scissione di Livorno del 1921 non è un fulmine a ciel sereno che spacca il vecchio partito socialista italiano, ma affonda le proprie origini nelle posizioni che si cristallizzano nel suo seno in relazione a due grandi eventi: la prima guerra mondiale e la rivoluzione russa dell’ottobre 1917. Sono questi i due eventi che, oltre a segnare l’intera storia dell’umanità, attivano all’interno del movimento socialista internazionale profonde divisioni da cui si origineranno nell’immediato primo dopoguerra i vari partiti comunisti. Fino al congresso di Basilea del 1912 la seconda Internazionale, l’organizzazione che raggruppava i vari partiti socialisti sparsi per l’Europa e nel mondo, aveva mantenuto nei confronti della guerra un chiaro atteggiamento di opposizione. Nessun appoggio alla guerra dei capitalisti che per difendere i propri interessi di classe mandano al massacro milioni di proletari, questa era stata fino a quel momento la posizione dei partiti socialisti aderenti alla II Internazionale.

Il quadro cambia repentinamente alla vigilia dello scoppio del primo conflitto mondiale, quando molti dei partiti socialisti aderenti all’Internazionale votano a favore dei crediti di guerra schierandosi in tal modo a fianco delle rispettive borghesie e della sua guerra imperialista. Lo scoppio del conflitto mondiale segna, tra le altre cose, la disintegrazione della II Internazionale facendo naufragare in pochissimo tempo quella solidarietà tra i lavoratori chiamati ora dagli stessi partiti socialisti a difendere le rispettive patrie dagli attacchi dei nemici e combattere contro gli stessi fratelli di classe. Nel fuoco del conflitto mondiale nel settembre del 1915 a Zimmerwald, piccola cittadina del cantone di Berna, si riunisce un piccolo e variegato gruppo di rivoluzionari che sostengono le originarie posizioni della II Internazionale di chiara opposizione alla guerra. La conferenza si chiude con la redazione del famoso manifesto di Zimmerwald nel quale si esprimono a chiare lettere le ragioni dell’opposizione al conflitto mondiale. Tra i partecipanti alla conferenza svizzera c’è anche Lenin e altri membri del partito bolscevico.

Lo scoppio del primo conflitto imperialistico vede il partito socialista italiano assumere una posizione politica unica nel panorama internazionale, sintetizzata dalla formula del “né aderire, né sabotare”. Tradotto in termini pratici ciò significava da un lato non votare a favore dei crediti di guerra nell’ambito parlamentare, ma nello stesso tempo non si davano indicazioni ai lavoratori per opporsi alla guerra del capitale. Questa ambigua posizione non vieta al segretario del partito socialista italiano di partecipare personalmente alle conferenze di Zimmerwald e Kienthal, tenutasi nel corso del 1916, che raggruppa l’ala sinistra del movimento socialista internazionale che si oppone al conflitto mondiale. In Italia chi si schiera a favore della guerra è Benito Mussolini, allora direttore dell’Avanti, con un passato di rappresentante dell’ala rivoluzionaria all’interno del partito socialista. Il richiamo della guerra non lascia indifferente lo stesso giovane Gramsci che in un articolo dell’ottobre 1914, apparso sul Grido del Popolo, sostiene le ragioni di una neutralità attiva ed operante, che non si discosta più di tanto dall’interventismo mussoliniano. L’interventismo mussoliniano rappresenta un caso quasi isolato nel partito socialista, e seppur nel complesso il corpo del partito approva la formula di né aderire né sabotare, si enuclea all’interno del partito una corrente di chiara opposizione alla guerra. Tra gli animatori di tale posizione c’è anche il napoletano Amadeo Bordiga[5].

L’altro grande evento che segna uno spartiacque nella storia del movimento socialista è lo scoppio della rivoluzione russa del 1917. Con la caduta del potere zarista nel febbraio del 1917 si apre il rapidissimo ciclo rivoluzionario che si consolida con la conquista del potere da parte del partito bolscevico nel corso dell’ottobre dello stesso anno. La rivoluzione ha un impatto straordinario nelle dinamiche del movimento socialista italiano ed internazionale. Se l’ala riformista e gradualista del partito socialista italiano, il cui maggior esponente è Filippo Turati, aveva accolto con entusiasmo le notizie della caduta della zar e la formazione del governo provvisorio di Kerensky, denunciava come una fuga in avanti dalle conseguenze nefaste per l’intero movimento la conquista del potere da parte di Lenin. Per questo settore del partito socialista Lenin non aveva compiuto alcuna rivoluzione ma i fatti dell’ottobre erano da ascrivere ad un vero e proprio colpo di stato perpetrato dal partito bolscevico nei confronti del governo democratico in carica. La posizione di Turati è fortemente minoritaria tra le file del partito socialista, che invece accoglie con entusiasmo le notizie che arrivano dalla lontana Russia. Il partito socialista italiano, nella sua maggioranza pensa che l’ottobre russo rappresenti il chiaro segnale che si è aperta una nuova fase rivoluzionaria e che presto travolgerà l’intero continente europeo. Questo è almeno quanto dichiara il direttore dell’Avanti Giacinto Menotti Serrati, leader dell’ala massimalista del partito che rappresenta la parte più cospicua dell’intero partito. L’ala rivoluzionaria del partito socialista, il cui esponente di maggior spessore teorico, politico ed organizzativo è senza ombra di dubbio Amadeo Bordiga, accoglie le notizie della rivoluzione russa con la luce negli occhi di chi intravede in quegli eventi concretizzarsi la prospettiva del definito abbattimento del sistema capitalistico. Ma non sono solo i dirigenti del partito a vedere nei fatti di Russia un fatto epocale che potrà segnare l’inizio di un mondo nuovo, anche i lavoratori manifestano in favore della rivoluzione, tanto che lo slogan più usato durante le iniziative operaie è “fare come in Russia”. Per comprendere come il partito socialista italiano esprimesse al proprio interno una miriade di differenti posizioni politiche, frutto anche di una diversa impostazione teorica rispetto ai temi della rivoluzione, è interessante osservare la posizione di Gramsci rispetto alla conquista del potere da parte dei bolscevichi. Questi scrive un articolo “La rivoluzione contro il capitale”, pubblicato nel mese di novembre 1917 sull’Avanti, in cui sostiene che la rivoluzione russa è contro il Capitale di Marx, in quanto avviene in un paese arretrato mentre Marx prevedeva la possibilità di fare una rivoluzione soltanto in un paese a capitalismo avanzato, e ciò è stato possibile grazie alla forza di volontà del partito bolscevico. Una rivoluzione, quella russa, non più determinata dalle contraddizioni del capitalismo e dall’azione del proletariato guidato dal suo partito, ma resa possibile da una sorta di volontarismo soggettivista lontano mille miglia dal materialismo storico di Marx e dalla lettura che Lenin ha dato della nuova fase dell’imperialismo. Gramsci interpreta il Capitale di Marx in termini quasi scolastici, non coglie le modificazioni nel frattempo intervenute nel contesto capitalistico, con l’affermarsi delle nuove forme di dominio imperialistico che rendono possibili attacchi rivoluzionari anche nelle aree periferiche del capitalismo. In realtà quella russa è una rivoluzione non contro il Capitale di Marx ma una sua splendida conferma.  

