Parasite, la concorrenza tra proletari li uccide

Creato: 22 Febbraio 2020 Ultima modifica: 22 Febbraio 2020
Scritto da Egidio Zaccaria Visite: 175

parasiteVincitore di quattro premi Oscar, Parasite è un bel film, tutto da vedere. Così termina la recensione cinematografica; non saprei cos’altro aggiungere e non vorrei aggiungere altro allo scopo di dedicarmi ad una breve critica politica dell’opera e delle sue più appassionate recensioni.

Scriveva Mariarosa Mancuso su Il Foglio «“Lotta di classe”, leggiamo in tutte le recensioni, anche a proposito di “Parasite”. Perdonateli, è un riflesso involontario, a pari merito con “la violenza sulle donne” o “il degrado delle periferie”. Meglio, cento volte meglio: il regista coreano ha girato un film sui servi e sui padroni. Su una famiglia molto povera e una famiglia molto ricca»[1]. Messo da parte il cinismo dell’esposizione, è sostanzialmente corretto affermare che Parasite non è un film sulla lotta di classe, se per lotta di classe intendessimo esclusivamente quella condotta dai servi verso i padroni. Diversamente, potremmo dire che il film narra dei fatti che seguono la lotta condotta intanto dai padroni e che costringe i servi a sopravvivere come scarafaggi. Non c’è altro, da questo punto di vista, se non nella scena dove Kim (padre) accoltella Mr Park, spinto a farlo quando avverte che la sua esistenza e quella del marito dell’ex governante sono accomunate dal fetore, dalla stessa condizione di classe; se ne pentirà successivamente.

E allora perché tanto interesse verso una pellicola che non dice nulla sulla lotta dei servi? Che non parla di come condurre l’assalto al Palazzo quanto piuttosto dei sotterfugi per introdurvisi anche in qualità di scarafaggi? Perché è un film che, in filigrana, espone un nocciolo di verità, una verità storicamente determinata dall’odierno capitalismo. Una verità che ci parla delle mille peripezie che i proletari, oggi, devono affrontare per trovare un padrone che acquisti la loro forza-lavoro, la loro vita. Peripezie fatte di inganni, bugie, soprusi, violenza, di tutto il male possibile. Malvagità che sovente sono dirette a colpire chi ostacola, immediatamente, la propria sopravvivenza, vale a dire l’altro proletario. Il film lo illustra perfettamente in tutte le sue scene, con una escalation di perfidia a partire dal licenziamento dell’austista e della governante dei padroni, passando attraverso la violenza fisica, il sangue, le uccisioni in casa Park per terminare con la reclusione volontaria di Kim (padre).

Il mondo rappresentato da Bong Joon-ho, il regista del film, è un mondo senza speranza, dove persino la tanto agognata ricchezza del giovane Kim per liberare il padre dal bunker non offre soluzioni di carattere sociale. Ed ha ragione il regista: quello capitalistico è un mondo senza speranza. Un mondo che ha sempre meno bisogno di forza-lavoro, sostituita dalle macchine, è un mondo pieno di “malvagità” immediata, di cui se ne sperimentano ogni giorno le molteplici sfumature, che sgorga spontaneamente dalle stesse relazioni sociali, dalla concorrenza per accaparrarsi ciò che resta, quella concorrenza tanto nefasta per i proletari.

Da comunisti, a questo presente, non affibbiamo alcun giudizio di carattere morale; il “male” è connaturato ai rapporti sociali capitalistici e storicamente determinato da essi. Dinanzi a tanta immediata brutalità, un futuro diverso per l’intera umanità appare impossibile. Riteniamo, al contempo, che anche il proprio (più o meno metaforico) fetore, possa spingere le infinite individualità, in cui è frammentata oggi la nostra classe, a sentirsi unite. Coscienza di essere classe che si rafforza insieme al lavoro di avanguardie politiche, capaci di individuare ogni piccola breccia nel gigantesco muro del dominio capitalistico; ostacolo per un’umanità pienamente umana che soltanto la prassi proletaria è in grado di abbattere.

Proletari di tutto questo fetido mondo, uniamoci!

[1]          https://www.ilfoglio.it/cinema/2019/11/08/video/parasite-285764/