La scuola nell’emergenza COVID-19. Un ulteriore attacco alle condizioni di vita del proletariato

Creato: 21 Aprile 2020 Ultima modifica: 24 Aprile 2020
Scritto da Fabiola Sica Visite: 725

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Le scuole di ogni ordine e grado sono ormai chiuse dagli inizi di marzo. Dal momento in cui ci si è resi conto che non fosse possibile proseguire le lezioni in classe c’è stato un iniziale, breve, momento di smarrimento che è stato poi sostituito da un’idea “geniale”: la Didattica A Distanza (DAD). La DAD, consiste nell’utilizzo di piattaforme digitali per fornire agli alunni lezioni, compiti, verifiche ed esami. Sul sito del Ministero dell’Istruzione si può accedere a «[…] strumenti di cooperazione, scambio di buone pratiche e gemellaggi fra scuole, webinar di formazione, contenuti multimediali per lo studio, piattaforme certificate […]»[1]

La didattica a distanza diventa, nei fatti, uno strumento che partecipa a contribuire ai processi di disumanizzazione delle relazioni e di radicale alienazione degli uomini e delle donne. La DAD, mutatis mutandis, è una forma di didattica comunque coerente con il ruolo della scuola nella società capitalistica, e, in più, giocoforza, rientra a pieno titolo nello spettro dei fenomeni di accelerazione dell’atomizzazione sociale. Nel contesto determinato dall’emergenza COVID-19[2], le disposizioni relative alla scuola sono collocate nell’intersezione tra isolamento sociale, politiche del controllo anche mediante le nuove tecnologie[3] ed ennesime «manovre di politica economica mirate al contenimento della spesa pubblica»[4], tanto più necessarie in un momento di approfondimento della crisi capitalistica.

Una relazione tra esseri umani, che travalichi i confini della mera funzionalità, diventa accessoria se non un problema, ancor più di quanto non lo sia già in molti contesti scolastici.

I lavoratori e le lavoratrici con figli in età scolare, che si trovano sprovvisti dei mezzi e delle risorse necessari per mettere in pratica la DAD, devono affrontare serie difficoltà economiche e famigliari.

Nonostante si voglia a tutti i costi parlare di “inclusione via web”, i fatti – e i dati – ci raccontano un’altra storia.

Secondo i dati Istat riferiti al 2018 e al 2019 il 33,8% delle famiglie in Italia non ha un computer o un tablet, il 47,2% dispone di uno di questi dispositivi e solo il 18,6% ne ha più di uno. Sempre secondo l’Istat il numero di minori tra i 6 e i 17 anni che non ha un computer o un tablet è di circa 850.000, di cui circa 470.000 nel Mezzogiorno. In molte famiglie, inoltre, l’accesso a Internet è presente (circa il 96%), ma non è detto che in queste stesse famiglie ci siano dispositivi sufficienti per tutti i minori in età scolare. Diventa, dunque, necessario scegliere quale tra i figli possa seguire le lezioni on-line. Per quanto riguarda le competenze digitali, soltanto il 30,2% possiede competenze digitali alte, il 3% non ne possiede alcuna e i due terzi possiedono competenze digitali basse o di base. Le condizioni abitative, inoltre, influiscono fortemente sul rendimento scolastico degli studenti. Nel 2018 l’Istat ci dice che il 27,8% delle persone vive in condizioni di sovraffollamento abitativo e che il 41,9% dei minori vive in abitazioni sovraffollate. Questo significa che il 41,9% dei minori non ha a disposizione uno spazio fisico per dedicarsi allo studio in maniera proficua.

Numerosi insegnanti non sono sempre in grado di utilizzare il web o le “nuove tecnologie” e di strutturare un programma didattico che tenga conto delle nuove modalità, con tutte le conseguenza che questo ha sul loro lavoro, che evidentemente non può essere ridotto a dispense e compiti inviati via WhatsApp. In più i lavoratori della scuola si ritrovano, mediante i dispositivi elettronici e la connessione permanente, a vedere sfumare i confini tra tempo di lavoro e tempo extra lavorativo, con conseguenti peggioramenti significativi delle condizioni di lavoro.

Con questa modalità, inoltre, si espongono soprattutto i figli di lavoratori con minori possibilità (in termini di strumenti, di tempi disponibili, di livelli di istruzione) all’insuccesso scolastico e alla marginalità.

La solidarietà tra compagni di classe, già resa sempre più flebile nelle aule, all’insegna della competizione e del successo individuale, di fatto scompare, perché in questa organizzazione non ha spazi, modi, tempi possibili. 

Gli studenti imparano quindi, anche in questa circostanza, che “solo i migliori ce la fanno”, riproducendo nei fatti e nell’ideologia l’individualismo borghese imperante.