La terza Internazionale e le correnti del partito socialista italiano

La rivoluzione in Russia è guidata dal partito bolscevico con il chiaro proposito di rappresentare soltanto il momento iniziale di un più vasto processo rivoluzionario che avrebbe interessato altri paesi del continente europeo. Non solo la rivoluzione russa doveva rappresentare la prima tappa di un più vasto processo, ma il suo successo era inevitabilmente legato alla prospettiva di un allargamento della rivoluzione in altri paesi. La visione internazionalista del partito bolscevico era un caposaldo nella propria strategia, tanto che per Lenin e compagni senza la rivoluzione in altri paesi, la stessa rivoluzione russa era destinata a soccombere alla controrivoluzione del capitale. Anche per questo, appena le condizioni interne lo consentirono, il partito bolscevico, che nel frattempo aveva cambiato il proprio nome in partito comunista russo, si fece promotore di organizzare tra i rappresentanti dei partiti socialisti europei un incontro a Mosca nel marzo del 1919, con l’intento di lanciare l’idea di costituire una nuova internazionale. Alla fine dei lavori i pochi delegati presenti decisero di fondare la Terza Internazionale con sede a Mosca e in virtù della poca rappresentatività dell’incontro moscovita nessun documento ufficiale fu adottato durante i lavori. In quello che sarà considerato il momento fondativo della III Internazionale la più importante indicazioni fu quella di invitare i vari partiti socialisti a procedere all’espulsione dei rappresentanti del riformismo e del gradualismo e tutti coloro che si erano schierati a favore del conflitto mondiale.

Nel momento in cui viene fondata l’Internazionale comunista si delineano in maniera più netta le diverse anime che costituiscono il partito socialista italiano. Nel nuovo contesto internazionale si è chiamati a prendere delle risoluzioni che rendono impossibile la permanenza nel partito di tali diverse anime, preparando così il terreno a quello che sarà l’atto conclusivo che si celebrerà appunto a Livorno nel gennaio 1921. Ma Livorno è ancora molto lontano e la lentezza di questo processo di chiarificazione sarà una delle maggiori cause che porteranno alla costituzione del nuovo partito in forte ritardo rispetto all’ondata di lotte che proprio nel biennio 1919/1920 vedranno il suo punto più alto.

Una prima componente del partito socialista italiano è rappresentata dall’ala riformista che controlla il gruppo parlamentare ed ha forti legami anche con il mondo sindacale. Esprime quella tendenza che si è affacciata a livello internazionale alla fine dell’ottocento con gli scritti del socialdemocratico Eduard Bernstein e che si è consolidata nei primi anni del ventesimo secolo. Sostiene che il fine ultimo delle lotte dei lavoratori sia in ogni caso il socialismo, ma che questo possa essere raggiunto gradualmente attraverso una serie di riforme da attuarsi attraverso l’uso del parlamento borghese. Lo strumento migliore per realizzare il socialismo è, per questo filone del pensiero socialista, la conquista della maggioranza parlamentare attraverso la quale si potranno in tal modo approvare tutte quelle riforme che avranno come meta finale la società socialista. La rottura rivoluzionaria è sostituita dalla conquista del parlamento borghese attraverso l’arma della battaglia elettorale. Alla fine degli anni 10 del secolo scorso tale corrente riformista rappresenta una minoranza nelle file del partito socialista italiano, ed è quella che per la III Internazionale dovrà essere espulsa affinché il partito possa diventare un vero partito rivoluzionario. Sono i vari Turati, Treves, Modigliani ad essere sul banco degli imputati dell’Internazionale, basta espellerli per purificare il partito dalle scorie del riformismo. E’ quella della terza Internazionale una lettura ottimistica che, anche a causa delle scarse conoscenze della reale situazione del partito socialista italiano, non coglie le ben più gravi incrostazioni riformistiche che pervadono ben più ampi settori del partito. Ma proseguiamo con ordine.

