L’omicidio di George Floyd incendia l’America

Creato: 02 Giugno 2020 Ultima modifica: 02 Giugno 2020
Scritto da Mario Lupoli Visite: 933

L’ennesimo brutale assassinio di un uomo nero da parte di un poliziotto ha scatenato un’ondata di proteste, che ha coinvolto migliaia di manifestanti negli USA e oltre. La borghesia usa come sempre violenza, razzismo e repressione contro i lavoratori e chiunque protesti contro il suo ordine. Nonostante siano in corso manifestazioni vaste e radicali, che esprimono un malcontento diffuso, ogni rivolta è però condannata a esaurirsi nel sistema, in mancanza del partito rivoluzionario.

 

Stupidi sbirri! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia.

(Rosa Luxemburg)

floydI can't breathe. «Non posso respirare», ripete a terra George Floyd. Parole strozzate nella gola schiacciata dal ginocchio del poliziotto Derek Chauvin, mentre lo sbirro guarda la vittima e le persone accorse con aria onnipotente. Altri tre agenti sono presenti; due contribuiscono a bloccare l’uomo a terra, il terzo fa il cane da guardia tenendo lontano chi cerca di intervenire. George perde i sensi dopo meno di sei minuti. Ma non basta all’aguzzino. Per altri tre interminabili minuti resta immobile, il ginocchio sul collo di quell’afroamericano di 46 anni, accusato di aver comprato delle sigarette con venti dollari falsi. Otto minuti e quarantasei secondi. Per George Floyd non c’è più speranza, muore sotto quel ginocchio, sotto quello sguardo. I can’t breathe.

C’è qualcuno che riprende la scena. Tra il 25 e il 26 Maggio il video fa il giro del mondo. Mentre diverse testate giornalistiche denunciano la matrice razzista dell’omicidio, gruppi di afroamericani esasperati scendono in piazza. A unirsi a loro manifestanti di ogni etnia e origine. Inizia un movimento di protesta che attraversa Minneapolis. Macchine della polizia distrutte, cortei in città, prelievi di prodotti dalla grande distribuzione e redistribuzione a chi ne ha bisogno.

Il terzo distretto di polizia viene raggiunto dai manifestanti, le barriere che gli agenti hanno alzato per difendersi vengono abbattute e l’edificio viene presto dato alle fiamme.

La protesta non si arresta, prosegue per giorni, arrivano 13.000 militari della Guardia nazionale per riportare il loro fetido “ordine” in città. Il vero terrore che serpeggia, rafforzando la biliosa reazione del dominio, è tutto qui: che non ci si fermi a esporre cartelli per rivendicare i diritti civili, che non ci si accontenti del fuoco delle candele. «Capisco la rabbia ma tutto questo non riguarda la morte di George Floyd, né le diseguaglianze, che sono reali. Questo è il caos» (Corsera), ha dichiarato turbato il governatore del Minnesota Tim Waltz.

Minneapolis non è l’unico centro del movimento. Da Los Angeles a Philadelphia, da New York a Portland, fino a Washington D.C., la protesta si diffonde. La Casa Bianca viene assediata, costringendo Trump a rifugiarsi nel bunker presidenziale. Dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, migliaia di persone si uniscono alle proteste.

Intanto l’autopsia commissionata dalle autorità nega che la morte possa dipendere da asfissia causata da quel ginocchio. La reazione in tutto il mondo è immediata, un’ennesima evidente copertura delle violenze poliziesche. Bastano due giorni perché l’autopsia indipendente pretesa dalla famiglia di George Floyd smentisca quella ufficiale, dimostrando l’inequivocabile responsabilità del poliziotto.

La protesta continua a diffondersi a macchia d’olio. La Guardia nazionale si stanzia con migliaia di uomini in divisa in 26 Stati americani. 40 le città in cui è stato imposto il coprifuoco.