La didattica a distanza viene promossa sin dalla scuola dell’infanzia. Che fine hanno fatto le raccomandazioni di medici e specialisti vari rispetto alle cautele sull’utilizzo di televisore, smartphone, tablet, PC? La Società Italiana di Pediatria ha elaborato un documento ufficiale nel quale chiarisce quali sono i rischi legati ad un utilizzo dei media device non adeguato all’età dei bambini e dà delle indicazioni per poterne trarre, invece, il massimo vantaggio[5]. Pur essendo ormai tristemente abusato l’utilizzo di questi dispositivi da parte dei bambini, spesso senza il supporto di un adulto, che la scuola lo autorizzi e lo sostenga dovrebbe apparire quantomeno un controsenso. Ma è molto più di un controsenso. Dovesse pure risultare un abuso di dispositivi tecnologici nocivo per la crescita psico-fisica dei bambini, pur di amministrare l’esistente senza esporre troppo clamorosamente alle coscienze comuni le contraddizioni della società anti-umana per eccellenza, quella capitalistica, ben venga... «Vedete, c’è una cosa che medici e pedagogisti vi hanno detto per anni che non dovreste fare: passare ore davanti ad uno schermo. E però… adesso è necessario che lo facciate: non solo siete autorizzati, ma vi ci obblighiamo».  Applausi.

La DAD influisce fortemente sugli assetti lavorativi e familiari dei proletari e, in particolare, sulla vita delle lavoratrici. Poiché restano soprattutto le donne ad occuparsi dell’accudimento dei figli, cadrà su di loro anche la responsabilità dell’educazione scolastica della prole. Ne consegue che, in molti casi, devono scegliere tra lavoro e la cura dei figli. Inutile dire che, in numerosi casi, le lavoratrici diventano ex-lavoratrici, spesso senza alcuna garanzia o possibilità di accedere ai bonus del Governo, perché con contratti precari o inesistenti. Anche in questo caso, le cosiddette agevolazioni per l’acquisto di dispositivi per la didattica a distanza o per il pagamento di una babysitter lasciano il tempo che trovano. C’è uno scollamento totale con la realtà quotidiana di quanti lavorano a nero, non hanno i documenti, non possono dimostrare il reddito, eppure esistono.

La chiusura delle scuole a dire di alcuni poteva essere un’occasione per ripensare l’educazione, i modelli di socializzazione, le dinamiche familiari. Tutto ciò non è avvenuto ma non poteva avvenire: non si può ripensare l’educazione senza ripensare l’intero sistema. Non si può criticare la riduzione dei bambini e dei ragazzi ad appendici di dispositivi elettronici, senza vedere come i proletari siano complessivamente incorporati al sistema inanimato delle macchine, come sue appendici viventi. La questione non è riformare la scuola, la sanità, migliorare la privacy dei “cittadini”, dare più sostegni o migliorare la vita domestica delle donne in generale. Il punto è cogliere alla radice le contraddizioni che questi fenomeni fanno emergere nella loro crudezza, individuare come siano parte integrante di un sistema sociale in crisi strutturale, che offre ormai all’umanità nient’altro che barbarie, miseria e guerra permanente. Ma quello che appare come un mostro così gigantesco da non poter essere nemmeno sfidato, non è che una forma storica della società umana, che le donne e gli uomini che vendono la propria forza lavoro hanno la possibilità di rovesciare, con l’insostituibile ruolo del Partito mondiale della rivoluzione più radicale che la storia abbia mai conosciuto: quella per l’emancipazione comunista dell’umanità.

[2]    Cfr. Coronavirus: basta capitalismo!

[3]    Cfr. La lotta di classe ai tempi del Coronavirus.

[4]    «Si taglia la spesa per tutti gli ammortizzatori sociali e dunque anche per l’istruzione. Tanto più che, accanto a poche e costose scuole per élite di tecnici super specializzati, una scuola mediocre e a basso costo, poco importa se pubblica o privata, basta e avanza per formare la gran massa di schiacciabottoni di cui necessita l’attuale mercato del lavoro. Stiamo quindi assistendo a un fenomeno che travalica il mondo scolastico per interessare l’intera società. Un processo che per la sua rapidità e violenza forse è paragonabile soltanto a quello che si svolse tra il XV e il XVI secolo. Allora fu proletarizzata, dal nascente capitalismo moderno, la quasi totalità della servitù della gleba, oggi è la volta di un’ampia fascia di piccola e media borghesia anche intellettuale, con lo sconvolgimento degli assetti sociali che hanno caratterizzato la frase fordista del capitalismo i cui esiti sono in gran parte ancora da decifrare» (La scuola anche se di qualità è sempre scuola di classe)

[5]        Bambini in età prescolare e Media Device: le raccomandazioni della Società Italiana di Pediatria https://www.sip.it/wp-content/uploads/2018/06/Bambini-in-et%C3%A0-prescolare-e-i-Media.pdf