La corrente massimalista rappresenta il corpo centrale e maggioritario del partito ed ha in Giacinto Menotti Serrati il suo rappresentante di punta. Già direttore dell’Avanti, diventa in questo frangente il punto di riferimento dei russi per epurare il partito dalle scorie del riformismo. Pur schierandosi in maniera netta a favore dell’Internazionale comunista, pur giudicando necessaria la rottura rivoluzionaria, il massimalismo non condivide la necessità di espellere dal partito la sua ala riformista. Per Serrati l’unità del partito è un valore da difendere e se si dovrà arrivare all’espulsione di Turati e company, ciò dovrà avvenire con i tempi e con le modalità scelte dallo stesso corpo del partito. Quando al secondo congresso dell’Internazionale comunista vengono approvati i 21 punti che rappresentano le condizioni per essere ammessi nell’organizzazione, il massimalismo italiano non ha alcun tentennamento nell’approvarli, ma quando si tratta di passare ai fatti e conseguentemente espellere dal partito i riformisti invoca la propria autonomia nella gestione della vita interna del partito. Per Serrati procedere immediatamente all’espulsione dei riformisti determinerebbe una grave minaccia alla capacità del partito di operare all’interno della classe lavoratrice, anche perché le organizzazione sindacali e lo stesso movimento cooperativo è nelle mani della sua ala riformista. Spezzando l’unità si teme che il partito possa perdere il proprio legame con la classe lavoratrice. In realtà accade che la difesa dell’unità del partito, nella nuova fase che si è aperta con la rivoluzione bolscevica, diventa una camicia di forza che paralizza la sua azione proprio nel momento in cui i lavoratori esprimono il punto più alto nello scontro di classe. Un partito paralizzato ed incapace di dare una parola d’ordine ai lavoratori quando questi nel famoso biennio rosso si rendono protagonisti di straordinarie manifestazioni di lotte. Per difendere l’unità del partito avendo paura di perdere il legame con la classe operaia si è finito per abbandonare a se stessi i lavoratori in lotta.

In questo clima di effervescenza, alimentato dalle notizie della straordinaria vittoria bolscevica, si consolida nel partito socialista una posizione chiaramente rivoluzionaria. Il principale gruppo di questa tendenza è quello napoletano guidato da Amadeo Bordiga, che pubblica il giornale il Soviet, un chiaro segnale di quanto sia forte il legame con l’esperienza della rivoluzione russa. Pur avendo nel capoluogo campano la propria roccaforte la frazione di Bordiga estende il proprio raggio d’azione in molte altre zone del paese tanto che gli astensionisti sono presenti in tantissime federazioni del partito. Avversario di qualsiasi visione gradualista e riformista del marxismo, il gruppo di Amadeo Bordiga si colloca nel punto più a sinistra del partito, approvando senza alcun tentennamento le indicazioni provenienti da Mosca circa la necessità di espellere i riformisti. A differenza di Serrati, che sostiene che i tempi non sono ancora maturi per espellere i riformisti e che la rivoluzione non è poi così dietro l’angolo, Bordiga conduce una battaglia senza quartiere per espellerli ed è convinto che la rivoluzione russa abbia spianato la strada ad un processo di dimensioni più grande. Proprio per differenziarsi dal gradualismo riformistico, e pertanto disilludere i lavoratori circa la possibilità di realizzare il socialismo attraverso la scheda elettorale, la corrente di Bordiga è astensionista. Per Bordiga non solo era necessario espellere i riformisti, ma pensava che attraverso l’astensionismo si potessero iniettare nel partito gli anticorpi necessari a prevenire scivolamenti verso nuove visioni riformiste. L’astensionismo diventa in questo frangente della lotta politica interna al partito socialista italiano il principio intorno al quale Bordiga spera di costruire il proprio consenso ed allargare le file della corrente rivoluzionaria. Per il gruppo del Soviet di Napoli la battaglia astensionista ha anche il significato di far comprendere alla classe lavoratrice come l’obiettivo non è tanto la conquista elettorale della gestione dello stato borghese, ma la sua distruzione e la costituzione dei nuovi organi del potere proletario. Non può esserci alcuna mediazione tra le istanze rivoluzionarie della classe lavoratrice guidata dal suo partito di classe e una visione della conquista del potere attraverso le vie parlamentari.

Tra le fila della sinistra del partito si colloca il gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, i cui principali protagonisti sono Tasca, Gramsci, Terracini e Togliatti. E’ un gruppo di giovani intellettuali la cui formazione è a distanza siderale da quella del gruppo astensionista. E’ un gruppo che opera soltanto nella città di Torino, una delle capitali economiche del paese, che matura importanti esperienze nell’ambito delle lotte operaie di quegli anni nelle fabbriche cittadine. E’ in questo contesto che Gramsci intravede nella formazione dei consigli di fabbriche una sorte di contro-potere proletario che precede la rivoluzione; in altre parole i consigli di fabbrica di Torino rappresenterebbero, nel pensiero gramsciano, quello che rappresentano i soviet nella rivoluzione russa. Bordiga avrà modo di criticare in maniera netta tale visione, denunciando il pericolo di riformismo implicito in tale elaborazione, in quanto presuppone la possibilità che il socialismo possa realizzarsi senza la necessaria rottura rivoluzione. La critica di Bordiga si concentra nell’evidenziare come i consigli di fabbrica se prefigurano in regime capitalistico un contro-potere proletario, opponendosi al comando del capitale, si creerebbe una sorte di dualismo di potere (capitalistico ed operaio) che potrebbe essere risolto a favore del lavoro senza i dolori del parto rivoluzionario. Aggiungiamo noi che in tale visione non solo si reintroduce una visione riformista nel processo di costruzione della nuova società socialista, ma si svilisce il ruolo e la stessa funzione del partito di classe relegato a giocare un ruolo accessorio nel permanente scontro di classe.