Trump sempre più inferocito, proprio mentre gli Stati Uniti montavano una campagna internazionale in difesa dei “diritti civili” contro l’altrettanto sanguinario imperialismo cinese, ha ringhiato contro i governatori a stelle e strisce: «dovete dominare, se non lo fate sprecate il vostro tempo e vi travolgeranno facendovi apparire come degli idioti» (Huffpost). 

Il capo del sindacato di polizia di Minneapolis, Bob Kroll, ha pubblicamente bollato i manifestanti come «un movimento terrorista» (Internazionale). Crescono di ora in ora gli arresti e si iniziano a contare i morti. Persino la stampa borghese è sotto una stretta (Niemanlab).

La forza del movimento nato per quest’assassinio è evidente. Nasce da una storia lunga e brutale di violenze razziste della polizia statunitense. Se la tua pelle è nera, negli USA hai un rischio di due volte e mezzo più alto di essere ammazzato da un poliziotto, in un Paese in cui nel solo 2019 la polizia ha ammazzato più di 1.000 persone (Mapping police violence). «Per i giovani uomini di colore, l'uso della forza da parte della polizia è tra le principali cause di morte», scrive l’Accademia Nazionale delle Scienze degli USA sul suo periodico.

Secondo il giornale di Confindustria, «la spirale di proteste e disordini ha così riaperto, come periodicamente accade, una ferita mai sanata dell'America, la “color line” della discriminazione e del razzismo identificata da generazioni di esponenti della lotta per i diritti civili da fine Ottocento a oggi» (Il Sole 24 ore).

Il razzismo e il dominio borghese

Ma è improprio parlare di ferita mai sanata. Il razzismo non è una ferita, ma un’arma che la borghesia ha da sempre utilizzato contro i lavoratori. È celebre la lettera a S. Meyer e A. Vogt, in cui K. Marx, affrontando la questione irlandese, scrive:

«E ora la cosa più importante! In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime lo standard of life. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su sé stesso. L’operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i poor whites verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese pays him back with interest in his own money. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.

Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo» (9 aprile 1870).

E ancora, ne Il Capitale scriverà che «il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi, in un paese dove viene marchiato a fuoco quand'è in pelle nera» (Cap. I, libro 8).

L’internazionalismo proletario: una risposta concreta al razzismo capitalista

L’importanza della questione richiede un’attenzione particolare per la comprensione delle forme, determinate e specifiche, in cui il razzismo si dà nei vari contesti nel mondo.

Per la nostra classe è però necessario non lasciarsi schiacciare dalla questione del razzismo come lotta settoriale e parziale. Non è l’antirazzismo la strada per sconfiggere il razzismo. Per affrontare anche questo fenomeno del capitalismo bisogna muovere guerra al modo di produzione capitalistico e al dominio borghese nel loro complesso. È nel loro seno che viene generato, riprodotto e adoperato il razzismo.

L’effettiva prospettiva di superare il razzismo e distruggerne le condizioni è quella dell’internazionalismo del proletariato, unica classe realmente internazionale, priva di patrie e razze. L’internazionalismo proletario unisce i lavoratori di tutto il mondo nella battaglia per la rivoluzione mondiale, con il ruolo d’avanguardia del Partito comunista anch’esso internazionale.

Sono la prassi e l’orizzonte del proletariato in quanto classe che consentono di affrontare la questione del razzismo non in un indefinito futuro, e nemmeno nelle aule dei tribunali o dei parlamenti borghesi, ma nel fuoco vivo della lotta unificante dell’internazionalismo comunista.

Il carattere più profondo e proprio della nostra classe è anche la nostra forza e la nostra strategia.

 

Polizia e apparato statale

Se la polizia statunitense, o di qualunque altro Paese, inoltre, perdesse evidenti caratteri razzisti, cambierebbe la sua natura? Una condanna di Derek Chauvin porterebbe a qualcuno “giustizia”? I poliziotti, che si sono inginocchiati in pubblico per esprimere solidarietà a George Floyd (Huffpost), sono diversi da un punto di vista di classe dai poliziotti razzisti?