Le componenti del partito socialista italiano che abbiamo sinteticamente descritto si scontrano al congresso di Bologna nell’ottobre del 1919. I risultati di tale congresso evidenziano come il partito sia in mano al massimalismo di Serrati che conquista nettamente la maggioranza con ben 48 mila voti, mentre la mozione di Lazzari appoggiata da Filippo Turati conquista 15 mila voti, infine la mozione presentata da Amadeo Bordiga ottiene soltanto il 5% delle preferenze dei delegati con  3417 voti. A Bologna si celebra la vittoria del massimalismo e una netta sconfitta per la sinistra del partito. Non solo le tesi astensioniste non raccolgono consensi nella sinistra del partito, ma alle elezioni del novembre 1919 il partito socialista ottiene una straordinaria vittoria elettorale con ben 156 deputati; quello socialista diventa il primo partito all’interno del parlamento italiano.

Verso la scissione di Livorno

I risultati del congresso di Bologna non lasciano dubbi su quale fosse in quel momento l’orientamento della maggioranza del partito. Il ruolo centrale giocato dal massimalismo italiano è riconosciuto anche a livello internazionale, tanto che è sempre e ancora Serrati l’uomo individuato da Mosca per compiere l’espulsione dei riformisti. L’ambiguità del massimalismo italiano ha giocato il suo nefasto ruolo sia sul fronte interno che su quello internazionale. Sul piano della politica interna, proprio nel momento in cui la classe lavoratrice dimostra una disponibilità alla lotta mai più raggiunta nel secolo scorso, il massimalismo italiano paralizza con il suo immobilismo il partito socialista lasciando la classe priva di una adeguata guida politica. A parole sostengono le ragioni della rivoluzione, in realtà non muovono un dito per prepararla lasciando in tal modo in mano ai sindacati la gestione delle lotte. Sul piano internazionale il massimalismo italiano ha rappresentato, ancora per buona parte del 1920, il punto di riferimento dei russi per espellere dal partito i rifomisti. Questo rapporto di fiducia si incrina al secondo congresso dell’Internazionale comunista che si tiene a Mosca tra il 19 Luglio e il 7 agosto del 1920, durante il quale si approvano i famosi 21 punti che rappresentano le condizioni di adesione all’organizzazione. Ancora nella primavera del 1920 Lenin nel suo “Estremismo, malattia infantile del comunismo” critica tra gli altri anche Bordiga per le sue posizioni sull’astensionismo, sostenendo in tal modo il suo appoggio alla corrente massimalista. A distanza di un secolo da quegli eventi, possiamo osservare come allora fossero alquanto scarse le conoscenze di Lenin e del gruppo dirigente russo sulle diverse componenti del socialismo italiano, favorendo in tal modo il ruolo giocato in quel frangente dal massimalismo italiano e riponendo in esso una fiducia che obiettivamente si è dimostrata mal riposta. E’ interessante osservare come in questi mesi la corrente astensionista di Bordiga, dopo essere uscita nettamente sconfitta al congresso di Bologna, rinuncia al principio dell’astensionismo e rafforza i propri legami con le altre espressioni di sinistra esistenti nelle fila del partito socialista. In particolare si intensificano i rapporti con il gruppo dell’Ordine Nuovo di Torino e con il gruppo milanese di Fortichiari e Repossi. Alla fine del 1920, quando le lotte della classe lavoratrice su scala italiana perdono inevitabilmente la propria spinta, al Convegno di Imola la corrente rivoluzionaria del partito socialista approva la propria mozione che sarà presentata al congresso del partito che si terrà nel gennaio del 1921 a Livorno.

Nasce il partito comunista d’Italia

Il partito socialista italiano inizia il suo XVII congresso con la sicurezza che alla conclusione dei lavori qualcuno dei suoi militanti avrebbe abbandonato l’organizzazione. L’evoluzione dello scontro interno era stato tale che era ormai diventato impossibile mantenere intatta l’organizzazione socialista; troppe erano le divergenze che si erano accumulate negli ultimi anni per evitare la  frattura. Infatti tutti i lavori congressuali si giocano sulla discussione delle tre principali mozioni: quella massimalista che, pur accettando i principi della rivoluzione russa e dell’Internazionale, difende l’unità del partito, quella dei riformisti di Turati che è critica nei confronti del potere bolscevico e non accetta ovviamente i 21 punti approvati dal secondo congresso della terza Internazionale, infine la mozione dei comunisti che pongono la necessità di espellere dal partito i riformisti. Durante i lavori congressuali i principali oratori per la mozione di Imola sono stati Umberto Terracini e Amadeo Bordiga, a simboleggiare l’unificazione delle diverse anime della corrente comunista operante nel partito socialista. Giusto per smentire le false ricostruzioni storiche che attribuivano a Gramsci e Togliatti il ruolo di fondatori del partito, è bene ricordare che Gramsci al congresso di Livorno non interviene, se ne sta seduto in silenzio ad ascoltare i vari oratori, mentre Togliatti non è neanche presente al congresso. Il congresso di Livorno del partito socialista italiano si conclude con la netta vittoria dei massimalisti che ottengono poco più di 98 mila voti, la mozione di Turati 14695 voti, mentre la corrente comunista ottiene 58783 voti su un totale di 172 mila. Su invito di Bordiga tutti coloro che avevano approvato la mozione di Imola sono invitati a trasferirsi al teatro San Marco per avviare la costituzione del partito comunista d’Italia. A Livorno si arriva quando i giochi all’interno del partito erano già fatti, ufficializzando quella frattura insanabile operante da parecchi mesi all’interno dell’organizzazione. Con la costituzione del partito comunista anche la classe lavoratrice italiana si dotava della sua avanguardia rivoluzionaria, finalmente libera dalle pastoie riformiste e dai tentennamenti del massimalismo, ma a distanza di un secolo possiamo tranquillamente affermare che il processo di formazione del partito è stato purtroppo lento, arrivando in ritardo rispetto al ciclo di lotte operaie del biennio 1919/1920. Il partito comunista d’Italia si costituisce quando è praticamente finito il biennio rosso e anche sul fronte russo iniziano a serpeggiare dei dubbi sull’immediata estensione della rivoluzione a livello internazionale. L’errore strategico commesso in quel contesto è stato quello di pensare che in Italia sarebbe stato sufficiente espellere i riformisti per ritrovarsi bello e pronto il partito della rivoluzione. Si sono persi quasi due anni in attesa che i massimalisti si decidessero ad espellere Turati e company, e la responsabilità di questo ritardo è da attribuire sia all’Internazionale, che ha individuato in Serrati l’uomo su cui puntare in quest’operazione di espulsioni, che in Bordiga che non ha compreso che la battaglia da condurre non era quello della difesa del principio astensionista, intorno al quale non si è costruito alcun consenso, ma quello di dar vita ad un nuovo partito. Porre la questione dell’astensionismo come la questione centrale intorno alla quale costruire una corrente rivoluzionaria all’interno del partito socialista, è stato un errore che Bordiga ha commesso al congresso di Bologna nell’autunno del 1919. Concordiamo con Onorato Damen quando scrive che l’errore commesso dalla frazione astensionista durante il congresso di Bologna del 1919 è stato quello di non essere stata in grado di opporsi alle indicazioni dell’Internazionale che considerava ancora recuperabile  il partito socialista alla causa della rivoluzione attraverso l’espulsione dei riformisti[6]. Sempre Damen osserva che Bordiga arroccandosi sulle posizioni dell’astensionismo di principio ha facilitato i suoi avversari politici che lo hanno posto sullo stesso piano dei tribunisti olandesi Gorter e Pannekoek, noti per essere consiliaristi ed antipartitisti[7]. Non era ovviamente un compito agevole quello che Bordiga poteva svolgere e non è stato fatto. Un secolo di distanza ci consente di cogliere degli elementi che i protagonisti di quel periodo difficilmente potevano soltanto intuire. Proprio per questo la conoscenza del passato non deve essere una semplice ricostruzione cronicistica, ma occorre spingere l’analisi attraverso delle chiavi interpretative che ci consentano di cogliere dal passato degli insegnamenti utili per il presente e per il futuro. E’ per questo che a distanza di così tanto tempo, dal punto di vista della rivoluzione, oggi possiamo dire che il partito che nasce a Livorno nasce in ritardo e che a Bologna forse si è persa un’occasione.

Il partito che si costituisce a Livorno intorno alla figura predominante di Bordiga e del gruppo astensionista, soltanto in apparenza si presenta come un gruppo coeso sul piano teorico e politico. In realtà la nuova organizzazione comunista vive fin da subito su una precaria omogeneità, che rimane sopita per alcuni mesi sotto l’entusiasmo derivante dalla sua costituzione. Di questa eterogeneità ne è consapevole lo stesso Bordiga quando durante il discorso pronunciato al congresso di Livorno afferma che “Vi possono essere fra di noi deboli, incapaci, incompleti, possono esservi fra di noi dei dissensi; Gramsci può essere su una falsa strada, può seguire una tesi erronea quando io sono su quella vera, ma tutti lottiamo ugualmente per l’ultimo risultato, tutti facciamo lo sforzo che costituisce un programma, un metodo.”[8] Sono differenze che saranno destinate a diventare delle vere e proprie fratture sul piano di classe quando muta il quadro di riferimento internazionale dentro il quale si colloca il partito nato a Livorno.

Il partito comunista d’Italia e l’Internazionale

Il partito che nasce a Livorno è sostanzialmente una creatura dell’azione di Amadeo Bordiga, e il gruppo dirigente che viene eletto nel primo congresso ne è una chiara dimostrazione. Nel primo comitato Esecutivo, che avrà sede a Milano, faranno parte Bordiga, Ruggero Grieco (uno dei principali esponenti dell’astensionismo), Terracini, Fortichiari e Repossi. Questi due ultimi compagni, pur non provenendo direttamente dall’astensionismo, sono molto vicini a Bordiga. Anche il comitato centrale esprime una netta maggioranza del vecchio gruppo astensionista, ne farà parte Gramsci mentre ne è escluso Palmiro Togliatti.