Non è così. Riformare la polizia, democratizzarla, arrestare o licenziare le “mele marce”, non ne cambierebbe la natura di classe. Per i lavoratori, la polizia non è altro che parte dell’apparato di dominio e oppressione della borghesia.

Marx identifica chiaramente in «esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura» gli organi del «potere statale centralizzato» (La guerra civile in Francia, 1871).

Riprendendo Engels, Lenin scriveva con identica chiarezza che «l'esercito permanente e la polizia sono i principali strumenti di forza del potere statale» (Stato e Rivoluzione, 1917).

L’«intero apparato statale, con le sue leggi, polizia ed esercito, non è nient'altro che l'apparato del terrore capitalistico», scrive anche Trotsky con eguale potenza (Perché i marxisti si oppongono al terrorismo individuale, 1911).

Per i lavoratori non può venire da questi organi né giustizia, né pace, né tutela dei propri interessi, persino quelli più elementari come la sopravvivenza. Quello che è relativamente tutelato oggi, perché consente una certa tenuta dell’ordine sociale, viene negato domani in nome dello stesso ordine. Perché è l’ordine del dominio borghese, che i lavoratori sono chiamati a rovesciare e distruggere, non a invocare e difendere.

 

Ogni rivolta si esaurisce nel sistema se manca il partito rivoluzionario

«La classe operaia deve poter trarre una lezione dagli avvenimenti che anni di legalità accettata e voluta le hanno fatto sfilare davanti; capire che non c'è organismo legale a difenderla, che non c'è Stato neutrale e Giustizia superiore a cui appellarsi, e che dalla tirannia di quelle due forme di violenza borghese che sono il diritto e la forza, il proletariato può tutelarsi soltanto creando dei suoi organi politici di difesa e di offesa», scriveva Onorato Damen (Violenza borghese e difesa proletaria, 1946).

L’energia proletaria che sta esplodendo nelle rivolte negli USA è condannata a disperdersi e a non assumere mai prospettiva verso obiettivi di classe autonomi. Questo non per caratteristiche peculiari che hanno le proteste in questione. Non c’è mai un movimento “puro”. Ma non è nemmeno mai possibile che un movimento sociale, pur se proletario, possa giungere spontaneamente a indirizzarsi verso la conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice. L’assenza di un Partito mondiale della rivoluzione comunista fa mancare questa prospettiva: «ogni rivolta si esaurisce nel sistema se manca il partito rivoluzionario», scriveva Onorato Damen, lasciando scolpita in una frase la grande questione che ancora oggi si ripropone nella sua assoluta attualità.

Per uscire dalla coscienza e dalle prospettive ristrette, e ancora borghesi, che di per sé vengono generate dalle esperienze quotidiane e pratiche dei proletari, persino quando sono in lotta per le proprie condizioni di vita e di lavoro, è necessario sollevarsi dai conflitti specifici, e comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme. Questo è il campo specifico in cui si fa indispensabile il lavoro del Partito.

Il Partito è «dove gli elementi formativi della coscienza di classe vengono rielaborati per essere ricondotti a sintesi politica da restituire alla classe per favorirne il processo di produzione della coscienza di classe per sé» (Ci vuole il partito, ma quale?). La sua  stessa specificità rende possibile il suo ruolo di avanguardia delle lotte proletarie, contro questa società disumana e per la liberazione, dalle sue macerie, di un mondo nuovo. È per queste ragioni che sosteniamo che quella per il programma comunista e il Partito mondiale della rivoluzione sia la battaglia cruciale per il futuro dell’umanità.

Letture consigliate

- L. Goldner, Sulle violente proteste seguite all’uccisione del 18 nero M. Brown da parte di un giovane poliziotto bianco…

- G. Greco, Considerazioni sul razzismo: dai suoi albori fino al razzismo a punti

- G. Greco, La gestione dei flussi migratori come fattore di stabilizzazione al ribasso del valore della forza – lavoro e di divisione del proletariato

- M. Lupoli, Classe, coscienza e potere I

- Id. Classe, coscienza e potere II

- G. Paolucci, Ci vuole il Partito, ma quale?