Dopo appena sei mesi dalla sua costituzione il partito comunista d’Italia entra in rotta di collisione con l’Internazionale durante il suo terzo congresso che si tiene dal 22 giugno al 12 luglio del 1921 a Mosca. E’ Trockij che durante i lavori congressuali legge la relazione sulla tattica del fronte unico da costruire insieme ai partiti socialisti al fine di allargare l’influenza dei partiti comunisti fra le masse operaie. Se fino a pochi mesi prima l’invito dell’Internazionale era stato quello di espellere i riformisti dal partito, ora la nuova parola d’ordine era quella di fare un fronte unico con gli stessi gradualisti. Il cambiamento di rotta dell’Internazionale non è un colpo di testa dei suoi vertici ma si inserisce nel più ampio quadro in cui si dimena il destino della stessa rivoluzione russa. Superate le difficoltà della guerra civile, il potere bolscevico osserva che la rivoluzione non si allarga sul fronte europeo, anzi il capitalismo si avvia verso un periodo di relativa stabilizzazione che inevitabilmente rallenterà il processo rivoluzionario. E’ in questo nuovo clima che viene varata la Nep, con la quale si reintroducono e si ufficializzano meccanismi tipici dell’economia di mercato; è un provvedimento che Lenin giudica necessario per dare ossigeno ad un’economia allo stremo, ma che nello stesso tempo viene preso con il chiaro intento tattico di sopravvivere in attesa della prossima ondata rivoluzionario in Europa. Con il varo della Nep Lenin è consapevole che i provvedimenti presi nel 1921 non rappresentano una marcia verso il socialismo, ma un passo verso il capitalismo con la variante di essere però gestito da uno stato in mano al partito del proletariato. La garanzia di questo arresto tattico nel processo di costruzione del socialismo, era offerto nel fatto che il potere politico era in mano allo stato proletario e che il soccorso della rivoluzione in Europa sarebbe arrivata in ogni caso nonostante la momentanea stabilizzazione del capitalismo. La tattica del fronte unico avanzata dall’Internazionale per bocca di Trockij va letta in questo nuovo contesto in cui in Russia si affacciano all’orizzonte primordiali istanze di sopravvivenza dello stato russo che prescindono dal processo rivoluzionario europeo.

Il partito comunista d’Italia si oppone alla tattica del fronte unico per bocca di Terracini, difende la scelta di Livorno e sostiene che gli operai non comprenderebbero una svolta così repentina. Il fronte unico per il partito comunista d’Italia rappresenta un tradimento della scelta fatta a Livorno soltanto pochi mesi prima, significherebbe far rientrare dalla porta principale proprio quei riformisti che erano stati buttati prima dalla finestra. L’opposizione del partito italiano rappresenta un vero è proprio caso durante il congresso, lo stesso Lenin è costretto ad intervenire per attaccare Terracini e sostenere le ragioni del fronte unico, e la scelta di uniformarsi alle decisioni del terzo congresso è solo di natura disciplinare.

Nel marzo del 1922 si svolge a Roma il secondo congresso del partito comunista d’Italia, in cui si conferma in blocco il comitato esecutivo, mentre entra a far parte del comitato centrale Togliatti. Il congresso conferma chiaramente che la nuova organizzazione è stabilmente gestita dalla sinistra e le tesi congressuali approvate a Roma rappresentano il punto più elevato sul piano dell’elaborazione teorica espressa dal partito che si collocano nel solco della tradizione del comunismo rivoluzionario. Il congresso definisce in maniera più compiuta l’assetto organizzativo del partito, la cui unità elementare ha una chiara dimensione territoriale. Tale assetto organizzativo risponde al meglio alle necessità di un partito rivoluzionario che da un lato ha il compito di portare nella classe la propria elaborazione teorica e le proprie parole d’ordine, avvalendosi delle cellule territoriali, mentre dall’altro lato ed attraverso le stesse cellule territoriali fa proprie e rielabora le istanze che provengono dalla stessa classe.

Mentre il partito comunista d’Italia affronta i primi dissidi con l’Internazionale e definisce meglio il proprio assetto organizzativo, le grandi lotte della classe lavoratrice sono ormai un lontano ricordo. Passato il grande spavento del biennio rosso, quando la borghesia italiana ha temuto di essere travolta dall’ondata delle manifestazioni operaie, con la marcia su Roma Benito Mussolini assume il comando del governo e avvia il regime fascista che gestirà le sorti del capitalismo italiano nei successivi due decenni. L’avvento del fascismo gioca un ruolo fondamentale nelle vicende interne del partito comunista, in quanto non solo lo costringe fin da subito ad una semi clandestinità, ma nel corso del 1923 in seguito all’arresto di Bordiga e di numerosi altri dirigenti assume il ruolo di segretario del partito Palmiro Togliatti, figura di secondo piano fino a quel momento. Gramsci evita il carcere in quanto inviato dal partito a Mosca subito dopo il congresso di Roma. La scarcerazione di Bordiga e degli altri dirigenti del partito avviene dopo qualche mese e, seppur tra mille difficoltà determinate dalla repressione fascista, possono riprendere la loro battaglia politica tra le fila dell’organizzazione. In previsione del V congresso dell’Internazionale comunista previsto per l’estate del 1924 a Mosca, il primo che si svolge dopo la morte di Lenin, in primavera il partito organizza una conferenza a Como alla quale prendono parte i membri del comitato centrale e quasi tutti i segretari delle varie federazioni provinciali. La conferenza ha una valenza consultiva e non vincolante, ma per gli argomenti discussi e per la presenza dei principali dirigenti nazionali e provinciali ha assunto quasi una valenza congressuale. La relazione di Togliatti, formalmente al vertice dell’organizzazione, è incentrata su una forte critica alle tesi di Roma e sulla necessità di sostenere la politica del fronte unico proposto dall’Internazionale non per mera disciplina ma in quanto rappresenta la giusta linea per rilanciare l’azione del partito. Sulla stessa linea d’onda è l’intervento di Gramsci che, forte del periodo trascorso in Russia, esplicita ancor meglio di Togliatti la necessità che il partito accetti in maniera convinta le indicazioni dell’Internazionale; per il dirigente sardo soltanto in tal modo il partito potrà assolvere i propri compiti e diventare un vero partito di massa. Nella sua relazione Bordiga difende le ragioni che hanno visto il partito accettare soltanto per disciplina la tattica del fronte unico, mentre le tesi di Roma mantengono per il rivoluzionario napoletano la loro validità anche in seguito all’avvento del regime fascista.  La conferenza si chiude con una schiacciante vittoria della sinistra del partito, che rimane fedele alle scelte fatte a Livorno e confermate con le tesi di Roma, ottenendo 41 voti, mentre la mozione di centro di Gramsci e Togliatti ottiene soltanto 8 voti e quella della destra di Tasca 10 voti.

Il partito di Livorno muore a Lione

Con la morte di Lenin lo scontro all’interno del partito comunista russo si palesa in tutta la sua drammaticità, trascinando inevitabilmente nel proprio vortice l’Internazionale e i vari partiti che vi aderiscono. Le difficoltà sempre più evidenti di allargare la rivoluzione apre un ampio dibattito all’interno del partito russo con scambio di reciproche accuse circa la responsabilità dei fallimenti che si registrano nei sempre più sporadici tentativi insurrezionali. Emerge in questo scontro la figura di Stalin, che in una prima fase, grazie al sostegno di Zinoviev e Kamenev fa fuori Trockij, e successivamente grazie all’appoggio di Bucharin esautora gli stessi Zinoviev e Kamenev. E’ in questo clima di violento scontro politico che prende sempre più corpo l’idea che sia possibile realizzare in Russia il socialismo anche in assenza di un allargamento della rivoluzione in altri paesi della vecchia Europa. E’ il duo Stalin - Bucharin che nel corso del 1925 elabora la teoria del socialismo in un solo paese, mascherando dietro questa etichetta la più feroce controrivoluzione che la storia ricordi. Diventa quindi possibile realizzare il socialismo anche senza l’allargamento del fronte rivoluzionario, capovolgendo in tal modo di 180 gradi la visione internazionalista che era stata alla base della rivoluzione bolscevica. In questo nuovo contesto cambia anche il ruolo dell’Internazionale, che da strumento della rivoluzione si trasforma in un’organizzazione finalizzata a difendere gli interessi dello stato russo e del suo nascente capitalismo di stato. S’afferma in poco tempo il principio che l’Internazionale non sbaglia mai e chi osa criticare le proprie decisioni è un nemico da annientare senza pietà. Nel 1925, nel clima torbido e di scontri violenti tra i vari gruppi dirigenti del partito russo, parte la campagna di bolscevizzazione dei vari partiti comunisti. Ciò si concretizza nel modellare i singoli partiti comunisti sull’esempio di quello russo. In Italia è principalmente Gramsci a guidare la bolscevizzazione del partito, con il sostegno di Togliatti e Terracini. La tattica utilizzata da Gramsci nella lotta interna contro Bordiga e la sinistra del partito è stata condotta su due diverse linee: da un lato convincendo alcuni dirigenti che stando nella sinistra del partito si stava con gli avversari dell’Internazionale, dall’altro lato adottando provvedimenti disciplinari nei confronti di quei dirigenti restii a modificare le proprie posizioni. In tal modo nel corso del 1925 il nuovo centro del partito acquisisce tra le proprie fila vecchi elementi appartenenti fino a poco tempo prima alla sinistra, e sostituisce i quadri dirigenziali che non si conformano agli ordini provenienti da Mosca. La bolscevizzazione del partito è soltanto uno dei tasselli attraverso il quale si materializza la controrivoluzione, che ha travolto nel volgere di pochi anni  soviet, partito comunista russo, Internazionale e partiti ad essa aderenti. La Bolscevizzazione comporta anche una diversa organizzazione del partito. Le sezioni territoriali sono sostituite dalle cellule di fabbrica, stravolgendo in tal modo il ruolo di avanguardia politica del partito di classe, relegando il suo operare soltanto all’interno delle officine. S’afferma un nuovo partito che risponde meglio alle teorie del Gramsci dell’Ordine Nuovo, ma che è lontano anni luce dal modello di partito rivoluzionario che era nato soltanto pochi anni prima a Livorno. Il clima intimidatorio che si instaura in Russia, dove gli oppositori di Stalin vengono prima definiti degli opportunisti o poco dopo addirittura accusati di essere degli agenti provocatori al servizio di potenze straniere, è esteso in tutti i partiti comunisti aderenti all’Internazionale. La sinistra fino a pochi mesi prima alla guida del partito subisce la violenza della bolscevizzazione reagendo con alcuni dei suoi più combattivi e capaci esponenti, costituendo il primo giugno il Comitato d’Intesa con lo scopo di coordinare le attività della propria corrente in vista del prossimo congresso. Tra gli animatori del comitato d’intesa c’è Onorato Damen, Bruno Fortichiari, Luigi Repossi e Ugo Girone. Ciò che chiede il Comitato d’intesa, a cui non partecipa Bordiga, è la possibilità di poter discutere liberamente ed avere il necessario spazio sulla stampa del partito. La reazione del centro è violenta, si accusano i compagni della sinistra di attività frazionistica e si adottano provvedimenti disciplinari di espulsione nei confronti di Girone. Soltanto grazie all’intervento di Bordiga presso la stessa Internazionale, i provvedimenti disciplinari vengono annullati e con la promessa di ottenere sulla stampa gli spazi richiesti il Comitato d’intesa viene sciolto.

Nella seconda parte del 1925 il gruppo dirigente centrista di Gramsci ha in sostanza nelle proprie mani l’intera organizzazione, mentre la sinistra, fino a poco tempo prima alla guida del partito, è di fatto relegata ad un ruolo marginale nella nuova organizzazione che si va delineando. Il terzo congresso del partito si svolge nel mese di gennaio del 1926 a Lione quando i giochi erano già fatti. La vittoria del centro di Gramsci e Togliatti è schiacciante, ottenendo oltre il 90% dei voti, mentre la mozione della sinistra raccoglie poco meno del 10% dei voti dei delegati. A Lione si consolida la svolta iniziata nei mesi precedenti e da strumento creato per guidare la rivoluzione in Italia, il partito comunista d’Italia, essendo ormai totalmente subordinato ai dettami della terza Internazionale, si trasforma in un organismo funzionale al consolidamento dello stato russo. Dal 1926 con il consolidamento del regime fascista ed il varo delle leggi speciali, le attività del partito comunista in Italia di fatto si azzerano. Chi può scappa all’estero, e tra questi Togliatti, molti altri finiscono nelle patrie galere per molti anni. In soli cinque anni si è passati dall’entusiasmo di Livorno, quando il sogno della rivoluzione si pensava fosse ormai ad un passo, a Lione che sancisce la sua trasformazione in qualcosa di diverso non più funzionale alla rivoluzione. Per noi rivoluzionari il partito di Livorno non finisce la propria storia nel 1991 quando i dirigenti del partito comunista italiano decidono che sia ormai giunto il momento di farla finita con quel nome, ma tantissimi anni prima al terzo congresso di Lione quando scompare dal proprio orizzonte la prospettiva della rivoluzione per sostenere prima le ragioni del capitalismo di stato russo e nei decenni successivi quelli della borghesia italiana.

E’ passato un secolo da quando a Livorno un gruppo di comunisti costituì il partito della rivoluzione. Noi pensiamo che oggi le ragioni di Livorno siano più attuali di allora e la crisi epocale in cui si dimena il capitalismo a livello globale rafforza la nostra convinzione. Una crisi che, aggravata dalla pandemia da coronavirus, pone sempre di più all’ordine del giorno la necessità di costruire l’alternativa comunista alla barbarie del capitalismo. Viviamo in un’epoca che ci pone drammaticamente davanti ad una scelta: accettare supinamente la barbarie del capitale, oppure rilanciare il progetto dell’alternativa comunista lavorando per costruire il partito che dovrà guidare la classe in questo immane compito. Se le ragioni di Livorno sono oggi più valide che mai, a mutare sono tutte le altre condizioni che hanno reso possibile la costituzione del partito. Il percorso che ci porterà alla costituzione del nuovo partito sarà necessariamente altro rispetto a Livorno, perché diverso non è soltanto il contesto storico ma a cambiare è anche la composizione del moderno proletariato. Livorno è vicina in quanto il moderno capitalismo ci da conferma delle sue ragioni e della funzione a cui era chiamato il partito, ma nello stesso tempo Livorno è lontana in quanto percorsi e modelli organizzativi dovranno necessariamente essere ripensati se non vogliamo riproporre vecchie e stantie formule che servono solo a esaltare un passato che non ritornerà mai più.

[1] Un militante del partito comunista italiano, già segretario della federazione giovanile del partito durante gli anni trenta, che rimarrà all’interno dell’organizzazione fino alla sua morte avvenuta nel 1980.

[2] Citato da Paolo Spriano nel suo libro “Storia del partito comunista italiano” da Bordiga a Gramsci parte prima Ed- l’Unità  - Einaudi pag. 44/45

[3] Segnaliamo in particolare il libro di Ezio Mauro “La dannazione. 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo” pubblicato da Feltrinelli nel novembre 2020, e quello scritto da Marcello Flores e Giovanni Gozzini “Il vento della rivoluzione. La nascita del partito comunista italiano” pubblicato da Laterza nel gennaio 2021.

[4] E’ questa la definizione che danno Marcello Flores e Giovanni Gozzini nel sopra citato libro a pagina 87 delle posizioni politiche della frazione astensionista che si era costituita nel 1919 attorno alla figura di Amadeo Bordiga.

[5] Rinviamo al libro di Giovanna Savant “Bordiga, Gramsci e la grande guerra (1914/1920)” edito da La città del sole nel 2016 in cui vengono esaminati gli scritti dei due militanti nel cruciale periodo bellico e nell’immediata vigilia della scissione di Livorno.

[6] Vedi il saggio “A Bologna ebbero paura di dire no alla politica possibilistica dell’Internazionale” apparso nel 1966 sula rivista Prometeo ed ora disponibile al seguente link http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/onorato-damen-scritti/raccoltascritti/24-bordiga-parte1

[7] Ibidem

[8] Invitiamo i lettori a leggere la raccolta documentaria che è pubblicata su questo numero della rivista che raccoglie anche il discorso tenuto da Bordiga a Livorno nel gennaio 1921.